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“Putin nel bunker”: anatomia di una notizia senza prove rilanciata dal mainstream

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Putin, l’ossessione di un golpe o di essere ucciso: lo zar asserragliato nei bunker (Rainews). È così che, all’alba della Giornata della Vittoria, i media mainstream si sono risvegliati complottisti: La paura di Putin. Le intelligence occidentali: bunker e supercontrolli su cuochi e bodyguard (la Repubblica); A Mosca girano veleni e sospetti per una cospirazione interna contro il presidente Putin (Avvenire). La narrazione dietrologica risuona nelle agenzie di stampa: Russia, più sicurezza e meno contatti: così Putin gestisce l’aumentato rischio attentato (Adnkronos); Putin ha paura di un attentato o di un golpe. Il Cremlino aumenta la sicurezza (Agi); Bunker e stretta sui controlli, ‘Putin teme il colpo di Stato’ (Ansa). “L’allarme golpe” rimbalza da un titolo all’altro, a volte senza nemmeno la cautela dei virgolettati, attraversa siti, televisioni (Il cerchio magico di Putin ora ha paura, TG1) e quotidiani, si consolida nella percezione pubblica prima ancora di essere verificato: Vladimir Putin temerebbe un attentato tramite “l’utilizzo di droni” da parte di “membri dell’élite politica russa” e un colpo di Stato organizzato dall’ex ministro della Difesa Sergei Shoigu, attuale segretario del Consiglio di sicurezza. Intanto, i servizi di sicurezza sarebbero in subbuglio, attraversati da tensioni crescenti.

A sostenerlo, sarebbe un non meglio precisato «rapporto di un servizio di intelligence di un Paese dell’Unione Europea» fornito da una fonte vicina all’agenzia che ha redatto il rapporto e riportato dalla CNN e da iStories. Quest’ultimo è uno dei più importanti collettivi giornalistici russi indipendenti, guidato da Roman Anin e Olesya Shmagun, che opera principalmente dall’estero e in un contesto di forte conflitto politico con il Cremlino. Il punto non è la plausibilità dello scenario, ma le basi su cui viene presentato come “notizia”. Qui il problema è ciò che manca: prove, documenti, verifiche indipendenti, cioè, i fondamenti del giornalismo. L’origine resta debole: si citano rapporti riservati e una fonte anonima che ricoprirebbe “una carica ufficiale nel governo di un Paese europeo e rischia la propria reputazione e carriera”, senza pubblicare elementi verificabili. Ne nasce una costruzione narrativa fondata su indizi indiretti, che si deve accettare sulla fiducia e che evoca scenari senza consentire controlli concreti. È il tipico uso della fonte anonima di seconda mano, accettabile solo con riscontri solidi, qui assenti. Eppure la notizia si diffonde: la ripetizione sostituisce la verifica e, nel passaggio tra testate, l’indiscrezione si trasforma in fatto, anche grazie a formule ambigue percepite che si vuole che si percepiscano come reali.

Sul piano dei fatti, l’unico elemento concreto è il rafforzamento della sicurezza attorno a Vladimir Putin. Un dato reale, ma normale per il leader di un Paese in guerra, colpito da attentati e operazioni ostili, soprattutto in vista della parata del 9 maggio. Interpretarlo come segnale di un imminente golpe è un salto logico privo di prove, utile più a voler suggerire la fragilità del nemico (il Cremlino) che a descrivere la realtà. Considerare come fatti un rapporto d’intelligence non verificabile ne altera la natura: in un contesto di guerra informativa, la diffusione selettiva di queste analisi può orientare la percezione pubblica più che chiarire la realtà, fino a rientrare nelle dinamiche di propaganda sporca o psyops e, dunque, della famigerata “guerra ibrida“.

