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Chi paga la guerra di Trump? I conti del Codacons: a ogni famiglia italiana costerà mille euro

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Carburanti, trasporti, generi alimentari. L’inflazione non fa sconti e pesa sulle famiglie italiane. Sono ormai trascorsi due mesi da quando gli Stati Uniti, di concerto con Israele, hanno deciso di aggredire l’Iran, trascinando il mondo intero in una nuova crisi umanitaria, politica e commerciale. Il Codacons, elaborando gli ultimi dati ISTAT sul rincaro dei prezzi, ha provato a quantificare i danni per l’economia reale italiana. «Un’inflazione al +2,8% si traduce, a parità di consumi e considerata la spesa totale delle famiglie, in una stangata media da +926 euro annui per la famiglia “tipo” (2 adulti e un figlio, NdR) che sale a +1.279 euro annui per un nucleo con due figli», scrive l’associazione dei consumatori.

Un mese di bombardamenti in Asia Occidentale che non hanno risparmiato i siti energetici e la chiusura (ancora attiva) dello Stretto di Hormuz stanno mettendo a dura prova l’economia mondiale, soprattutto i mercati più dipendenti dalla regione, come quello europeo. Proprio qualche giorno fa, la presidente della Commissione UE Ursula von der Leyen aveva ammesso i costi della guerra all’Iran, quantificandoli in perdite da mezzo miliardo di euro al giorno: «in soli 60 giorni di conflitto la nostra spesa per l’import di combustibili fossili è aumentata di oltre 27 miliardi di euro». Il tutto a beneficio delle multinazionali statunitensi degli idrocarburi, che hanno visto crescere le proprie esportazioni di petrolio verso l’Europa, riproponendo lo schema già visto con la sostituzione del gas russo.

Per quanto riguarda l’Italia, l’ISTAT ha di recente pubblicato i dati sull’inflazione: ad aprile l’indice generale dei prezzi è cresciuto del 2,8% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. L’inflazione è trainata dalla risalita dei prezzi energetici e alimentari. «Solo per la spesa alimentare, con i prezzi del comparto che salgono del +3,1% su anno con punte del +6% per i non lavorati, l’aggravio di spesa è pari a +198 euro per la famiglia tipo, +287 euro per quella con due figli», calcola il Codacons. Ci sono poi i rincari per i beni del settore energetico, cresciuti in media dell’8%. L’associazione dei consumatori stima per quest’anno, a parità di consumi, «una stangata media da +926 euro per la famiglia “tipo” che sale a +1.279 euro per un nucleo con due figli». I calcoli sono suscettibili di essere ritoccati al rialzo, in base all’andamento dell’inflazione che rischia di crescere ulteriormente a maggio, vista l’incertezza geopolitica. Con gli stipendi fermi al palo e i prezzi dei beni in aumento, le famiglie potrebbero rivedere nuovamente le proprie abitudini alimentari, diminuendo quantità o qualità del cibo acquistato.

«Le misure messe in campo dal governo non hanno evitato l’impatto devastante della crisi in Medio Oriente sulle tasche degli italiani», ha chiosato il Codacons, auspicando «la proroga del taglio delle accise fino al termine dell’emergenza, per evitare che i prezzi al dettaglio di beni e servizi salgano ulteriormente devastando i bilanci di milioni di famiglie». Il 30 aprile il governo Meloni ha rinnovato per altre tre settimane il taglio dei 20 centesimi al litro per il diesel, riducendolo invece a 5 centesimi per la benzina che oggi, dopo due anni, supera la quota di 1,9 euro al litro.

UE, erogati 400 miliardi di euro del Recovery Plan

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La Commissione europea ha versato oggi altri 6 miliardi di euro nelle casse di Germania e Slovacchia, per i piani nazionali con cui hanno implementato il NextGenerationEU, o Recovery Plan, il fondo da 750 miliardi approvato dall’UE durante la pandemia di Covid-19. Con i versamenti a Germania e Slovacchia, Bruxelles ha raggiunto la cifra simbolica dei 400 miliardi di euro erogati. «Stiamo costruendo un’Unione più verde, più competitiva e più equa per tutti», ha dichiarato la presidente della Commissioen Ursula von der Leyen.

