In Bolivia gli agricoltori stanno fermando l’estrazione illegale di oro

Nonostante una lieve flessione nelle scorse settimane, il prezzo dell’oro resta abbondantemente sopra le medie storiche: oggi un grammo vale 126 euro, a conferma della sua natura di “bene rifugio” di fronte alle incertezze geopolitiche. La nuova febbre dell’oro ha dato un impulso ai siti estrattivi sparsi per il mondo. Tra marzo e aprile 2025 le esportazioni boliviane sono ad esempio cresciute del 296%. La scarsa tracciabilità dell’oro favorisce l’estrattivismo illegale che da un lato fa concorrenza alle attività autorizzate dal governo e dall’altro si unisce a queste ultime nella devastazione ambientale. C’è chi prova a spezzare questo circolo: sono gli agricoltori che, ricorrendo a insegnamenti tramandati di generazione in generazione, provano a salvare la biodiversità del territorio e a proporre un’alternativa economica al saccheggio delle risorse.

Quando a inizio anno l’oro ha sfondato il tetto dei 5mila euro l’oncia (circa 148 euro al grammo), il governo guidato dal neoliberista Rodrigo Paz Pereira ha parlato di un’opportunità unica per aumentare le esportazioni, già cresciute nei mesi precedenti. La Paz deve però fare i conti con le estrazioni illegali, che ogni anno drenano dalle sue casse centinaia di milioni di dollari. Controlli deboli e regole disattese accomunano nella pratica le due esperienze — legale e non — in termini di impatto ambientale. La ricerca dell’oro implica ad esempio l’utilizzo del mercurio, che oltre a comportare dei danni diretti alla salute di chi lo maneggia finisce per inquinare suolo e falde acquifere. Il dragaggio dei corsi d’acqua dove avviene l’estrazione si traduce poi nella distruzione degli ecosistemi. Le conseguenze ambientali si ripercuotono dunque sulla salute delle persone e degli animali, alterando equilibri secolari.

Lo sanno bene le comunità di Palos Blancos e Alto Beni, nel dipartimento di La Paz, da anni impegnate contro le attività estrattive. Quando nel 2017 venne realizzata una draga mineraria nel vicino fiume Boopi, la popolazione locale insorse, riuscendo a bloccare i lavori. Quattro anni dopo, grazie alla sponda istituzionale dei due comuni, si è arrivati al divieto di estrazione mineraria, rafforzato nel 2024 da una legge dipartimentale. Pochi mesi fa è stata istituita l’area protetta Serranías y Cuencas de Palos Blancos, che copre circa 88 mila ettari di montagne e bacini idrici.

A preoccupare le comunità di Palos Blancos e Alto Beni, sorrette economicamente dall’agricoltura biologica, era l’inquinamento legato all’industria dell’oro, che avrebbe fatto decadere i certificati di sostenibilità. Con un effetto domino, i prezzi dei beni agricoli venduti sarebbero crollati, facendo sprofondare l’economia locale. Queste terre indigene sono infatti famose per la produzione di cacao biologico: Palos Blancos e Alto Beni sono parte integrante della cooperativa El Ceibo, la più grande rete di agricoltori biologici del Paese, con oltre 1300 membri. Non si parla di monocolture ma di sistemi agroforestali, dove il cacao non è altro che è uno dei tanti tasselli che compongono un ecosistema ricco di biodiversità: alberi a ciclo lungo coesistono con specie arbustive e coltivazioni annuali, rafforzando anche la qualità della produzione.

A un modello di saccheggio e devastazione — estremamente disuguale perché scarica rischi e costi sulle comunità locali e sui lavoratori impiegati a chiamata — le comunità locali rispondono con un’alternativa economica concreta, potenziata giorno dopo giorno. Oggi diversi comuni stanno seguendo l’esempio di Palos Blancos e Alto Beni. «La gente si è resa conto che l’oro è temporaneo, ma l’agricoltura e la conservazione sono per la vita», dice al Guardian Ulises Ariñez, ex segretario per l’ambiente di Palos Blancos. L’obiettivo degli agricoltori è contrastare l’industria dell’oro aumentando ulteriormente le tutele delle comunità e dunque il lavoro al loro interno. Al momento ci sono tante cooperative minori che arrancano perché non riescono ad accedere ai mercati su scala sovralocale, come fa invece El Ceibo. La strada è lunga ma le comunità indigene l’hanno già tracciata con confini precisi, quelli della sostenibilità e della sovranità alimentare.

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Salvatore Toscano

Laureato in Scienze della Politica con una tesi sui beni comuni, per L’Indipendente si occupa di politica, diritti e movimenti. Si dedica al giornalismo dopo aver compreso l’importanza della penna come strumento di denuncia sociale.

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