In questo quadro si colloca iStories che, nato da veterani del giornalismo investigativo russo, fa parte di network internazionali come OCCRP (Organized Crime and Corruption Reporting Project), accusato da un’inchiesta congiunta di Mediapart e il Fatto Quotidiano di essere una sorta di braccio armato del governo americano, finanziato tramite l’agenzia USAID, poi smantellata dal DOGE sotto la guida di Elon Musk. La stessa posizione di iStories resta ambivalente: considerata un punto di riferimento del giornalismo investigativo indipendente, è stata designato dalle autorità russe come “organizzazione indesiderata”, costringendo la redazione a operare dall’estero. Il fondatore Roman Anin è stato coinvolto in procedimenti giudiziari, con accuse legate alla diffusione di informazioni sull’esercito, una condanna in contumacia e la revoca della cittadinanza. Vicende denunciate da osservatori internazionali come repressione politica, ma che evidenziano anche il contesto di scontro diretto con lo Stato russo.

In questo caso, l’autorevolezza attribuita a testate come CNN e iStories ha favorito un circuito in cui la rapidità della pubblicazione ha prevalso sulla verifica, permettendo a indiscrezioni anonime e narrazioni schierate di consolidarsi in un racconto solo apparentemente credibile. Così il giornalismo a cascata finisce per trasformare ipotesi non dimostrate in verità percepite, confondendo fatti e interpretazioni e alimentando la forma più sottile di disinformazione.

È morto a 69 anni Evaristo Beccalossi, leggenda dell’Inter

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È morto nella notte a Brescia Evaristo Beccalossi, storico numero 10 dell’Inter e tra le ultime grandi bandiere nerazzurre. Avrebbe compiuto 70 anni il 12 maggio. Ricoverato alla Poliambulanza di Brescia, era in condizioni critiche da oltre un anno dopo l’emorragia cerebrale che lo aveva colpito nel gennaio 2025, seguita da un lungo coma. Nato a Brescia nel 1956, Beccalossi fu uno dei talenti più brillanti del calcio italiano tra anni ’70 e ’80. Dopo l’esordio nel Brescia, vestì la maglia dell’Inter dal 1978 al 1984, vincendo uno scudetto e una Coppa Italia, prima di chiudere la carriera tra Sampdoria, Monza e Barletta.

SPLAI libera tutti: la rete italiana degli spazi liberi dall’occupazione israeliana

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Sempre più consumatori abbracciano strategie di boicottaggio dei prodotti israeliani e di aziende implicate nel sistema di apartheid israeliano, come forma concreta di solidarietà al popolo palestinese. Oltre a queste scelte, che ognuno può effettuare nella propria quotidianità, si può amplificare l’effetto delle strategie di boicottaggio rendendo collettiva un’azione altrimenti privata. A renderlo possibile è la campagna SPLAI, Spazi Liberi dall’Apartheid Israeliana, promossa da BDS Italia, il movimento di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni a guida palestinese.

Il 5 giugno 1967 si compiva la Naksa, in arabo sconfitta, con cui Israele imponeva l’occupazione militare della Cisgiordania e di Gaza. A commemorazione di questa data, il 5 giugno 2019, BDS Italia lanciava la campagna SPLAI, che ha al centro la lotta contro l’apartheid israeliana di ieri e di oggi. L’iniziativa fa parte della campagna internazionale Apartheid Free Zones a cui aderiscono anche Belgio, Spagna, Regno Unito, Stati Uniti, Brasile, Cile, Marocco e molti altri Paesi. Si rivolge a esercenti commerciali, movimenti sociali, associazioni, istituzioni e a qualsiasi tipo di spazio fisico o virtuale (ma non a privati cittadini), chiedendo loro di dichiararsi «liberi dall’apartheid israeliana». Questa dichiarazione non è soltanto simbolica, ma soprattutto concreta. Agli spazi aderenti viene infatti richiesto un duplice impegno.

Da una parte, non acquistare o vendere prodotti di imprese implicate nelle violazioni dei diritti delle persone palestinesi. In quanto campagna BDS, il boicottaggio proposto è mirato: si rivolge cioè a obiettivi strategici definiti dal movimento. Ad esempio, si chiede il boicottaggio di prodotti alimentari importati da Israele, di prodotti tecnologici come HP e Dell, e di bibite come Coca-Cola. Gli spazi sono invitati, una volta terminate le scorte, a non rinnovare gli acquisti, spiegando ai clienti le ragioni delle proprie scelte.

