Le condizioni delle truppe ucraine sarebbero “molto più disperate” di quanto il governo di Zelensky possa ammettere, anche perché, senza un consistente afflusso di munizioni, il sistema di difesa aerea di Kiev potrebbe crollare al più presto. Inoltre, mentre le truppe sono impegnate a combattere sul campo, l’intelligence degli Usa spierebbe i suoi alleati, tra cui i vertici politici e militari ucraini, la Corea del Sud e Israele. Nel frattempo, nonostante le smentite dei vertici dell’Alleanza, in Ucraina sarebbero all’opera un centinaio di soldati della Nato, provenienti da cinque diversi Paesi. Tutto questo, e molto altro, è presente all’interno dei documenti riservati dal Pentagono relativi alla guerra in Ucraina che, negli scorsi giorni, sono stati oggetto di una imponente fuga di notizie, per essere poi pubblicati online.
Il New York Times ha esaminato minuziosamente i file in questione, che riguardano dossier molto delicati, riferiti alla situazione in Ucraina, in Cina, nell’Indo-Pacifico e nel Medio Oriente, da cui trapelano contenuti estremamente imbarazzanti per il governo di Washington. Sulla loro autenticità – che pare confermata, almeno parzialmente – si sta discutendo in maniera animata in America e in tanti altri paesi. Mentre Kiev punta il dito contro Mosca, sostenendo che a mettere in atto l’operazione siano stati i servizi segreti russi, il dipartimento di Giustizia degli Usa ha annunciato l’apertura di un’inchiesta. Le carte hanno cominciato a comparire su una serie di piattaforme web venerdì scorso, mentre un secondo blocco di file è apparso sul sito anonimo 4Chan e poi su altri social.
La situazione dell’esercito di Kiev
Le “condizioni” delle forze ucraine in battaglia sarebbero “più disperate di quanto il governo ucraino riconosca pubblicamente”, dal momento che, “senza un afflusso di munizioni, il sistema di difesa aerea che ha tenuto a bada l’aviazione russa potrebbe presto crollare, consentendo a Putin di scatenare i suoi aerei da combattimento così da cambiare il corso della guerra“. Queste le parole del New York Times, che riporta i contenuti di un cablo del Pentagono datato 28 febbraio, che proverebbe come la situazione delle truppe di Kiev in battaglia sia tutt’altro che rosea.
Secondo le previsioni, infatti, le “scorte di missili per la difesa aerea S-300 e Buk”, che rappresentano l’89% della protezione dell’Ucraina contro la gran parte degli aerei da combattimento e di molti bombardieri, “saranno completamente finite tra metà aprile e il 3 maggio”. Dagli americani trapela pessimismo: se l’ingente rifornimento di munizioni non avrà luogo, Kiev non avrà alcuna chance di vittoria contro la potente aviazione russa, “la cui forza è ancora intatta“. Nel medesimo file si mette inoltre nero su bianco che le difese aeree ucraine, studiate per la protezione degli elementi delle prime linee, saranno “completamente esaurite” entro la data del 23 maggio. Quel che è certo, è che il governo statunitense la scorsa settimana ha annunciato l’invio di ulteriori munizioni e intercettori per la difesa aerea, che fanno parte di un nuovo pacchetto di aiuti indirizzato a Kiev che ammonta complessivamente a 2,6 miliardi di dollari.
Un file precedente, che riporta la data del 22 febbraio, rivela inoltre che lo scontro per il territorio del Donbass si starebbe probabilmente “dirigendo verso una situazione di stallo” che frustrerà la finalità del presidente russo Vladimir Putin di conquistare la regione entro il 2023, ma anche il proposito dell’Ucraina di respingere gli invasori.
In seguito alla pubblicazione delle carte, secondo la Cnn, l’Ucraina avrebbe già deciso di modificare alcuni dei suoi piani militari in vista della controffensiva di primavera. Il consigliere del presidente Zelensky, Mykhailo Podolyak, ha voluto smentire pubblicamente la notizia, affermando che «gli obiettivi strategici sono stabiliti e non cambiano. Quelli tattici invece vengono aggiornati quasi quotidianamente, e i piani per la controffensiva non sono ancora definiti».
