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La Grecia protegge le sue coste: 251 spiagge libere da stabilimenti

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spiagge greche

Niente file di lettini né stabilimenti costruiti sulla riva del mare. In Grecia sempre più tratti di costa tornano a una forma più naturale. Il governo ha aggiornato l’elenco delle spiagge sottoposte a tutela rafforzata, che oggi sono 251. In queste aree le attività commerciali sono vietate o fortemente limitate per proteggere ecosistemi fragili e garantire un accesso più libero al mare. 
Nelle spiagge interessate non sarà possibile installare stabilimenti balneari, chioschi permanenti o altre strutture invasive. In alcuni casi sono previsti anche limiti agli accessi e regole più restrittive s...

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No ai minerali in cambio degli aiuti: Zambia, Ghana e Zimbabwe si oppongono al neocolonialismo USA

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Dopo aver chiuso l’agenzia USAID, gli Stati Uniti di Donald Trump stanno provando a implementare degli accordi umanitari dal forte ritorno economico. In Zambia, seguendo la strategia dell’America First, la Casa Bianca sarebbe disposta a offrire un sostegno di 2 miliardi di dollari per il potenziamento del sistema sanitario. In cambio chiede l’accesso ai dati sanitari di tutti i pazienti del Paese e il raggiungimento di un’intesa sui minerali critici, prevedendo un trattamento preferenziale per le aziende USA. Il governo zambiano ha dunque respinto l’accordo sanitario, unendosi a Ghana e Zimbabwe. La nuova strategia americana in Africa potrebbe definitivamente spalancare le porte all’ascesa della Cina, sempre più presente nel continente con accordi percepiti dalle controparti come più equi.

Gli accordi bilaterali tra Ghana, Zambia, Zimbabwe da una parte e Stati Uniti dall’altra rientrano nell’ambito della America First Global Health Strategy (AFGHS), una sorta di ripensamento in ottica neocoloniale dell’agenzia USAID chiusa l’anno scorso, già strumento dell’imperialismo a stelle e strisce. Il principio che ruota attorno alla nuova strategia è semplice: semplificare i programmi di assistenza sanitaria precedentemente elargiti con USAID e utilizzarli come merce di scambio per ottenere accordi vantaggiosi sul fronte dell’approvvigionamento di minerali e terre rare; l’AFGHS delinea l’approccio generale degli USA nell’invio di aiuti ai Paesi in difficoltà, sulla base di cui sottoscrivere accordi bilaterali e multilaterali. Gli USA hanno già siglato oltre venti memorandum con poco meno di trenta Paesi di Africa, America centrale e meridionale e Asia. Per quanto riguarda lo Zambia, i negoziati erano già stati rallentati proprio dall’ipotesi di firmare un accordo nell’ambito dei materiali critici in cambio di supporto medico; secondo quanto emerso da una copia dell’intesa visionata dall’agenzia di stampa Reuters lo scorso febbraio, il memorandum redatto vincolerebbe il sostegno sanitario al raggiungimento di un quadro di collaborazione nel settore minerario.

Già a febbraio erano emersi dubbi circa il trattamento e l’ottenimento di dati sensibili da parte degli USA. Nonostante gli attriti, i dialoghi tra Washington e Lusaka sono continuati, per poi interrompersi nei primi giorni di maggio. Al centro della questione, questa volta, proprio il possibile accesso degli USA ai dati personali dei cittadini zambiani: il testo del possibile memorandum tra i due Paesi non è stato pubblicato, ma la strategia generalizzata torna più volte sulla questione della creazione di infrastrutture di raccolta, monitoraggio e gestione di dati; in linea di principio, l’AFGHS stabilisce che «gli accordi bilaterali garantiranno la presenza di sistemi di dati per monitorare i dati epidemiologici, i dati sull’erogazione dei servizi e i dati sulla catena di approvvigionamento». La strategia prevede che i sistemi di dati vengano «integrati nei sistemi informativi sanitari a lungo termine di ciascun Paese», e, in linea teorica, garantirebbe «che siano in atto quadri di governance dei dati per garantire controlli adeguati in materia di sicurezza e privacy». Essa tuttavia specifica anche che «il governo degli Stati Uniti garantirà che siano in vigore accordi di condivisione dei dati a lungo termine per fornire agli Stati Uniti i dati necessari per la sorveglianza delle minacce emergenti, la gestione dei programmi e la rendicontazione richiesta dalla legge», riservando agli USA un canale di accesso privilegiato a quei medesimi sistemi di dati che contribuirebbe a costruire.

