sabato 1 Ottobre 2022

La strana faccenda dei documenti sottratti da Trump alla Casa Bianca

8 agosto 2022, l’FBI ha messo in atto un mandato di perquisizione che ha colpito la villa di Mar-a-Lago, abitazione dell’ex Presidente statunitense Donald Trump. La National Archives and Records Administration (NARA) ha dichiarato che gli agenti hanno sequestrato “circa due dozzine” di scatoloni pieni di faldoni e documenti. Tra questi, suggeriscono informatori del The Washington Post, ci sarebbero anche report sulle difese nucleari di una nazione estera. Tra teorie del complotto, difese legali goffe e divergenze politiche, la situazione è più sfaccettata di quanto le singole propagande sono in grado di descrivere.

La declassificazione peregrina

A prescindere dal punto di vista preso in considerazione, le potenziali conseguenze di quanto accaduto sono significative: da una parte si teme che le azioni di Trump possano aver messo a repentaglio la sicurezza degli USA e dei suoi alleati, dall’altra si trema all’idea che l’Intelligence abbia avviato la manovra al solo scopo di escludere l’imprenditore dalle prossime elezioni. Per ridimensionare le speculazioni e le fantasie, il Governo si è assicurato di mettere a disposizione del pubblico l’affidavit che ha permesso agli ufficiali di irrompere nella villa privata dell’ex presidente. Il documento è pesantemente censurato, tuttavia offre uno spaccato utile a comprendere le accuse mosse, nonché a vagliare le risposte di coloro che difendono il controverso milionario.

Il più grande fraintendimento che è emerso è quello riguardante la sedicente declassificazione delle carte in questione. In risposta alla retata, Trump si era infatti difeso sul social TRUTH assicurando che «tutto era declassificato», una dichiarazione che parte dall’idea che un tweet presidenziale del 2020 possa rappresentare un ordine esecutivo. Anche volendo ipotizzare che il Presidente sia esentato dal seguire l’iter necessario a rimuovere la classificazione dei faldoni, il suo stesso Capo di Gabinetto, Mark Meadows, aveva già all’epoca chiarito alla Corte Federale che il post non rappresentava una presa di posizione formale. “Il Presidente mi ha indicato che le sue affermazioni su Twitter non erano da considerarsi al pari di ordini di declassificazione autoeseguibili e non ha richiesto la declassificazione o la pubblicazione di alcun documento particolare”, aveva scritto Meadows nella sua deposizione. Detto questo, un ex dipendente del Pentagono ha sostenuto però su Fox News di aver assistito in prima persona al fatto che Trump avesse ordinato ufficialmente di declassificare le carte, con il risultato che la mancanza attuativa potrebbe ricadere sui burocrati interni alla Casa Bianca.

Tutto resta nella Casa Bianca

C’è dunque per Trump un ulteriore problema: la declassificazione dei file è tutto sommato irrilevante, almeno se prendiamo in considerazione le accuse che gli sono state effettivamente mosse. Le manovre dell’FBI non si reggono tanto sulla natura della segretezza delle informazioni conservate a Mar-a-lago, quanto sull’esistenza “fuori sede” di simili archivi. Sottrarre alla Casa Bianca qualsiasi genere di risorsa è un’attività che la legge statunitense sonda con estrema serietà. Un esempio storico ci è offerto dalla salita al potere di George W. Bush nel 2001: non appena il suo staff si è insediato, ci si è resi conto che le tastiere dei computer degli uffici esecutivi dell’edificio Eisenhower erano state private della lettera “w”. Quello che molti hanno identificato sin da subito come uno scherzo puerile perpetrato dall’Amministrazione uscente si è tradotto rapidamente in uno scandalo che ha condotto a una seria indagine, la quale ha finito con il coinvolgere di sponda più di un centinaio di dipendenti governativi.

