domenica 19 Maggio 2024

L’importanza delle monarchie del Golfo negli equilibri geostrategici mondiali

Le monarchie del Golfo rappresentano un teatro di importanza fondamentale per i rapporti di forza all’interno dello scacchiere geopolitico globale, sia per la loro ricchezza di idrocarburi, sia per la loro posizione strategica nell’area mediorientale: non per nulla, gli Stati Uniti hanno lavorato alacremente fin dal secondo dopoguerra per stabilire il loro potere d’influenza sulla regione, ereditando il ruolo che una volta era della Gran Bretagna, ex potenza egemone che dopo la Seconda guerra mondiale ha ceduto lo scettro di comando a Washington. Così come gli Stati del Golfo hanno avuto un peso rilevante nel far emergere gli Stati Uniti come prima potenza internazionale globale, agevolando l’affermazione del mondo unipolare, allo stesso modo, oggi hanno il potenziale per svolgere un ruolo altrettanto cruciale nello smantellamento di quello stesso ordine internazionale fondato sul dominio del dollaro della potenza a stelle e strisce: non solo attraverso il loro posizionamento neutrale nell’ambito del conflitto russo-ucraino, ma anche promuovendo nuovi meccanismi finanziari come quello del petroyuan ed esercitando la loro influenza nell’ambito dell’OPEC+. La storia e le dinamiche politiche dei Paesi del Golfo persico – spesso trascurate – meritano, dunque, di essere approfondite per avere un quadro più chiaro degli equilibri internazionali.

La dominazione dell’Impero anglo-indiano e l’indipendenza non voluta

Con l’espressione “monarchie del Golfo”, ci si riferisce ai sei Paesi della penisola arabica accomunati dalla forma di governo monarchica: essi sono Bahrein, Emirati Arabi Uniti (EAU), Qatar, Arabia Saudita, Kuwait e Oman. A ridosso delle civiltà della Mezzaluna fertile, la storia di questi territori è antichissima ed è contraddistinta dal fatto che una parte di essi è sempre stata dominata da potenze straniere vicine o lontane: a partire dai Sumeri e proseguendo con arabi, portoghesi, ottomani e britannici, gli sceiccati del Golfo non sono mai stati davvero indipendenti, ma piuttosto ben predisposti ad avere un qualche tipo di protettorato straniero, compreso quello dell’Impero britannico. Dal 1820 e fino al 1971, infatti, Bahrein, Qatar, EAU (una volta detti “Stati della Tregua”) e Kuwait sono stati parte dell’Impero anglo-indiano, detto anche Raj britannico, e non hanno mai vissuto tale dominazione come privazione della sovranità territoriale, quanto piuttosto come garanzia di protezione e sicurezza contro nemici esterni: in cambio di sicurezza militare e di una relativa autonomia sul fronte della gestione politica interna, i Paesi del Golfo hanno accettato placidamente di cedere la gestione degli affari internazionali al Raj fino al 1947. L’accordo più significativo da questo punto di vista è quello noto come “pax britannica” e costituisce anche la base più solida del dominio inglese sulle sponde arabe del Golfo: l’Impero britannico impose agli Stati della Tregua (oggi EAU) – una confederazione di emirati – di non intrattenere rapporti diplomatici con altri Paesi in cambio della protezione miliare del suo esercito e della sua flotta. Proprio in virtù della millenaria tradizione di quei territori ad essere soggetti al dominio straniero, l’accordo in questione parve più che vantaggioso: una delle grandi preoccupazioni dei piccoli sceiccati della costa del Golfo, infatti, era quello di venire conquistati e inglobati da potenze regionali più grandi.

