venerdì 19 Luglio 2024

30 anni fa la strage di Firenze: un filo la lega alla Trattativa Stato-mafia

Il 27 maggio 1993, un boato risvegliò Firenze poco dopo l’una di notte. Un Fiorino imbottito con 250 chili di tritolo esplose sotto la Torre dei Pulci, nei pressi della Galleria degli Uffizi. Tra le macerie furono ritrovati i corpi di cinque vittime, tra cui quelli di due piccole bambine. L’attentato porta ufficialmente la firma degli uomini di Cosa Nostra, ma non rappresenta un passaggio estemporaneo. La strage di Via dei Georgofili – uno dei tanti episodi dimenticati che hanno segnato la storia recente del nostro Paese – è al contrario un tassello fondamentale della strategia stragista attraverso cui la mafia ricattò lo Stato italiano, che aveva avuto la sciagurata idea di lanciare segnali di dialogo ai suoi rappresentanti. Un progetto eversivo che, molto probabilmente, coinvolse anche entità esterne alle gerarchie mafiose, unite nell’ottica della “destabilizzazione”.

La strage di Via dei Georgofili fu anticipata da un fallito attentato andato in scena il 14 maggio 1993 in via Ruggero Fauro, a Roma. L’obiettivo di Cosa Nostra era in quel caso quello di uccidere il conduttore televisivo Maurizio Costanzo, impegnato a promuovere la lotta alla mafia all’interno delle sue trasmissioni, a cui aveva partecipato anche il giudice Giovanni Falcone. Al momento della detonazione, avvenuta alle 21.40, Costanzo era appena uscito a bordo di un auto dal Teatro Parioli, dove registrava il suo Maurizio Costanzo Show, ma si salvò miracolosamente insieme alla sua compagna Maria De Filippi.

Tredici giorni più tardi, nella notte tra il 26 ed il 27 maggio, l’attentato di Firenze provocò invece conseguenze molto più gravi, lasciando a terra cinque morti. A perdere la vita, insieme ai loro giovani genitori, furono anche Nadia e Caterina Nencioni, due bambine rispettivamente di nove anni e cinquanta giorni di vita, e uno studente di ventidue anni, Dario Capolicchio, che morì bruciato vivo. Quaranta le persone rimaste ferite. Il venticinque per cento delle opere presenti nella Galleria degli Uffizi subì danni, così come la Chiesa di S. Stefano e Cecilia. Insomma, venne lanciato un attacco frontale allo Stato con modalità del tutto simili a quelle che, per tutti gli Settanta fino allo strage di Bologna, avevano caratterizzato gli attentati della “strategia della tensione“. La strage, come avverrà per molti altri attentati che caratterizzarono quella stagione, sarà rivendicata dalla misteriosa sigla della “Falange Armata”.

Per l’attentato, tra i mandanti vennero condannati i membri della Commissione di Cosa Nostra, tra cui Totò Riina, Bernardo Provenzano, Matteo Messina Denaro e i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano. Tra gli esecutori materiali puniti dalle condanne, spiccano invece i nomi di Giuseppe Barranca, Cosimo Lo Nigro e Gaspare Spatuzza. In seguito alle rivelazioni di quest’ultimo, che confermò le sue responsabilità nell’attentato, venne processato e condannato anche il boss Francesco Tagliavia, responsabile di aver fornito l’esplosivo per l’attentato.

Proprio la sentenza del processo “Tagliavia” ha ufficialmente collegato le modalità e la tempistica dell’attentato in Via dei Georgofili alla cosiddetta “Trattativa Stato-mafia“, inaugurata dai vertici del Ros dei Carabinieri nella primavera del 1992, nei giorni intercorsi tra la morte di Giovanni Falcone e quella di Paolo Borsellino. All’invito al dialogo, trasmesso ai mafiosi dall’ex sindaco mafioso corleonese Vito Ciancimino, Totò Riina rispose con il famoso “papello”, in cui Cosa Nostra chiedeva allo Stato importanti benefici carcerari (tra cui l’abolizione del 41-bis e dell’ergastolo) in cambio della fine delle violenze.

