Allergie al cibo e alimenti industriali: le cose da sapere per vivere meglio

Vi siete mai chiesti perché abbiamo così tanti problemi con l’alimentazione odierna? Quello che ci fa male e ci fa sviluppare allergie, intolleranze, patologie intestinali e addirittura problematiche di tipo autoimmune, è il cibo in sé oppure quello che sta succedendo al cibo con i trattamenti industriali?

Perché pomodori e grano ci fanno male? Sono alimenti velenosi di per sé o forse lo diventano per i trattamenti chimici che vengono fatti nei campi delle coltivazioni e per i conservanti e gli altri additivi che si aggiungono al fine di poterli mantenere per tempi lunghi sul mercato? Oggi tante persone accusano gonfiore addominale, mal di pancia, problemi digestivi o di acidità di stomaco. Ma una volta non c’erano tutti questi gonfiori e problemi di pancia. Una volta, si, cioè prima dell’industrializzazione del sistema agroalimentare e del cibo prodotto su scala industriale. Pensiamoci, come primo spunto di riflessione. 

Non a caso il problema delle allergie e intolleranze al cibo è esploso negli Stati Uniti, il Paese con il maggiore sviluppo industriale nel settore alimentare e nelle produzioni intensive sia in agricoltura che in allevamento. In America oggi quasi ogni persona ha qualche tipo di allergia a qualche alimento. Se la comunità delle persone con allergie alimentari negli USA fosse uno stato, sarebbe il quinto stato più grande degli Stati Uniti per popolazione, subito dopo California, Texas, New York e Florida. Il numero di persone con allergie alimentari negli Stati Uniti è maggiore dell’intera popolazione di New York, Los Angeles e Chicago messe insieme. Dal 1997 al 2007, negli USA il tasso di ricoveri legati a reazioni allergiche alimentari è aumentato del 265%, secondo i Centers for Disease Control. Il numero di persone con allergia alle arachidi negli Stati Uniti è più che quadruplicato dal 1997. E non si tratta solo di arachidi: latte, soia, mais e altre allergie stanno aumentando a ritmi record. La genetica, rispetto a quella dei nostri nonni o genitori, non cambia tanto rapidamente, quindi cosa è cambiato?

In Italia le cose non sono molto diverse. Il ragionamento che oggi tante persone sono portate a fare, erroneamente, è il seguente: “mi sento gonfio, devo avere qualche intolleranza”. Prima di pensare che il gonfiore addominale sia determinato da una patologia o da qualche sostanza specifica contenuta in un determinato alimento, sarebbe importante chiedersi quali siano le proprie abitudini alimentari. Già, perché se queste sono scorrette, allora è tutto il microambiente intestinale composto da batteri, virus, funghi, enzimi, cellule e ormoni, che va ad alterarsi e squilibrarsi, e questo è esattamente ciò che porta a non digerire più correttamente i cibi, ad avere gonfiore, acidità di stomaco, stipsi, e altri problemi. Quindi non è una sostanza in particolare (il glutine, il lattosio, la solanina dei pomodori ecc.), il più delle volte, a determinare allergie e intolleranze, ma il nostro stato di salute carente e lo stile alimentare scorretto, ad esserne la causa. Per non menzionare poi anche lo squilibrio della flora batterica intestinale che è causato da un uso continuo di farmaci, dal fumo di sigaretta, dal consumo eccessivo di alcolici, dallo stress fisico o dall’ansia non controllata e cronica. Queste abitudini fanno ammalare l’intestino al pari di una dieta scorretta, come dimostrato ormai da tantissimi studi.

Il latte è davvero un veleno?

Potrei fare molti esempi, ma quando si tratta di intolleranze e allergie quelli forse più consolidati e creduti dal grande pubblico riguardano il consumo di latte e di grano. Il latte è davvero un veleno di per sé o diventa pericoloso a seguito del nutrimento che viene dato agli animali (i mangimi sono tutti OGM) e dei residui di ormoni e antibiotici ritrovati da analisi di laboratorio nelle confezioni di latte in vendita al supermercato anche in Italia di recente? Ormoni e antibiotici che vengono somministrati agli animali per tenere in piedi alti profitti e maggiore produzione di latte all’interno di un modello di allevamento intensivo di un’industria e una classe politica che non sembrano voler cambiare proprio modello di allevamento, per tornare a quello che sarebbe invece il modello principe, cioè l’allevamento estensivo all’aperto.