Da parte sua, Londra aveva tutto l’interesse ad avere il controllo dell’area, in quanto essa rappresentava uno snodo nevralgico dei traffici che intercorrevano tra il Raj britannico e il resto dell’Impero, ma soprattutto, nell’ambito del “Grande gioco” che vedeva contrapposte Russia e Gran Bretagna per il controllo dell’Asia, il Golfo persico costituiva una proiezione di potenza della flotta inglese in India e in tutto il territorio dell’Asia-Pacifico. Tuttavia, in seguito allo sfaldamento dell’Impero anglo-indiano e alla proclamazione d’indipendenza dell’India nel 1947, la politica estera inglese mutò radicalmente e Londra cominciò a disimpegnare le sue forze armate anche dagli Stati del Golfo, concedendo l’indipendenza a questi ultimi nella seconda metà del Novecento: il Kuwait divenne indipendente nel 1961; EAU, Qatar, Bahrein e Oman, invece, nel 1971. Il ritiro dell’esercito e della flotta britannica dalla penisola arabica non fu vissuto dalle monarchie locali come una liberazione – come ci si potrebbe aspettare -, bensì come un tradimento che le esponeva al rischio di essere attaccate e conquistate dai Paesi vicini più grandi, come l’Arabia Saudita o l’Iraq. Si è trattato, dunque di uno dei pochi casi di indipendenza non desiderata e, ancora oggi, l’autonomia politica di questi territori costituisce un’eccezione nel panorama della storia millenaria degli Stati del Golfo. Se però, da un lato, inizialmente l’autonomia costituiva motivo di preoccupazione per le monarchie della penisola, dall’altro oggi esse non paiono più disposte a rinunciarvi, dal momento che i Paesi in questione da semplici territori dediti alla pesca, alla raccolta e ai commerci si sono trasformati in petro-monarchie, acquisendo importanza a livello internazionale, proprio grazie alla loro grande ricchezza di giacimenti petroliferi.

Il rapporto privilegiato con gli Stati Uniti

Dopo la loro indipendenza, gli Stati del Golfo non rimasero completamente privi di un protettore: all’influenza e al potere del Regno Unito nella zona del Golfo persico subentrarono, infatti, sin dalla fine della Seconda guerra mondiale – dunque, ancora prima della proclamazione d’indipendenza formale delle monarchie arabe – gli Stati Uniti, nel contesto di un più ampio passaggio di consegne a livello globale in cui gli USA prendevano il posto di Londra come potenza egemone internazionale, ereditandone il dominio talassocratico e un rapporto privilegiato con gli ex protettorati. La collaborazione con gli Stati Uniti crebbe progressivamente nel tempo fino a sfociare in una vera e propria alleanza quasi formale. A rinsaldare ulteriormente i legami tra gli stati arabi e Washington contribuì poi la rivoluzione iraniana del 1979, in seguito alla quale la guida dello scià Mohamed Reza Pahlavi – alleato degli USA – fu sostituita dalla Repubblica teocratica degli ayatollah, nemica di Washington. In realtà, il cambiamento interno di Teheran e la sua diversa collocazione nella politica internazionale non comportò sostanziali modifiche nella percezione dell’Iran da parte degli Stati arabi come potenza regionale ostile da tenere a bada. In seguito alla rivoluzione però, le monarchie del Golfo potevano contare sull’appoggio incondizionato statunitense nella difesa contro uno dei loro più grandi nemici, facendo così convergere ulteriormente i reciproci obiettivi di Stati Uniti e Paesi del Golfo: i piccoli Stati come Bahrein, Qatar e Kuwait, infatti, temevano di essere fagocitati nell’orbita iraniana, mentre nel tempo il confronto tra Arabia Saudita e Iran ha assunto i toni di uno scontro indiretto portato avanti attraverso guerre per procura, tra cui quella più tristemente nota è quella nello Yemen. Le monarchie del Golfo, dunque, hanno trovato negli Stati Uniti un valido protettore in grado di rimpiazzare l’Impero britannico nella difesa contro le potenze regionali nemiche. In questo contesto, il caso più emblematico è rappresentato dall’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq, facilmente fronteggiata grazie all’intervento USA e di un’imponente coalizione internazionale.

