Come e perché l’Arabia Saudita sta spendendo tanti soldi nel calcio

«Non puoi sederti al ristorante da 100 euro con 10 euro in tasca», affermò nel 2014 l’allora allenatore della Juventus Antonio Conte. A distanza di dieci anni, il messaggio sembra essere stato recepito dall’Arabia Saudita, che senza giri di parole ha comprato direttamente il locale. Metafore a parte, il Paese del Golfo è entrato a gamba tesa sullo status quo del calcio mondiale, minandone le fondamenta eurocentriche. I club più titolati della Saudi Pro League (l’equivalente della nostra Serie A) appartengono al PIF, un fondo sovrano che risponde direttamente a Riad e ha come presidente il principe ereditario Mohammad bin Salman Al Sa’ud. In poche settimane di calciomercato, i club arabi hanno messo a segno diversi colpi, siglando contratti da capogiro: Karim Benzema, pallone d’oro ed ex stella del Real Madrid, guadagnerà all’Al-Ittihad 300 milioni di euro in tre anni; a fargli compagnia sarà Ngolo Kanté, che ha siglato un contratto da 50 milioni di euro l’anno. L’ultimo colpo messo a segno porta la firma dell’Al-Hilal, che ha conquistato l’ormai ex centrocampista laziale Milinkovic-Savic con un triennale da 60 milioni di euro. Nell’estate più calda di sempre, Riad ha deciso di prendersi la scena, usando il calcio per ripulire l’immagine di dittatura sanguinaria e violenta.

Benzema e Kanté si allenano all’Al-Hittihad

Cos’hanno in comune l’Al-Ittihad, l’Al-Hilal, l’Al-Ahli e l’Al-Nassr? Sono i club più importanti e titolati della Saudi Pro League, che insieme hanno speso nell’ultimo mese e mezzo più di 180 milioni di euro per i cartellini di Ruben Neves, Jota, Marcelo Brozovic, Kalidou Koulibaly, Edouard Mendy e Milinkovic-Savic. Tutti provenienti da squadre europee e con ampie prospettive per un futuro nei top campionati mondiali: inglese, tedesco, italiano, spagnolo e francese. Quella dei cartellini (in altre parole le offerte ai club) è ormai diventata una spesa “soft” nel calcio contemporaneo, dominato da sempre più agguerriti procuratori sportivi (coloro che negoziano per conto degli atleti i contratti con le società). Spesso i giocatori lasciano i propri club “a zero”, non rinnovando il contratto alla scadenza. Così facendo, la vecchia società non percepisce alcun guadagno e il risparmio dell’acquirente va a rimpolpare lo stipendio offerto al giocatore, nonché le relative commissioni dei procuratori.

Lo sfruttamento del calcio

È in questo frenetico gioco al rialzo che si è inserita a gamba tesa l’Arabia Saudita, forte dei suoi petrodollari. Tra gli attuali top 9 acquisti della Saudi Pro League, tre sono arrivati a parametro zero: Roberto Firmino, Karim Benzema e N’Golo Kanté. Soltanto per i loro ingaggi, l’Al-Ahli e l’Al-Ittihad spenderanno nei prossimi tre anni la cifra record di 460 milioni di euro. Considerando anche gli altri 6 acquisti, si sfonda il tetto degli 800 milioni, a cui hanno contribuito i bilanci di Al-Hilal e Al-Nassr: club, come i due citati in precedenza, gestiti dal Public Investment Fund (PIF) e dunque dal governo saudita. Il PIF è stato istituito nel 1971 per finanziare progetti di importanza economica strategica: oggi conta un patrimonio totale di oltre 620 miliardi di dollari e Riad punta a farne il fondo di investimento pubblico più grande al mondo, come dichiarato nella Saudi Vision 2030. Stando a questo piano, Riad intende fare del turismo il nuovo petrolio: sotto questa luce vanno letti i recenti progetti fantascientifici come NEOM o The Line.

