martedì 30 Novembre 2021

Per la prima volta in Italia un malato ha ricevuto l’autorizzazione al suicidio assistito

Si chiama Mario, è nato a Pesaro 43 anni fa, gli ultimi dieci dei quali trascorsi da tetraplegico in seguito a un grave incidente stradale. Sarà lui il primo italiano a poter accedere legalmente al suicidio assistito. Lo ha stabilito il Comitato Etico dell’Azienda Sanitaria della sua regione (Asur Marche) ritenendo che nel suo caso siano soddisfatti tutti e quattro i stringenti paletti stabiliti dalla Corte Costituzionale per fornire il via libera: il richiedente è tenuto in vita da trattamento di sostegno vitali; è affetto da una patologia irreversibile; soffre di dolori intollerabili; é pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli.

Mario è riuscito ad ottenere il via libera dopo una lunga battaglia con l’aiuto dell’Associazione Coscioni. Quella che ha scritto è certamente una pagina che entrerà nella storia dei diritti in Italia. Sarà il primo cittadino a poter scegliere quando morire, facendolo a casa sua, accanto alla sua famiglia. Potrà cambiare idea anche all’ultimo istante perché il suicidio medicalmente assistito prevede l’azione della persona che lo chiede: soltanto lui (che muove solo il dito mignolo della mano destra) potrà autosomministrarsi il farmaco letale, non sarà consentito l’intervento di nessun medico (come sarebbe invece possibile nel caso dell’eutanasia).

Ad agosto dell’anno scorso Mario (che in realtà è il nome di fantasia diffuso dall’Associazione Coscioni per proteggerne il diritto alla riservatezza) aveva ricevuto il permesso dalla Svizzera per andare a esercitare il suicidio assistito lì. Ma ha scelto di seguire la via indicata dalla sentenza della Corte Costituzionale, cioè far verificare alla sua Asl l’esistenza dei requisiti necessari per esercitare il diritto al fine vita. Sono serviti 13 mesi perché un’equipe di medici e psicologi lo visitassero. Poi altri due perché, sulla base della loro relazioni, il Comitato etico si esprimesse. «Un calvario dovuto allo scaricabarile istituzionale», lo ha definito Marco Cappato, membro dell’Associazione Coscioni e volto storico delle battaglie sul fine vita.

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