Da parte loro, gli Stati Uniti avevano enormi interessi nella penisola arabica, in quanto quest’ultima risultava essenziale strategicamente ai fini del mantenimento del primato mondiale. La grande ricchezza di giacimenti petroliferi, da un lato, e la posizione geografica cruciale del Golfo – a cavallo tra Mediterraneo, vicino Oriente e subcontinente indiano – dall’altra, rendevano imprescindibile il controllo americano di quella zona anche e soprattutto in funzione antisovietica. Nonostante, infatti, il rapporto privilegiato con gli USA, anche l’influenza sovietica era molto forte sul mondo arabo. La possibilità di sfruttare i giacimenti di idrocarburi della penisola era del resto una colonna portante dell’economia americana e un eventuale maggiore allineamento delle monarchie arabe con Mosca avrebbe avuto conseguenze catastrofiche per Washington, consentendo ai russi di controllare le risorse petrolifere della regione e sottraendole, allo stesso tempo, alla Casa Bianca. Da qui, la volontà di mantenere una stretta alleanza con le petro-monarchie, attraverso la fondazione di organizzazioni più o meno formali come il Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG), nato nel 1981 dietro la spinta degli Stati Uniti con l’obiettivo di rendere unitaria la politica delle monarchie della penisola attraverso un loro più costante coordinamento e l’avvio dell’Iniziativa di Cooperazione di Instambul (ICI), grazie alla quale l’intesa tra USA e Stati arabi assunse i contorni di un’alleanza sempre più formale.

L’asse USA-Arabia Saudita e la nascita dei petrodollari

Tra le monarchie del Golfo, gli Stati Uniti strinsero in particolare i loro rapporti con l’Arabia Saudita attraverso un accordo destinato a segnare il futuro dell’ordine monetario internazionale dopo la fine degli accordi di Bretton Woods (stipulati nel 1944), decretata dal presidente Richard Nixon nel 1971 quando interruppe ufficialmente la convertibilità dei dollari in oro. Fino a quel momento la domanda di dollari – funzionale agli interessi degli Stati Uniti e della Federal Reserve – era garantita dal fatto che la valuta americana era l’unica convertibile in oro in quanto valuta di riferimento del sistema di cambi fissi. Con la fine del gold standard internazionale e il passaggio al sistema dei cambi fluttuanti, gli Stati Uniti dovettero escogitare un nuovo modo per preservare il ruolo del dollaro come moneta di riserva internazionale su cui si fonda in larga parte l’egemonia americana nel mondo. Questa ingegnosa strategia va individuata nell’accordo stipulato coi sauditi nel 1973 escogitato dal talento politico di Henry Kissinger, allora Segretario di Stato della presidenza Nixon: gli USA avrebbero fornito ai sauditi armi e protezione militare dei campi petroliferi da eventuali attacchi esterni, compresa la protezione dalla vicina Israele. In cambio, la monarchia dei Saud avrebbe dovuto rispettare due condizioni: vendere la produzione di petrolio accettando esclusivamente dollari e reinvestire i proventi della vendita in titoli di stato americani. In questo modo, gli Stati Uniti si sarebbero garantiti tre fondamentali vantaggi economico-finanziari: il mantenimento di un’alta domanda artificiale di dollari a livello internazionale, funzionale all’apprezzamento del dollaro, la giustificazione per stampare una grande quantità di cartamoneta da parte della Fed con i relativi profitti derivanti dai tassi d’interesse stabiliti dalla stessa Fed e la possibilità di finanziare facilmente il debito pubblico americano, dato che l’enorme quantità di dollari in circolazione veniva reinvestito in titoli del Tesoro statunitensi: quest’ultimo meccanismo venne ribattezzato “il riciclaggio dei petrodollari” da Kissinger. Tutto ciò consentì per decenni agli Stati Uniti di finanziare l’industria bellica e le innumerevoli guerre che l’amministrazione statunitense ha condotto in tutto il mondo, mantenendo lo scettro geopolitico globale. Nacque in questo modo l’asse tra gli USA e l’Arabia Saudita che ha permesso a Washington di mantenere la sua egemonia unipolare e che è durato fino a poco tempo fa, quando è entrato in una fase di declino soprattutto a partire dall’arrivo alla Casa Bianca di Joe Biden.