Dall’altra, viene richiesto di non ospitare eventi culturali, accademici e sportivi sponsorizzati dal governo israeliano o che ne coinvolgano i suoi rappresentanti ufficiali. In questo senso, gli SPLAI fanno riferimento alla Campagna Palestinese per il Boicottaggio Accademico e Culturale di Israele (PACBI), che si oppone all’utilizzo della cultura da parte di Israele come forma di propaganda del proprio regime di apartheid, occupazione militare e genocidio. Il boicottaggio culturale, come ogni altra forma di boicottaggio promossa dal BDS, mira infatti a smantellare il sistema che, nella sua interezza, permette l’oppressione del popolo palestinese. Specifiche linee guida PACBI vengono fornite per il boicottaggio dei prodotti cinematografici complici del regime israeliano.

Un altro obiettivo della campagna SPLAI è promuovere la formazione di una rete di realtà solidali, che possano farsi megafono delle voci palestinesi, delle campagne di boicottaggio BDS e, in generale, della lotta a ogni forma di discriminazione razziale, politica, religiosa. Al momento, più di 600 realtà sul territorio italiano si dichiarano SPLAI. Tra queste, 12 organizzazioni sindacali (USB, Cobas, Fiom-CGIL, SiCobas), associazioni sportive, attività commerciali e spazi culturali e sociali. Di questi ultimi, sono 9 le sezioni ANPI e 54 i circoli ARCI che hanno aderito, nonché ARCI nazionale.

Il valore della campagna SPLAI non riguarda solo le realtà aderenti, ma anche tutte le persone che desiderano compiere scelte di consumo più consapevoli nella vita quotidiana. Scegliere la rete SPLAI per fare acquisti, trascorrere il proprio tempo libero o organizzare un viaggio è una scelta concreta di solidarietà, che mette in primo piano la lotta per la liberazione della Palestina nelle scelte quotidiane, e rafforza il senso di appartenenza a una comunità di persone che credono e lottano per una causa comune.

A motivare con entusiasmo la propria adesione alla campagna sono i volontari del circolo ARCI di Brentonico “Ugo Winkler”, in Trentino: «Come circolo ARCI di Brentonico abbiamo aderito alla campagna SPLAI dopo aver letto l’appello di ARCI nazionale contro l’apartheid», spiegano, «sia perché ci è sembrata una proposta giusta e concreta, sia per approfondire meglio il tema e i motivi del boicottaggio. Da tempo, tra le varie iniziative che promuoviamo, organizziamo incontri per parlare di quello che accade a Gaza. Ci servivano elementi utili per rispondere alle domande dei nostri soci e delle persone che partecipano alle serate, che spesso chiedono in che modo possano attivarsi concretamente per far sentire la propria voce».

Il circolo illustra inoltre come la partecipazione alla campagna contribuisca alla lotta per l’autodeterminazione palestinese: «Abbiamo messo in pratica l’adesione come spazio SPLAI munendoci di materiale informativo e libri, e informandoci per poter parlare del movimento BDS durante gli incontri pubblici che organizziamo per parlare di Gaza». 

Oltre all’attività di informazione, si evidenzia la necessità di creare sinergie nel tessuto territoriale: «Abbiamo contribuito in rete con altre realtà trentine a creare il gruppo BDS Trentino». E di fare boicottaggio: «Non utilizzavamo prodotti né servizi oggetti di campagne di boicottaggio già prima di aderire, ma porremo maggiore attenzione anche nell’organizzazione di iniziative realizzate in rete con altre realtà». Alla domanda perché diventare SPLAI, i volontari dell’ARCI trentino spiegano: «Consigliamo ad altri spazi di diventare SPLAI perché possono entrare in una rete che promuove giustizia e attenzione. La domanda dovrebbe essere posta al contrario: perché non aderire? Chiunque non sia favorevole allo sterminio e alle torture inflitte a una popolazione dovrebbe farlo». 

