sabato 1 Ottobre 2022

Per un pugno di poltrone: il gran ballo dei partitini di governo

A pochi giorni dall’annuncio dell’alleanza, il leader di “Azione”, Carlo Calenda, ha già rotto il patto siglato il Partito Democratico. La causa è la sua contrarietà ad un altro accordo elettorale, quello stretto dal PD con “Sinistra Italiana”, i “Verdi Europei” e la lista di Luigi di Maio “Impegno Civico”. Dopo la rottura, però, gli altri alleati di Calenda, ossia i Radicali di Emma Bonino, hanno annunciato che stanno valutando di rimanere con il PD, rompendo quindi con “Azione”. Sullo sfondo vi è poi Matteo Renzi che – dopo mesi di attacchi reciproci – ora invia ammiccamenti allo stesso Calenda proponendogli di costruire in fretta e furia l’alleanza per il “grande centro”. Lo stesso Renzi che ieri, così, en passant, ha stretto un patto elettorale con l’ex sindaco di Parma, Federico Pizzarotti, evidentemente ansioso di tentare il passaggio alla politica nazionale. Una melma che, solo per aver cercato di illustrarla, c’è da scusarsi con i lettori per il tempo perso nella lettura. Ma il panorama è più interessante di quanto non sembri perché – seppur, come è ovvio, nei comunicati dei movimenti politici interessati si parli sempre di grandi questioni politiche e ideali per giustificare alleanze, controalleanze e rotture – sullo sfondo è ben presente il litigio per i seggi da assegnare a ciascuna forza e il tentativo disperato di entrare in Parlamento da parte di altre. Un guazzabuglio che testimonia lo stato della politica italiana mainstream verso le prossime elezioni politiche.

Di fatti, i patti siglati hanno sempre al centro la ripartizione dei seggi, quindi le poltrone assicurate a ogni forza politica. Un mercato reso possibile da una legge elettorale che non prevede le preferenze, ovvero la scelta da parte degli elettori dei candidati da eleggere, ma la nomina dei capilista da parte delle segreterie di partito. Ad esempio, l’accordo tra Letta e Calenda metteva nero su bianco che il Partito Democratico avrebbe ceduto ad “Azione” il 30% delle candidature nei collegi uninominali a propria disposizione. Ogni 70 candidature indicate dal PD ve ne sarebbero state 30 per Calenda e i suoi. Il problema è che quel monte candidature è diminuito a seguito dei patti sottoscritti successivamente. Enrico Letta, ha infatti garantito a Sinistra Italiana e Verdi il 20% delle candidature in lista e a Di Maio un altro 8%, niente male per il partito del ministro degli Esteri, la cui forza elettorale è talmente bassa da non essere nemmeno rilevata dai sondaggi. Particolari che evidentemente non sono andati giù a Calenda, che ha scelto di cancellare il patto appena sottoscritto con il Partito Democratico.

Peccato però che della rottura di Calenda non siano convinti i Radicali. E questo è un problema per il leader di “Azione”, non tanto per i pochi voti che gli orfani di Pannella potrebbero assicurargli, ma perché senza l’alleanza coi Radicali sarà costretto a raccogliere le firme per partecipare alle elezioni. Di fatti, altra assurdità della legge elettorale in vigore, solo pochi partiti di opposizioni sono costretti all’impresa della raccolta firme (oltre 50mila da raccogliere entro il 20 agosto) perché di fatto tutti i partitini dell’area di governo riescono ad aggirare l’impiccio attraverso l’ampia gamma di esenzioni previste (per esempio avere costituito un gruppo parlamentare, oppure avere eletto almeno un europarlamentare). Ci riescono direttamente oppure indirettamente, cioè stringendo alleanze con altri partitini che soddisfano i requisiti: ad esempio “Azione” non è esentata dalla raccolta firme, ma lo sono i Radicali. E lo è anche Italia Viva di Matteo Renzi, che non a caso ha prontamente lanciato la propria scialuppa di salvataggio al leader di Azione, ex nemico con cui in passato erano spesso volati insulti. La stessa dinamica che ha permesso a Di Maio di presentarsi di nuovo alle elezioni senza dover raccogliere le firme, che gli sono state gentilmente offerte da una delle ultime volpi della prima repubblica ancora in circolazione, quel Bruno Tabacci che da più legislature riesce ad ottenere la rielezione semplicemente prestando il suo simbolo, con annessa esenzione dalle firme, a destra e a manca. Questo il quadro in cui si stanno muovendo i partiti che hanno messo esplicitamente al centro del loro programma elettorale la cosiddetta “agenda Draghi”. Tra alleanze variabili, rotture e patti per evitare di dover trovare cinquantamila italiani pronti a mettere una firma per rivederli di nuovo in Parlamento.

[di Andrea Legni]

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6 Commenti

  1. Non è neanche più un mercato delle vacche… I partitucoli (o meglio, i loro “leader”) tesi soltanto a cercare un posto dove posare le chiappe… Tutto grazie a una legge elettorale indegna. Quello che mi chiedo è come si possa dare credibilità a questa gentaglia (grandi e piccoli, destri e sinistri, ecc).

  2. A volte mi chiedo come siamo riusciti a mettere al potere questi disgraziati….. E credo che ci siamo anche impegnati. Abbiamo lasciato andare questa ns povera ITALIA allo sbando probabilmente per menefreghismo in quanto un piatto di pasta lo abbiamo sempre trovato in tavola. Adesso ci ritroviamo con bibitari e comici a governati….. PAURA. Io non so voi ma credo che sia ora di dire BASTA!!!!

  3. Mi meraviglio che ci sia ancora qualcuno che dia fiducia alla sx! Cazzo!! Siamo un paese fallito, con tutti i “posti di comando” in mano alla sx, banche-magistratura-pubblica amministrazione-giornali-tv- istruzione!! E siamo falliti! Come dice marzullo: fatevi una domanda e datevi una risposta!! Volete continuare cosi? Perche’ se vorrete continuare cosi, poi alla fine i soldi ce li metterete solo voi!! In quanto solo voi rimarrete in questa nazione!

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