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La Flotilla denuncia il governo Meloni alla CEDU: “attivisti rapiti sul territorio italiano”

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La squadra legale della Global Sumud Flotilla, l’organizzazione umanitaria che intende rompere l’assedio israeliano a Gaza, ha presentato due esposti contro il governo Meloni presso la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo e la Procura della Repubblica per chiedere la liberazione del cittadino brasiliano Thiago Avila e del palestinese Abukeshek Abdelrahim, detenuti da Israele. Al momento dell’abbordaggio, i due attivisti si trovavano a bordo di un’imbarcazione battente bandiera italiana, Paese che, in quanto Stato di bandiera, esercitava giurisdizione sulle persone a bordo della nave. Gli avvocati sostengono che l’Italia avrebbe dovuto adottare tutte le misure necessarie per prevenire che i diritti degli attivisti venissero violati, e chiede la loro immediata liberazione. Al momento, i due risultano sotto arresto e stanno viaggiando verso Israele a bordo di una nave dello Stato ebraico; i legali chiedono che l’Italia si operi per garantire i loro diritti e che venga disposto il sequestro preventivo del natante su cui viaggia il cittadino palestinese.

Gli esposti degli avvocati della GSF sono stati presentati negli ultimi giorni, dopo l’arresto di Thiago Avila e di Abukeshek Abdelrahim. Il primo a venire depositato è stato quello alla Procura di Roma. Quando l’esercito dello Stato ebraico ha abbordato la flotta della GSF, i due attivisti, si legge nel documento, si trovavano a bordo della nave Eros 1, battente bandiera italiana. Se gli altri membri dell’equipaggio sono stati fatti sbarcare in Grecia, Abdelrahim e Avila sono stati arrestati e imbarcati su una nave in direzione Israele, «per ragioni non formalizzate e comunque non note alle denuncianti»; da quel momento si sono persi i contatti diretti con i due attivisti.

«Le autorità italiane sono a conoscenza della situazione e ben conoscono i rischi di tale operazione militare avvenuta in acque internazionali anche alla luce dei trascorsi della missione della Global Sumud Flotilla del 2025», si legge nell’esposto alla Procura. Il cittadino palestinese, inoltre, è esposto al rischio di trattamenti disumani e degradanti; «i fatti sopra esposti», continua il ricorso, «appaiono fin d’ora integrare una pluralità di fattispecie di reato la cui cognizione spetta alla giurisdizione italiana»; giurisdizione che l’Italia risulta avere per giudicare quanto accaduto, essendo lo Stato di bandiera. Per tale motivo, i legali chiedono che l’Italia effettui i dovuti accertamenti su quanto accaduto e che sequestri preventivamente la nave su cui sta viaggiando Abdelrahim, che in questo momento si trova in acque internazionali.

L’esposto alla CEDU è stato depositato ieri, 1 maggio, e nel suo contenuto è analogo a quello presentato presso la Procura di Roma. Il documento evidenzia che gli attivisti si trovano ora detenuti «arbitrariamente» dalle autorità israeliane, «in regime di incomunicabilità, senza accesso a difensori, familiari o autorità consiliari». Il ricorso sottolinea il rischio di violazione degli articoli 2 e 3 della CEDU, che tutelano il diritto alla vita e vietano la tortura; anche l’esposto alla Corte Europea rimarca come al momento dell’abbordaggio gli attivisti si trovassero su una nave battente bandiera italiana e accusa il Belpaese di non avere adottato alcuna misura effettiva di protezione nei confronti dell’equipaggio e di non avere impedito le violazioni effettuate da Israele. Gli avvocati – mediante procedura d’urgenza – chiedono perciò alla CEDU «di indicare allo Stato allo Stato italiano l’adozione immediata di tutte le misure necessarie per accertare il luogo di detenzione dei due attivisti, garantirne l’integrità fisica e psicologica, assicurare l’accesso alla difesa e impedire ulteriori trasferimenti o forme di isolamento».

