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La Russia annuncia un cessate il fuoco di due giorni

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Il presidente russo Vladimir Putin ha annunciato un cessate il fuoco di due giorni per commemorare il giorno della vittoria, la ricorrenza della vittoria dell’Unione Sovietica sulla Germania nazista. La celebrazione è una delle più importanti ricorrenze russe, celebrata con una parata militare nella Piazza Rossa di Mosca. La tregua avrà luogo l’8 e il 9 maggio. In risposta, il presidente ucraino Zelensky ha annunciato un cessate il fuoco che partirà allo scoccare di domani, 6 maggio.

Trump fa la voce grossa, l’Iran risponde coi missili: la guerra, di fatto, è ricominciata

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Seppure su scala ridotta, i combattimenti in Asia Occidentale stanno ricominciando. Tutto è iniziato dall’avvio dell’operazione “Project Freedom” da parte di Washington volta a «ripristinare la libertà di navigazione commerciale attraverso lo Stretto di Hormuz». In risposta al suo cominciamento, l’Iran ha affermato che qualsiasi intervento nello Stretto sarebbe stato considerato una violazione del cessate il fuoco e Trump ha risposto con le sue ormai rituali dichiarazioni dal tono oscillante tra il minaccioso e l’accomodante. Da lì, l’escalation: entrambe le parti hanno annunciato di avere attaccato navi nemiche, e nel tardo pomeriggio, dopo una giornata di tensioni, gli Emirati hanno accusato l’Iran di avere scagliato un attacco contro il porto di Fujairah, la principale infrastruttura petrolifera del Paese. Attacchi di minore intensità sono stati segnalati anche in Oman, segnando la prima ripresa di ostilità diffuse dall’annuncio di cessate il fuoco. Intanto, davanti a una tregua sempre più fragile, i negoziati risultano ancora in stallo.

In questo momento, la situazione tra USA e Iran risulta particolarmente tesa. Dopo il lancio dell’operazione “Project Freedom”, il CENTCOM ha annunciato il dispiegamento di un cacciatorpediniere lanciamissili, oltre 100 aerei terrestri e marittimi, piattaforme senza pilota multidominio e 15.000 truppe che – secondo le ricostruzioni dei media statunitensi – avrebbero il compito di fornire indicazioni alle compagnie di navigazione segnalando la presenza di mine. Con l’avvio della missione sono arrivati anche i primi attacchi: Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti hanno distrutto imbarcazioni militari iraniane, informazione che l’Iran ha contestato, sostenendo che si trattasse di navi civili. Dall’altra parte della barricata, Teheran ha dichiarato di avere attaccato una fregata statunitense, e gli USA hanno a loro volta smentito la notizia. Tra i vari attacchi segnalati, anche uno a una nave cargo sudcoreana, a bordo di cui sarebbe scoppiato un incendio. Dopo un pomeriggio di reclami, sono iniziate a suonare le campane di allarme negli Emirati Arabi Uniti. Il Paese ha segnalato attacchi ad Abu Dhabi e Dubai, e ha dichiarato di avere ricevuto un attacco con droni iraniani presso il porto di Fujairah. Fujairah ospita i più importanti impianti petroliferi emiratini e affaccia sul Golfo di Oman, qualche chilometro a sud dallo Stretto di Hormuz; l’infrastruttura costituisce l’unico sbocco sul mare del Paese che non dipende dal passaggio marittimo. In seguito all’attacco su Fujairah, è stato segnalato lo scoppio di un incendio. Nelle medesime ore, l’Oman ha registrato un attacco su un edificio a Bukha, senza fornire ulteriori informazioni.

Dopo gli attacchi agli Emirati, la situazione si è calmata, ma la tensione è rimasta alta. L’Iran ha aspettato ore prima di commentare la vicenda, su cui in ogni caso non ha ancora rilasciato alcuna dichiarazione ufficiale. I principali media statali e parastatali tuttavia riportano una dichiarazione di un ufficiale anonimo che avrebbe comunicato che Teheran non avesse alcuna intenzione di attaccare gli Emirati, ma ammesso velatamente di averlo fatto in risposta alle provocazioni di Trump e alla missione su Hormuz: «La Repubblica Islamica non aveva alcun piano premeditato per attaccare gli impianti petroliferi menzionati e quanto accaduto è il risultato dell’avventura dell’esercito americano per creare un passaggio per il transito illegale di navi attraverso i passaggi vietati dello Stretto di Hormuz. L’esercito americano deve rendere conto di tutto ciò», si legge nella dichiarazione; l’ufficiale avrebbe inoltre affermato che gli USA dovrebbero smettere di usare la forza al posto della diplomazia e provare a risolvere la questione attraverso il dialogo. Anche il media libanese Al Mayadeen, ripreso dai canali iraniani, ha citato un funzionario militare, che avrebbe detto che la giornata di ieri lancia «un messaggio chiaro da parte delle forze armate iraniane agli americani: va avanti e verrai attaccato».