Spionaggio “Made in Usa”
Alcuni file dimostrano l’alto grado di penetrazione degli Usa nel Ministero della Difesa russo e nell’organizzazione del gruppo Wagner, appartenente all’oligarca putiniano Evgenij Prigožin. Si legge, tra le altre cose, che Mosca avrebbe ordinato agli hacker di penetrare la rete del gas canadese al fine di paralizzarla con attacchi cibernetici. Un altro file dice invece che la Cina potrebbe sfruttare le offensive ucraine ai danni di obiettivi russi “per fare passare la Nato come aggressore, e potrebbe aumentare gli aiuti alla Russia se ritiene che gli attacchi siano stati significativi”. Ma altre carte pubblicate, ancora più interessanti – e autentiche, secondo i funzionari statunitensi – rivelano che gli Usa avrebbero intercettato i vertici di molti dei paesi loro alleati, tra cui la Corea del Sud, Israele e la stessa Ucraina.
La Corea del Sud sarebbe attenzionata dai servizi segreti americani proprio in riferimento al dibattito interno al paese sull’invio delle armi all’Ucraina. Tale scelta, infatti, violerebbe la politica di Seul di fornire armi letali a Kiev. Il contenuto di una parte dei file riporta che funzionari coreani fossero allarmati per il fatto che il Presidente degli Stati Uniti Joe Biden potesse esercitare pressioni sul governo di Seul in vista di tali aiuti; un altro documento rivelerebbe invece che gli Stati Uniti avrebbero preso contezza delle scelte del governo coreano attraverso un “report di intelligence”.
Si passa poi a Israele. Nei documenti si afferma infatti come il Mossad – agenzia di intelligence dello Stato di Israele -, in aperto contrasto con il premier Netanyahu, abbia addirittura incoraggiato le proteste popolari degli ultimi mesi contro la sua riforma della giustizia. Nei files appare poi un documento di fine febbraio intitolato “Israele: percorsi per fornire aiuti letali all’Ucraina” in cui si legge che “probabilmente Gerusalemme prenderà in considerazione la possibilità di fornire aiuti letali sotto la crescente pressione degli Stati Uniti o un percepito degrado” nei suoi rapporti con Mosca. Fino ad oggi, Israele non ha offerto aiuti militari a Kiev. Il servizio segreto israeliano ha seccamente smentito questa ricostruzione.
I cablo rivelano inoltre come lo stesso Volodymyr Zelensky sarebbe spiato dagli americani. Un report dell’intelligence Usa evidenzia infatti che il Presidente ucraino, alla fine di febbraio, avrebbe “suggerito di colpire le postazioni russe nella regione di Rostov” attraverso l’utilizzo di mezzi aerei senza pilota, dal momento che l’Ucraina non ha a disposizione armi a lungo raggio che possano raggiungere quella distanza. Il fatto che gli 007 americani stiano tenendo d’occhio leader politici e militari ucraini, secondo il New York Times, sarebbe il segno evidente della “difficoltà di Washington ad avere una visione chiara delle strategie belliche dell’Ucraina”.
Secondo la testata americana, la diffusione di documenti riservati rischia di rendere molto più complesse le relazioni tra l’intelligence Usa e i servizi segreti di altri paesi. Essi, infatti, potrebbero acquisire soltanto adesso informazioni precedentemente non condivise.
Soldati Nato in Ucraina
Tra gli altri elementi, nei dossier sono presenti informazioni sensibili sulla presenza (sempre negata dai piani alti dell’Alleanza Atlantica) di soldati della Nato sul territorio ucraino. Secondo le carte, sarebbero in tutto 97, 50 dei quali inglesi. Ci sarebbero poi 17 militari lettoni, 15 francesi, 14 americani e un olandese. Il loro compito riguarderebbe la designazione di bersagli per incursioni aeree o missilistiche e il controllo del parco droni per ricognizioni tattiche. In seguito all’uscita della notizia, il governo di Parigi ha seccamente smentito di avere soldati “on the ground” in Ucraina.
In altre sezioni del dossier – come scritto dal New York Times – vengono menzionati i piani di addestramento di 12 brigate da combattimento ucraine: nove di esse, preparate dalle forze Usa e Nato, richiedevano 250 carri armati e oltre 350 veicoli meccanizzati.
Ulteriori documenti riportano i tassi di spesa per le munizioni sotto il controllo militare ucraino, tra cui figurano i sistemi missilistici Himars. Nel dossier si afferma che all’inizio di marzo l’Alleanza Atlantica aveva già fornito a Kiev 952.856 proiettili d’artiglieria da 155 millimetri, ma che erano stati impiegati quasi tutti nei bombardamenti (la media quotidiana indicata è di 2.746 colpi). Rimanevano invece solo 250 dei 9.612 razzi Himars arrivati dagli Stati Uniti.