La situazione di Trump è dunque insidiosa già di partenza, ma viene ulteriormente aggravata dall’ipotesi che la sua iniziativa di “conservazione” dei documenti possa aver in qualche modo inciso negativamente sulle attività del Governo e dell’Intelligence. Ora come ora siamo molto lontani dall’avere una prospettiva concreta sul come l’assenza delle carte possa avere o meno rallentato le attività degli ufficiali, tuttavia non può sfuggire il fatto che i codici normativi scomodati si riserbino uno spazio di manovra estremamente ampio e sfumato. Per il resto neppure gli investigatori coinvolti sono consapevoli dell’intero contenuto degli scatoloni posti sotto sequestro, questi sono per ora in mano a un team intento a catalogarne i contenuti al fine di filtrare ogni elemento che sia estraneo all’indagine. Nell’ottemperare il proprio compito, gli agenti hanno infatti prelevato documenti personali che dovranno essere tutti restituiti al legittimo proprietario. Per ora si è parlato di tre passaporti, tuttavia è facile credere che i documenti d’identità non siano gli unici materiali sensibili che devono essere legittimamente salvaguardati da questa specifica inchiesta.

Le letture dei fatti

Il perché Donald Trump abbia deciso di custodire simili documenti nella propria dimora è motivo di animati dibattiti. Considerando i trascorsi del personaggio, non è da escludere che la sua manovra sia stata condizionata da una certa ingenuità, ovvero dalla convinzione di matrice nixoniana che il Presidente a stelle e strisce sia superiore a qualsiasi forma di legge terrena. Una spiegazione più pragmatica ci viene fornita dalla testata Rolling Stone. Secondo le fonti del giornale, l’imprenditore avrebbe dichiarato al proprio team l’intenzione di sottrarre le carte del cosiddetto russiagate al fine di salvaguardarle dalle grinfie del suo successore, Joe Biden. Secondo questa lettura, i file dimostrerebbero l’esistenza di un “Deep State” che, attraverso la propria influenza, avrebbe orchestrato la caduta di Trump, dunque le pratiche rappresenterebbero una prova schiacciante di cui Biden si vorrebbe sbarazzare quanto prima.

Quale che sia stato il motivo scatenante, pare che le Intelligence siano ora nel pieno di una fase molto concitata della loro attività: l’Intelligence nazionale sta cercando di stabilire la sensibilità dei documenti finiti in mano all’ex-Presidente, mentre l’FBI è impegnata a stimare in quanti siano entrati in contatto con i contenuti governativi. Potenzialmente, ogni membro dello staff domestico di Trump dovrebbe trovarsi un buon avvocato. «So che i professionisti di sicurezza nazionale all’interno del Governo stanno scuotendo la testa nell’assistere ai potenziali danni che sono stati fatti», ha dichiarato John Brennan, ex direttore della CIA, ai microfoni di MSNBC. A complicare ulteriormente la situazione subentra il fatto che tra le cartelle recuperate dagli agenti ve ne siano diverse svuotate del proprio contenuto e che la residenza di Mar-a-lago non sia certamente un bastione di sicurezza, basti pensare a Yujing Zhang, cittadina cinese che è stata deportata dopo che si era introdotta nella villa dell’allora Presidente.

I detrattori affermano che Trump abbia sottratto i faldoni al fine di far felici i propri alleati autoritari, i sostenitori propongono invece che sia stato motivato da un moto patriottico che si contrappone a poteri occulti, certo è che l’imprenditore si sta muovendo su un terreno estremamente instabile, accompagnato da avvocati che non hanno ancora intavolato una difesa che possa permettergli di rimanere agilmente a galla. Per come stanno evolvendo le cose, per quanto improbabile, non è da escludere che la situazione possa effettivamente devolvere fino a rendere incandidabile Donald Trump, un presupposto che certamente si tradurrebbe nell’insoddisfazione esplosiva dei suoi molti elettori.

[di Walter Ferri]

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