Sparizioni, violenze e omicidi sono ancora un macigno per gli indigeni nordamericani

Nello Stato del Colorado, Stati Uniti, è da poco stato istituito un sistema di allerta per le persone indigene scomparse. Infatti, dall’inizio dell’anno è entrato in funzione un programma di avviso istantaneo che avvisa sia le varie forze di polizia sia la cittadinanza stessa. Perché è necessario che esista un tale sistema di allarme specifico per le persone definite nativo-americane? La risposta sta nella drammatica realtà dei fatti che riguarda tanto gli Stati Uniti quanto il Canada: il tasso di violenza, sparizione e uccisione delle persone nativo-americane è ad un livello elevatissimo rispetto ad ogni altro gruppo etnico di riferimento. Le ragioni della presenza del fenomeno sono molte ed interconnesse tra di loro: ovviamente, tutte le motivazioni che sostanziano questa realtà affondano nella tragica storia di colonizzazione, genocidio e segregazione subita dalle popolazioni indigene, le quali si trovano oggi ad affrontare problemi di forte degrado economico-sociale-culturale. Espulsione e marginalizzazione, sostenute da un sentimento radicato di razzismo, ancora oggi caratterizzano in maniera accentuata la situazione dei popoli indigeni del Nord America.

Lo sterminio strisciante

Un rapporto pubblicato nel 2016 dal National Institute of Justice (NIJ) ha rilevato che, negli Stati Uniti, l’84,3% delle donne indiane ha subito violenza nel corso della propria vita, con il 56,1% che ha subito violenza sessuale. Nel complesso, tra le popolazioni indigene degli USA, più di 1,5 milioni di donne hanno subito violenza nel corso della loro vita. Anche per gli uomini, i tassi di violenza subita nel corso della vita sono a livelli altissimi. Secondo il National Crime Information Center, nel solo 2016 vi sono state 5.712 segnalazioni di sparizione di donne e ragazze native, sebbene il database del governo federale delle persone scomparse del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, NamUs, abbia registrato solo 116 casi. Uno studio condotto dall’Urban Indian Health Institute evidenzia che il tasso di omicidi a danno di nativo-americani è dieci volte superiore alla media nazionale e che l’omicidio è la terza causa di morte per le donne native. Questo è sorprendente in quanto i nativi costituiscono solo il 2% della popolazione complessiva degli Stati Uniti. Gli Stati con più casi di sparizione di donne e ragazze indiane, compresi all’interno di NamUS, sono: Alaska, Oklahoma, New Mexico, Arizona, California, Washington, Montana, Texas, South Dakota, Minnesota, North Carolina e Florida. Il Bureau of Indian Affairs (BIA) stima che ci siano ancora circa 4.200 casi, tra scomparizioni e omicidi, rimasti irrisolti. Durante la propria vita, una donna indigena  su tre viene aggredita sessualmente; il 67% di queste aggressioni sono perpetrate da individui non-nativi. Lisa Brunner, direttore esecutivo della Sacred Spirits First National Coalition afferma: «Quello che è successo attraverso la legge e la politica federale degli Stati Uniti è che hanno creato terre di impunità come un parco giochi per stupratori seriali, picchiatori, assassini; chiunque e i nostri figli non sono affatto protetti».

Tra i motivi per cui vi sono così tanti casi irrisolti c’è senz’altro il comportamento della polizia che molto spesso non prende seriamente le denunce effettuate oppure che si attiva con ritardo e lentezza, come anche gli organi giudiziari. Questo avviene per due ordini di ragione: il primo è di carattere culturale e afferisce al sentimento razzista, mentre l’altro riguarda l’assetto giuridico cui sono sottoposte le popolazioni indigene e le riserve. Gli stereotipi costruiti nel corso della storia per giustificare la condizione di segregazione e assimilazione forzata riservate ai popoli indigeni dalle politiche degli Stati Uniti d’America – nati da un processo di brutale colonizzazione – hanno generato e alimentato il razzismo che oggi permea la cultura statunitense. Inoltre, il processo di colonizzazione prima e di segregazione e assimilazione poi ha generato una complessità giuridica che complica le operazioni necessarie a indagare sui casi di sparizione, violenza e omicidio. Una parte delle tribù legalmente riconosciute hanno infatti un territorio – la riserva – sul quale esercitano una parziale sovranità e per cui fanno proprie determinate prerogative di carattere politico, giuridico e amministrativo, mentre altre materie rimangano in campo alla prerogativa statale (dello Stato su cui insiste la riserva) e federale. Gli appartenenti alle tribù sono quindi gli unici cittadini statunitensi a sottostare a tre differenti livelli di legislazione e giurisdizione: tribale, statale e federale. Per le ragioni di carattere giuridico e giurisdizionale – e di operabilità – occorre quindi effettuare una corretta classificazione dei dati delle persone scomparse affinché si attivino le forze interessate a seconda della giurisdizione.

