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Cosa c’è nel piano casa approvato dal governo Meloni

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Ristrutturazione di case popolari inagibili, nuovi alloggi a prezzi calmierati e sburocratizzazione degli investimenti privati. Sono questi i pilastri del piano casa approvato in Consiglio dei ministri, dopo mesi di smentite e ipotesi di sospensione. Il governo Meloni prevede uno stanziamento di risorse pubbliche pari a 10 miliardi di euro, cui si aggiungeranno gli investimenti privati. L'obiettivo è «rendere disponibili 100mila tra alloggi popolari e alloggi a prezzi calmierati nei prossimi 10 anni», ha detto la presidente del Consiglio Giorgia Meloni in conferenza stampa. Alle case popolari ...

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GameStop, presentata offerta da 56 miliardi per comprare eBay

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GameStop, il colosso dei videogiochi, ha presentato un’offerta da 56 miliardi di dollari per comprare eBay, tra i più noti siti di compravendita online. Lo ha confermato in un’intervista al Wall Street Journal l’amministratore delegato di GameStop Ryan Cohen. L’obiettivo è quello di creare un gruppo dal valore di centinaia di miliardi di dollari in grado di competere con Amazon su scala globale.

Barletta, il Jova Beach Party accusato di aver distrutto le dune protette: tre indagati

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Il Jova Beach Party è finito sotto la lente della Procura di Trani con l’accusa di inquinamento ambientale colposo e abuso edilizio in area protetta. A distanza di quasi 4 anni dal concerto di Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti, sulla litoranea di ponente di Barletta, tre persone risultano indagate dai magistrati pugliesi. Si tratta di due funzionari comunali e del progettista dell’evento. Il filone giudiziario segue le proteste delle associazioni ambientaliste, contestando le ipotesi di reato durante l’allestimento del palco e lo svolgimento del concerto. Il Jova Beach Party avrebbe infatti alterato un ecosistema compreso nell’area protetta della foce del fiume Ofanto, distruggendo dune e vegetazione spontanea. Non è la prima accusa che Jovanotti raccoglie per il suo tour estivo, da Marina di Ravenna a Fermo, ma è la prima inchiesta giudiziaria che si abbatte sull’evento.

Il 21 luglio 2022 circa 30mila persone affollarono la litoranea di ponente di Barletta per partecipare al Jova Beach Party. Tra lavori di allestimento e concerto venne coinvolta un’area di circa 16mila metri quadrati sottoposta a vincolo paesaggistico. Le associazioni ambientaliste si scagliarono contro l’evento, denunciando l’impatto sul territorio. Un esposto presentato da Legambiente alla Procura di Trani si è trasformato in inchiesta giudiziaria. Al momento risultano 3 persone indagate, cui vengono contestati i reati di inquinamento ambientale colposo e abusivismo edilizio in zona protetta. Come riportato dalla Gazzetta del Mezzogiorno, tra gli indagati figurano due funzionari comunali: il dirigente ai lavori pubblici Francesco Lomoro e l’amministratore unico di BARSA, la società multiservizi di Barletta, Michele Cianci. A loro si aggiunge Mario Luigi Dicandia, progettista dell’evento.

Quello condotto dalla Procura di Trani è il primo filone giudiziario contro il Jova Beach Party. L’evento di Jovanotti ha attirato critiche in giro per l’Italia. A Fermo, nel 2022, i controlli condotti dall’Ispettorato del lavoro hanno fatto emergere la presenza di diversi lavoratori impiegati in nero. A ciò si è aggiunta la stessa accusa mossa a Barletta, relativa alla distruzione della vegetazione dunale. Già nel 2019 le ruspe avevano appianato la spiaggia di Casabianca, sul Lido di Fermo, in vista del concerto.