Caccia, 46 associazioni internazionali chiedono a Meloni di fermare la riforma

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Mai prima d’ora così tante organizzazioni ambientaliste di diversi Paesi avevano unito le loro voci per chiedere a un governo italiano di bloccare una proposta di legge. Sono ben 46 le associazioni aderenti a BirdLife Europa e Asia Centrale – la Lipu è il partner italiano – che hanno redatto e inviato una missiva alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e ai 44 ambasciatori italiani in Europa per fermare il disegno di legge n. 1552 sulla riforma della caccia. Il testo, attualmente all’esame del Parlamento, è accusato di stravolgere le tutele finora garantite alla biodiversità e di violare la normativa europea.

«Siamo profondamente preoccupati per il disegno di legge attualmente all’esame del Parlamento italiano che indebolisce in modo significativo il quadro normativo italiano in materia di protezione degli uccelli selvatici», si legge nell’incipit della lettera. Il testo normativo sotto accusa, a prima firma Malan, propone una profonda deregolamentazione dell’attività venatoria, minacciando decenni di tutele a favore della biodiversità. Tra i punti più controversi figurano la drastica estensione territoriale delle aree cacciabili, l’allungamento dei calendari venatori, l’abolizione del divieto di sparare agli ungulati su terreni innevati o sui valichi montani e l’autorizzazione all’impiego di visori ottici e optoelettronici. A destare ulteriore allarme è la marginalizzazione dell’Ispra, il cui fondamentale parere tecnico per la definizione delle specie cacciabili verrebbe di fatto cancellato, demandando l’elenco a un atto puramente politico tramite Dpcm.

L’Italia, sottolineano le associazioni, non è un Paese qualunque. Grazie alla sua posizione geografica, protesa nel cuore del Mediterraneo, costituisce infatti un corridoio biologico essenziale per miliardi di uccelli migratori che attraversano la penisola ogni primavera e autunno. Per il network di associazioni, la riforma si muove in palese contrasto con i princìpi comunitari poiché «consente la caccia durante il periodo della migrazione prenuziale degli uccelli, reintroduce l’uso di richiami vivi, amplia l’area in cui è consentita la caccia e presenta altre misure notevolmente dannose in violazione di molti articoli della Direttiva Uccelli tra cui gli articoli 7 e 8».

Lo scenario di fondo è drammatico: i dati di BirdLife International e Eurostat stimano che dal 1980 a oggi il numero di uccelli comuni nei Paesi europei si sia ridotto di circa 600 milioni di individui – più di uno su quattro. «Sono necessarie norme più severe per proteggere e ripristinare la natura», affermano i 46 partner, «in considerazione sia del fatto che molte specie devono affrontare gravi minacce, oltre la caccia, quali la perdita degli habitat naturali e il cambiamento climatico, sia dell’importanza biologica unica rappresentata dall’Italia».

Rivolgendosi ai vertici istituzionali, la coalizione europea ricorda le enormi responsabilità che gravano sulla penisola, rimarcando come «proteggere adeguatamente la natura in Italia» significhi «salvaguardare un vero tesoro di natura e un patrimonio caro a molti cittadini europei». Da qui scaturisce l’appello conclusivo, che trasforma una questione di politica interna in un’urgenza condivisa oltre confine: «La esortiamo pertanto a intervenire e a utilizzare tutti i mezzi a Sua disposizione, in qualità di capo del governo italiano, per impedire l’adozione di questa modifica inappropriata della legge e per avviare un nuovo dibattito in linea con le attuali priorità di conservazione e con la pacifica convivenza con la natura».