Leggendo il documento che delinea l’AFGHS non è chiaro fino a che punto gli USA avrebbero accesso ai dati dei sistemi sanitari dei singoli Paesi, ma il governo della Zambia ha criticato le richieste di condivisione giudicandole «inaccettabili» e sostenendo che costituissero una «violazione del diritto alla privacy dei nostri cittadini». Ad acuire le tensioni, a fine aprile, è arrivata una dichiarazione dell’ambasciatore uscente degli USA in Zambia, Michael Gonzales, che ha criticato duramente il governo del Paese lanciando accuse di corruzione e sperperio di denaro statunitense; in risposta, il ministro degli Esteri zambiano ha criticato l’ambasciatore e accusato nuovamente Washington di aver vincolato l’accordo sulla salute all’accesso ai minerali critici.

Lo Zambia non è il primo Paese a rigettare gli accordi con gli USA in ambito sanitario a causa delle invasive richieste di accesso ai dati dei pazienti. Il primo Paese a tirarsi fuori dalla speculazione americana è stato lo Zimbabwe, che ha rifiutato un accordo da 367 milioni di dollari; è poi arrivato il Ghana, che ha rigettato un accordo da 109 milioni. Negli scorsi mesi, inoltre, il Kenya – che aveva siglato un memorandum con gli USA a dicembre, ha congelato l’intesa sollevando analoghi timori. Si tratta di Paesi dotati di una grande quantità di materiali critici in cui l’influenza cinese si sta sentendo sempre di più: per quanto riguarda lo Zambia, a partire dal 2025, la Cina ha revocato tutti i dazi sui beni in entrata, aumentando il volume commerciale con il Paese; alla fine dell’aprile di quest’anno, inoltre, Pechino e Lusaka hanno siglato un accordo di cooperazione allo sviluppo generalizzato, mentre a inizio maggio lo Zambia si è assicurato un investimento di 1,5 miliardi di dollari dalla China Machinery Engineering Corporation per espandere la capacità nazionale di generazione di energia elettrica. Nel 2025 la Cina ha firmato un accordo di sviluppo anche con lo Zimbabwe, e a partire dallo scorso 1° maggio ha azzerato i dazi sui suoi prodotti in entrata, estendendo tale misura ad altri 53 Paesi africani, tra cui lo stesso Ghana.

Per le élite statunitensi la guerra all’Iran è una miniera d’oro

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Durante gli sconvolgimenti globali provocati dalla guerra in Iran, si assiste ad un divario sempre più netto tra l’economia reale e quella finanziaria: mentre la prima, infatti, è in forte rallentamento, la seconda ha raggiunto livelli record rafforzando in particolar modo le élite finanziarie statunitensi per le quali la guerra scatenata da USA e Israele in Medio Oriente si sta trasformando in una vera e propria miniera d’oro. Lo attestano gli andamenti degli indici azionari statunitensi che hanno raggiunto recentemente nuovi massimi storici: all’inizio della settimana la S&P 500 ha regis...

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È morto Ted Turner, fondatore della CNN

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Ted Turner, fondatore della CNN, è morto all’età di 87 anni. A darne la notizia è stata la stessa emittente televisiva statunitense, presente oggi in 200 Paesi del mondo. Nel 1980, Turner lanciò il primo canale di notizie attivo 24 ore su 24, rivoluzionando l’informazione televisiva. Da diversi anni, era affetto da demenza a corpi di Lewy, una malattia neurodegenerativa simile all’alzheimer. Oltre alla carriera televisiva, Turner è stato dirigente sportivo, filantropo e attore.