L’abbordaggio israeliano è iniziato nella serata del 29 aprile, intorno alle 21. In quel momento, 58 imbarcazioni stavano navigando in acque internazionali, facendo rotta verso la Striscia di Gaza. Stando al resoconto della Flotilla, alcuni motoscafi israeliani si sono avvicinati alle imbarcazioni, identificandosi successivamente e ordinando il cambio di rotta. Intorno alle 21.30 è iniziata la vera e propria aggressione, con laser e armi puntati contro gli attivisti, cui è stato chiesto di inginocchiarsi. Nel frattempo, le comunicazioni hanno iniziato ad essere disturbate e la Flotilla ha lanciato un SOS alle autorità greche. Le imbarcazioni si trovavano infatti al largo di Creta, in acque internazionali, a centinaia di chilometri e almeno tre giorni di navigazione dalle coste di Gaza. Verso le 22.30 è stato perso il contatto con 11 imbarcazioni e i militari israeliani hanno iniziato i «sequestri». Verso le due di notte, i militari sono poi saliti a bordo di alcune navi.

Russia-Ucraina, combattimenti nel Donetsk

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Le truppe russe si stanno avvicinando alla città di Kostiantynivka, nella regione del Donetsk. A dare la notizia è lo stesso esercito ucraino. Kostiantynivka è una delle città che forma la cintura fortificata dell’esercito ucraino nell’area orientale del Paese. I soldati russi starebbero tentando di conquistare le infrastrutture cittadine e di penetrare nella città; in questo momento controllerebbero un’area situata a circa un chilometro dalla periferia meridionale della città.

Linea Adriatica, circolazione ferroviaria ancora rallentata

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Risulta ancora rallentata la circolazione ferroviaria sulla linea Adriatica, con miglioramenti rispetto a ieri notte, quando si sono registrati ritardi fino a 400 minuti. “I treni Alta Velocità, Intercity e Regionali possono registrare un maggior tempo di percorrenza fino a 20 minuti e subire limitazioni di percorso o cancellazioni”, scrive il Gruppo Ferrovie dello Stato. Ieri sera tra Giulianova e Pescara un treno ha tranciato i cavi della linea Adriatica, mandando in tilt la circolazione.

In Bolivia gli agricoltori stanno fermando l’estrazione illegale di oro

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Nonostante una lieve flessione nelle scorse settimane, il prezzo dell’oro resta abbondantemente sopra le medie storiche: oggi un grammo vale 126 euro, a conferma della sua natura di “bene rifugio” di fronte alle incertezze geopolitiche. La nuova febbre dell’oro ha dato un impulso ai siti estrattivi sparsi per il mondo. Tra marzo e aprile 2025 le esportazioni boliviane sono ad esempio cresciute del 296%. La scarsa tracciabilità dell’oro favorisce l’estrattivismo illegale che da un lato fa concorrenza alle attività autorizzate dal governo e dall’altro si unisce a queste ultime nella devastazione ambientale. C’è chi prova a spezzare questo circolo: sono gli agricoltori che, ricorrendo a insegnamenti tramandati di generazione in generazione, provano a salvare la biodiversità del territorio e a proporre un’alternativa economica al saccheggio delle risorse.

Quando a inizio anno l’oro ha sfondato il tetto dei 5mila euro l’oncia (circa 148 euro al grammo), il governo guidato dal neoliberista Rodrigo Paz Pereira ha parlato di un’opportunità unica per aumentare le esportazioni, già cresciute nei mesi precedenti. La Paz deve però fare i conti con le estrazioni illegali, che ogni anno drenano dalle sue casse centinaia di milioni di dollari. Controlli deboli e regole disattese accomunano nella pratica le due esperienze — legale e non — in termini di impatto ambientale. La ricerca dell’oro implica ad esempio l’utilizzo del mercurio, che oltre a comportare dei danni diretti alla salute di chi lo maneggia finisce per inquinare suolo e falde acquifere. Il dragaggio dei corsi d’acqua dove avviene l’estrazione si traduce poi nella distruzione degli ecosistemi. Le conseguenze ambientali si ripercuotono dunque sulla salute delle persone e degli animali, alterando equilibri secolari.