A febbraio, una vasta mobilitazione nazionale aveva già chiesto di bloccare le modifiche alla legge sulla tutela della fauna, con oltre 400mila firme consegnate al Senato da Fondazione Capellino, Legambiente, Lipu e Wwf Italia. Tra le proposte concrete avanzate dalle quattro realtà ambientaliste figurano il divieto di caccia ad almeno trecento metri da abitazioni, strade carrozzabili, sentieri escursionistici e aree ad alta frequentazione turistica. Si chiede inoltre lo stop all’attività venatoria nei fine settimana, nei giorni festivi e nei periodi di alta stagione turistica, proprio quando la fruizione collettiva del territorio raggiunge i livelli massimi. Sul fronte della prevenzione, viene richiesto l’obbligo per i cacciatori di indossare giubbotti ad alta visibilità e di dotarsi di sistemi di tracciabilità digitale, insieme a un potenziamento delle dotazioni per le forze dell’ordine impegnate nei controlli.

La città di Bari sta sprofondando in una sanguinosa guerra tra clan

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A Bari è in corso, ormai da settimane, una spietata guerra tra clan rivali che sta mietendo vittime, mafiose e non, sul territorio. Ad affrontarsi sono i membri di due famiglie molto influenti nell’ambito della camorra barese, gli Strisciuglio e i Capriati, che hanno deciso di imbracciare le armi e rispondersi colpo su colpo, gettando nel panico la popolazione. A partecipare attivamente alla faida sono in particolare le giovani leve delle consorterie, che escono allo scoperto con agguati e sparatorie in luoghi pubblici. Mentre si fa il conto dei decessi, delle gambizzazioni e dei ferimenti, questa mattina le forze dell’ordine hanno arrestato 14 persone ritenute legate ai clan. La prossima settimana è attesto in Puglia il Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, che si incontrerà con i prefetti per fare il punto della situazione.

A inaugurare la scia di azioni violente sul territorio barese era stata, lo scorso 9 aprile, l’esplosione di colpi di pistola in viale della Repubblica, davanti alla sala giochi Play Games. Il bilancio aveva consegnato il ferimento di un 19enne, colpito di striscio alla gamba da almeno 4 proiettili, e il danneggiamento della vetrata del locale, in quel momento molto frequentata. 5 giorni dopo, ha avuto luogo la gambizzazione di un 22enne nelle strade del quartiere Libertà, raggiunto dai colpi sparati da persone armate che viaggiavano a bordo di uno scooter. Il delitto più grave del mese scorso si è però verificato nella notte tra il 18 e il 19 aprile, quando in una discoteca di Bisceglie – il Divine Club – è stato assassinato con un colpo di pistola Filippo Scavo, 43enne di Carbonara considerato contiguo al clan Strisciuglio. Il nome di Scavo compare in numerosi atti investigativi sugli scontri a fuoco fra giovani dei clan locali nei locali notturni, compreso quello che, la notte del 22 settembre 2024, uccise per errore la 19enne Antonella Lopez. Scavo viene citato anche per un episodio avvenuto in un locale di Bari nel marzo 2024, in cui avrebbe fronteggiato Christian Capriati, figlio di Lello Capriati, ucciso il 1° aprile dello stesso anno.

Meno di 24 ore dopo l’omicidio Scavo, è arrivata una dura reazione: il 19 aprile, il 21enne Kevin Ciocca, considerato vicino al clan Capriati, è stato raggiunto da un proiettile a Bari Vecchia. I colpi sono stati esplosi per uccidere, ma il giovane è rimasto solo ferito. La sera del 28 aprile, ancora spari in via Pier l’Eremita, a Bari Vecchia, zona “di confine” tra le aree rispettivamente controllate da Strisciuglio e Capriati: l’obiettivo, a detta di chi indaga, sarebbe riuscito a scappare tra le strade del centro storico, ma a essere ferita – per fortuna non in maniera grave – è stata una donna di 85 anni, colpita di striscio alla fronte mentre si trovava davanti alla porta della sua casa. La scia di sangue, però, non si è interrotta, e il 30 aprile ben 15 colpi esplosi da tre armi diverse – una a canna lunga e due pistole – hanno ucciso il cameriere 62enne Angelo Pizzi, che non aveva problemi con la giustizia. Secondo fonti della Procura di Bari, però, non sarebbe stato colpito per errore: i tre killer a volto coperto lo avrebbero centrato a causa di uno scambio di persona o per intimidire quello che sembra essere il “vero” obiettivo dell’agguato, il titolare del ristorante Vito Amoruso. Quest’ultimo è considerato vicino al clan Capriati.