Biennale: la notizia secondo cui la Russia “non è stata invitata” è una manipolazione mediatica

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La partecipazione della Russia alla prossima Biennale di Venezia è sempre più in bilico, ma in ogni caso il suo padiglione dovrebbe rimanere chiuso; è questa la sintesi del verbale degli 007 del ministero della Cultura, inviati in laguna per parlare con i rappresentanti della Fondazione Biennale. La stragrande maggioranza dei media, tuttavia, ha preferito concentrarsi su un altro elemento: Le carte degli ispettori del Mic, ‘nessun invito dalla Biennale a Mosca’, titola l’Ansa; “Russia formalmente non invitata”. Botta e risposta tra ministero della Cultura e vertici della Biennale di Venezia, il Giornale; Biennale Venezia, ispettori MiC: “Federazione russa non invitata formalmente”, il Sole, riprendendo La Presse. Insomma, se c’è qualcosa di certo della questione è che Mosca non è stata invitata; peccato che non dovesse esserlo. Eppure lo stesso verbale lo spiega più volte: i Paesi proprietari dei propri padiglioni «si intendono invitati di diritto» e la loro partecipazione all’evento è soggetta a una semplice comunicazione.

Il documento degli ispettori è arrivato oggi sui banchi di Palazzo Chigi ed è stato diffuso dal Corriere. La quasi totalità del panorama mediatico titola sul mancato invito formale della Fondazione a Mosca, un punto su cui l’avvocata della Fondazione Debora Rossi torna a più riprese, interrogata insistentemente dagli ispettori. La prima volta che lo menziona è quando chiarisce il funzionamento della procedura di partecipazione all’evento: «I Paesi con padiglione permanente ai Giardini si intendono invitati di diritto, poiché l’invito è stato acquisito dal momento della costruzione o concessione originaria», si legge nel verbale. «Alla luce delle Procedure, nel caso della Federazione Russa risulta sufficiente la comunicazione della intenzione di partecipare». Poco dopo, uno degli ispettori – probabilmente distratto – chiede nuovamente se la Fondazione ha invitato la Russia all’evento: «L’Avv. Rossi ribadisce che la Federazione Russa non è stata formalmente invitata dalla Fondazione e che essa non ha sottoscritto il documento disciplinante la procedura di partecipazione, come anche altri Paesi titolari di padiglioni». Nel corso della conversazione, l’avvocata Rossi è stata costretta a spiegare che la Russia si considera invitata di diritto altre due volte.

È difficile immaginare che i giornali non abbiano capito un concetto – per giunta parecchio lineare – che nelle sette pagine di documento compare almeno cinque volte: la Russia non ha ricevuto un invito e non ha sottoscritto carte per partecipare perché non è così che funziona la partecipazione alla Biennale; vale così per tutti i Paesi titolari di padiglione. Eppure i titoli si concentrano proprio su questo elemento che, di fatto, non costituisce notizia. Se i giornali hanno deciso di incentrarli su un elemento che risulta di fatto irrilevante o hanno compiuto un errore macroscopico, o non hanno letto il verbale, o hanno scelto consciamente di manipolare l’informazione. Dopo tutto, è naturale che una persona esterna al mondo dell’arte non sappia come funzioni la partecipazione alla Biennale: focalizzare il titolo sul mancato invito alla Russia omettendo che quell’invito non avrebbe neanche dovuto esserci suggerisce neanche troppo velatamente che la Russia non avrebbe avuto diritto a partecipare alla mostra.

Gli stessi contenuti di alcuni degli articoli paiono omettere tale dato. La maggior parte dei media cita uno solo dei passaggi in cui l’avvocata Rossi fa riferimento alla procedura di partecipazione, estrapolandolo dal contesto (se non addirittura inserendolo in uno diverso): «Spesso si accomuna erroneamente la struttura della Biennale Arte/Architettura al modello di Expo, ma non è una Expo: La Biennale non promuove le partecipazioni degli Stati ma sono questi che decidono di partecipare». Nel suo resoconto, il Giornale fa seguire questo intervento a un altro discorso dell’avvocata: «La Federazione Russa, in base alle sanzioni vigenti, non potrebbe ottenere le autorizzazioni per aprire il padiglione al pubblico e, dunque, questo non può essere accessibile nel periodo di apertura al pubblico della mostra»; queste parole sono state pronunciate minuti prima e non c’entrano nulla con il tema dell’invito. Anche Huffington Post compie una operazione simile, accostando le frasi dell’avvocata Rossi sul modello Expo a un altro punto del verbale in cui gli ispettori e i rappresentanti della Fondazione parlano dei lavori di ristrutturazione del padiglione Russia del 2019. Il Sole, invece, riprendendo La Presse, non cita neanche il paragone con Expo.