Sempre parlando di latte, dato che oggi l’intolleranza e anche le allergie a questo alimento paiono dilaganti in tutto il mondo, potrebbero essere determinanti anche i trattamenti che vengono fatti sull’alimento?

Ad esempio la pastorizzazione UHT del latte a lunga conservazione, che modifica la forma chimica delle caseine del latte (una classe di sue proteine) rendendole più irritanti e problematiche per la digestione dell’intestino, è un trattamento diverso dalla pastorizzazione blanda che si faceva una volta al latte prima di consumarlo (oggi la pastorizzazione blanda è quella che si fa col latte fresco che sta nel banco frigo, e che ha una data di consumazione molto breve). La pastorizzazione ad elevata temperatura (quella del latte UHT) elimina e distrugge anche sostanze preziosissime come la lattoferrina, che però sono essenziali per il buon funzionamento del sistema immunitario e per il corretto utilizzo del ferro nel nostro organismo (lo dice la parola stessa…). Possiamo pensare che queste alterazioni nel cibo non abbiano nessun impatto e non comportino alcun problema di salute, solo perché l’industria dice che è tutto a posto e ad essa è comodo avere un latte pastorizzato che si conserva più a lungo e può essere trasportato, venduto e utilizzato in moltissimi esercizi commerciali e nelle grandi aziende alimentari che preparano dolci e cibi a base di latte? Col latte fresco ciò non è possibile, e i costi per l’industria sarebbero ben maggiori per garantire una costante catena del freddo. In ogni caso, il latte fresco al terzo giorno è già maleodorante perché avariato. Ma quello è esattamente il latte che bevevano tutti 50 anni fa, il latte che ha tutte le sostanze nutritive che sono utili all’organismo. Guarda caso era il latte munto, consegnato e consumato in giornata o al massimo per il giorno dopo. Quando ero piccolo, mia madre acquistava ogni 2 giorni un litro di latte da un pastore del mio paesino che manteneva le mucche al pascolo in campo, ce lo consegnava a casa fresco e appena munto. Mia mamma lo custodiva in frigorifero, l’indomani mattina a colazione ce lo dava. Con quello che rimaneva faceva dello yogurt o qualche altra preparazione da consumare con tutta la famiglia nell’arco di 3 giorni al massimo. Quello era il latte sano, e quelle erano le modalità corrette di consumo di quell’alimento. Nessuna allergia o problemi di alcun genere. Oggi queste pratiche sono rare e tipiche solo di chi vive in montagna o in regioni dove ancora la pastorizia e l’allevamento mantengono un profilo di tipo tradizionale e poco commerciale. 

Il marketing delle allergie e intolleranze alimentari

Dovrebbe essere ormai evidente che ciò che causa tutti i disagi delle persone con il cibo oggi è l’alterazione, i trattamenti chimici, la raffinazione e lo sconvolgimento nella biodiversità che il sistema agroalimentare industriale apporta sui terreni e negli stabilimenti produttivi, modificando pesantemente la formula chimica del cibo

Purtroppo però questo fenomeno non risulta così evidente a molti, a causa delle pubblicità e spot televisivi molto efficaci, pagati e sostenuti dalle aziende che producono cibo, e per colpa del gossip dietetico imperante, portato avanti da giornali, riviste e programmi TV in cui viene veicolata la disinformazione sul mangiare sano e sugli stili di vita. Facciamo un esempio? Eccola qua: 

  • Un’alimentazione senza glutine aiuta a mantenere la linea, fa funzionare meglio l’intestino, disintossica e migliora la vita di chi soffre di patologie infiammatorie o autoimmuni. Non è vero. Se non ci sono reali problemi di salute legati a questa sostanza, come la celiachia o la sensibilità al glutine diagnosticata da un medico, allora ridurre, o addirittura eliminare il glutine dalla propria dieta può condurre a un regime dietetico peggiorativo e molto restrittivo, in alcuni casi del tutto sbilanciato. Ma c’è un’intera industria del Gluten-free (cioè del mangiare senza glutine) che prolifera nel mondo, fatta di aziende che producono alimenti senza glutine, dietologi e medici che consigliano prodotti e integratori senza glutine (per ricevere poi, ovviamente, una provvigione sulle vendite). C’è quindi un settore marketing specifico e legato esattamente a questo approccio alimentare, che senza scrupoli propone come migliorativa la dieta senza glutine per tutti indistintamente. Milioni di libri sono stati pubblicati negli ultimi 15 anni sulle presunte proprietà benefiche del mangiare senza glutine e dell’eliminare pasta, pane e carboidrati dalla propria dieta. La maggior parte dei manuali in commercio non specifica nemmeno, o non lo fa correttamente, che una dieta senza glutine non è adatta e consigliata a tutti, ma dovrebbe interessare soltanto le persone celiache o con problemi rari di intolleranza al glutine e al frumento.