In una fase storica in cui le mafie perseguono nella loro strategia economica della “sommersione”, è proprio quello delle “guerre” interne l’ambito in cui l’uso della violenza emerge ancora in tutta la sua dirompenza, facendo scattare l’allarme sociale. Così, Bari e Bisceglie stanno annegando giorno dopo giorno in un conflitto aspro che non fa sconti nemmeno a chi non ne è direttamente coinvolto. Per questo, la prossima settimana è atteso in regione il capo del Viminale Matteo Piantedosi, che si riunirà con tutti i prefetti per fare il punto sulle azioni criminali che hanno devastato il territorio. Nel frattempo, a Bari si avvicina la festa di San Nicola, che si terrà dal 7 al 9 maggio, nella cui cornice si temono altri feroci scontri. Forse anche per questo motivo, stamane è andata in scena un’operazione congiunta della Questura di Bari e dei carabinieri del Comando provinciale della BAT (Barletta-Andria-Trani), che ha portato all’arresto o il fermo di 14 esponenti delle famiglie Strisciuglio e Capriati. Oltre all’esecuzione delle misure cautelari, le forze dell’ordine stanno conducendo vaste perquisizioni nei confronti di persone considerate contigue alla camorra barese.

Israele, prorogata la detenzione di due attivisti della Flotilla

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Il tribunale di Ashkelon, in Israele, ha accolto la richiesta della polizia di prorogare di sei giorni, fino a domenica, la detenzione di Thiago Ávila e Saif Abu Keshek, attivisti della Global Sumud Flotilla arrestati il 29 aprile e trasferiti in un carcere israeliano per essere interrogati. Secondo l’ong Adalah, che li assiste, sono sospettati di aver aiutato Hamas e di appartenere a un’organizzazione terroristica. I due sono in isolamento in celle con illuminazione continua 24 ore su 24, pratica denunciata come privazione del sonno; entrambi riferiscono maltrattamenti e hanno iniziato lo sciopero della fame. La Procura di Roma ha recentemente aperto un’inchiesta sul caso per sequestro di persona.

Global Sumud Flotilla: la procura di Roma apre un’inchiesta per sequestro di persona

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La Procura di Roma ha aperto un’inchiesta sull’abbordaggio delle imbarcazioni della Global Sumud Flotilla, la missione umanitaria che intende rompere l’assedio israeliano su Gaza. Partita il 26 aprile dalla Sicilia, la flotta è stata fermata tra il 29 e il 30 aprile in acque internazionali vicino a Creta; i pm indagano per sequestro di persona e stanno vagliando l’intervento della marina israeliana contro 22 delle navi dirette verso Gaza. Al centro di uno degli esposti arrivati in Procura c’è il caso degli attivisti Thiago Avila e Saif Abu Keshek, prelevati mentre si trovavano a bordo di imbarcazioni italiane e trasferiti in carcere in Israele. Prosegue intanto un’altra inchiesta, sempre a Roma, su fatti analoghi avvenuti a ottobre, in occasione della precedente spedizione della Flotilla. Per tale fascicolo, i magistrati stanno preparando una richiesta di rogatoria verso Israele e ipotizzano il reato di tortura.

Le nuove indagini della Procura sono state avviate in seguito alla presentazione di tre esposti da parte degli avvocati degli attivisti della GSF. Due di essi riguardano proprio Avila e Abu Keshek: al momento dell’abbordaggio, i due attivisti si trovavano a bordo di un’imbarcazione battente bandiera italiana, Paese che, in quanto Stato di bandiera, esercitava giurisdizione sulle persone a bordo della nave. Secondo i legali, l’Italia avrebbe dovuto adottare tutte le misure necessarie per prevenire che i diritti degli attivisti venissero violati. Dopo l’abbordaggio, Israele ha sbarcato in Grecia la quasi totalità dei 175 attivisti fermati, mentre Avila e Abu Keshek sono stati arrestati e portati in Israele. Domenica, un giudice israeliano ha disposto il prolungamento della loro detenzione: i due attivisti si sono presentati all’udienza visibilmente affaticati, con lividi sul viso; i loro avvocati hanno affermato che i due sarebbero stati sottoposti ad «abusi fisici equivalenti a tortura».