Lo sanno bene le comunità di Palos Blancos e Alto Beni, nel dipartimento di La Paz, da anni impegnate contro le attività estrattive. Quando nel 2017 venne realizzata una draga mineraria nel vicino fiume Boopi, la popolazione locale insorse, riuscendo a bloccare i lavori. Quattro anni dopo, grazie alla sponda istituzionale dei due comuni, si è arrivati al divieto di estrazione mineraria, rafforzato nel 2024 da una legge dipartimentale. Pochi mesi fa è stata istituita l’area protetta Serranías y Cuencas de Palos Blancos, che copre circa 88 mila ettari di montagne e bacini idrici.

A preoccupare le comunità di Palos Blancos e Alto Beni, sorrette economicamente dall’agricoltura biologica, era l’inquinamento legato all’industria dell’oro, che avrebbe fatto decadere i certificati di sostenibilità. Con un effetto domino, i prezzi dei beni agricoli venduti sarebbero crollati, facendo sprofondare l’economia locale. Queste terre indigene sono infatti famose per la produzione di cacao biologico: Palos Blancos e Alto Beni sono parte integrante della cooperativa El Ceibo, la più grande rete di agricoltori biologici del Paese, con oltre 1300 membri. Non si parla di monocolture ma di sistemi agroforestali, dove il cacao non è altro che è uno dei tanti tasselli che compongono un ecosistema ricco di biodiversità: alberi a ciclo lungo coesistono con specie arbustive e coltivazioni annuali, rafforzando anche la qualità della produzione.

A un modello di saccheggio e devastazione — estremamente disuguale perché scarica rischi e costi sulle comunità locali e sui lavoratori impiegati a chiamata — le comunità locali rispondono con un’alternativa economica concreta, potenziata giorno dopo giorno. Oggi diversi comuni stanno seguendo l’esempio di Palos Blancos e Alto Beni. «La gente si è resa conto che l’oro è temporaneo, ma l’agricoltura e la conservazione sono per la vita», dice al Guardian Ulises Ariñez, ex segretario per l’ambiente di Palos Blancos. L’obiettivo degli agricoltori è contrastare l’industria dell’oro aumentando ulteriormente le tutele delle comunità e dunque il lavoro al loro interno. Al momento ci sono tante cooperative minori che arrancano perché non riescono ad accedere ai mercati su scala sovralocale, come fa invece El Ceibo. La strada è lunga ma le comunità indigene l’hanno già tracciata con confini precisi, quelli della sostenibilità e della sovranità alimentare.

“Giovani violentati” e “neonati rapiti”: le nuove accuse sullo Zorro Ranch di Epstein

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«Un uomo ha raccontato di aver incontrato Epstein, di essere stato portato al ranch, drogato, e di aver assistito a scene terribili». Così la deputata democratica Melanie Stansbury, intervistata da 60 Minutes Australia, ha riacceso i riflettori sull’orrore nascosto nello Zorro Ranch di Jeffrey Epstein, nel New Mexico, riportando la testimonianza di un uomo che accerterebbe la presenza di giovani ragazzi, spesso vulnerabili, che sarebbero stati «drogati e violentati». Un dossier ripreso dal New York Post riporta accuse agghiaccianti di violenze sistematiche, esperimenti medici e, persino, «neonati strappati alle madri».