In questo momento il quadro resta teso. Il cancelliere tedesco Merz ha invocato la calma chiedendo alle parti di tornare a negoziare, mentre Macron ha criticato tanto gli attacchi agli Emirati quanto la missione statunitense su Hormuz, sostenendo che manchi di chiarezza e rischi di acuire le tensioni. Dopo gli attacchi, Trump non si è ancora espresso sulla questione. I fatti di ieri costituiscono la prima reale – seppur limitata – ripresa dei combattimenti tra le parti; l’Iran sta dimostrando di non avere intenzione di permettere lo svolgimento di alcuna operazione sullo Stretto di Hormuz, né militare in senso stretto né di supporto alle navi. I dialoghi, tuttavia, restano sostanzialmente fermi: l’ultima proposta comparsa sul tavolo è stata avanzata dall’Iran, che ha ipotizzato sessanta giorni di negoziati a due fasi per raggiungere una pace estesa nella regione – Libano compreso; Trump ha risposto di «non essere soddisfatto» dalla proposta e minacciato di riprendere a bombardare.

La Svezia riporta in classe carta, penna e libri per combattere l’analfabetismo

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Dopo anni di investimenti nella digitalizzazione della scuola, la Svezia, tra i Paesi più avanzati sul piano tecnologico, torna a privilegiare libri, quaderni e penne. L’obiettivo è rafforzare le competenze di lettura e scrittura degli studenti, che negli ultimi anni hanno mostrato segnali di indebolimento.
Già intorno al 2015 circa l’80% degli studenti delle scuole superiori pubbliche disponeva di un dispositivo digitale personale. Nel 2019 l’uso dei tablet era stato esteso anche ai programmi per l’infanzia, con l’idea di preparare i bambini a un ambiente sempre più tecnologico, nella vita qu...

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Una nuova mappa prova che Israele sta continuando ad avanzare a Gaza

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La notizia risale all’incirca alla metà dello scorso marzo, ma è stata diffusa solamente da pochi giorni. Israele ha distribuito alle organizzazioni umanitarie che operano a Gaza mappe che comprendono una nuova “Linea Arancione”, la quale pone sotto controllo militare israeliano un ulteriore 11% della Striscia, in aggiunta alla zona già delimitata dalla cosiddetta “Linea Gialla”. Le mappe non sono state rese pubbliche, ma le Nazioni Unite hanno confermato l’esistenza della nuova area ristretta. Così, ora due terzi dell’enclave palestinese – il 64% circa – risultano essere sotto controllo israeliano. La nuova zona militare sarebbe funzionale al coordinamento delle attività delle agenzie umanitarie, ma di fatto restringe ulteriormente la superficie a disposizione dei profughi palestinesi, che vengono sempre più schiacciati verso la costa.

In un aggiornamento dello scorso 18 marzo, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i profughi palestinesi aveva riferito dell’ampliamento della zona militare israeliana proprio attraverso la demarcazione di una nuova Linea Arancione, con dieci strutture UNRWA che ora rientrano nel nuovo territorio militarizzato. «Si tratta a tutti gli effetti di una zona ad alto rischio», spiega il corrispondente di Al Jazeera da Gaza, Tareq Abu Azzoum, «le agenzie delle Nazioni Unite continuano a dire che questo nuovo confine restringe ulteriormente le possibilità di movimento dei team di aiuto e crea maggiore sovraffollamento in un’area di costa sempre più ristretta». Il rischio maggiore per la popolazione deriva dal fatto che non vi sarebbero confini fisici a delimitare la linea, rendendo così impossibile determinare con certezza a partire da quale punto si rischia di finire nel bersaglio dei militari israeliani. La restrizione delle libertà di movimento riguarda anche le agenzie umanitarie, il cui lavoro è in questo modo reso ancora più complicato.

Collocazione della nuova Linea Arancione israeliana a Gaza; rielaborazione effettuata sulla base dei dati di OCHA e Al Jazeera.