L’inchiesta aperta dalla Procura ipotizza i reati di sequestro di persona, rapina e danneggiamento con pericolo di naufragio. Per proseguire nelle indagini si dovrà attendere il rientro dei 23 attivisti italiani fermati da Israele; di essi, qualcuno tornerà in Italia e qualche altro ripartirà alla volta di Gaza dalla stessa Creta. La nuova inchiesta si aggiunge a quella aperta lo scorso ottobre sui fatti dell’anno scorso riguardanti la prima GSF: analogamente a quanto successo la scorsa settimana, la prima Flotilla era stata intercettata dalla marina israeliana mentre si trovava in acque internazionali, a qualche miglia dalla costa di Gaza. In seguito all’abbordaggio, gli attivisti sono stati portati in carcere in Israele, dove avrebbero subito abusi fisici e psicologici; 37 cittadini e parlamentari italiani hanno così presentato denuncia e la magistratura ha avviato le indagini per reati di eccezionale gravità quali tentato omicidio, pirateria, sequestro di persona e tortura. Per accertare quanto accaduto e identificare chi avrebbe compiuto tali reati, i pm stanno compilando la richiesta di rogatoria verso Israele; essa dovrebbe venire inviata nei prossimi giorni al ministro Nordio, che dovrebbe poi inoltrarla a Tel Aviv.

Roma, sgominata banda di rapinatori di gioiellerie: 7 arresti

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Una banda di sette rapinatori, specializzata in assalti a gioiellerie e uffici postali di Roma, è stata smantellata dalla Squadra mobile al termine di un’indagine articolata. Al vertice del gruppo un 56enne siciliano. Quattro i colpi ricostruiti tra il 2023 e il 2025, tra cui la maxi rapina del 9 marzo 2024 alla gioielleria Grande ai Parioli: due finti clienti, armati anche con una pistola dotata di silenziatore, portarono via 70 orologi di lusso per oltre 900mila euro. I colpi erano pianificati nei dettagli con auto rubate, targhe clonate e jammer. Cinque arresti in carcere e due ai domiciliari.

La repressione giudiziaria del dissenso politico in Germania: il caso degli Ulm5

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Coi mesi sono stati ribattezzati “I cinque di Ulma”, in breve “Ulm5”, in riferimento alla città dove hanno condotto quella azione dimostrativa che è valsa loro un’accusa per terrorismo e mesi di detenzione sotto regime speciale. Si tratta di cinque attivisti tedeschi finiti sotto accusa per avere manifestato a favore della Palestina. I fatti risalgono allo scorso settembre, quando gli attivisti sono entrati nella fabbrica ulmense di Elbit Systems, una delle maggiori aziende belliche israeliane; i giovani hanno sabotato alcuni degli impianti dello stabilimento per interrompere il flusso di armi verso Israele. Il caso ricorda la messa al bando del gruppo di attivisti Palestine Action da parte del Regno Unito, organizzazione a cui aderiscono gli stessi Ulm5. I cinque sono ora a processo in una Germania sempre più orientata alla repressione del dissenso politico, specie per quanto riguarda le manifestazioni di solidarietà nei confronti della popolazione palestinese.

Il caso degli Ulm5 risale all’8 settembre 2025, quando i cinque attivisti sono entrati nel distaccamento di Ulma di Elbit; gli attivisti hanno occupato brevemente gli uffici e coperto i muri interni di scritte con bombolette spray; sono poi scesi nel magazzino, dove hanno rovesciato e svuotato scatoloni e distrutto parte degli impianti di produzione dell’azienda con lo scopo di interrompere il commercio bellico con Israele. Da quel giorno, sono detenuti in carcere in custodia cautelare, sparsi in cinque diverse strutture penitenziarie della Germania meridionale. Le autorità tedesche hanno imposto loro il regime di carcere duro, tenendoli in isolamento per 23 ore al giorno. Le accuse sono a vario titolo quelle di violazione di domicilio, danneggiamento e – soprattutto – associazione a delinquere. Quest’ultimo reato è perseguito ai sensi dell’articolo 129 del codice penale tedesco, che prevede una pena detentiva fino a cinque anni; il ricorso a tale sezione del codice tedesco permette alle autorità di negare agli accusati la libertà su cauzione e giustificare una detenzione preventiva prolungata.