Gli equilibri politici nella regione e l’isolamento del Qatar

Per quanto riguarda gli equilibri interni di potere regionali, l’asse tra Arabia Saudita e EAU rappresenta una colonna portante, così come il legame saudita con il Bahrein che poggia sul problema comune delle due monarchie costituito dall’avere importanti comunità sciite al loro interno, mentre tutte le dinastie regnanti della penisola appartengono alla corrente sunnita. In particolare, la guida saudita dei Paesi arabi del Golfo ha rappresentato a lungo uno dei principali elementi di stabilità nell’area e si è espressa soprattutto nella creazione del CCG, organizzazione internazionale regionale e area di libero scambio economico che riunisce i sei Paesi del Golfo, tra i maggiori produttori di petrolio a livello mondiale. L’organizzazione ha soprattutto obiettivi di integrazione economica, militare, sociale e politica, ma ha anche l’ambizione di creare un’unione monetaria e una banca regionale unica. A livello di politica estera, la maggiore preoccupazione degli Stati della penisola riguarda le relazioni con l’Iran sciita: in cambio del suo appoggio agli altri Paesi della regione, Riad, ma anche Abu Dhabi, si aspettano, dunque, un allineamento delle monarchie sulle posizioni anti-iraniane sostenute anche dagli Stati Uniti. Proprio per questo motivo, sono nati gli attriti tra Arabia Saudita, EAU e Bahrein da un lato e Qatar dall’altro: Doha, infatti, è accusata di interferenze interne negli affari interni dei Paesi membri del CCG, ma soprattutto di portare avanti una politica estera troppo filoiraniana e di appoggiare organizzazioni come quella dei Fratelli musulmani e di Hamas. Il piccolo emirato degli al-Thani ha respinto ogni accusa, ma ciò non è bastato a impedire, nel 2017, l’embargo economico e diplomatico verso la penisola, durato fino al 2021. Nell’ambito di questa divisione politica all’interno degli Stati del Golfo, Oman e Kuwait hanno svolto una funzione mediatrice, sebbene con sfumature diverse: il Kuwait, infatti, è considerato l’intermediario ufficiale e più fidato dai “falchi” del Golfo (Riad, Abu Dhabi e Manama); mentre l’Oman è guardato spesso con diffidenza per via della sua neutralità e della sua mediazione informale.

Le tensioni degli Stati arabi con l’Iran sono imputabili a componenti di diversa natura che comprendono la sfera culturale e religiosa, ma anche politica, economica e territoriale: una delle prime preoccupazioni delle monarchie riguarda il potere d’influenza della Repubblica islamica su altri Paesi del Medioriente e del Golfo. In particolare, il Bahrein più di tutti teme l’influenza iraniana, in quanto la popolazione del piccolo emirato è in maggioranza sciita a differenza della dinastia regnante. Oltre alla componente etnico-religiosa, un altro elemento di attrito è rappresentato dalle contese territoriali, in particolare per quanto riguarda il controllo dei giacimenti condivisi di idrocarburi nel Golfo persico. Gli EAU, sin dalla loro fondazione, hanno diversi contenziosi con l’Iran, tra cui la sovranità sull’arcipelago delle Tunbs, attualmente governate da Teheran, ma rivendicate da Abu Dhabi. Sia i sauditi che gli emiratini temono che l’Iran possa trasformare l’intero Golfo in una propria estensione territoriale, considerandolo il proprio giardino di casa. Da qui, il solido asse tra Emirati e Arabia saudita a livello regionale e l’asse con gli Stati Uniti a livello internazionale.

