Ottantadue errori investigativi. Qualcuno si è preso la briga di contarli uno per uno, e per la verità potrebbe mancarne ancora qualcuno, perché le carte del processo – anzi, dei processi – sono un pozzo di San Patrizio e più ci entri, più sprofondi. Il caso Garlasco, tre parole che da vent’anni sono un tormentone italiano senza sosta e senza fine, l’omicidio di Chiara Poggi che infuria in questi giorni per i colpi di scena e le rivelazioni, potrebbe anche essere considerato un manuale di tutto, ma proprio tutto quello che non bisognerebbe fare sulla scena di un crimine e nel corso delle indagini. Un catalogo completo di sviste, dimenticanze, strafalcioni tecnici e scientifici, “epic fails” come si dice oggi, che sarebbero fragorose e imbarazzanti cadute non ci fosse di mezzo la vita di una ragazza strappata al fiore degli anni, per poi passare ad un altro livello. A quelle che per qualcuno sono omissioni, manipolazioni e strane manovre, e che sono finite sul tavolo di un procuratore. Accuse non leggere, anzi piuttosto gravi e grevi, per chi porta una divisa e di mestiere persegue, o dovrebbe perseguire, la legge e la giustizia. Paradossalmente, o forse no, nell’epoca della tecnologia al servizio della verità, tra perizie dattiloscopiche, ematiche, balistiche e profili comportamentali, in questo clima che da un po’ di anni ci fa sentire un po’ tutti americani in stile CSI, dovrebbe essere tutto più semplice: per chi fa le indagini e per chi le racconta. Ma non è sempre così, anzi non è quasi mai così in un processo indiziario, ossia praticamente tutti quelli diventati casi nazionali.
Gesù o Barabba

Non è stato quasi mai così nelle vicende di cronaca che hanno attraversato – almeno – gli ultimi 25 anni di questo Paese. Garlasco, diecimila anime scarse nella pancia del Ticino, un santuario della Madonna della Bozzola di cui hanno raccontato strani giri e strani riti, il nomignolo di “Las Vegas della Lomellina” per le attrazioni e i cotillons famosi fin dagli anni Sessanta, uno dei tanti posti che macchiano la pianura padana nel suo stanco stiracchiarsi verso il mare, non ha fatto eccezione, con tutte le sue ombre e i suoi fantasmi. Ora che siamo di fronte per l’ennesima volta alla scelta tra Gesù e Barabba, al ballottaggio tra l’insostenibile colpevolezza di Alberto Stasi che da dieci anni potrebbe essere in galera da innocente, come alla presunzione di innocenza di Andrea Sempio che nella stessa cella potrebbe finirci senza avere nulla a che fare, Garlasco si allinea a tutti gli altri casi in cui la superficialità, l’approssimazione e la banalità degli addetti ai lavori e degli improvvidi curiosi hanno compromesso in modo probabilmente significativo scene del crimine, percorsi giudiziari e – per qualcuno – verità processuali. I mostri sono finiti in prima pagina, tutti, spesso piegati dalle condanne, ma in tribunale ci sono arrivati spesso fascicoli zeppi di buchi e opacità.
I mostri dietro alle villette

E’ stato così, per esempio, a Cogne, nella villetta – la villetta è una costante di questi delitti, secondo la regola non scritta ma scolpita da criminologi e sociologi, secondo cui dietro all’ordinario sanno nascondersi i peggiori mostri – dove ha trovato la morte il piccolo Samuele Lorenzi. Annamaria Franzoni, la mamma snaturata condannata per aver ucciso il proprio figlioletto, una specie di Medea tra le cime della Val d’Aosta poi vittima dei propri demoni e delle proprie rimozioni, è stata punita con la stessa condanna inflitta a Stasi: 16 anni. Come dovrebbe capitare a Stasi, per buona e virtuosa condotta ha saldato in anticipo il suo conto la giustizia. La quale era stata invece messa in discussione, al tempo del processo, dal via vai incessante di soccorritori, vicini di casa e parenti che in buona fede sono arrivati sul posto dove il piccolo Samuele è stato trovato cadavere, e hanno sostanzialmente devastato e reso inutilizzabile ogni traccia e ogni indizio in quell’abitazione. Il medico che è stato chiamato per tentare di rianimare il piccolo, pensando ad un aneurisma, ha spostato il corpo e gli ha lavato le macchie di sangue, distruggendo tutte le possibili tracce. Hanno perfino confuso l’impronta di un perito con quella del killer, non si è mai capito come abbia potuto lasciarla sul Luminol, così come il “pattern” degli schizzi di sangue sul pigiama della Franzoni che è stata la prova regina della sua colpevolezza, ma ancora oggi per molti restano dubbi sul modo in cui è stata raccolta e considerata.
Rudy in concorso con se stesso
Anche a Perugia, nella casa dove la studentessa inglese in Erasmus Meredith Kercher è stata uccisa con 47 coltellate nel novembre 2007 (tre mesi dopo Chiara Poggi), è scoppiata una guerra di rilievi e di tecnici combattuta tra opposti uffici inquirenti, quello del capoluogo umbro e quelli della scientifica di Roma, sullo sfondo di un panorama ambientale e delle suggestioni legate all’asse tosco-umbro su cui è prolifica la linea massonica più potente del paese. Qualche addetto ai lavori disse poi che in quella casa c’erano abbastanza tracce di Dna estraneo a quello della vittima da riempirci un armadio. Ma il caso è comunque finito come noto: l’americana Amanda Knox tornata nel suo paese, a scrivere libri sulla propria innocenza, assolta nel 2015 alla fine di cammino in cui si è sempre detta vittima dell’Italia, come il fidanzato dell’epoca Raffaele Sollecito, il cui padre ha lamentato di essere finito sul lastrico per tirare il figlio fuori dai guai: affermazione che tutt’ora potrebbe apparire ambigua. E, soprattutto, l’ivoriano Rudy Guede, condannato con rito abbreviato per violenza sessuale e concorso in omicidio, il primo concorso della storia penale italiana in totale solitudine, visto che alla fine della cupa vicenda è l’unico ad aver scontato una pena, conclusasi nel 2021.
Tutti contro tutti