Non è chiaro come Stansbury sia venuta a conoscenza dei dettagli dei presunti abusi, ma le sue dichiarazioni si inseriscono in una rete sempre più fitta di testimonianze sullo Zorro Ranch, un complesso di oltre 3.000 ettari a circa 48 chilometri da Santa Fe, che è stato per anni uno dei luoghi simbolo dell’universo Epstein, sebbene meno esposto mediaticamente rispetto alla townhouse di Manhattan o all’isola privata nelle Isole Vergini, Little Saint James. «Jeffrey Epstein e Ghislaine Maxwell erano degli abusatori seriali, dei veri e propri super predatori, e questo era semplicemente il modo in cui vivevano», ha spiegato la deputata. Secondo Stansbury le segnalazioni rientrerebbero in un modello coerente «allo schema di altri abusi», in particolare il «traffico di donne». «Ci sono sicuramente centinaia di denunce di donne che hanno vissuto esperienze davvero traumatiche», ha ricordato. «Quindi, credo che siamo davvero determinati ad arrivare alla verità su ciò che è accaduto in New Mexico e in quella proprietà». Intanto, le autorità del New Mexico hanno avviato accertamenti su possibili corpi sepolti nelle colline attorno allo Zorro Ranch. Una email del 2019, inviata al conduttore radiofonico Eddy Aragon da un presunto ex dipendente sosteneva che due giovani erano state sepolte nelle colline circostanti su ordine del finanziere e di «Signora G», verosimilmente Ghislaine Maxwell. Chiedeva un bitcoin in cambio di sette video che avrebbero mostrato Epstein fare sesso con minorenni. Aragon non trattò e inoltrò immediatamente la mail all’FBI. A oltre sei anni dai fatti, il Dipartimento di Giustizia del New Mexico ha annunciato di aver aperto un’indagine sull’accusa.

«Chiunque stia insabbiando la verità, ha fatto di tutto per assicurarsi che rimanga tale», ha rilanciato una delle accusatrici di Epstein, Chauntae Davies, fotografata mentre faceva un massaggio alle spalle all’ex presidente Bill Clinton, che però è scettica sul fatto che «la verità verrà mai completamente a galla». Proprio Davies ha riportato storie di ragazze che si svegliavano allo Zorro Ranch con i medici che le fissavano con “sguardo lascivo” dopo aver subito procedure mediche sconosciute. Ancora più disturbanti sono le ricostruzioni che parlano di donne che sarebbero state costrette a partorire e i «neonati sottratti immediatamente alle madri».

A ciò si aggiunge un filone parallelo emerso da documenti e segnalazioni riaperti con il rilascio degli Epstein Files del 30 gennaio 2026. Alcune ricostruzioni collegano queste vicende alle ossessioni eugenetiche di Epstein e alla sua idea di «diffondere il proprio DNA» attraverso gravidanze forzate nel ranch. Proprio lo Zorro Ranch sarebbe stato progettato dal finanziere per ospitare un laboratorio in cui giovani donne selezionate sarebbero state inseminate con il suo sperma e avrebbero dato alla luce i “suoi” bambini. In una occasione, durante una cena organizzata nella residenza di Epstein nell’Upper East Side di Manhattan, Jaron Lanier, pioniere e teorico della realtà virtuale, ha raccontato di aver avuto una conversazione che lo aveva profondamente colpito: tra gli invitati, una scienziata che lavorava per la NASA gli avrebbe spiegato che Epstein coltivava il progetto di mettere incinte contemporaneamente svariate donne all’interno dello Zorro Ranch. Durante la conversazione, questa ricercatrice avrebbe illustrato come il finanziere immaginasse una sorta di “fucina di bambini” con il suo codice genetico, ritenuto dallo stesso Epstein “superiore”. Un’ipotesi che si intreccia con i progetti finanziati da Epstein nel campo della clonazione umana e alle denunce sui neonati sottratti e delinea un quadro ancora più oscuro, facendo dello Zorro Ranch il possibile epicentro di un sistema ben più macabro e stratificato di quanto ipotizzato finora.

Trump risponde con nuovi dazi alle critiche europee sulla guerra all’Iran

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Il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha innescato una nuova escalation commerciale annunciando dazi del 25% su automobili e camion importati dall’Unione Europea. La mossa di Trump, comunicata attraverso il suo account social Truth, si innesta in un quadro geopolitico sempre più fragile e frastagliato, segnato dalle divergenze transatlantiche sulla guerra condotta da Washington e Israele contro l’Iran e dal blocco dello Stretto di Hormuz. L’offensiva tariffaria appare come una ritorsione diretta contro l’asse europeo, e in particolare contro il Cancelliere tedesco Merz, reo di aver aspramente criticato la strategia bellica americana in Medio Oriente.