Il caso della partecipazione russa alla Biennale è scoppiato a marzo, quando la Fondazione ha annunciato che la Russia avrebbe partecipato nuovamente all’evento, a cui manca dal 2022. La risposta della politica europea – e italiana – è stata celere: l’UE ha minacciato di tagliare i fondi comunitari alla Fondazione, e il ministro Giuli ha annunciato che non avrebbe partecipato al vernissage della mostra, previsto per domani, per poi inviare gli ispettori tra il 29 e il 30 aprile. Dopo le minacce dell’UE, la Giuria ha rilasciato un comunicato in cui annunciava la decisione di non premiare gli artisti dei Paesi i cui vertici politici sono accusati di crimini contro l’umanità; tale scelta tuttavia ha provocato una seconda ondata di indignazione, perché con gli artisti russi sarebbero stati esclusi dalle premiazioni anche quelli israeliani; un artista israeliano ha minacciato di passare alle vie legali, mentre qualche giorno dopo i membri della Giuria hanno annunciato le dimissioni.

Il verbale degli ispettori tratta di tutti questi temi: i funzionari del ministero sono stati inviati a Venezia per capire se la Fondazione avesse contravvenuto al sistema sanzionatorio europeo e se – come sostiene la Commissione – avesse ricevuto «sostegno indiretto» dalla Russia. La Fondazione sostiene di avere seguito le procedure legali e smentisce le accuse della Commissione Europea. A ora, la partecipazione della Russia è ancora incerta. Quello che tuttavia pare essere ormai sicuro è che Mosca non potrà aprire il proprio padiglione al pubblico, e che, nel caso in cui la partecipazione dovesse venire confermata, la struttura potrebbe comunque trasmettere un video dei lavori condotti per l’edizione corrente – eventualmente visibile dalle finestre dell’edificio.

Flotilla: due attivisti detenuti in Israele con le catene ai piedi e i lividi in faccia

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Mentre a Tel Aviv il ministro Ben Gvir festeggiava il suo 50esimo compleanno con una sfarzosa torta a tre piani raffigurante pistole, un cappio e una mappa della Grande Israele, Thiago Avila e Abu Keshek Abdelrahim si presentavano nelle aule del tribunale di Ashkelon visibilmente affaticati: occhi arrossati, ferite sulla testa, manette alle mani e catene ai piedi. I due erano stati arrestati in seguito all’abbordaggio delle navi della Global Sumud Flotilla portato avanti dall’esercito israeliano in acque internazionali; quando sono stati prelevati, si trovavano a bordo di una nave battente bandiera italiana. I legali di Adalah, gruppo per i diritti umani che fornisce assistenza agli attivisti, spiegano che Avila e Abu Keshek sono stati sottoposti ad «abusi fisici equivalenti a tortura»; in seguito all’udienza, i pm hanno elencato una serie di presunti reati senza tuttavia muovere alcuna accusa formale, e il giudice ha disposto il prolungamento della detenzione per altri due giorni.

L’aggiornamento delle condizioni di Avila e Abu Keshek arriva dopo giorni di viaggio in mare in cui i due sono stati tenuti bendati. I legali di Adalah sono riusciti a contattare i propri assistiti solo il 2 maggio, il giorno prima dell’udienza. Gli avvocati riportano testimonianze di «gravi abusi fisici equivalenti a tortura, tra cui essere stati picchiati e tenuti in isolamento per giorni»: Avila ha raccontato di essere stato sottoposto a «estrema brutalità» da parte delle forze israeliane, «trascinato a faccia in giù sul pavimento e picchiato così duramente che è svenuto due volte»; Abu Keshek, invece, è stato «legato con le mani e bendato e costretto a giacere a faccia in giù sul pavimento dal momento del suo sequestro» finché non ha raggiunto Israele.