Le Nazioni Unite sono state messe al corrente di questo avanzamento militare, ha confermato Stephane Dujarric, portavoce dell’ONU. «Le cose non si stanno muovendo nella giusta direzione», ha commentato: secondo il piano di pace elaborato da Trump e Netanyahu, infatti, la direzione dovrebbe essere quella della completa smilitarizzazione della Striscia e del ritiro progressivo delle truppe israeliane dal territorio. Con la demarcazione della nuova Linea Arancione, invece, viene ulteriormente esteso il territorio sotto controllo militare israeliano e allontanata la prospettiva di molti abitanti della Striscia di poter tornare alle proprie abitazioni.

Il naufragare dei progetti di pace per Gaza è d’altronde evidente, di fatto, non solo nelle migliaia di violazioni del cessate il fuoco da parte di Israele, che continua a ritmo quotidiano ad assassinare civili e condurre raid nella Striscia, ma anche nell’immobilismo della politica internazionale a riguardo – a partire dal Board of Peace istituito da Trump. Complice l’esplosione della guerra contro l’Iran, scatenata da USA e Israele, i lavori dell’organizzazione internazionale presieduta da Trump sono infatti praticamente fermi, nonostante i roboanti annunci di appena poche settimane fa in merito allo stanziamento di miliardi di fondi internazionali per la ricostruzione di Gaza. Coloro, invece, che non sono mai rimasti fermi sono proprio i palestinesi, che stanno lavorando per rimettere in piedi ciò che Israele ha raso al suolo e ricostruire Gaza dalle macerie.

Lipsia, auto investe la folla: almeno due morti

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Due persone sono morte e due sono rimaste gravemente ferite dopo che un’auto si è lanciata contro la folla nel centro di Lipsia. Il conducente, arrestato, avrebbe mostrato segni di squilibrio psichico, secondo fonti locali; per il sindaco Burkhard Jung non vi sarebbe più pericolo. L’episodio è avvenuto nella via commerciale Grimmaische Strasse, ora chiusa e presidiata da numerosi soccorsi. Testimoni riferiscono di un Suv lanciato ad alta velocità e di corpi a terra coperti da lenzuola. La dinamica e il movente dell’atto restano ancora da chiarire.

Il governo Meloni ha approvato un nuovo piano pandemico: cosa prevede

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A oltre due anni dalla scadenza del precedente documento, la Conferenza Stato-Regioni ha dato il via libera definitivo al nuovo Piano pandemico nazionale 2025-2029 varato dal governo Meloni. La nuova strategia, sostenuta da un finanziamento di oltre 1,1 miliardi di euro, abbandona l’approccio focalizzato su una singola malattia per concentrarsi su tutti i patogeni a trasmissione respiratoria ad alto potenziale pandemico. Il testo esclude il ricorso a lockdown generalizzati, puntando invece su interventi modulabili in base all’emergenza, sull’utilizzo mirato dello smart working, su sistemi di ventilazione e sul potenziamento delle scorte strategiche di vaccini e dispositivi di protezione.

Il piano appena approvato segna un cambio di impostazione rispetto al precedente PanFlu 2021-2023, delineando un sistema costruito attorno alla via di trasmissione respiratoria, in grado di adattarsi a virus dalle caratteristiche epidemiologiche anche molto diverse tra loro. L’obiettivo dichiarato è «ridurre gli effetti di una pandemia sulla salute della popolazione» e garantire «azioni appropriate e tempestive per il coordinamento a livello nazionale e locale». Come specificato nel testo ufficiale, l’impianto operativo si struttura ora su cinque fasi distinte e progressive: prevenzione e preparazione, allerta, risposta di contenimento, risposta di controllo e, infine, recupero. Per supportare questa nuova architettura, la legge di bilancio ha previsto un pacchetto di risorse vincolate: 50 milioni per l’anno in corso, 150 milioni per il 2026 e 300 milioni annui a partire dal 2027. Questi fondi non verranno distribuiti a pioggia: le Regioni a statuto ordinario dovranno presentare delibere di recepimento con cronoprogrammi dettagliati, che saranno sottoposti al vaglio di un apposito Comitato di Coordinamento. Le Regioni a statuto speciale, invece, vi provvederanno autonomamente con le proprie risorse di bilancio.