Coinbase si aggiunge alla lista delle aziende che vogliono meno dipendenti e più IA

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Coinbase, tra i principali portali di exchange di criptovalute, ha annunciato l’intenzione di snellire la propria struttura aziendale, avviando un processo di riorganizzazione che comporterà la riduzione del personale del 14%. Una scelta che la società definisce “difficile”, ma che si inserisce nella strategia di alleggerire l’organigramma e sostituire parte del personale con strumenti di intelligenza artificiale, con la promessa di rendere l’azienda più agile e competitiva. 

L’annuncio è stato diffuso direttamente dal CEO Brian Armstrong attraverso un comunicato pubblicato martedì 5 maggio. Nel testo, il dirigente riconosce implicitamente che il settore delle criptovalute stia attraversando un periodo di “inverno”, una fase di magra, ma ribadisce la fiducia in un futuro di ripresa. Secondo il suo punto di vista, la tokenizzazione – ossia la trasformazione di azioni finanziarie tradizionali in asset digitali su blockchain – insieme alla crescita degli stablecoin e alla diffusione esplosiva delle scommesse sui mercati predittivi, rappresentano i motori di una nuova ondata di entusiasmo verso l’universo crypto. 

Nonostante l’ottimismo espresso da Armstrong, la “volatilità del business” ha convinto il CEO ad abbracciare un ideale ormai diffuso tra molti dirigenti: ridurre la forza lavoro salariata per subappaltare a pochi il lavoro di molti. Nel caso di Coinbase, questa visione è espressa senza ambiguità: l’azienda dichiara di voler puntare su “talenti nativi dell’IA”, capaci di guidare “flotte di agenti” di intelligenza artificiale. La società sta inoltre sperimentando il concetto di “team da una persona”, in cui un singolo dipendente è chiamato a ricoprire in autonomia i ruoli di ingegnere, designer e product manager. 

Come tutti i principali portali di exchange, Coinbase non è immune da scandali o da gravi accuse. I problemi riscontrati rientrano nei classici del settore: scarsa trasparenza, riciclaggio di denaro e gestione discutibile dei dati. A questi si aggiunge, con sempre maggiore evidenza, una certa promiscuità con il mondo dei mercati predittivi. Nel novembre 2025, l’azienda ha annunciato una collaborazione con Kalshi, leader nel settore, e appena un mese dopo, durante la presentazione degli utili, Brian Armstrong ha pronunciato parole apparentemente casuali che però coincidevano con i temi oggetto di scommesse sulla piattaforma. Interrogato sull’episodio, il dirigente ha liquidato la vicenda sostenendo di aver voluto “divertirsi un po’” con un atto goliardico che, di fatto, ha manipolato gli esiti delle previsioni. 

L’idea di ridurre la forza lavoro non è certo un’esclusiva di Armstrong. Di recente, Jack Dorsey, meglio noto come fondatore di Twitter, ha effettuato un taglio significativo dell’organico della sua azienda, Block, riducendo lo staff di circa 4.000 unità. Percorsi analoghi sono stati intrapresi anche da Snap e Salesforce. Tuttavia, molti osservatori sottolineano che questa tendenza è solo marginalmente legata alla diffusione dell’intelligenza artificiale e che, più verosimilmente, risponde al desiderio dei CEO di giustificare i tagli come misura di efficienza per compiacere gli investitori. Una lettura ormai condivisa anche oltre la cerchia dei critici: persino Sam Altman, CEO di OpenAI, ha parlato di “AI washing”, riferendosi alla pratica di alcune aziende di attribuire all’avanzamento tecnologico licenziamenti che hanno origini puramente finanziarie.

Scattano nuovi rincari per sigarette e sigari

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Scatta da oggi il nuovo aumento, deciso in legge di Bilancio, dei prezzi di sigarette e sigari. Per quanto riguarda le prime sono interessati i prodotti dei marchi Corset e The King, mentre per i secondi si registrano decine di marchi coinvolti, come Zino, Plasencia e Camacho. Il rincaro segue di qualche settimana quello di aprile e si inserisce in un filone più ampio, che punta a incrementi annuali. Per il 2026 è stato fissato un aumento medio di 15 centesimi per i singoli pacchetti di sigarette, fino a salire a circa 40 centesimi dal 2028.