Da nord a sud, la solidarietà con la Palestina attraversa tutta l’Italia. Un esempio è l’impegno di Nives Monda, proprietaria della Taverna Santa Chiara a Napoli, che nel maggio 2025 è stata al centro dell’attenzione mediatica per un diverbio con due turisti israeliani ospiti nel suo locale che la accusavano di antisemitismo per il fatto di sostenere la causa del popolo palestinese, vittima del genocidio in corso. Già allora la Taverna Santa Chiara era spazio SPLAI. All’episodio è seguito un picco di adesioni alla campagna. 

Ed è proprio Nives a raccontare cosa rappresenta per lei: «Lo SPLAI è un luogo di propagazione straordinario per tutte le campagne di BDS. Le persone vengono messe infatti a conoscenza delle attività di boicottaggio mentre vengono a consumare una cena o acquistare un prodotto e si sentono parte di un progetto. L’esempio stesso, inoltre, può servire ad altre attività commerciali che prendono spunto». E anche: «Lo SPLAI è un presidio, un avamposto nella difesa dei diritti umani e di quelli della popolazione palestinese in particolare. Vi si possono poi incrociare tante cause umanitarie». Rassicura anche chi teme ripercussioni dovute al DDL sull’antisemitismo attualmente in discussione al Senato, richiamando il principio fondante di BDS di opporsi attivamente alla discriminazione e al genocidio del popolo palestinese: nella scelta dei target del boicottaggio si mira a contrastare la complicità, non la loro identità. 

Seguire l’esempio dell’ARCI di Brentonico, della Taverna Santa Chiara di Napoli, delle oltre 600 realtà italiane e dei migliaia di spazi nel resto del mondo che hanno aderito alla campagna è semplice. È sufficiente compilare un form online e seguire le indicazioni e le linee guida che il movimento BDS fornisce in seguito. In pochi passaggi si entra così a far parte di una rete nazionale e internazionale in continua crescita che esprime quotidianamente solidarietà al popolo palestinese con gli strumenti dell’informazione, della sensibilizzazione e, soprattutto, del boicottaggio.

Brasile, 13enne spara in una scuola di Rio Branco: 2 morti

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Un ragazzo di 13 anni è stato arrestato dalla polizia per una sparatoria avvenuta all’Instituto Sao Jose di Rio Branco, capitale dello stato brasiliano di Acre. Il minorenne è accusato di aver ucciso due dipendenti della scuola e ferito altre due persone: un lavoratore, colpito al piede, e una studentessa di 11 anni, raggiunta a una gamba. Entrambi i feriti sono stati dimessi dall’ospedale. Le forze dell’ordine hanno fermato anche il patrigno del ragazzo, proprietario dell’arma usata nell’attacco. La polizia civile ha aperto un’indagine per chiarire movente, dinamica e responsabilità.

Cortina ‘26, emergono nuovi sprechi: la Corte dei Conti indaga sullo stadio di hockey

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Nonostante siano terminate da un mese e mezzo, le Olimpiadi Milano-Cortina continuano a sollevare dubbi di possibili irregolarità. Questa volta a finire sotto i riflettori è l’Arena Santa Giulia di Milano, che ha ospitato le gare di hockey dell’evento sportivo. L’edificio è stato completato lo scorso gennaio e appartiene a CTS Eventim, proprietaria di TicketOne, ma la sua costruzione è stata finanziata in parte con fondi statali. La Corte dei Conti ha aperto una istruttoria per possibili danni alle casse dello Stato dovuti alla gestione delle spese per la costruzione dell’arena. Non è chiaro a quanto ammontino i costi in eccedenza: Eventim stima 134 milioni di euro di extracosti su un totale preventivato di 177 milioni, mentre il Comune parla di 53 milioni. Al momento lo Stato ha versato 51 milioni di euro tra finanziamenti diretti e indiretti.