Nel corso degli anni, per diversificare l’economia nazionale, il PIF ha collezionato quote e partecipazioni nelle aziende più disparate, tra cui Boeing, Facebook, Disney e l’italiana Pagani Automobili. Poi l’avvicinamento al calcio e il conseguente avvio delle operazioni di sportswashing. Nel 2021, un consorzio guidato dal Public Investment Fund ha acquistato l’80% delle quote del Newcastle, un club di Premier League, per 350 milioni di euro. Lo scorso giugno, il PIF ha annunciato di aver preso il controllo del 75% delle quote di Al-Ittihad, l’Al-Hilal, l’Al-Ahli e l’Al-Nassr, i club più vincenti della Saudi Pro League. Sono così iniziate le operazioni per circondare Cristiano Ronaldo – arrivato all’Al-Nassr lo scorso dicembre con un contratto da 200 milioni di euro a stagione – di altri campioni. L’obiettivo, che si inserisce in un quadro di diversificazione economica, è chiaro: sfruttare lo sport più famoso e seguito al mondo per ripulire la propria immagine, associata a un regime autoritario e sanguinario (nel 2022, Riad ha fatto ricorso per 196 volte alla pena di morte, peggio soltanto dell’Iran).

Bin Salman, principe ereditario saudita e presidente del PIF

In questo processo è intuibile il ruolo dei calciatori, tra i personaggi mediatici più seguiti al mondo: Cristiano Ronaldo conta oggi 596 milioni di follower su Instagram, una visibilità che l’Arabia Saudita sfrutterà per i prossimi anni. Con il contratto firmato a dicembre, Ronaldo si è impegnato fino al 2030 come ambasciatore del Regno, soprattutto in ottica assegnazione mondiali (abbiamo dedicato un focus sui loschi meccanismi che portano un Paese a ospitare la massima competizione calcistica). Anche Lionel Messi, il sei volte Pallone d’oro che di recente ha scelto Miami per chiudere la carriera, si è impegnato per la causa saudita. Dal 2022 è ambasciatore di Visit Saudi, la campagna per promuovere il turismo nel Paese. Tra le varie clausole del contratto, sembrerebbe figurare un divieto particolare per la Pulce: non parlare male dell’Emirato e in particolare della situazione dei diritti umani.

Di recente, la FIFA ha assegnato all’Arabia Saudita la Coppa del mondo per club, che si giocherà a dicembre. Il Paese è diventato sede abituale anche delle battute finali della Supercoppa italiana, che il prossimo gennaio vedrà impegnate Napoli, Lazio, Inter e Fiorentina in un final tour in terra saudita. L’interesse di Riad non si ferma al calcio: dal 2021, il Campionato di Formula 1 ha aggiunto la tappa nel Paese, cosa che dovrebbe ripetersi anche con la MotoGP dal prossimo anno.

Inseguendo la scia di Pechino e Doha

La strada dello sportswashing è stata già battuta dalla Cina lo scorso decennio, fino a quando il governo non ha deciso di interrompere gli investimenti. Un’ipotesi estremamente remota per i sauditi, decisi a cavalcare l’onda dello sport più popolare al mondo. L’Arabia può contare poi su una posizione geografica strategica, visti i rapidi collegamenti con l’Europa, una discriminante che ha giocato invece a sfavore della meteora Super League (il massimo campionato di calcio cinese). Inoltre, il Paese del Golfo è da diversi anni meta turistica per atleti e giocatori che decidono di trascorrervi le vacanze estive. «Il campionato saudita sarà tra i primi cinque al mondo», ha dichiarato Cristiano Ronaldo qualche mese fa. Una profezia che ha divertito i più ma che ad oggi non può essere accantonata, soprattutto alla luce della vocazione aziendale del calcio contemporaneo.