Si riparte per Thiago e Saif: la Flotilla pronta a salpare di nuovo verso Gaza

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La Flotilla è pronta a ripartire per la Palestina. Una settimana dopo l’abbordaggio illegale in acque internazionali, la coalizione umanitaria torna a sfidare Israele, rilanciando l’obiettivo di rompere l’assedio sulla Striscia di Gaza. A ciò si aggiunge la liberazione di Thiago Ávila e Saif Abu Keshek, sequestrati durante l’aggressione del 29 aprile, torturati e ora detenuti in Israele in condizioni disumane, come denunciato dai loro avvocati. Le imbarcazioni della Global Sumud Flotilla sopravvissute all’intercettazione si trovano al momento nelle acque territoriali greche. In giornata saranno raggiunte da 4 barche della Freedom Flotilla, che a loro volta hanno vissuto ore concitate tra lunedì e martedì, quando, appena superate le acque italiane, sono state avvicinate da navi militari non meglio identificate. Tutte le imbarcazioni veleggeranno domani verso la Turchia, dove ad attenderle ci sarà un’altra dozzina di imbarcazioni, pronte a riprendere il cammino verso la Striscia di Gaza.

A una settimana dall’abbordaggio israeliano che ha distrutto 22 barche della Global Sumud Flotilla, sequestrando e torturando per ore i 180 attivisti a bordo, la missione umanitaria ha deciso di riprendere il suo viaggio verso la Striscia di Gaza. Lo farà per rompere l’assedio israeliano e ottenere la liberazione di Thiago Ávila e Saif Abu Keshek che dopo l’assalto, a differenza degli altri attivisti, sono stati trasportati in Israele in un carcere di massima sicurezza. I due sono in isolamento, in celle con illuminazione continua e dunque privati del sonno. Entrambi denunciano, attraverso gli avvocati, violenze fisiche e psicologiche, a cui hanno risposto con lo sciopero della fame.

La Procura di Roma ha aperto un’inchiesta sull’abbordaggio della Flotilla per sequestro di persona; nelle stesse ore il tribunale israeliano di Ashkelon accoglieva la richiesta della polizia di prorogare di sei giorni, fino a domenica, la detenzione dei due attivisti. In questo lasso di tempo le autorità israeliane cercheranno di formulare un’accusa che al momento latita. I magistrati si sono limitati ad elencare una serie di presunti reati, tra cui assistenza al nemico in tempo di guerra, contatti con un agente straniero, appartenenza e fornitura di servizi a un’organizzazione terroristica e trasferimento di beni per conto di un’organizzazione terroristica. Se tale accusa venisse formalizzata, si ventilerebbe l’ipotesi di diversi anni di carcere. Alla luce della nuova legge approvata in Israele, Saif Abu Keshek, spagnolo di origini palestinesi, potrebbe rischiare persino la pena di morte.

Posizione attuale della Flotilla diretta a Gaza (Freedom Flotilla Tracker).

4 imbarcazioni della Freedom Flotilla stanno navigando in acque greche per raggiungere la Global Sumud Flotilla, nella parte orientale dell’isola di Creta. Domani inizierà il viaggio congiunto verso la Turchia, quasi interamente in acque nazionali. Secondo gli organizzatori, ciò dovrebbe rappresentare una sufficiente garanzia di sicurezza verso nuovi assalti israeliani, anche se l’attenzione resta alta. Nella notte a cavallo tra lunedì e martedì, al largo di Siracusa e appena varcate le acque internazionali, le 4 imbarcazioni della Freedom Flotilla sono state infatti avvicinate da alcune navi militari che si sono poi allontanate senza tentare alcuna operazione. Gli attivisti non sono riusciti a intercettare la nazionalità delle navi, ma il ricordo dell’aggressione del 29 aprile scorso resta vivo.

Sulle coste anatoliche, la missione umanitaria troverà ad attenderla un’altra dozzina di imbarcazioni. A quel punto la direzione sarà la Striscia di Gaza, dove tra bombardamenti, epidemie e ingressi contingentati dei beni umanitari, il genocidio del popolo palestinese continua. Di recente le autorità israeliane hanno istituito una nuova “linea arancione”, formalizzando un controllo illegale ai sensi del diritto internazionale sui due terzi della Striscia. In parallelo continua l’assedio della Cisgiordania: nell’ultimo mese si sono registrate 1630 aggressioni ai palestinesi da parte di coloni e soldati israeliani.