Il processo contro gli Ulm5 sarebbe dovuto iniziare il 27 aprile, presso il tribunale del carcere di massima sicurezza di Stoccarda-Stammheim. Gli imputati sono stati accolti dietro una spessa parete di vetro all’interno dell’aula, isolati dai loro avvocati. L’impossibilità di consultarsi con i propri assistiti ha portato i legali a contestare la decisione di collocarli oltre una parete, giudicandola «autoritaria», e chiedendo al giudice di permettere agli imputati di partecipare alla seduta al loro fianco per facilitare le comunicazioni; il giudice ha ignorato le richieste degli avvocati. Dopo una pausa, la squadra della difesa è rientrata in aula raggiungendo gli attivisti dietro le pareti di vetro in segno di protesta; dopo un primo avvertimento, il giudice ha sospeso l’udienza. Il 4 e il 6 maggio avrebbero dovuto tenersi le udienze successive, che tuttavia sono state posticipate all’11 maggio.

Negli ultimi anni, con la crescita della mobilitazione per la Palestina, la Germania è stato uno dei Paesi a stringere maggiormente il laccio della repressione attorno ai movimenti di dissenso; un caso noto risale allo scorso anno, quando Berlino ha disposto l’espulsione di alcuni attivisti con cittadinanza straniera rei di avere partecipato a manifestazioni per la Palestina. Gli attivisti di Ulm5 fanno inoltre parte del movimento Palestine Action, che è già stato criminalizzato in Regno Unito. Nel giugno 2025, la sigla era stata inserita tra le organizzazioni terroristiche dalla ministra dell’Interno britannica Yvette Cooper per una azione di sabotaggio in una base militare del Paese, durante la quale due aerei della Royal Air Force Brize Norton furono imbrattati con vernice rossa. Gli stessi avvocati dell’accusa nel caso Ulm5 hanno menzionato il caso britannico, descrivendo Palestine Action Germany come un gruppo modellato sulla controparte del Regno Unito.

La Russia annuncia un cessate il fuoco di due giorni

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Il presidente russo Vladimir Putin ha annunciato un cessate il fuoco di due giorni per commemorare il giorno della vittoria, la ricorrenza della vittoria dell’Unione Sovietica sulla Germania nazista. La celebrazione è una delle più importanti ricorrenze russe, celebrata con una parata militare nella Piazza Rossa di Mosca. La tregua avrà luogo l’8 e il 9 maggio. In risposta, il presidente ucraino Zelensky ha annunciato un cessate il fuoco che partirà allo scoccare di domani, 6 maggio.

Trump fa la voce grossa, l’Iran risponde coi missili: la guerra, di fatto, è ricominciata

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Seppure su scala ridotta, i combattimenti in Asia Occidentale stanno ricominciando. Tutto è iniziato dall’avvio dell’operazione “Project Freedom” da parte di Washington volta a «ripristinare la libertà di navigazione commerciale attraverso lo Stretto di Hormuz». In risposta al suo cominciamento, l’Iran ha affermato che qualsiasi intervento nello Stretto sarebbe stato considerato una violazione del cessate il fuoco e Trump ha risposto con le sue ormai rituali dichiarazioni dal tono oscillante tra il minaccioso e l’accomodante. Da lì, l’escalation: entrambe le parti hanno annunciato di avere attaccato navi nemiche, e nel tardo pomeriggio, dopo una giornata di tensioni, gli Emirati hanno accusato l’Iran di avere scagliato un attacco contro il porto di Fujairah, la principale infrastruttura petrolifera del Paese. Attacchi di minore intensità sono stati segnalati anche in Oman, segnando la prima ripresa di ostilità diffuse dall’annuncio di cessate il fuoco. Intanto, davanti a una tregua sempre più fragile, i negoziati risultano ancora in stallo.