L’istruttoria è stata aperta dalla Procura regionale della Corte dei Conti della Lombardia e ipotizza possibili danni erariali. Tutto sarebbe iniziato lo scorso febbraio, quando Eventim – che avrebbe dovuto finanziare interamente la costruzione dell’impianto – avrebbe chiesto 134 milioni di euro di extracosti da coprire mediante finanziamenti pubblici a causa delle spese lievitate. A fare innalzare le spese il rialzo dei prezzi di materiali ed energia, oltre che l’accelerazione dei lavori per terminare il progetto entro l’inizio delle Olimpiadi. Successivamente, tuttavia, un’analisi degli uffici comunali avrebbe calcolato una cifra di 53 milioni di euro; la Guardia di Finanza di Milano sta ora acquisendo documenti negli uffici del Comune meneghino mediante ordine di esibizione. Per la costruzione dello stadio, lo Stato ha già versato 51 milioni di euro di cui 21 in finanziamenti diretti e 30 in fondi indiretti, erogati sotto forma di servizi. Al momento non risulta aperto alcun fascicolo penale, ma solo una istruttoria per le verifiche.

Il caso dell’Arena Santa Giulia è solo l’ultimo di una lunga lista di utilizzo di denaro pubblico per quelle che avrebbero dovuto essere – secondo il presidente lombardo Attilio Fontana – le prime Olimpiadi «risparmiose e sostenibili economicamente e per l’ambiente»; ai tempi, anche l’attuale ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti – all’epoca sottosegretario alla presidenza del Consiglio – aveva assicurato che il governo avrebbe garantito un sostegno morale ma non economico, mentre secondo il dossier di candidatura quelle lombardo-venete sarebbero state delle “Olimpiadi a costo zero”. Inizialmente per la sola gestione dell’evento la Fondazione Milano Cortina – incaricata dell’organizzazione – aveva previsto circa 1 miliardo 350 milioni di euro, che non arrivavano dalle tasche dello Stato, ma dal CIO, dal CONI, dagli enti pubblici territoriali e, infine, da sponsor, merchandising e biglietti. Col tempo, questa cifra è sensibilmente aumentata, arrivando a 2 miliardi di euro di cui circa 330 milioni stanziati attraverso il Decreto Sport, che ha visto l’istituzione del nuovo commissario per le Paralimpiadi. A questo si è aggiunto uno stanziamento pubblico complessivo di 4 miliardi che ha visto coinvolti gli enti territoriali e il governo per la realizzazione o l’adeguamento degli impianti sportivi, delle infrastrutture stradali e ferroviarie.

Trump sospende la missione su Hormuz dopo meno di 48 ore

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Nella notte tra ieri e oggi, 6 maggio, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha pubblicato un post sulla propria piattaforma social Truth in cui annuncia di avere ordinato la sospensione della missione Project Freedom sullo Stretto di Hormuz. Project Freedom era stata lanciata due giorni fa con lo scopo dichiarato di «ripristinare la libertà di navigazione commerciale attraverso lo Stretto di Hormuz»; in risposta, l’Iran ha lanciato attacchi contro navi cargo e militari che hanno provato a transitare per il passaggio e colpito il porto di Fujairah, principale infrastruttura petrolifera degli Emirati. La retromarcia di Trump appare come una implicita ammissione di sconfitta dopo la breve ripresa dei combattimenti.

Il boicottaggio non è reato: assolti 3 attivisti che avevano manifestato a Napoli contro TEVA

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teva boicottaggio Napoli

Era lo scorso 25 ottobre quando, in occasione di una protesta nei confronti della multinazionale farmaceutica israeliana Teva al Pharmexpo di Napoli, tre attivisti furono arrestati per resistenza a pubblico ufficiale. Tutti e tre le persone - due uomini e una donna, di 22, 33 e 46 anni – sono stati assolti in occasione dell’udienza preliminare del processo.
«Grazie alla straordinaria campagna di solidarietà nazionale e internazionale», scrivono in un comunicato gli attivisti del Laboratorio Politico Iskra di Bagnoli ringraziando gli avvocati difensori Paolo Picardi, Alfonso Tatarano e Natalia ...