Il “ballo senza miliardari” dei lavoratori della moda smaschera l’ipocrisia del MET Gala

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Mentre sul red carpet del Metropolitan Museum di New York andava in scena il MET Gala, evento mondano riservato alle celebrità della moda e della musica tra outfit di Zara e pose forzate, il mondo del lavoro della moda – quello che tira il carro quotidianamente – si è fatto sentire e vedere. Contro la celebrazione esasperata dell’esclusività dell’evento, sponsorizzato quest’anno da Jeff Bezos e Lauren Sanchez, dipendenti di Amazon e stilisti indipendenti hanno messo in atto un contro-evento di protesta: Ball Without Billionnaires, il “ballo senza i miliardari”. L’intento, oltre allo sfoggiare le proprie creazioni, è stato chiaro: mandare un messaggio a coloro che hanno abbastanza fondi per finanziare eventi mondani, ma non per garantire paghe dignitose ai dipendenti.

Prima del Gala, centinaia di lavoratori, organizzatori e attivisti si sono riuniti nel Meatpacking District, nel centro di New York, organizzando una vera e propria sfilata dove i modelli erano dipendenti ed ex dipendenti di Amazon, Whole Foods, The Washington Post, Starbucks e Uber. Gli abiti indossati erano opera di stilisti emergenti, persone immigrate e BIPOC (acronimo che nel settore indica i membri dei popoli originari o afrodiscendenti che rappresentano talenti emergenti nel mondo della moda) come Cindy Castro, Abacaxi, Atashi e Ricardo Dean. Non solo moda, dunque, ma un modo per rivendicare diritti, denunciare abusi, gridare a gran voce che i miliardari sono comunque una minoranza e che quando le forze della forza lavoro si uniscono sul serio, conviene raccogliere paillettes e champagne e correre ai ripari.

Messaggi anti-Bezos sono apparsi tra le strade di New York durante le due settimane precedenti, con testi e accuse che fanno riferimento esplicito alle annose violazioni dei diritti dei lavoratori nei magazzini di Amazon. Tra i quali la mancata concessione di andare al bagno in merito alla quale il gruppo di attivisti Everyone Hates Elon ha posizionato quasi 300 bottigliette in miniatura di urina finta in tutto il Metropolitan Museum of Art di New York come forma di protesta e appello al boicottaggio.

Un’altra presa di posizione di un certo peso è stata quella del sindaco di New York, Mamdani, che non solo ha declinato l’invito a partecipare all’evento, ma ha inaugurato Work of Art – Turning the lens on the workers that power fashion, una mostra che raccoglie una serie di ritratti firmati dalla fotografa Kara McCurdy. Una provocazione (volontaria?) per celebrare l’altra faccia della moda, quella meno scintillante e più polverosa, fatta di sarte, operai, magazzinieri, commessi, corrieri e tutti quelli senza la quale la moda non esisterebbe. Un manifesto politico dai contorni ben definiti che vuole ricordare che la storia della città – e della moda – non è fatta solo di riflettori e tessuti, ma anche e soprattutto di persone, delle loro storie e dei movimenti che, nel tempo, si sono costituiti per combattere per i diritti dei lavoratori e una moda giusta.

Tra contro-sfilate, un maxi schermo montato direttamente sulla casa di Bezos con testimonianze simili a minacce di ex-dipendenti dell’azienda, bottiglie sparse in giro ed il sindaco Mamdani assente, questa edizione dei Met Gala sarà ricordata come quella in cui la moda più frivola ed appariscente è scivolata sempre più in basso. Mentre la Moda, quella vera, ha ancora la voce, la forza e la creatività per farsi sentire.

Sudan, attacco delle Rsf con droni: almeno 5 morti a Kosti

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È di almeno cinque morti e nove feriti il bilancio di un attacco con droni delle Forze di supporto rapido contro due stazioni di servizio a Kosti, nel Sudan. La Rete dei medici sudanesi denuncia un’azione deliberata contro infrastrutture civili e una grave violazione del diritto umanitario, in un contesto di raid intensificati nell’area. Intanto l’esercito accusa Etiopia ed Emirati Arabi Uniti di sostenere le Rsf, indicando l’aeroporto etiope di Bahir Dar come base dei droni. Khartum ha formalizzato le accuse, richiamato l’ambasciatore e rivendicato il diritto a rispondere all’aggressione.