Con il provvedimento del giudice, i due resteranno nel carcere di Shikma per almeno altri due giorni. L’accusa ne chiedeva quattro; al momento dell’udienza, i pm hanno presentato una lista di possibili reati tra cui assistenza al nemico in tempo di guerra, contatti con un agente straniero, appartenenza e fornitura di servizi a un’organizzazione terroristica e trasferimento di beni per conto di un’organizzazione terroristica. Nonostante ciò, non è stata presentata alcuna accusa formale. Adalah rigetta le ipotesi di reato e chiede la liberazione immediata dei propri assistiti; anche il governo spagnolo chiede la liberazione di Abu Keshek, cittadino ispano-palestinese. Gli avvocati degli attivisti contestano la decisione del tribunale, presa senza che fosse presentata accusa formale contro gli imputati in un territorio su cui non avrebbe giurisdizione. Al momento dell’arresto, i due si trovavano infatti a bordo di una nave battente bandiera italiana, Paese che, in quanto Stato di bandiera, esercitava giurisdizione sull’equipaggio; a tal proposito, la squadra legale della Global Sumud Flotilla ha presentato due esposti contro il governo Meloni presso la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo e la Procura della Repubblica per chiedere la liberazione degli attivisti: gli avvocati sostengono che l’Italia in quanto Stato di bandiera, avrebbe dovuto adottare tutte le misure necessarie per prevenire che i diritti degli attivisti venissero violati, e chiede la loro immediata liberazione.

Gli USA avviano una missione su Hormuz

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Il comando interforze statunitense per il Medio Oriente (CENTCOM) ha lanciato l’operazione “Project Freedom” «per ripristinare la libertà di navigazione commerciale attraverso lo Stretto di Hormuz». Da quanto spiega il CENTCOM, gli USA dispiegheranno un cacciatorpediniere lanciamissili, oltre 100 aerei terrestri e marittimi, piattaforme senza pilota multidominio e 15.000 truppe. Secondo quanto riportano i media statunitensi, l’iniziativa si limiterà a fornire indicazioni alle compagnie di navigazione segnalando la presenza di mine. L’Iran ha risposto affermando che qualsiasi intervento nello Stretto sarà considerato una violazione del cessate il fuoco.

Borghi abbandonati, comunità che resistono: il documentario che racconta l’altra Italia

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Storie di donne, uomini e comunità

L’idea di realizzare questo film nasce a marzo 2020, nei giorni del primo lockdown: fare un documentario sulle cooperative di comunità. Paola Traverso e Vincenzo Franceschini, i due registi, ammettono di non sapere quasi nulla di quel fenomeno. Quattro anni dopo, ottanta minuti di girato attraversano cinque Regioni e restituiscono il racconto di un'Italia che esiste ma di cui si parla poco.
Storie di donne, uomini e comunità, presentato in anteprima a Roma il 13 aprile, poi a Milano e il 15 aprile al Parlamento europeo nell'ambito di un convegno sulla rigenerazione territoriale, non è il docum...

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L’OPEC aumenta la produzione a 188mila barili al giorno

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Sette membri dell’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio hanno concordato che aumenteranno la propria quota di produzione di petrolio a 188mila barili al giorno. A concordare la decisione Arabia Saudita, Russia, Algeria, Iraq, Kazakistan, Kuwait e Oman; l’annuncio arriva dopo che gli Emirati Arabi Uniti hanno dichiarato la loro intenzione a uscire dal gruppo e risulta la prima uscita ufficiale dell’OPEC dall’abbandono di Abu Dhabi.

Hamas rinasce dalle macerie di Gaza

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Le truppe di Tel-Aviv, secondo il piano di pace tra israeliani e palestinesi promosso dal presidente americano Donald Trump nel settembre 2025, si sarebbero dovute ritirare gradualmente dalla Striscia di Gaza fino a uscirne completamente, in cambio della consegna di tutti i prigionieri israeliani nelle mani del movimento palestinese e l’ingresso di una forza di interposizione internazionale a Gaza per garantire il disarmo di Hamas. Il ritiro strutturato in tre fasi-periodi è stato ottemperato solo nella fase iniziale da parte dell’esercito israeliano che ora si attesta su un confine stabilito ...

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Israele: ordini di evacuazione nel sud del Libano

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L’esercito israeliano ha emesso ordini di evacuazione da 11 città e villaggi del Libano meridionale, esortando i cittadini a evacuare le proprie case. L’esercito israeliano sta conducendo attacchi nel sud del Paese confinante e ingaggiando combattimenti con il gruppo libanese Hezbollah, nell’ambito di una operazione volta a prendere il controllo della zona a sud del fiume Litani. Dall’escalation del 2 marzo, lo Stato ebraico ha ucciso 2.659 persone in Libano, ferendone altre 8.183.