“Una trattativa indubbiamente ci fu e venne, quantomeno inizialmente, impostata su un do ut des; L’iniziativa fu assunta da rappresentanti delle istituzioni e non dagli uomini di mafia; l’obiettivo che ci si prefiggeva, quantomeno al suo avvio, era di trovare un terreno d’intesa con Cosa Nostra per far cessare la sequenza delle stragi”, scrisse nel 2012 la Corte d’Assise di Firenze. “Iniziata dopo la strage di Capaci – ricostruirono i giudici -, la trattativa si interruppe con l’attentato di via D’Amelio […] Per tutto il resto del 1992 Cosa Nostra restò in attesa che si ripristinassero i canali interrotti e fermò. Senza però mai rinunciarvi, ogni ulteriore iniziativa d’attacco, motivata dal fatto che proprio lo Stato, per primo, si era fatto sotto“. Dunque, “per stimolare una riapertura dei contatti e dare prova della sua determinazione, e anche perché furente per l’arresto di Riina, dal maggio del ’93 […] l’ala più oltranzista […] riprese a far esplodere le bombe […] in modo che lo Stato capisse e si piegasse. Ed era certo che lo Stato avrebbe capito proprio perché la trattativa era stata interrotta”.

Tale verità, nel 2016, è stata ufficializzata anche dalla sentenza di Appello, in cui si legge che “l’esistenza” della Trattativa è “comprovata dall’avvio poi interrotto di iniziali contatti emersi tra rappresentanti politici locali e delle istituzioni e vertici mafiosi” ed è “logicamente postulata dalla stessa prosecuzione della strategia stragista“, dal momento che il ricatto “non avrebbe senso alcuno se non fosse scaturita la percezione e la riconoscibilità degli obbiettivi verso la presunta controparte”. I giudici hanno dunque considerato provato che, in seguito alla prima fase della trattativa, che si arenò dopo la strage di via D’Amelio, “la strategia stragista proseguì alimentata dalla convinzione che lo Stato avrebbe compreso la natura dell’obiettivo del ricatto proprio perché vi era stata quella interruzione”.

La storia ci consegna poi altre due pagine che paiono significative. All’indomani delle bombe di Via Fauro e agli Uffizi, il Consiglio dei ministri presieduto da Carlo Azeglio Ciampi – in cui Giovanni Conso ricopriva la carica di ministro della Giustizia – scelse di destituire dal ruolo di capo dell’Amministrazione penitenziaria, senza nessun margine di preavviso, Nicolò Amato, strenuo difensore della “linea dura” sull’applicazione del 41-bis. Come suo successore venne individuato il “morbido” Adalberto Capriotti, magistrato cattolico legato al Vaticano, estremamente garantista. Pochi mesi dopo lo scoppio, nel mese di luglio, delle bombe di Via Palestro a Milano e delle basiliche di San Giorgio al Velabro e San Giovanni Laterano a Roma – nuovi episodi della strategia stragista – il ministro Giovanni Conso decise di non rinnovare il “carcere duro” a 334 mafiosi, restituendoli dunque al carcere ordinario.

Sulla “Trattativa Stato-mafia” è nato un processo che ha visto imputati, per il reato di “violenza o minaccia a corpo politico dello Stato”, uomini delle istituzioni – tra cui gli ufficiali del Ros – e i vertici della mafia. In primo grado i Carabinieri hanno subito ingenti condanne, in Appello sono stati assoltiperché il fatto non costituisce reato“, mentre in Cassazione (la sentenza è stata emessa lo scorso 27 aprile) sono stati assolti in via definitiva “per non aver commesso il fatto“. Dopo essere stati colpiti dalle condanne nei primi due gradi di giudizio, a causa della riqualificazione del reato in “tentata minaccia”, i boss di Cosa Nostra hanno invece potuto beneficiare della prescrizione. Immediata era stata la reazione dell’Associazione dei familiari delle vittime di Via dei Georgofili dopo l’uscita del verdetto: “Il fatto storico, inoppugnabile, che resta, è che la trattativa Stato-mafia, interrotta con la cattura di Riina, portò alle stragi del 1993, e al sangue innocente di Caterina e Nadia Nencioni, dei loro genitori, e di Dario Capolicchio”.

[di Stefano Baudino]

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