venerdì 27 Gennaio 2023

L’arresto di Matteo Messina Denaro sembra l’episodio di un film già visto

Palermo, ieri, si è risvegliata sotto una pioggia scrosciante. Pareva una mattina invernale come tante altre, invece il caotico dispiegarsi delle sirene nelle strade del centro cittadino ha costituito la scenografica anteprima di un evento di portata storica: la cattura di Matteo Messina Denaro, l’ultimo grande stragista di Cosa Nostra tra i boss non reclusi, che per trent’anni si è reso protagonista di una latitanza da molti giudicata leggendaria e da alcuni altri sospetta. Matteo “’u Siccu”, come veniva chiamato per via della sua corporatura snella, è stato arrestato dal Reparto Operativo Speciale dei carabinieri all’interno della clinica privata La Maddalena, in cui era in cura da un anno sotto il falso nome di “Andrea Bonafede”, nell’ambito di un’inchiesta coordinata dal procuratore di Palermo Maurizio de Lucia e dal procuratore aggiunto Paolo Guido. Dalle cartelle cliniche sequestrate dalle forze dell’ordine, risulterebbe che Messina Denaro è stato operato prima a Marsala per un tumore al colon, poi nella clinica di Palermo a causa di una metastasi al fegato. I carabinieri del Ros hanno dichiarato che quando è stato bloccato, il mafioso di Castelvetrano non ha opposto resistenza e “si è subito dichiarato, senza neanche fingere di essere la persona di cui aveva utilizzato l’identità”. Il boss è stato subito trasferito nel carcere di massima sicurezza dell’Aquila.

La biografia del boss

Figlio di un mafioso molto potente, don Francesco Messina Denaro, alleato dei corleonesi e reggente del mandamento di Castelvetrano, Matteo è nato nella città trapanese nel 1962. Divenne presto il pupillo del “capo dei capi” Totò Riina, che assunse lo scettro del potere in Cosa Nostra dopo la seconda guerra di mafia scatenata contro i palermitani di Stefano Bontate all’inizio degli anni Ottanta e trionfalmente vinta. Nel 1992, nel periodo antecedente alla strage di Capaci, Messina Denaro fece parte del gruppo di fuoco che avrebbe dovuto provvedere all’omicidio di Giovanni Falcone inizialmente pianificato a Roma, dove il giudice ricopriva la carica di direttore generale degli affari penali al Ministero della Giustizia. Poi, però, Riina fece rientrare in Sicilia i suoi uomini: nei piani c’era, appunto, il devastante “attentatuni” di Capaci del 23 maggio, in cui il magistrato avrebbe perso la vita assieme a sua moglie Francesca Morvillo e a tre uomini della sua scorta. Nel 2020, Matteo Messina Denaro sarà condannato all’ergastolo per l’eccidio di Capaci, così come per la strage di Via D’Amelio del 19 luglio 1992, in cui vennero uccisi il giudice Paolo Borsellino e cinque ragazzi della sua scorta. La bomba scoppiò un mese e mezzo dopo l’apertura della “Trattativa Stato-mafia”, frutto di un invito al dialogo che le istituzioni lanciarono all’indirizzo dei vertici di Cosa Nostra, oggetto di un processo tuttora in corso. Un capitolo della torbida storia d’Italia di cui grazie alle ultime sentenze conosciamo molti dettagli.

Pochi giorni prima dell’attentato mortale a Borsellino, inoltre, Messina Denaro fu uno degli esecutori materiali (anche se il colpo fatale venne sparato dal boss Nino Gioè) dell’omicidio di Vincenzo Milazzo, capomafia di Alcamo, che si era opposto al progetto stragista di Riina e delle “menti raffinatissime” che, al di fuori dei confini di Cosa Nostra, ne furono probabilmente compartecipi. Due giorni dopo Antonella Bonomo, compagna di Milazzo incinta di tre mesi, fu strangolata dagli stessi mafiosi. Probabilmente da Messina Denaro in persona. La latitanza del boss di Castelvetrano iniziò ufficialmente nel giugno del 1993, quando nei suoi confronti fu spiccato un mandato d’arresto per un gran numero di reati. Nel novembre dello stesso anno, “’u Siccu” autorizzò il sequestro e l’omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio tredicenne del pentito Santino Di Matteo. Il piccolo venne strangolato e sciolto nell’acido dai mafiosi l’11 gennaio 1996.