Per quanto riguarda le misure da adottare, il piano esclude lockdown generalizzati. Le restrizioni saranno introdotte tramite legge ordinaria o decreti-legge, modulate in base alla gravità della situazione epidemiologica. Gli interventi non farmacologici (NPI), tra cui distanziamento fisico e sospensione di eventi di massa, sono descritti come «prima linea di difesa» nelle pandemie. Viene espressamente richiamato il ricorso al lavoro agile e alla flessibilità degli orari, con particolare attenzione ai «lavoratori fragili». È inoltre istituito un gruppo di lavoro per elaborare indicazioni sull’utilizzo di sistemi di ventilazione meccanica controllata nelle scuole, nei luoghi di lavoro e sul trasporto pubblico. Sul piano delle contromisure mediche, l’Italia partecipa all’approvvigionamento comune europeo di vaccini. È già in essere un contratto di prelazione con GSK per il vaccino pre-pandemico influenzale (Adjupanrix), con una spesa annua di circa 7,7 milioni di euro. Viene inoltre previsto l’acquisto del vaccino zoonotico Seqirus (contro l’influenza aviaria H5N1) per allevatori, veterinari e macellai, per un costo annuo di 1,65 milioni di euro. Il piano stanzia infine oltre 88 milioni di euro per la costituzione di scorte del farmaco antivirale Oseltamivir, sufficienti a coprire più di 3,7 milioni di cicli di trattamento.

Nonostante l’approvazione, l’iter ha sollevato forti perplessità. Le opposizioni hanno espresso timori che il testo si limiti a un elenco di obiettivi anche condivisibili sulla carta, ma insufficientemente definito sui punti decisivi, come la garanzia di un rapido accesso a farmaci e vaccini e gli strumenti operativi per evitare di ritrovarsi impreparati di fronte a una crisi sanitaria. Secondo le critiche, sarebbero servite scelte più chiare, indicazioni operative puntuali e una strategia concreta per l’approvvigionamento e la distribuzione delle cure. Anche alcuni infettivologi hanno affermato che il piano non affronterebbe adeguatamente la questione della provenienza tempestiva di farmaci e vaccini, sostenendo che, in caso di nuova emergenza pandemica, l’Italia si troverebbe in ritardo rispetto agli altri Paesi.

Allungando lo sguardo sul mondo, si è nel frattempo conclusa lo scorso mese Polaris II, un’esercitazione globale organizzata dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) incentrata sulla simulazione di una pandemia causata da un batterio fittizio. Svoltasi tra il 22 e il 23 aprile 2026, ha coinvolto 26 Paesi, 25 organizzazioni partner e circa 600 esperti di emergenze sanitarie, con l’obiettivo di testare la capacità di risposta coordinata a future crisi globali. L’Italia, però, non ha partecipato. L’esercitazione è stata imperniata su procedure operative, strutture di emergenza e sistemi di comunicazione tra Stati, facendo riferimento a due principali framework OMS: il Global Health Emergency Corps (GHEC), volto a rafforzare il personale sanitario secondo principi di equità e solidarietà, e il National Health Emergency Alert and Response, che definisce i meccanismi di coordinamento e le azioni a livello nazionale e locale. Ampio spazio è stato dato anche all’impiego dell’intelligenza artificiale per la pianificazione e la gestione delle emergenze.

L’Austria espelle tre diplomatici russi

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L’Austria ha definito personae non gratae tre diplomatici russi, revocando loro l’immunità diplomatica ed espellendoli dal Paese. I media austriaci riportano che i tre diplomatici, funzionari dell’ambasciata russa di Vienna, hanno già abbandonato il Paese. L’Austria ha motivato tale decisione accusando la Russia di usare un sistema di antenne sul tetto di alcuni edifici diplomatici russi della capitale austriaca per condurre attività di spionaggio. Con la loro espulsione, l’Austria ha espulso 14 diplomatici moscoviti dal 2020.

Canada, stanziati altri 200 milioni di dollari in sostegno all’Ucraina

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Il Canada ha annunciato un nuovo stanziamento di 200 milioni di dollari per sostenere militarmente l’Ucraina nell’ambito del programma PURL. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha definito questo contributo “importante”, sottolineando il valore dell’impegno canadese. L’annuncio è stato fatto dal primo ministro Mark Carney. Con questo nuovo finanziamento, il totale degli aiuti forniti dal Canada a Kiev tramite il programma supera gli 830 milioni di dollari. Il sostegno si inserisce nel più ampio contesto di assistenza internazionale all’Ucraina nel conflitto in corso.

In NVIDIA, l’IA costa piú di un lavoratore umano

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All’alba dell’intelligenza artificiale generativa, i dirigenti delle aziende del settore sostenevano che la democratizzazione di questo genere di strumenti avrebbe permesso di curare malattie, affrontare la crisi climatica e promuovere politiche sociali ancorate sul concetto di reddito universale. Da allora, però, il tono è cambiato. Oggi molte imprese legate all’IA esaltano la possibilità di automatizzare una parte consistente del lavoro intellettuale, alimentando le fantasie di chi sogna di sostituire la forza lavoro con chatbot e agenti digitali. Una visione che, tuttavia, fatica a reggere alla prova dei fatti. Bryan Catanzaro, dirigente di NVIDIA, azienda simbolo della rivoluzione tecnologica in corso, lo ammette apertamente: mantenere e far funzionare le intelligenze artificiali costa di più che assumere un normale dipendente.