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In Italia “gravi attacchi allo stato di diritto”: il rapporto del Comitato ONU contro la tortura

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Violenza di polizia, respingimenti alle frontiere, decreti sicurezza, CPR: l’Italia è finita di nuovo nel mirino del Comitato ONU contro la tortura, che in un recente rapporto ha messo in discussione numerose politiche attuate negli ultimi anni. Molte tra quelle incriminate sono misure bandiera del governo Meloni, le quali, per il Comitato, rappresentano una “minaccia ai principi fondamentali dello stato di diritto”. Dalla situazione delle carceri alla repressione del dissenso e delle libertà civili, passando per la violazione dei diritti dei migranti fino ai decereti sicurezza e allo scudo penale per la polizia, le criticità individuate sono molteplici e caratterizzano nel profondo il programma politico dell’attuale governo.

In prima istanza, il Comitato critica la definizione ancora nebulosa del crimine di tortura, già introdotto con notevole ritardo rispetto a diversi altri Paesi. Uno dei primi provvedimenti di Fratelli d’Italia, partito di Giorgia Meloni, a pochi mesi dalla formazione del governo, fu proprio una proposta di legge che ne chiedeva l’abrogazione, per tutelare le forze dell’ordine dal rischio di “denunce e procedimenti strumentali”. Di fatto, come segnalato dalla Commissione ONU, la definizione stessa del reato di tortura così come prevista dall’art. 613 bis del Codice Penale è formulata in modo che la sostanza differisca notevolmente da quanto definito dalla Convenzione contro la tortura. Così come formulato nel Codice italiano, infatti, il reato evita di sottolineare intenzionalità e scopo, elementi centrali nel definire un atto di tortura. In aggiunta a ciò, la tortura è definita in modo da diventare un reato generico che può essere commesso da qualsiasi individuo e non specificamente dalle forze dell’ordine “o da ogni altra persona che agisca a titolo ufficiale” (art. 1 Convenzione).

Un nodo centrale riguarda i diritti basici delle persone indagate che, secondo quanto rilevato dalla Convenzione, vengono sistematicamente negati – dalla possibilità di comunicare ai familiari il proprio stato di arresto, alla mancata comunicazione dei propri diritti (specie agli stranieri), fino alle difficoltà di accedere a un avvocato (in particolare al gratuito patrocinio) e alla possibilità di essere trattenuti fino a 24 ore dagli agenti per “scopi identificativi”, anche se non ci si trova tecnicamente in arresto (art. 349 del Codice di Procedura Penale). Alla stessa maniera, il Comitato ha espresso “serie preoccupazioni” per le condizioni delle carceri, dove il sovraffollamento sfiora il tasso del 138%. Le condizioni materiali di detenzione sono in costante peggioramento, tra scarso accesso ad attività educative e a cure mediche. L’inadeguata attenzione riservata ai detenuti con problemi psichici, inoltre, non fa che peggiorare la situazione. A testimoniare la criticità della situazione vi è il numero “persistentemente alto di morti durante la detenzione” anche a causa di un alto numero di suicidi in carcere, sui quali le indagini, scrive il Comitato, sono condotte con “ritardo significativo”. Un capitolo a sè stante è dedicato al 41-bis, del quale si richiede una revisione e una applicazione solo in casi “assolutamente necessari”.