Ad usare lo sport per recuperare una reputazione compromessa è stato di recente il Qatar, che ha ospitato l’ultima edizione dei mondiali di calcio tra non pochi coni d’ombra. Uno di questi riguarda l’appoggio della Francia che, nella persona di Michel Platini, votò per assegnare al Qatar la massima competizione per nazionali di calcio. Una scelta dell’ultimo minuto che violò quello che l’allora presidente FIFA Sepp Blatter definì “il patto dei signori”, l’accordo segreto per concedere i giochi agli Stati Uniti. Secondo quanto dichiarato da Blatter nel 2015, Platini gli avrebbe riferito poco prima della votazione di non essere dalla sua parte perché erano arrivate istruzioni precise dal Capo di Stato francese in materia di “riconsiderazione” delle relazioni tra Parigi e Doha. Con l’incontro all’Eliseo, le parti avevano concordato il supporto alla candidatura qatariota in cambio di massicci investimenti nel calcio d’oltralpe. Poche settimane dopo la votazione, la Qatar Sport Investment acquistò il 70% delle azioni del Paris Saint-Germain, salvandolo dal disastro finanziario e avviando una campagna acquisti mai vista prima all’ombra della Torre Eiffel. In dieci anni, dal 2011 al 2021, il presidente Nasser Al-Khelaifi ha speso oltre un miliardo e mezzo di euro sul mercato.

Michel Platini, presidente UEFA dal 2007 al 2015

Durante gli ultimi mondiali svoltisi in Qatar, la FIFA si è silenziata, bloccando anche le timide azioni di dissenso messe in campo ad esempio dalla Germania. Il team tedesco, all’esordio contro il Giappone, avrebbe voluto indossare una fascia arcobaleno con la scritta “One love”, un messaggio chiaro alle politiche discriminatorie dell’Emirato. La FIFA è prontamente intervenuta con un divieto, che la Germania e altre squadre hanno deciso di non violare. La decisione della massima organizzazione calcistica non stupisce: ricorrere al silenzio è la strategia che ha adottato sin dall’inizio, anche di fronte alle migliaia di lavoratori morti per costruire gli stadi nell’Emirato. Subito dopo i mondiali, è arrivata sulle reti italiane una pubblicità che invitava a vivere le nostre “sensazioni in Qatar”, promuovendo l’immagine di un Paese felice e libero. Due modi diversi, uno più esplicito e l’altro più indiretto, per promuovere il Qatar, ripulendone l’immagine a livello internazionale.

Come sostenuto da Amnesty International e da Human Rights Watch, anche Riad sta usando il calcio per sviare l’attenzione dalla questione dei diritti umani, anestetizzando una (volutamente) dormiente comunità internazionale. Le operazioni di sportswashing permettono ai Paesi occidentali di bypassare il remore delle rispettive opinioni pubbliche, relative al rispetto della dignità umana e del diritto internazionale, che si conferma un elemento discrezionale. Un ossimoro giustificato dalla natura compromissoria della politica, che inquadra le proprie relazioni in virtù di interessi fumosi e scevri da qualsivoglia coerenza di fondo.

[di Salvatore Toscano]

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4 Commenti

  1. Qual’e’ il problema? Fra poco si compreranno anche i dirigenti dell’ Uefa, cosi come hanno fatto con i deputati europei.

  2. Pecunia olet! Impariamo ad usare, oltre alla vista, anche l’olfatto, organo di senso ben poco influenzabile dai mass media e dalle reti (a)sociali.

  3. Quando leggo articoli come questo, non posso fare a meno di pensare cosa si potrebbe fare a livello umanitario con tutti quei soldi esagerati per chi tira un pallone, anche se in modo fenomenale (forse) e il mio non amare il calcio è anche per questo. Che vergogna inctedubile!

  4. Grazie S.T. Articolo fondamentale per tutti i milioni di followers dei cosiddetti campioni. Ma campioni di cosa? Lo sport è una gara di etica ed estetica…oltre ad altre cose che definivamo valori… Ma tutto cambia, persino il deserto ed anche il principe del deserto che una volta diceva:
    “Tutto quello che può essere comprato non ha nessun valore!”

    Quindi preghiamo Allah per tutti questi poveretti del deserto interiore ed anche per tutti questi campioni e politici poveretti che si fanno comprare dai suddetti poveretti.

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