Garlasco non fa quindi eccezione. Il paese è casomai la sublimazione dei romanzi popolari, costruiti senza troppi scrupoli su vittime vere, che in aula vengono poi denudati in tutte le loro inspiegabili zone d’ombra. Ma quello che è successo nella casa di Via Giovanni Pascoli numero 8, l’antivigilia di Ferragosto del 2007, ha tutt’ora dell’incredibile, specie ora che è iniziato una specie di tutti contro tutti: avvocati contro magistrati, magistrati contro altri magistrati e carabinieri e, non ultimo, giornalisti aizzati gli uni contro gli altri dopo vent’anni di ospitate televisive e clamorosi scoop (poi puntualmente smentiti). Una specie di redde rationem nel quale la costellazione di svarioni e sbadataggini, ad essere gentili, commesse nei momenti successivi al delitto hanno messo una severa ipoteca sulla soluzione di un giallo che in questi giorni ha ribaltato tutte le proprie certezze, rimettendo tutto in discussione. Prima di tutto l’inquinamento delle prove e degli indizi. Come a Cogne, anche a Garlasco uno sciame di persone che hanno calpestato e toccato tutto, senza nessuna precauzione: a quanto pare almeno 25 persone, carabinieri compresi, sono entrate nella casa senza indossare nè calzari nè guanti. Il festival della contaminazione. Le impronte sul pigiama della vittima, almeno quattro, presumibilmente la firma del killer, cancellate dal sangue quando si è girato il corpo in modo improvvido e la maglietta su cui si trovavano è stata inzuppata dal materiale ematico. Un gatto lasciato libero di scorrazzare per la casa dopo averla sigillata, i carabinieri non ci hanno proprio pensato e nessuno ha pensato di dirglielo, potenzialmente in grado di spostare, alterare o inquinare tracce. La famosa bicicletta nera vista da un testimone davanti all’abitazione, per i giudici apparteneva a chi ha ucciso Chiara, sequestrata ben sette anni dopo i fatti. Ma anche il computer di Stasi, quello su cui lavorava alla tesi e che in primo grado è stato considerato come un alibi considerando gli orari di utilizzo (salvo poi vedere ribaltato il verdetto nel processo-bis), non è stato risparmiato dall’ondata di incredibile pressapochismo e leggerezza. I carabinieri che l’hanno esaminato non hanno effettuato la copia forense del contenuto e durante gli accertamenti sono stati distrutti migliaia di file.
Una lunga lista di svarioni