In particolare, Matteo Messina Denaro fu il principale stratega, assieme ai suoi due “fratelli criminali” Giuseppe e Filippo Graviano, reggenti del mandamento di Brancaccio, del “secondo tempo” della stagione stragista di Cosa Nostra, che nel 1993 fece esplodere le bombe nelle città di Roma, Milano e Firenze, esportando dunque la sua violenza nel “continente”. Quegli attentati, che provocarono la morte di dieci persone e il ferimento di centinaia di individui, veicolavano il “grande ricatto” della mafia nei confronti dello Stato italiano: Riina, in sede di “trattativa”, aveva infatti esplicitato all’interno del celebre “papello” una serie di richieste normative (tra cui l’abrogazione del 41-bis, la concessione dei benefici penitenziari, la riforma della legge sui pentiti e la chiusura delle supercarceri di Pianosa e dell’Asinara) e in quella fase occorreva “sollecitare” l’interlocutore istituzionale, per i mafiosi in ritardo sulla “tabella di marcia”, a intervenire. Insieme ai Graviano, Messina Denaro apparteneva alla fazione “stragista” di Cosa Nostra, capeggiata da Riina, a cui si contrapponeva l’ala “moderata” guidata da Bernardo Provenzano.

Nel frattempo, il 15 gennaio 1993, Totò Riina era stato catturato nella cornice di un arresto pieno di ombre, segnato dalla mancata perquisizione e sorveglianza da parte degli uomini del Ros del covo palermitano in cui il padrino risiedeva con la sua famiglia. Come ha sancito la sentenza di Appello al processo “Trattativa”, la scelta operata in quel frangente dal Ros rappresentò “un segnale di buona volontà e di disponibilità a proseguire sulla via del dialogo” lanciato dai carabinieri a Bernardo Provenzano, che era diventato il terminale più funzionale alla trattativa. E Provenzano, anche grazie alla “protezione soft” garantita dagli uomini del Ros alla sua latitanza, poté evitare le manette fino al 2006.

Quelle coincidenze con gli arresti dei capi corleonesi

A questo proposito, è impossibile non notare una serie di comuni denominatori tra l’arresto di Matteo Messina Denaro e quello dei due capi corleonesi: esattamente come Totò Riina, “’u Siccu” è infatti stato catturato al di fuori della sua abitazione (secondo quanto dichiarato in conferenza stampa dal Ros, le perquisizioni continueranno anche nelle prossime ore: vedremo fin dove le forze dell’ordine potranno o decideranno di spingersi); al contempo, proprio come Provenzano, al momento dell’arresto il padrino di Castelvetrano era fortemente indebolito dall’azione di un tumore e, dunque, necessariamente costretto a spostarsi al fine di sottoporsi alle cure oncologiche.

Matteo Messina Denaro si è storicamente rivelato però anche una delle più sofisticate menti “politiche” dell’organizzazione di Cosa Nostra. Basti pensare che, dopo il crollo dei principali referenti partitici nazionali della mafia palermitana nell’era di Tangentopoli (prima tra tutti, la Democrazia Cristiana), concepì insieme a Leoluca Bagarella un’operazione estremamente ambiziosa: la costituzione di un “partito della mafia”, che si sarebbe dovuto chiamare “Sicilia Libera”, con la finalità di infiltrare le istituzioni direttamente con i propri uomini, attraverso una federazione di tutti i movimenti autonomisti del Sud (sulla scorta di quanto la Lega Nord di Umberto Bossi stava facendo nel polo opposto dello stivale). L’epicentro del progetto sarebbero state infatti quelle “Leghe meridionali” che erano diventate l’ambiente politico di riferimento di illustri personaggi dell’eversione nera e di potenti frange della massoneria deviata. Il progetto si arenò solo quando i mafiosi ebbero la certezza del fatto che Silvio Berlusconi sarebbe sceso in campo alle elezioni del 1994: il “Cavaliere” era infatti una vecchia conoscenza di Cosa Nostra, avendo stretto con i suoi vertici un “patto di protezione” nel lontano 1974, che comportò il finanziamento dell’organizzazione mafiosa da parte dell’allora imprenditore milanese tramite il suo braccio destro Marcello Dell’Utri (che per questo venne condannato per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa) almeno fino al 1992, come sancito definitivamente dalle sentenze. E ora, paradosso dei paradossi, tra i leader politici che esultano per la cattura di Messina Denaro figura anche il “finanziatore” della mafia Berlusconi, azionista di maggioranza del governo in carica con il suo partito Forza Italia. La stessa forza politica che, nel 1994, si accaparrò il sostegno e i voti dei mafiosi. Una vicenda provata, quella delle relazioni tra Silvio Berlusconi e Cosa Nostra, di cui in passato abbiamo scritto approfonditamente su L’Indipendente.