«Per quanto riguarda il mio team, il costo computazionale [dell’IA] è ben superiore a quello dei dipendenti», ha ammesso Catanzaro, vicepresidente del deep learning applicato di NVIDIA, in un’intervista ad Axios. Una dichiarazione sorprendente, ma non del tutto inattesa, che la testata ha riportato senza fornire coordinate contestualizzanti. Che gli strumenti di intelligenza artificiale generativa (GenAI) siano costosi è cosa nota a chi segue da vicino il settore: le principali aziende erogano i propri servizi in abbonamento a prezzi fortemente sottocosto e persino i contratti “pro” da centinaia di euro non bastano a riequilibrare il rapporto tra costi e profitti. 

Con tutta probabilità, la dichiarazione di Catanzaro fa riferimento a Claude di Anthropic, sistema pensato principalmente per il settore corporate e basato su abbonamenti a uso limitato o su interfacce di collegamento con fatturazione a consumo. Anthropic, tuttavia, sta progressivamente eliminando i contratti più convenienti, spingendo i clienti verso un modello che li obbliga a pagare in base ai volumi di utilizzo. Le imprese che credono nella GenAI fanno largo uso di Claude e ne promuovono l’applicazione compulsiva all’interno dei contesti di lavoro, arrivando persino a creare classifiche interne che celebrano chi invia il maggior numero di comandi ai modelli di IA. È per esempio il caso di Meta, dove è nato in via informale un Claudeonomics che monitora l’impiego delle soluzioni di Anthropic. Secondo i calcoli di Fortune, il dipendente in cima alla classifica avrebbe scomodato nell’arco di un solo mese servizi GenAI per oltre un milione di dollari.

All’inizio di aprile Praveen Neppalli Naga, CTO di Uber, ha ammesso di aver sottovalutato pesantemente i costi dei modelli di intelligenza artificiale. «Sono tornato alla fase di progettazione perché il budget che pensavo bastasse è già stato spazzato via», ha dichiarato a The Information, riferendosi alla scelta dell’azienda di affidarsi con decisione ai modelli di programmazione Claude di Anthropic. In poco più di un trimestre, Uber ha dunque consumato in IA gli stanziamenti previsti per l’intero 2026, segno di una spesa fuori controllo. E non è un caso isolato: secondo Goldman Sachs, si trovano nella medesima condizione, bruciando i propri budget e arrivando a investire fino al 10% del costo del personale solo la mole di comandi inoltrata ai modelli di intelligenza artificiale.

Il che, naturalmente, non significa che questa nuova consapevolezza stia spingendo le aziende a rivalutare il proprio rapporto con l’intelligenza artificiale. Nonostante episodi aneddotici e ricerche scientifiche indichino chiaramente che, al momento, le IA non sono in grado di sostituire i lavoratori, molte grandi imprese tech continuano a portare avanti campagne di licenziamenti giustificate spesso proprio con l’avvento dell’automazione. La portata dei tagli è tale che nel 2020 è nato un sito dedicato interamente a monitorare gli esuberi nel settore tecnologico. E la tendenza non si ferma al comparto digitale: pochi giorni fa l’attrice Evangeline Lilly ha denunciato che Disney Corporation abbia licenziato circa un migliaio di dipendenti, molti dei quali creativi legati ai progetti Marvel, nella speranza di sostituirli con tecnologie di IA. In un memo interno letto da The Independent, l’azienda non menziona esplicitamente l’intelligenza artificiale, ma parla genericamente della necessità di “semplificare le operazioni”.

Cosa c’è nel piano casa approvato dal governo Meloni

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Ristrutturazione di case popolari inagibili, nuovi alloggi a prezzi calmierati e sburocratizzazione degli investimenti privati. Sono questi i pilastri del piano casa approvato in Consiglio dei ministri, dopo mesi di smentite e ipotesi di sospensione. Il governo Meloni prevede uno stanziamento di risorse pubbliche pari a 10 miliardi di euro, cui si aggiungeranno gli investimenti privati. L'obiettivo è «rendere disponibili 100mila tra alloggi popolari e alloggi a prezzi calmierati nei prossimi 10 anni», ha detto la presidente del Consiglio Giorgia Meloni in conferenza stampa. Alle case popolari ...

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