sabato 25 Maggio 2024

Vietato informare: gli effetti della legge Cartabia sul giornalismo in un report

Notizie di uccisioni e accoltellamenti non trattate in tempo reale dagli organi di stampa perché le forze dell’ordine si rifiutano di comunicarle. Cronisti che finiscono sotto inchiesta solo per aver svolto il loro lavoro. Procuratori-dominus chiamati a valutare l’interesse pubblico di un fatto al posto dei giornalisti, diramando comunicati spesso così scarni da non dire praticamente nulla. Sono questi i devastanti effetti della riforma Cartabia sulla “presunzione d’innocenza”, denunciati dal Press Report 2023 del Gruppo cronisti lombardi, quest’anno coadiuvati anche da giornalisti provenienti da altre regioni.

La riforma Cartabia è entrata in vigore il 14 dicembre 2021. Al suo interno, è stata recepita la Direttiva Europea 2016/343, che indica la necessità di non esprimere giudizi e affermazioni di colpevolezza nei confronti degli indagati e degli imputati non condannati in via definitiva, per non recare danno alla loro immagine e onorabilità. A tal fine, si dunque stabilito che la diffusione di notizie sugli atti di indagine compete solo al Procuratore della Repubblica (che può eventualmente “autorizzare gli ufficiali di polizia giudiziaria”) e che possa avvenire “esclusivamente tramite comunicati ufficiali o, nei casi di particolare rilevanza pubblica dei fatti, tramite conferenze stampa“, a cui si può procedere solo “con atto motivato in ordine alle specifiche ragioni di pubblico interesse” che possano giustificarle. Inoltre, si vieta alle autorità pubbliche “di indicare pubblicamente come colpevole la persona sottoposta a indagini o l’imputato fino a quando la colpevolezza non è stata accertata con sentenza o decreto penale di condanna irrevocabili”.

Le ingessature partorite da questa legge si traducono in un vero e proprio bavaglio per l’informazione. Afferma Daniele De Salvo nella relazione: “Con il pretesto della legge Cartabia, molti procuratori hanno chiuso tutti i canali informativi. Non viene data più comunicazione degli arresti effettuati, nemmeno dopo le udienze di convalida: gli indagati sottoposti a misure di custodia cautelare semplicemente ‘spariscono’, come se fossimo in un Paese sudamericano. Nulla neppure delle risultanze di indagini che coinvolgono personaggi con incarico pubblico o in settori che riguardano tutti i cittadini, come la salute, le società, il fisco, i contributi statali. Nulla su omicidi, aggressioni, rapine, furti, truffe e altri reati che rivestono interesse pubblico, specie in comunità medio-piccole. I comunicati, le poche volte che vengono diramati, sono senza nomi né cognomi, né età, quasi si riferissero a fantasmi o personaggi di fantasia“. Su questo versante, l’apice è stato raggiunto lo scorso marzo, al momento della chiusura delle indagini sull’inchiesta Covid, quando la Procura di Bergamo diramò soltanto un brevissimo comunicato in cui mancavano i nomi degli indagati (tra cui l’ex premier Giuseppe Conte, l’ex ministro della Salute Roberto Speranza e il governatore lombardo Attilio Fontana) e le fattispecie dei reati di cui risultano accusati.

Il risultato è dunque, su più livelli, la mancata diffusione ai cittadini di notizie di pubblico interesse. Il report cita molti casi concreti di cronaca nera: l’uccisione di due turiste belghe dello scorso ottobre, travolte da un’auto pirata a Roma, che divenne di dominio pubblico solo dopo alcuni giorni, quando i parenti ne parlarono sui social network; a Milano, l’omicidio di un ragazzo algerino, di cui i carabinieri seguirono le tracce di sangue arrivando fino all’abitazione dell’aggressore, non consentendo però ai cronisti di conoscerne il nome (sebbene il killer fosse stato fermato praticamente in flagranza di reato); la violenta aggressione di stampo razzista ai danni di un’impiegato di un fast food di Piazza Navona, nella Capitale, appresa dai giornalisti solo tre giorni dopo i fatti. E si potrebbe continuare a lungo.

Addirittura, Daniele De Salvo è stato indagato per aver scritto che una persona trovata morta all’interno della sua auto, ripescata nel lago di Como, non era stata uccisa (come si ipotizzava) ma si era suicidata: a confermarlo erano l’autopsia e la presenza di acqua nei polmoni. Il cronista è stato convocato dai carabinieri di Merate (Lecco) per la notifica dell’apertura di indagini preliminari nei suoi confronti per la “pubblicazione arbitraria di atti di un procedimento penale”.

“Un colpo pesantissimo al diritto di cronaca è stato dato dalla Riforma Cartabia – si legge nella relazione -. Molti avvenimenti vengono divulgati quando ormai sono terminati o risolti, creando una evidente distorsione della realtà sociale, dove tutto sembra che vada bene. Una narrazione falsata verso la quale si stanno allineando molti editori, capistruttura e giornalisti”. Questi ultimi, in particolare, non avrebbero più “la forza di ribellarsi a causa di una precarietà economica e contrattuale ormai generalizzate, ma anche di una non piena consapevolezza del ruolo”, essendo “convinti, probabilmente, che non disturbando i manovratori e stando lontani da ogni contrattazione collettiva e rappresentanza professionale si verrà trattati con benevolenza, finendo invece per mettersi nelle mani dei poteri forti”. Il Gruppo cronisti lombardi lancia un appello: “Senza una presa di coscienza dei giovani colleghi e senza il coinvolgimento dei cittadini sarà difficile far fronte alle circostanze e agli attori che schiacciano l’informazione”.

[di Stefano Baudino]

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