«Sono lieto di annunciare che, in considerazione del fatto che l’Unione Europea non sta rispettando l’accordo commerciale da noi pienamente concordato, la prossima settimana aumenterò i dazi doganali applicati all’Unione Europea per le auto e i camion importati negli Stati Uniti. Il dazio sarà aumentato al 25%», ha scritto Trump in un post su Truth. «È pienamente chiaro e concordato che, se le auto e i camion verranno prodotti in stabilimenti statunitensi, non ci sarà alcun dazio». Il presidente americano ha poi aggiunto: «Molti stabilimenti per la produzione di automobili e camion sono attualmente in costruzione, con investimenti per oltre 100 miliardi di dollari, un RECORD nella storia della produzione di auto e camion».

Il Vecchio Continente ha respinto con forza le accuse del tycoon. Bernd Lange, presidente della Commissione Commercio dell’Europarlamento, ha definito Washington inaffidabile: «Il comportamento di Trump è inaccettabile», ha tuonato. «Il Parlamento stava per per ratificare la legislazione sull’intesa commerciale con gli USA. Sono gli Stati Uniti ad aver ripetutamente rotto gli accordi, e non è questo il modo di trattare gli alleati. Ora possiamo solo rispondere con la massima chiarezza e fermezza». Un portavoce della Commissione Europea ha ribadito la posizione comunitaria: «L’Ue sta attuando gli impegni assunti nella dichiarazione congiunta secondo la prassi legislativa standard, tenendo costantemente informata l’amministrazione USA», avvertendo infine che, «Qualora gli USA adottassero misure non conformi alla dichiarazione congiunta, ci riserveremo ogni possibilità di azione per tutelare gli interessi dell’UE».

Negli scorsi giorni, in un dibattito all’Eurocamera, la presidente della Commissione UE Ursula von der Leyen aveva ammesso le drastiche conseguenze che la guerra israelo-statunitense contro l’Iran sta provocando sull’Europa. «In soli 60 giorni di conflitto la nostra spesa per l’import di combustibili fossili è aumentata di oltre 27 miliardi di euro, stiamo perdendo quasi 500 milioni al giorno», aveva dichiarato, sottolineato che quella attuale rappresenta la seconda grave crisi energetica nel giro di quattro anni, dopo quella dovuta alla guerra russo-ucraina e al blocco delle importazioni di gas da Mosca. Il mirino di questa nuova manovra di Trump sembra puntato in particolare sull’industria tedesca, dopo che il premier Merz ha dichiarato che gli USA sono stati «umiliati da Teheran». Un’ulteriore escalation potrebbe ora coinvolgere acciaio, tecnologia e agroalimentare.

A luglio dell’anno scorso, Donald Trump e la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen avevano faticosamente raggiunto un’intesa formale, nota come Accordo di Turnberry – dal nome del golf club scozzese dove fu siglato -, che fissava una tariffa base del 15% sui beni europei importati. Tuttavia, l’impianto dell’accordo è stato pesantemente compromesso quando la Corte Suprema degli Stati Uniti ha stabilito che il Presidente non disponeva della necessaria autorità legale per dichiarare un’emergenza economica e giustificare in autonomia l’imposizione di tali dazi. Questa storica bocciatura giurisprudenziale ha di fatto forzato una riduzione della tariffa base al 10%. Al centro della sentenza c’era la legge che lo stesso presidente aveva usato, l’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA) del 1977. Il nodo della nuova minaccia di Trump è che l’amministrazione potrebbe sostenere che il dazio del 25% sulle auto europee non si basa più sull’IEEPA (la legge bocciata), ma su un’altra base legale come la Sezione 232, ritenendolo una misura per la sicurezza nazionale, magari combinata con la Sezione 301 del Trade Act del 1974, che viene usata contro Paesi che violano accordi commerciali o mettono in atto pratiche “ingiustificabili o discriminatorie”.