Sullo sfondo dell’arresto di Messina Denaro si stagliano poi le ombre dei boss stragisti reclusi da decenni al 41-bis senza essersi mai pentiti, come i fratelli Graviano e Leoluca Bagarella, che con il padrino di Castelvetrano custodiscono i segreti inconfessabili sui retroscena della stagione stragista del ’92-’93, compresi quelli che coinvolgerebbero profili estranei alla mafia militare. Rispetto a tale spaccato, risultano incredibilmente profetiche le dichiarazioni rese da Salvatore Baiardo, che fu uomo di fiducia e gestore della latitanza dei fratelli Graviano (i quali vennero poi arrestati nel gennaio 1994) alla trasmissione “Fantasmi di mafia”, andata in onda su La7 il 5 novembre 2022: «Chi lo sa che magari non arriva un regalino? Che magari presumiamo che Matteo Messina Denaro sia molto malato e che faccia una trattativa lui stesso per consegnarsi e fare un arresto clamoroso? E che così, arrestando lui, possa uscire qualcuno che magari è all’ergastolo ostativo senza che ci sia clamore?». Baiardo, insomma, a novembre dimostrava di essere già al corrente dello stato di salute precario del latitante, sostenendo che il suo imminente arresto potesse costituire l’oggetto dell’ennesimo do ut des sul binario di una trattativa ancora effettivamente in essere tra la mafia e apparati istituzionali. Addirittura, secondo Baiardo, «tutto potrebbe essere magari programmato già da tempo». Ora che Messina Denaro è stato preso, solo i fatti potranno confermare o smentire tale ipotesi: in primis, occorrerà constatare ad esempio se la nuova legge sull’ergastolo ostativo, approvata non senza difficoltà dal Parlamento il 30 dicembre 2022, potrà consentire ai boss stragisti di Cosa Nostra di ambire all’ottenimento degli agognati benefici penitenziari e dunque di poter puntare ad un futuro al di fuori delle mura carcerarie (su questo tema, tra i più importanti magistrati antimafia si evidenziano visioni e previsioni differenti, se non vere e proprie “spaccature”). Sicuramente, dopo l’emersione di pesanti verità giudiziarie sugli arresti dei “pezzi da novanta” di Cosa Nostra degli anni Novanta e Duemila, anche l’episodio del clamoroso arresto andato in onda su tutte le televisioni e i giornali d’Italia appare come l’ennesima puntata di un film già visto e rivisto.

«Io credo che la grande vittoria si avrà veramente quando si farà luce su due aspetti della storia criminale di Matteo Messina Denaro: il primo è quello sulle conoscenze sui moventi e mandanti delle stragi del 1992 e del 1993, di cui è stato protagonista; il secondo è quello relativo a una latitanza di 30 anni che è stata troppo lunga per poter essere una latitanza normale e che sicuramente è stata protetta dall’alto da certi ambienti», ha commentato a margine della cattura del boss di Castelvetrano Nino Di Matteo, pm della trattativa Stato-mafia, che secondo l’importante pentito Vito Galatolo nel 2013 sarebbe stato il bersaglio di un progetto di attentato ordinato dallo stesso Matteo Messina Denaro. «Oggi è una bella giornata per il Paese, per la giustizia, per Palermo e per la Sicilia. Ma guai a pensare che oggi abbiamo chiuso il cerchio», ha tenuto a sottolineare il magistrato, secondo cui è fondamentale «non dimenticare, come riportano sentenze definitive, che Matteo Messina Denaro è quello che, insieme a Giuseppe Graviano, ha organizzato la campagna stragista nel 1993 a Roma, Firenze e Milano. È quello che ha indicato agli altri esecutori materiali gli obiettivi da colpire. È quello che probabilmente, in questo contesto, ha avuto contatti con uomini e ambienti esterni a Cosa Nostra». Solo il tempo avrà davvero la forza di illuminare, attraverso la luce della verità storico-giudiziaria e non solo delle telecamere delle televisioni mainstream intente a inquadrare il “personaggio del giorno”, lo storico arresto di Matteo Messina Denaro del 16 gennaio 2023.

[di Stefano Baudino]

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6 Commenti

  1. Certamente, il boss in fin di vita, abbandonato al suo destino, non può fare altro che consegnarsi alla “giustizia” e farsi curare dal SSN (su consiglio degli azzeccagarbugli). Il danno oltre la beffa. Il Giano istituzionale mostrera’ ora il lato benevolo nei confronti di un malato grave. Unica consolazione, se il referto medico è veritiero, è che la sua dipartita non si farà attendere a lungo. Intravedo un destino simile tra i capimafia sulla via del tramonto ed i politici trombati. Homo hominis lupus.

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