NamUs, nel 2019, a seguito delle critiche da parte delle organizzazioni dal basso attive sul tema, ha aggiunto diversi nuovi campi al database, tra i quali l’affiliazione tribale di una persona, il fatto che questa si trovasse o meno su terra tribale al momento della sparizione e la distinzione tra residenza principale in una riserva oppure in zona urbana. NamUS spiega che i dati di affiliazione tribale consentono alle forze dell’ordine tribali di sviluppare migliori dati statistici sulle persone scomparse all’interno della loro comunità e che il database può aiutarli a condividere informazioni con le forze dell’ordine statali e federali quando i casi vengono indagati da altre giurisdizioni. Il problema è che quasi sempre i campi aggiunti al database non vengono riempiti e dunque risultano incompleti. Da una verifica condotta nell’ottobre del 2021, dei 748 casi di indigeni scomparsi registrati nel database, ben 606 elencavano l’affiliazione tribale come “sconosciuta” o “non fornita”. Nel 30% dei casi non vi erano informazioni riguardo al fatto che un individuo si trovasse su terra tribale o meno al momento della sua scomparsa e nel 50% dei casi non era registrato se la residenza fosse all’interno o al di fuori di una riserva. L’inesattezza e la mancanza di dati, l’ostracismo dimostrato dalle forze di polizia e il lassismo degli organi giudiziari aggravano un fenomeno di portata drammatica. Come riportato dal Government Accountability Office, tra il 2005 e il 2009 i procuratori federali degli Stati Uniti hanno rifiutato di procedere nel 67% dei casi inerenti ad abusi e aggressioni sessuali a danno di donne appartenenti alle tribù. Oltre alle problematiche di carattere giurisdizionale, in molti casi gli stereotipi negativi giocano un ruolo nella mancanza di procedimenti giudiziari e di indagini: le vittime sono spesso incolpate, per una serie di motivi tra cui l’uso di alcol o droghe o per essere senza fissa dimora. Come negli Stati Uniti, anche in Canada il fenomeno ha vasta portata. Un rapporto di Statistics Canada del 2011 aveva stimato che, tra il 1997 e il 2000, il tasso di omicidi per donne e ragazze indigene è stato quasi sette volte superiore a quello di altre vittime femminili e hanno molte più probabilità di scomparire rispetto ad altre donne.

Violenze e sfruttamento

Come detto, a differenza delle donne di ogni altro gruppo etnico, le donne native americane hanno maggiori probabilità di essere aggredite sessualmente da persone che non sono native americane. Uno studio dell’Università del Delaware e dell’Università della North Carolina ha rilevato che più di due terzi delle aggressioni sessuali contro le donne indigene sono commesse da bianchi e da altre persone non-native. Tuttavia, i non-nativi che aggrediscono persone nativo-americane nelle riserve non possono essere arrestati o perseguiti dalle autorità tribali in base a una decisione della Corte Suprema del 1978. Cheryl Bennett, professore dell’Arizona State University che studia i crimini d’odio contro le popolazioni indigene, spiega infatti che in tali casi la giurisdizione è di carattere federale ma che nella maggior parte delle volte, come detto in precedenza, i procuratori federali rifiutano di procedere. Così, mentre nativo-americani vengono perseguiti dalla polizia tribale quando commettono violenza all’interno della riserva, i non-nativi, nella maggior parte delle volte, se la cavano per l’inadempienza federale su casi che la polizia tribale non può giurisdizionalmente perseguire.

Il problema è particolarmente acuto nella regione di Bakken, 200.000 miglia quadrate nella parte nord-occidentale del North Dakota, al confine con il Montana, dove gli attacchi alle donne nativo-americane sono aumentati in maniera considerevole con il confluire di decine di migliaia di lavoratori impegnati nel settore petrolifero – estrazione e costruzione di pipeline – che transitano in unità abitative temporanee chiamate “campi uomo” e che insistono vicino al territorio tribale o anche all’interno di esso. Le forze dell’ordine tribali non hanno giurisdizione su questi lavoratori, compresi quelli che vivono in campi costruiti all’interno di riserve indigene di cui il governo federale detiene il titolo.