Un altro esempio di marketing che promuove un modello alimentare errato con esclusione di frumento e cereali con glutine, non sarà sfuggito ai più attenti, è stato in tempi recenti quello molto sponsorizzato anche in TV della dieta del riso di un noto medico dietologo italiano, volto noto della televisione appunto, composta di kit preparati con un’azienda produttrice di riso altrettanto famosa. Il riso è un cereale senza glutine ed ecco perché a quel tempo fu ideata e proposta, proprio durante il boom del gluten-free esploso anche in Italia dopo l’America.

Come si fa a resistergli se la dieta la promuove un medico famoso e un’azienda così amata dagli italiani?

Peccato che questa dieta sia solo un bel prodotto confezionato fatto apposta per vendere il libro e il kit, e che di appropriato e scientifico non avesse niente; al punto che fu duramente attaccata e criticata anche dalla ANSISA, l’Associazione nazionale specialisti in scienza dell’alimentazione, che la classificò come una dieta inappropriata al fabbisogno energetico e che può causare problemi. E badate bene, questa dieta famosa, promossa da un medico famoso, presentava (è ancora oggi online e acquistabile) un kit alimentare da 149,00 euro che sul sito ufficiale viene definito come “La dieta zero sbatti”. Un linguaggio talmente ridicolo e non scientifico, ma che fa un grande appeal soprattutto sui giovani che usano un linguaggio più libero e disimpegnato, diciamo. “Zero sbatti”? Roba da non credere. 

In conclusione, se i nostri nonni e progenitori non avevano problemi di intolleranze con le farine, il pane e il latte, e invece negli ultimi 50 anni moltissime persone hanno sviluppato tali intolleranze e difficoltà digestive con questi alimenti, un motivo ci deve pur essere. Ci sono svariati motivi in realtà, ma uno di questi è proprio la differenza tra la materia prima di allora e quella di oggi. Oggi è piena zeppa di sostanze chimiche, aggiunte sin dal campo (pesticidi, ormoni per la crescita delle piante, fertilizzanti chimici) per poi continuare nel processo produttivo (additivi, conservanti, aromi, trattamenti ecc.). Infine c’è anche una differenza nella modalità di preparazione e consumo dell’alimento, per esempio il pane di un tempo era fatto con soli 4 ingredienti (farina, acqua, sale e lievito) ma oggi ci sono molte altre sostanze aggiunte, chiamate “miglioratori delle farine”, usate dall’industria e quindi nel pane commerciale industriale. Cottura, metodi di consumo e conservazione (carta alluminio, contenitori plastici che rilasciano sostanze tossiche ecc.), tutte cose che una volta non c’erano, si usavano canovacci, carta, recipienti in terracotta o altro per conservare il cibo, o semplicemente il freddo. Molte cose su cui riflettere e da cui ripartire per un cambiamento in meglio. E sono sicuro che tante intolleranze e allergie scomparirebbero di conseguenza.

[di Gianpaolo Usai]

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5 Commenti

  1. Grazie William, hai risposto in maniera molto corretta 🙂

    PS. le cose che affermo nell’articolo sono dei fatti inoltre, non semplici opinioni. Nel testo ci sono anche i link cliccabili per le fonti, oppure come dici tu basta fare una semplice ricerca per trovare rimandi e altre fonti oltre alla mia. Il punto è che non piace, ad alcuni, sentire quella campana, cioè che il latte non fa male ecc. ecc.

    buona giornata

    • mi permetto di intervenire: a parte che l’autore si chiama Gianpaolo, come da firma in calce all’articolo; poi (a parte il fatto che basta una semplice e rapida ricerca su Google per trovare le informazioni da lei richieste) mi risulta che viviamo ancora in regime di libertà di parola (più o meno…), quindi che non sia ancora obbligatorio esibire titoli di qualsivoglia tipo semplicemente per esprimere la propria opinione (e per fortuna, vista la caratura degli esperti e dei “professionisti dell’informazione” e delle loro esternazioni durante la recente “pandemia”)

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