In questo momento, la situazione tra USA e Iran risulta particolarmente tesa. Dopo il lancio dell’operazione “Project Freedom”, il CENTCOM ha annunciato il dispiegamento di un cacciatorpediniere lanciamissili, oltre 100 aerei terrestri e marittimi, piattaforme senza pilota multidominio e 15.000 truppe che – secondo le ricostruzioni dei media statunitensi – avrebbero il compito di fornire indicazioni alle compagnie di navigazione segnalando la presenza di mine. Con l’avvio della missione sono arrivati anche i primi attacchi: Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti hanno distrutto imbarcazioni militari iraniane, informazione che l’Iran ha contestato, sostenendo che si trattasse di navi civili. Dall’altra parte della barricata, Teheran ha dichiarato di avere attaccato una fregata statunitense, e gli USA hanno a loro volta smentito la notizia. Tra i vari attacchi segnalati, anche uno a una nave cargo sudcoreana, a bordo di cui sarebbe scoppiato un incendio. Dopo un pomeriggio di reclami, sono iniziate a suonare le campane di allarme negli Emirati Arabi Uniti. Il Paese ha segnalato attacchi ad Abu Dhabi e Dubai, e ha dichiarato di avere ricevuto un attacco con droni iraniani presso il porto di Fujairah. Fujairah ospita i più importanti impianti petroliferi emiratini e affaccia sul Golfo di Oman, qualche chilometro a sud dallo Stretto di Hormuz; l’infrastruttura costituisce l’unico sbocco sul mare del Paese che non dipende dal passaggio marittimo. In seguito all’attacco su Fujairah, è stato segnalato lo scoppio di un incendio. Nelle medesime ore, l’Oman ha registrato un attacco su un edificio a Bukha, senza fornire ulteriori informazioni.

Dopo gli attacchi agli Emirati, la situazione si è calmata, ma la tensione è rimasta alta. L’Iran ha aspettato ore prima di commentare la vicenda, su cui in ogni caso non ha ancora rilasciato alcuna dichiarazione ufficiale. I principali media statali e parastatali tuttavia riportano una dichiarazione di un ufficiale anonimo che avrebbe comunicato che Teheran non avesse alcuna intenzione di attaccare gli Emirati, ma ammesso velatamente di averlo fatto in risposta alle provocazioni di Trump e alla missione su Hormuz: «La Repubblica Islamica non aveva alcun piano premeditato per attaccare gli impianti petroliferi menzionati e quanto accaduto è il risultato dell’avventura dell’esercito americano per creare un passaggio per il transito illegale di navi attraverso i passaggi vietati dello Stretto di Hormuz. L’esercito americano deve rendere conto di tutto ciò», si legge nella dichiarazione; l’ufficiale avrebbe inoltre affermato che gli USA dovrebbero smettere di usare la forza al posto della diplomazia e provare a risolvere la questione attraverso il dialogo. Anche il media libanese Al Mayadeen, ripreso dai canali iraniani, ha citato un funzionario militare, che avrebbe detto che la giornata di ieri lancia «un messaggio chiaro da parte delle forze armate iraniane agli americani: va avanti e verrai attaccato».

In questo momento il quadro resta teso. Il cancelliere tedesco Merz ha invocato la calma chiedendo alle parti di tornare a negoziare, mentre Macron ha criticato tanto gli attacchi agli Emirati quanto la missione statunitense su Hormuz, sostenendo che manchi di chiarezza e rischi di acuire le tensioni. Dopo gli attacchi, Trump non si è ancora espresso sulla questione. I fatti di ieri costituiscono la prima reale – seppur limitata – ripresa dei combattimenti tra le parti; l’Iran sta dimostrando di non avere intenzione di permettere lo svolgimento di alcuna operazione sullo Stretto di Hormuz, né militare in senso stretto né di supporto alle navi. I dialoghi, tuttavia, restano sostanzialmente fermi: l’ultima proposta comparsa sul tavolo è stata avanzata dall’Iran, che ha ipotizzato sessanta giorni di negoziati a due fasi per raggiungere una pace estesa nella regione – Libano compreso; Trump ha risposto di «non essere soddisfatto» dalla proposta e minacciato di riprendere a bombardare.