Secondo uno studio dell’Università del North Dakota nel 2014, durante l’ultimo picco di produzione petrolifera di Bakken, le aggressioni sessuali segnalate sono aumentate. Le donne nativo-americane aggredite appartenevano alla tribù Assiniboine della riserva di Fort Peck nel Montana e alle tribù Mandan, Hidatsa e Arikara, conosciute collettivamente come MHA Nation, nella riserva di Fort Berthold nel North Dakota. Situazione analoga si è verificata durante i lavori di costruzione del Dakota Access Pipeline (DAPL), altrimenti nota come Bakken pipeline, riguardando sia le popolazioni indigene già citate sia, in maniera maggiore, la popolazione della riserva di Standing Rock – abitata da Lakota Hunkpapa e Sihasapa e da Dakota Ihunktuwona e Pabaksa – epicentro del grande movimento di protesta pan-indigeno contro lo sfruttamento e il depauperamento ecologico iniziato nel 2016.

Tra risposte governative e lotta dei movimenti dal basso

L’alto livello di violenza diretto alle donne e alle ragazze delle popolazioni indigene è «causato da azioni e inazioni statali radicate nel colonialismo e nelle ideologie coloniali». Lo ha affermato Marion Buller, commissario capo dell’inchiesta iniziata nel 2016 sotto il governo di Justine Trudeau e conclusasi nel 2019, dal titolo Reclaiming Power and Place: The Final Report of the National Inquiry into Missing and Murdered Indigenous Women and Girls.

Negli Stati Uniti, nel 2019, la pressione portata dal basso ha portato il Presidente Donald Trump a firmare un ordine esecutivo con il quale si dava vita alla Task Force on Missing and Murdered American Indians and Alaska Natives, altrimenti nota come Operation Lady Justice, al fine di affrontare le preoccupazioni di queste comunità riguardo alle donne e alle ragazze scomparse e assassinate negli Stati Uniti. Anche sotto la presidenza di Joe Biden la Task Force continua ad operare.

Inoltre, il 10 ottobre 2020 il Not Invisible Act – approvato dalle Camere nel 2019 – è stato tradotto in legge come il primo disegno di legge nella storia presentato da quattro membri del Congresso degli Stati Uniti iscritti nelle rispettive tribù riconosciute a livello federale, guidate dall’attuale Segretario degli Interni, Deb Haaland, durante il suo periodo al Congresso: Deb Haaland (Pueblo di Laguna), Tom Cole (Chickasaw Nation of Oklahoma), Sharice Davids (Ho-Chunk Nation del Wisconsin) e Markwayne Mullin (Cherokee Nation). Col fine di attuare la legge è stato costituito un comitato consultivo intergiurisdizionale composto da forze dell’ordine, leader tribali, partner federali, fornitori di servizi, familiari di persone scomparse e assassinate e sopravvissuti. Lo scopo della Commissione è quello di formulare raccomandazioni ai Dipartimenti dell’Interno e della Giustizia per migliorare il coordinamento intergovernativo e stabilire le migliori pratiche per le forze dell’ordine statali, tribali e federali, per rafforzare le risorse per i sopravvissuti e le famiglie delle vittime e per combattere l’enorme fenomeno di persone scomparse, omicidi e traffico di nativo-americani.

A causa delle problematiche sopra esposte, i movimenti dal basso, come Missing and Murdered Indigenous Women (MMIW), che definisce il fenomeno come una «epidemia di violenza contro le donne indigene», oltre a fare pressione su governi statali e federali di Stati Uniti e Canada, operano affinché le comunità tribali e i soggetti nelle aree urbane possano avere maggiori strumenti a disposizione al fine di contrastare questo male sociale. Molti dei gruppi indigeni dal basso si organizzano nelle più svariate forme e attraverso una moltitudine di iniziative. Missing and Murdered Indigenous Women and Girls, un database detenuto da Sovereign Bodies Institute, rientra nell’ottica di una presa di coscienza e di responsabilità, frutto della consapevolezza degli enormi ostacoli posti dalla società nordamericana con l’intento di prendere in mano la situazione. La decisione di Sovereign Bodies Institute di catalogare in proprio le informazioni sulle persone indigene scomparse fa parte di un movimento più ampio di decolonizzazione dei dati, consentendo alle comunità indigene di aggiornare e mantenere le informazioni sui propri membri scomparsi piuttosto che fare affidamento sul governo.

[di Michele Manfrin]

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