Il disastro sfiorato
A destare enorme preoccupazione per le possibili conseguenze che un atto così dirompente avrebbe comportato, vi è poi un’ulteriore notizia emersa dai documenti pubblicati: lo sfiorato abbattimento di un aereo spia inglese che volava sulla Crimea dalle forze russe. Il fatto è avvenuto lo scorso 29 settembre, quando due Su-27 (caccia intercettori supersonici di 4ª generazione sovietici) si sono avvicinati a una distanza di pochi metri a un RC-135 Rivet Joint britannico. Uno dei caccia russi ha addirittura sganciato un missile, ma il velivolo britannico non è stato colpito.
Ciò, secondo Londra, sarebbe avvenuto per errore. Ma poco importa, specie se si legge il contenuto dell’articolo 5 della Nato, che impone l’obbligo di una risposta comune in caso di attacco armato ai danni di un Paese membro: “Le parti convengono che un attacco armato contro una o più di esse in Europa o nell’America settentrionale sarà considerato come un attacco diretto contro tutte le parti, e di conseguenza convengono che se un tale attacco si producesse, ciascuna di esse, nell’esercizio del diritto di legittima difesa, individuale o collettiva, […] assisterà la parte o le parti così attaccate intraprendendo immediatamente, individualmente e di concerto con le altre parti, l’azione che giudicherà necessaria, ivi compreso l’uso della forza armata, per ristabilire e mantenere la sicurezza nella regione dell’Atlantico settentrionale”. Quel 29 settembre, si sarebbe stati dunque potenzialmente vicini all’apertura di uno scontro diretto tra i due blocchi.
Il dibattito sull’autenticità
Tra i documenti che enucleano dettagli sui progressi delle armi e delle attrezzature che fanno il loro ingresso in Ucraina, il New York Times afferma che “almeno uno” sarebbe stato “modificato rispetto all’originale”. A questo proposito, il consigliere presidenziale di Kiev Mykhailo Podolyak ha sostenuto che dietro l’operazione ci sarebbe la mano dei servizi segreti russi, dichiarando che «l’obiettivo della ‘fuga’ è chiaro: deviare l’attenzione, seminare dubbi, reciproci sospetti, discordia». In Russia, il canale di informazione GreyZone, associato alla Wagner, delinea invece lo spaccato opposto: «Non dovremmo escludere l’alta probabilità che una tale fuga di informazioni riservate nel momento esatto dell’intensificarsi delle ostilità, sia una disinformazione dell’intelligence occidentale al fine di fuorviare il nostro comando per identificare la strategia del nemico nella prossima controffensiva». L’annuncio pubblico dell’apertura di un’inchiesta da parte del dipartimento di Giustizia degli Usa, che segue quella interna della Difesa, fa comunque pensare a un’autenticità almeno parziale delle carte.
Il quotidiano, nel frattempo, cita fonti interne all’Amministrazione Usa, che parlano di una “imponente violazione” del segreto. Il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, ha dichiarato che «i documenti sono piuttosto interessanti, vengono tutti studiati, analizzati e ampiamente discussi». In conferenza stampa, Peskov ha poi aggiunto che «non può essere escluso che gli Usa» spiino il presidente Ucraino Volodymyr Zelensky, dal momento che «è emerso ripetutamente il fatto che gli Stati Uniti abbiano da tempo iniziato a sorvegliare vari capi di Stato, in particolare quelli europei». Secondo il Guardian, funzionari Usa hanno affermato che l’indagine è al suo stadio iniziale e che chi la sta gestendo non ha escluso la responsabilità di elementi filo-russi nell’operazione.
Ogni scenario resta aperto. Comunque la si voglia pensare, questa fuga di notizie viene inquadrata come una delle più gravi violazioni della sicurezza dopo le rivelazioni di WikiLeaks – organizzazione fondata dall’attivista Julian Assange – che nel 2010 rese di pubblico dominio centinaia di migliaia di documenti statunitensi “confidenziali” o “segreti”, parte dei quali riferiti ai crimini di guerra perpetrati dagli Usa in Iraq e in Afghanistan. Nel frattempo, negli Usa, è caccia alla “talpa”.
[di Stefano Baudino]




La seconda serie Netflix di “Usa vs Urss”… L’importante è non credere a nessuno dei media visto che, come scrisse B. Brecht, la verità è la prima cosa che scompare quando scoppia una guerra. Personalmente aggiungerei, in questo frangente storico zeppo di false illusioni e di azzardi, anche in periodo di pace.
Qualcuno conosce qualcuno dei gruppi Telegram dove quei documenti sono stati condivisi?
È il loro modo per esportare la democrazia!
Molto divertenti questi documenti pseudosegreti. La cosa che risalta è la meschina slealta’ abituale degli Usa.