L’avvicinamento di Doha a Teheran ha fatto, dunque, scattare l’embargo verso il piccolo emirato, escludendolo dai commerci e dal cartello petrolifero dell’OPEC: una delle ragioni per cui il Qatar non può perseguire una politica anti-iraniana pari a quella saudita e emiratina sta nel fatto che, con Teheran, Doha condivide uno dei giacimenti petroliferi più grandi al mondo collocato nel Golfo persico: il North Pars. Ciò spiega la politica più accondiscendente nei confronti della Repubblica islamica. Durante l’embargo, il Qatar è riuscito a resistere grazie alla partnership con la Turchia, altro attore importante nella regione che ha stretto legami con tutte le monarchie del Golfo. Tuttavia, nel 2021, EAU, Arabia Saudita e Bahrein hanno deciso di togliere l’embargo per due ragioni: per reintegrare Doha – uno dei maggiori produttori globali di petrolio – nell’OPEC con l’obiettivo di riuscire a regolare con maggiore facilità l’andamento dei prezzi del mercato, specie dopo il crollo della domanda nel 2020 dovuto ai confinamenti sanitari, e per impedire – paradossalmente – un maggiore allineamento del Qatar con l’Iran che sarebbe risultato disastroso per gli interessi della regione.

Il declino dei rapporti con gli USA e il futuro delle monarchie nel teatro internazionale

La guerra russo-ucraina ha rappresentato anche per le monarchie del Golfo un punto di svolta nella concezione delle alleanze e dei rapporti internazionali, specialmente dopo gli attriti con l’amministrazione Biden: gli Stati Uniti non sono più l’egemone riconosciuto della regione, in quanto alla diversificazione economica in chiave post-petrolio gli sceiccati arabi hanno affiancato anche quella delle relazioni internazionali, sebbene il rapporto con gli USA attinente alla sicurezza dell’area rimanga al momento ancora forte e prioritario. La presa di distanza dalle posizioni statunitensi è testimoniata non solo dal rifiuto dei Paesi dell’OPEC di aumentare la produzione di petrolio come richiesto da Biden l’estate scorsa, ma anche e soprattutto dalla mancata adesione delle monarchie alla coalizione antirussa promossa dagli USA in seguito all’avvio della cosiddetta operazione militare speciale in Ucraina. Nessuno degli Stati del Golfo ha applicato le sanzioni al Cremlino e gli EAU si sono astenuti al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sulla risoluzione americana di condanna all’invasione russa. Gli altri Paesi della regione, invece, hanno adottato tutti un atteggiamento di equidistanza tra Mosca e Washington anche per salvaguardare gli importanti interessi commerciali che intrattengono con la prima. Si è rafforzato quindi l’asse tra Golfo, Russia, Cina e India anche per mezzo di importanti meccanismi economico-finanziari come quello del petroyuan: qualora quest’ultimo si consolidasse intaccherebbe il dominio esclusivo del petrodollaro e le monarchie arabe avrebbero un ruolo di primo piano nello sgretolamento progressivo del predominio della moneta americana, come lo hanno avuto precedentemente per la sua affermazione. In un mondo sempre più multipolare, la regione del Golfo sta cercando di ampliare e diversificare le sue alleanze, modificando il suo storico legame con Washington. Ciononostante, permane la sua ancestrale necessità di un protettore che ne garantisca la sicurezza dai nemici esterni. Per questo, è ancora forte il rapporto con la Casa Bianca, nonostante le monarchie percepiscano in modo crescente il progressivo disimpegno militare statunitense dall’area, che costituisce anche uno dei motivi principali del logoramento dei rapporti con la potenza a stelle e strisce. Allo stesso tempo, gli stati del Golfo paiono sempre più propensi a spostare il loro asse geopolitico verso le potenze emergenti dell’Eurasia.

[di Giorgia Audiello]

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