Ma ancora più inspiegabile e grave, adesso che è tutto un fiorire di esperti e periti, è il fatto che il cadavere di Chiara Poggi non sia stato pesato, per la mancanza di una bascula o bilancia, e che non sia stata presa la temperatura corporea, elementi indispensabili per determinare l’ora del decesso. Non le furono nemmeno prese le impronte digitali del suo corpo, non ci pensò nessuno e per prenderle furono costretti a riesumare il cadavere. Poi, un assortimento di varie altre incredibili leggerezze. Tra le quali: la traccia palmare 33 di cui si fa un gran parlare in questi giorni, e che costituirebbe un indizio a carico di Andrea Sempio, è stata asportata con la ninidrina e un bisturi, ma del reperto non c’è traccia perché manca un verbale. Non è stata refertata un’impronta dattiloscopica sul telefono di casa che è stato trovato con la cornetta al proprio posto, ma con uno schizzo di sangue, come se durante gli attimi del delitto fosse stata spostata per disattivare il telefono. I verbali degli interrogatori di Andrea Sempio, sentito come gli amici Alessandro Biasibetti e Mattia Capra presso la caserma dei carabinieri di Vigevano il 4 ottobre, con una sovrapposizione tra i tre documenti – gli interrogatori risultano essere praticamente in contemporanea – e la mancata verbalizzazione causata da un malore dello stesso Sempio, che ha costretto un’ambulanza a intervenire.
Per questi fatti, oltre alla vicenda dello scontrino del parcheggio utilizzato da Sempio come alibi, è finito nel registro degli indagati il capitano Gennaro Cassese, oggi 62enne, all’epoca comandante della Compagnia. Il tampone orofaringeo prelevato durante l’autopsia non è stato analizzato fino al 2025, salvo scoprire che era solo una garza per giunta contaminata. Due verbali dei carabinieri del giorno dell’omicidio recano un numero di protocollo diverso con firme invertite, quindi uno dei due è un falso. Le unghie della vittima, repertate, furono messe in due provette, invece che in dieci (una per ogni contenitore), rendendo incerta l’identificazione singolarmente. Una addirittura fu persa, smarrita. Non è mai stata repertata una collanina da uomo trovata sul divano e non sono state acquisite le immagini delle telecamere di Vigevano, dove Sempio si sarebbe recato la mattina del 13 agosto. Il computer di Chiara è stato esaminato dai carabinieri senza che venisse creata una copia forense e l’intervento non è stato verbalizzato. Risulta ci fosse un video di Andrea Sempio sul desktop del pc, ma negli scambi di comunicazioni tra i magistrati fu escluso un contatto digitale o informatico tra lui e Chiara.
Un J’accuse di trecento pagine
La fotografia dei fatti, il simbolo di quello che è successo e che potrebbe pesare in modo irreversibile sulla soluzione del caso Garlasco, sono le trecento pagine dell’informativa dei carabinieri di Via Moscova a Milano, che hanno passato al setaccio e approfondito la vicenda della prima inchiesta su Sempio, tra il 2016 e il 2017. L’indagine da cui è scaturita l’accusa per Mario Venditti, procuratore aggiunto di Pavia, e Giuseppe Sempio, padre di Andrea, di corruzione in atti giudiziari per un filone aperto presso la Procura di Brescia, competente per i colleghi pavesi. Il magistrato avrebbe percepito una certa somma (si parla di 45mila euro) per chiudere l’inchiesta e scagionare quindi l’attuale accusato dalla Procura di Pavia di omicidio volontario aggravato da crudeltà. Nella corposa memoria affidata ai magistrati, i carabinieri parlano di “grande superficialità” e affiora la circostanza secondo cui “senza ombra di dubbio” gli avvocati di Sempio “fossero venuti illecitamente in possesso della documentazione” che riguardava le accuse al loro assistito. Si tratta dell’esposto presentato dagli avvocati di Alberto Stasi e della consulenza Fabbri-Linarello sul Dna ritrovato sotto alle unghie di Chiara Poggi, attualmente dichiarato “non utilizzabile” ma attribuito alla linea maschile della famiglia Sempio. Un piano verticale, appunto, dove gli errori e le dimenticanze, le grossolane mancanze, sono scivolate in una zona grigia per diventare ipotesi di reato a carico di magistrati o appartenenti alle forze dell’Ordine.
Il carabiniere infedele

O addirittura già sentenze passate in giudicato, come nel caso di quella che riguarda Maurizio Pappalardo, ex comandante del nucleo informativo del comando provinciale dei carabinieri di Pavia che è stato condannato a 5 anni e 8 mesi nell’ambito del processo “Clean 2”, con capi di imputazione corruzione e stalking. Il 24 dicembre 2016 era in Procura a Pavia durante una visita fuori servizio, nel suo cellulare i colleghi hanno trovato tre immagini dei documenti depositati contro Sempio nell’ambito dell’inchiesta all’epoca in corso: potrebbe appartenere, secondo i carabinieri, al “novero dei soggetti” che avrebbero permesso a Sempio di scoprire le carte che la Procura aveva acquisito nei suoi confronti. Questo filone dei documenti della prima inchiesta su Sempio “esfiltrati” occupa una parte rilevante dell’informativa dei carabinieri di Via Moscova, i quali tendono a escludere che potessero provenire dagli uffici delle procure di Pavia e Brescia.
Avanzano invece l’ipotesi che la provenienza possa riguardare la Procura generale di Milano che non ha mai nascosto la sua contrarietà alle accuse contro Sempio. Per completare il nebuloso quadro, l’esposto dei legali dei Stasi e la relazione tecnica il 13 gennaio 2017 sono finiti nelle mani del generale Luciano Garofano, ex comandante dei RIS e all’epoca consulente della famiglia Sempio, che fiutando la polpetta avvelenata e l’incerta provenienza di quelle carte si fece da parte rinunciando all’incarico. L’ennesima vicenda torbida nell’ambito di un caso che si è allontanato dalla verità fin dalle prime battute e che dal 2007 esala veleni e sospetti, nonostante la condanna passata in giudicato di Alberto Stasi che per la terza volta cercherà di ottenere la revisione del suo processo. Un’atmosfera soffocante, dove i confini tra gli uffici e i ruoli sembrano essere stati divorati dai sospetti e dalle fazioni, forse da interessi non confessabili. Come si dice: peggio di un colpevole in libertà, c’è solo un innocente in carcere. Ma a Garlasco forse, l’Innocenza, quella con la maiuscola, è stata seppellita insieme a Chiara.