Libano, nuovi bombardamenti israeliani: uccise 13 persone

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Sono 13 le persone rimaste uccise nella nuova ondata di bombardamenti israeliani sul Libano meridionale. Si aggiungono 21 feriti, come riportato dal Ministero della Salute libanese. Colpiti i villaggi di Habboush e Zrariyeh, così come il distretto della città costiera di Tiro. Gli attacchi israeliani segnano l’ennesima violazione del cessate il fuoco entrato in vigore il 17 aprile scorso. Nel frattempo continua l’invasione terrestre, formalizzata dall’istituzione di una nuova linea gialla, sul modello di quanto fatto nella Striscia di Gaza.

Lo Stato continua a rinviare il pagamento dell’ICI alla Chiesa cattolica

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Una volta c’erano 5 miliardi di euro che la Chiesa cattolica doveva allo Stato italiano. Riguardavano i mancati pagamenti dell’ICI, la vecchia tassa sugli immobili sostituita poi dall’IMU. A stabilire il risarcimento è stata la Corte di Giustizia dell’Unione europea nel 2018, ma da allora l’Italia si è mostrata disinteressata alla riscossione, unendo con un filo rosso le varie maggioranze succedutesi a Palazzo Chigi. Nel 2024 il governo Meloni ha approvato il decreto Salva infrazioni, prevedendo deroghe e sconti che hanno ridotto sensibilmente la quota dovuta. Secondo le stime, i rimborsi dovuti oscillerebbero oggi tra i 200 e i 500 milioni di euro. A quanto pare, però, l’Italia non ha ancora voglia di battere cassa: il governo Meloni ha appena prorogato di altri sei mesi la scadenza dei pagamenti.

L’imposta comunale sugli immobili (ICI) è stata una tassa in vigore in Italia dal 1993 al 2011, quando l’imposta municipale unica (IMU) l’ha sostituita. Oggi la Chiesa cattolica versa l’IMU allo Stato italiano per gli immobili che generano profitto, come nel caso degli alberghi. Per tutte le strutture prive della vocazione economica — chiese, oratori, mense e così via — la Chiesa cattolica è esentata dal pagare la tassa municipale. È stato così per diverso tempo anche con l’ICI, fino al 2006, quando il governo guidato da Silvio Berlusconi decise di estendere l’esenzione anche agli immobili commerciali. Poi nel 2011, con l’introduzione dell’IMU, il vecchio regime economico è stato ripristinato. Nel frattempo — come stabilito dalla Corte di Giustizia dell’UE — la Chiesa cattolica aveva generato dei profitti impropri, in contrasto con la normativa europea sugli aiuti di Stato che vieta le differenziazioni fiscali tra rivali commerciali. Secondo le stime, l’Italia avrebbe dovuto incassare circa 5 miliardi di euro ma dal 2018 è venuta meno la volontà politica. 

Dopo anni di disinteresse trasversale all’arco politico italiano, la Commissione europea ha sollecitato il nostro Paese ad adeguarsi e a raccogliere quanti più soldi persi. Così nel 2024 il governo Meloni ha varato il decreto Salva infrazioni, per provare a districare la matassa ed evitare nuove sanzioni provenienti da Bruxelles. Sono stati cancellati tutti i debiti inferiori ai 50mila euro — il che ha escluso la maggior parte degli enti religiosi coinvolti — mentre per quelli superiori ai 100mila euro è stata data la possibilità della rateizzazione. Contestualmente sono state disposte le regole per il recupero delle risorse, con gli enti religiosi invitati a presentare i dati fiscali degli ultimi vent’anni all’Agenzia delle Entrate. Viste le scadenze strette, il governo ha optato per un rinvio, prolungato nuovamente a fine marzo. La data ultima per la conciliazione con lo Stato italiano è quindi fissata, almeno per il momento, al 30 settembre. Solo dopo si potrà avere contezza di quanto resta, alla luce degli sconti, di quei 5 milioni iniziali che la Chiesa cattolica doveva all’Italia.