Il trattamento riservato alle persone migranti, poi, occupa un ampio capitolo del documento del Comitato ONU. Se, da un lato, il principio di non respingimento viene puntualmente violato anche grazie a politiche che interpretano la migrazione come una questione prettamente securitaria, dall’altro l’esternalizzazione delle frontiere e delle procedure di asilo violano sistematicamente i diritti umani dei richiedenti asilo. D’altronde, l’Italia ha implementato strumenti per il controllo della migrazione, quali il memorandum di intesa con la Libia (siglato dal governo Gentiloni nel 2017 e successivamente rinnovato) e i CPR in Albania, che hanno trovato il pieno appoggio dell’Europa, la quale li ha presi a modello per definire le proprie politiche anti-migranti e cementificare i propri confini. Gli accordi con la Libia, infatti, sono stati stipulati nonostante sia un dato di fatto, sancito anche dall’esito di alcuni processi, che nello Stato nordafricano tortura, stupri, pestaggi e altri trattamenti violenti e inumani siano prassi consolidate nel trattamento riservato ai migranti dalle autorità (analogamente a quanto accade in Tunisia). Documenti quali il memorandum del 2017, tuttavia, sanciscono la collaborazione dell’Italia con la cosiddetta “guardia costiera libica”, cui vengono tutt’oggi forniti mezzi e fondi per operare le intercettazioni e i respingimenti dei migranti in mare – che spesso si concludono con la morte di questi ultimi. Non che un trattamento molto migliore sia ad essi riservato sul suolo italiano: sono molteplici, risontra il Comitato ONU, le accuse di uso eccessivo della violenza da parte delle forze dell’ordine contro i trattenuti nei Centri di Permanenza e Rimpatrio.

Il decreto Sicurezza (legge 80/2025) approvato lo scorso anno rappresenta infine un ultimo, cruciale tassello dell’analisi del Comitato. Esso rischia infatti di costituire un attacco diretto allo stato di diritto, a causa dell’aumento dei poteri concessi alla polizia e della contemporanea criminalizzazione della resistenza civile nonviolenta – incluse le proteste pacifiche dei detenuti nelle prigioni o dei trattenuti nei CPR. Chi è impegnato in prima linea nella lotta per la difesa dei diritti umani, scrive il Comitato, rischia di incorrere in persecuzioni giudiziarie ed in eventuali condanne spropositate – anche grazie a provvedimenti quali il primo cosiddetto “decreto flussi” (legge 15/2023), volta a regolare i flussi migratori e criminalizzare le attività delle ONG che operano i salvataggi in mare.

Israele investe 730 milioni nella propaganda e punta a rimodellare le piattaforme di IA

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Israele quintuplica la spesa per la propaganda, mentre cala il consenso globale. Nel bilancio 2026, la voce “hasbara” – la cosiddetta “diplomazia pubblica” – raggiunge circa 730 milioni di dollari, quasi cinque volte i 150 milioni dell’anno precedente. Una cifra senza precedenti, che arriva mentre i sondaggi registrano un deterioramento dell’immagine internazionale del Paese, soprattutto negli Stati Uniti. Per contenere la crisi reputazionale, il governo affianca alla comunicazione tradizionale una campagna multimilionaria mirata a influenzare il modo in cui le piattaforme di intelligenza artificiale raccontano Israele all’estero.

Il salto di scala è netto. Prima del 7 ottobre 2023, Israele investiva somme ingenti, ma molto inferiori nella comunicazione strategica; ora, il budget è cresciuto di circa venti volte. Lahasbara– letteralmente “spiegazione” – è da decenni uno strumento centrale della politica estera israeliana, con l’obiettivo di giustificare le azioni dello Stato ebraico attraverso media tradizionali, social network e svariate forme di diplomazia culturale. Negli ultimi tempi, sui social media, il termine “hasbara” è diventato un’espressione dispregiativa per indicare la propaganda filoisraeliana, a dimostrazione di quanto siano ormai noti gli sforzi, spesso in salita, di Israele per plasmare la propria immagine. Negli ultimi tre anni, infatti, il contesto è cambiato. Un sondaggio del Pew Research Center pubblicato all’inizio di questo mese certifica che negli Stati Uniti, il 60% degli intervistati esprime un’opinione negativa su Israele, mentre solo il 37% mantiene un giudizio favorevole. Il dato più significativo di questa erosione trasversale riguarda i segmenti storicamente più vicini a Tel Aviv: tra i repubblicani under 50 prevale ormai una percezione negativa.