Lo Stato paga la repressione della canapa: 10.000 euro a un agricoltore per ingiusta detenzione

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Coltivava canapa industriale in maniera totalmente lecita e autorizzata, eppure è stato arrestato per detenzione di stupefacenti e costretto a trascorrere tre mesi ai domiciliari. È il paradosso vissuto da un trentatreenne di Canicattì, in provincia di Agrigento, che ora ha ottenuto giustizia: la Corte d’Appello di Palermo ha stabilito che la sua detenzione fu ingiusta e condannato lo Stato italiano a un risarcimento di oltre 10mila euro. L’uomo era finito ai domiciliari dopo un controllo dei carabinieri nella all’interno della sua abitazione, dove erano stati rinvenuti marijuana e metadone. I successivi accertamenti, però, hanno chiarito che si trattava di canapa light certificata e autorizzata a livello europeo.

L’arresto risale al 14 gennaio del 2020. Secondo l’accusa, le sostanze trovate nella casa dell’uomo sarebbero state destinate a un uso non personale, portando all’arresto e ai domiciliari. Dopo tre mesi, la misura fu sostituita con l’obbligo di dimora. Ma nel marzo 2023 il Giudice delle Indagini Preliminari del tribunale di Agrigento ha archiviato il tutto stabilendo che «il fatto non è previsto dalla legge come reato». Le analisi hanno infatti confermato quanto sostenuto fin dal principio dall’indagato: la sostanza sequestrata non era droga, bensì “canapa light”, proveniente da semi certificati dall’Unione Europea e coltivata tramite una regolare ditta individuale. Si trattava, insomma, di un’attività pienamente lecita.

Assistito dall’avvocato Silvana Calà, il trentatreenne ha presentato ricorso per ottenere un equo indennizzo, lamentando non solo la privazione della libertà, ma anche pesanti ripercussioni. L’uomo ha denunciato il blocco dei profitti aziendali, un grave danno d’immagine causato dalla diffusione della notizia del suo arresto sulla stampa locale e l’insorgenza di un profondo stato depressivo. La Corte d’Appello palermitana, riunitasi lo scorso novembre, ha accolto le sue richieste, accertando l’assenza di dolo o colpa grave nel comportamento dell’agricoltore. Il conto finale verrà saldato dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, la cui opposizione è stata respinta.

Questo pronunciamento assume oggi una rilevanza cruciale, inserendosi in un contesto politico e normativo quanto mai burrascoso per il settore della canapa. La vicenda agrigentina si è sviluppata sotto leggi precedenti, mentre l’attuale quadro è stato inasprito dal recente decreto sicurezza. L’articolo 18 della legge 80/2025 vieta qualsiasi uso delle infiorescenze di CBD che non sia legato al “florovivaismo professionale”, scatenando il panico tra i produttori. Una stretta repressiva la cui legittimità è tutt’altro che certa: nel febbraio 2026, il Tribunale di Brindisi ha già sollevato dubbi di incostituzionalità e di violazione del diritto comunitario sull’articolo 18, rimettendo la questione alla Consulta.

Il risarcimento ottenuto in Sicilia potrebbe generare un effetto domino per le casse dello Stato. L’associazione di categoria Canapa Sativa Italia è intervenuta sulla questione in modo netto: «Questo caso deve far riflettere: ogni procedimento sbagliato produce danni enormi. Se gli operatori danneggiati inizieranno a chiedere conto degli errori subiti, il tema dei risarcimenti potrà riguardare molti altri procedimenti ingiusti degli ultimi anni: sequestri, chiusure, accuse, costi legali, danni economici e reputazionali». L’organizzazione ha inoltre ribadito di essere «disponibile a collaborare con procure, forze dell’ordine e istituzioni per aiutare a distinguere correttamente le attività lecite della filiera dalle condotte realmente illecite».