Aosta, tribunale dichiara decaduto il presidente Testolin: “Era ineleggibile”

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Il Tribunale civile di Aosta ha dichiarato decaduto il presidente della Regione Renzo Testolin, in quanto non eleggibile ai sensi della legge regionale sui limiti di mandato. Secondo i giudici, che hanno accolto un ricorso di AVS, Testolin aveva già raggiunto il limite di tre mandati previsto dalla legge regionale 21 del 2007, mentre l’attuale incarico – iniziato nel 2025 – rappresenta il quarto, non consentito. Il collegio ha inoltre dichiarato inammissibile la costituzione in giudizio della Regione, ritenuta superpartes. Respinta anche l’ipotesi di incostituzionalità della norma, giudicata pienamente legittima e non in contrasto con l’articolo 51 della Costituzione.

Dove tramonta il sole

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L’Occidente non va salvato dall’invasione musulmana o da quella cinese, va salvato da sé stesso. Va salvato sia dall’idea distorta di una difesa ad oltranza tipica di una visione intollerante, falsamente conservatrice, sia , al contrario, dalla rinuncia a qualsiasi valore della propria tradizione, a cominciare da quella etica e cristiana.

Reazionari o sconfitti, sovranisti o mondialisti, retrogradi o falsamente progressisti, noi occidentali siamo dominati da un mix distruttivo di ignoranza e intolleranza.

Ignoranza perché abbiamo dimenticato uno dei nostri capisaldi: l’idea di soggettività, quella che ha dato vita allo habeas corpus, al costituirsi di una coscienza individuale, all’affermarsi di ogni personalità con una identità insostituibile.

Occidente cristiano e libertario, questa la più profonda e salutare contraddizione che pervade i nostri fondamenti.

L’individualismo e il sentirsi essere sociale: due forze con cui ogni potere in Occidente dovrebbe fare i conti. Invece no: la libertà è stata sostituita dalla autorizzazione, tipica quella del suicidio assistito o del controllo statale a monte di qualsiasi decisione personale. Ma beninteso, non più lo Stato nazionale ma quelle associazioni di interessi che ad esempio tengono in piedi una Europa confusa e servile.

L’Occidente, fintanto che restasse fedele alla svolta epocale della soggettività iniziata nel XII-XIII secolo, potrebbe invece mantenere una concezione di popolo non come massa soggiogata ma come comunità soggetta a desideri, diritti, aspettative, visioni.

Il dominio si perpetua anche mediante le prediche martellanti della pubblicità, con il primato televisivo assegnato alla cronaca nera, con la programmatica trascuratezza nei confronti di ciò che è buono e giusto e quindi esemplare.

Un gruppo eterogeneo di esponenti ben calibrati viene chiamato a esprimersi regolarmente sui media per rinfocolare schieramenti stereotipati, per fare risultare come onesti soltanto i propri simili e disonesti soltanto gli avversari, secondo modalità che andavano più o meno bene nell’esercizio retorico del tardo impero romano.

Il capitalismo si è preso tutte le colpe ma ancora più grave è stato aver assegnato il predominio alle forze economiche, all’assoluto prevalere del denaro, alla oggettiva punizione inferta a chi non può permettersi l’essenziale, a cominciare dalle spese sanitarie.

Così sembrano esistenti soltanto le distorte ideologie del passato prossimo o remoto e non si dà vita a una visione dialogica, a orizzonti di intesa fra matrici differenti, a nuove rivoluzionarie prospettive. Innumerevoli sono le consonanze, ad esempio, tra Islam e Cristianesimo ma il dio petrolio continua a essere dominante, quindi a formare interessi e conflitti soltanto materiali.

Troverete le idee nel cielo, cantavano gli Antichi, dai remoti persiani ai nativi americani, cercherete la verità negli occhi dell’altro, suggerivano gli apostoli, i filosofi greci e gli sciamani andini. Chi non rispetta un fiore non è degno di cibarsi del frutto, era un vecchio saggio buddista a proclamare.

Non multiculturalità ma diversità, non omologazione ma dialogo. Si fa fatica nel caos dell’odio generato dalla competizione ma è bene prestare comunque ascolto, custodire piccole zone di silenzio, rinunciare a reagire sempre e comunque.

Reagire senza capire, infatti, è come obbedire aspettando una ricompensa.