Il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar ha ammesso che il Paese è impegnato in una guerra globale per conquistare i cuori e le menti: «Quest’anno abbiamo fatto un grande passo avanti, ma come Paese dobbiamo investire molto, molto di più», ha dichiarato, aggiungendo che si tratta di «una questione esistenziale». Sa’ar ha anche ottenuto l’approvazione per un’unità dedicata alla diplomazia pubblica all’interno del Ministero degli Esteri, guidata da un direttore di pari rango al più alto funzionario politico del ministero: un consolidamento strutturale volto a porre fine ad anni di attività di propaganda frammentata tra ministeri rivali.

Intanto, documenti ufficiali e audizioni alla Knesset chiariscono la destinazione di una parte rilevante dei fondi per il 2025. Circa 50 milioni di dollari sono stati investiti in pubblicità internazionale sui social, distribuiti tra Google, YouTube, X e Outbrain. Altri 40 milioni hanno finanziato l’ospitalità di 400 delegazioni straniere – tra parlamentari, leader religiosi, influencer e accademici – mentre una “media control room” monitora quotidianamente 250 testate e oltre 10.000 notizie su Israele. Sul fronte digitale, il Ministero degli Esteri ha siglato un accordo da 1,5 milioni di dollari al mese con l’ex stratega di Trump Brad Parscale per sviluppare strumenti di intelligenza artificiale contro l’antisemitismo online e con l’obiettivo di orientare il modo in cui sistemi come ChatGPT o Gemini rappresentano Israele. Il progetto, gestito anche tramite la società Market Brew, punta a “iniettare” contenuti favorevoli nel flusso informativo online affinché vengano assorbiti e riprodotti dalle piattaforme di IA. Il team ha creato nove siti progettati per replicare le logiche di funzionamento di sistemi come ChatGPT, simulando quali contenuti abbiano più probabilità di emergere. Tra questi, piattaforme che enfatizzano l’impegno di Israele per la pace e la coesistenza o che ribadiscono il consenso internazionale sulla classificazione di Hamas come organizzazione terroristica. A questo si aggiungono una campagna da 4,1 milioni rivolta alle chiese evangeliche e l’Esther Project, una rete di influencer retribuiti con un budget fino a 900.000 dollari, gestita dalla società di pubbliche relazioni Bridges Partners.

Il nodo centrale resta politico, non comunicativo. La crescita della spesa appare come un tentativo di compensare una crisi di credibilità più profonda. In un ecosistema mediatico saturo, dove immagini e testimonianze circolano in tempo reale, la propaganda incontra un limite evidente: non può sostituire la realtà. Nel breve periodo, Israele può rafforzare la propria presenza comunicativa schierando influencer e con campagne social per diffondere fake news sul genocidio, legittimare la repressione o screditare chiunque critichi la politica di Tel Aviv. Nel lungo, però, la distanza tra racconto e percezione rischia di ampliarsi. E in quella frattura, più che le campagne social, pesano le violenze e i morti che, a differenza del passato, ora si vedono in tempo reale.

In Romania è caduto il governo

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Il governo del primo ministro romeno Ilie Bolojan è stato sfiduciato dal Parlamento. La mozione, presentata dai Socialdemocratici e dal partito di destra Alleanza per l’unità dei romeni, è stata approvata con 281 voti su 464. Il governo romeno è così caduto dopo meno di un anno dalla sua salita al potere, e un mese dopo l’abbandono dell’esecutivo da parte degli stessi Socialdemocratici. L’opposizione contesta le politiche di austerità in ambito fiscale. Il Paese entra così in un nuovo periodo di incertezza un anno dopo le turbolente presidenziali annullate in seguito alla vittoria del candidato indipendente – poi escluso dalla corsa – Călin Georgescu per presunte ingerenze esterne dalla Russia.