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Gli USA indagano su 120 biolaboratori finanziati da Washington: almeno 40 in Ucraina

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«Porre fine alla pericolosa ricerca sul guadagno di funzione che minaccia la salute e il benessere del popolo americano e del mondo». Con queste parole, la direttrice dell’Intelligence nazionale americana Tulsi Gabbard ha annunciato un’indagine su oltre 120 laboratori biologici all’estero finanziati dagli Stati Uniti, più di 40 dei quali situati in Ucraina. L’inchiesta, avviata insieme al direttore del NIH Jay Bhattacharya e al segretario alla Salute Robert F. Kennedy Jr., punta a chiarire quali agenti patogeni siano stati studiati, quali programmi siano stati sostenuti con fondi pubblici americani e se siano state condotte ricerche “gain of function”, manipolazioni genetiche capaci di rendere virus e batteri più trasmissibili o letali.

«La pandemia di Covid-19 ha rivelato l’impatto globale catastrofico che la ricerca su agenti patogeni pericolosi nei laboratori biologici può avere», ha puntualizzato Gabbard, riaprendo un dossier che collega le indagini sulle origini del Sars-CoV-2 ai laboratori biologici finanziati dagli Stati Uniti in Ucraina, tornati al centro del dibattito dopo le ammissioni del 2022 della sottosegretaria di Stato Victoria Nuland. Secondo documenti del Dipartimento della Difesa americano, Washington ha investito circa 200 milioni di dollari dal 2005 in almeno 46 laboratori, centri sanitari e strutture diagnostiche ucraine nell’ambito del Biological Threat Reduction Program, un ramo del programma Cooperative Threat Reduction, nato dopo il crollo dell’URSS per mettere in sicurezza materiali biologici e arsenali ereditati dall’epoca sovietica. Il progetto era coordinato dalla Defense Threat Reduction Agency (DTRA), agenzia del Pentagono specializzata nella riduzione delle minacce non convenzionali. Tra le strutture più citate compare il laboratorio antipeste Mechnikov di Odessa, coinvolto in programmi di biosorveglianza e monitoraggio epidemiologico relativi a patogeni come antrace, tularemia e altre malattie considerate ad alto rischio biologico. Secondo l’interpretazione ufficiale americana, queste strutture avevano finalità di biosicurezza: monitoraggio sanitario e prevenzione delle epidemie. Mosca, invece, ha sostenuto che tali attività costituissero una copertura per programmi biologici militari finanziati dagli Stati Uniti. Il tema esplose pubblicamente l’8 marzo 2022, a pochi giorni dall’inizio dell’Operazione Speciale. Durante un’audizione al Senato americano, Victoria Nuland confermò l’esistenza di “strutture di ricerca biologica” in Ucraina, dichiarando che Washington era “molto preoccupata” dal rischio che le forze russe potessero prenderne il controllo.

L’11 marzo 2022, anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità, nonostante avesse dichiarato di non essere a conoscenza di attività ucraine in violazione della Convenzione sulle armi biologiche, intervenne sulla questione, raccomandando all’Ucraina di distruggere gli eventuali agenti patogeni ad alto rischio custoditi nei laboratori, per evitare fughe biologiche causate dal conflitto. Parallelamente, Mosca accusò apertamente Washington di aver creato in Ucraina una rete di oltre 30 biolaboratori impegnati nello studio di agenti patogeni potenzialmente utilizzabili a fini militari. Il Ministero della Difesa russo diffuse documenti e dossier sostenendo che alcuni programmi riguardassero la raccolta di biomateriali – compresi campioni di sangue di popolazioni slave – e lo studio di virus trasmissibili attraverso gli uccelli migratori (il presunto programma UP-4). Mosca sostenne, inoltre, che alcune ricerche fossero indirizzate alla creazione di armi biologiche “etniche”,  accuse respinte da Washington, dalla NATO e dagli organismi internazionali.

Resta aperta la questione della trasparenza sui finanziamenti e sul tipo di ricerche condotte nei laboratori sostenuti dagli Stati Uniti. Secondo i dati citati dall’Office of the Director of National Intelligence, tra il 2014 e il 2023 Washington avrebbe speso oltre 1,4 miliardi in programmi di ricerca biologica all’estero, senza che gli organismi ispettivi del Pentagono riuscissero a stabilire con precisione quanti esperimenti avessero riguardato agenti patogeni pandemici potenziati o attività riconducibili alla ricerca “gain of function”.

Un tema che torna oggi al centro dello scontro politico americano sulle origini del Covid-19. L’inchiesta avviata da Tulsi Gabbard si inserisce nel nuovo corso dell’amministrazione Trump, che ha rilanciato la teoria della fuga dal laboratorio di Wuhan e riaperto il dossier sui finanziamenti americani alla ricerca biologica internazionale. Ed è proprio in questo quadro che rientra l’incriminazione di David Morens, storico collaboratore di Anthony Fauci, accusato cospirazione e di aver aggirato le norme sulla trasparenza, utilizzando canali privati per sottrarre comunicazioni al controllo pubblico.

È in vigore l’obbligo di targa per i monopattini

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Secondo quanto previsto dal nuovo Codice della Strada, è in vigore a partire da oggi, 16 maggio, l’obbligo di targa per i monopattini elettrici che circolano su suolo nazionale, pena multe fino a 400 euro. Ora le forze dell’ordine potranno dunque sanzionare chi commette infrazioni mentre è alla guida di questi mezzi. Dal prossimo 16 luglio, sarà obbligatoria anche l’assicurazione del mezzo.

Stellantis punta alla Cina: accordo da un miliardo col colosso Dongfeng

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Il gruppo Stellantis ha stretto un’alleanza strategica da oltre un miliardo di euro con il colosso statale cinese Dongfeng, finalizzata alla produzione di modelli Peugeot e Jeep nello stabilimento di Wuhan. L’investimento complessivo, pari a circa 8 miliardi di yuan (circa un miliardo di euro), vede un contributo diretto di Stellantis di circa 130 milioni di euro. Dal 2027, la joint venture Dongfeng Peugeot Citroën Automobile (DPCA) avvierà la produzione di quattro nuovi veicoli a nuova energia — due a marchio Peugeot e due a marchio Jeep — destinati sia al mercato cinese sia all’esportazione globale. Una mossa che accelera il posizionamento del gruppo in Asia e risponde alla crescente pressione competitiva internazionale, in un contesto in cui l’automotive europeo è stretto tra costi elevati e ritardi nella transizione elettrica.

La cooperazione si focalizzerà sull’hub manifatturiero di Wuhan, nella provincia di Hubei, sfruttando le agevolazioni industriali locali. Al centro dell’operazione c’è la DPCA, joint venture paritetica nata nel 1992 che vanta trentaquattro anni di storia. I piani prevedono che dal 2027 le linee produttive realizzino due modelli Peugeot a nuova energia (Nev), sia elettrici sia ibridi plug-in, ispirati alle concept car svelate al Salone dell’Auto di Pechino 2026. Parallelamente, lo stabilimento avvierà la produzione di due nuovi fuoristrada a marchio Jeep, anch’essi a propulsione sostenibile e progettati per i mercati internazionali. Oltre ai contratti commerciali, le aziende hanno sottoscritto un Memorandum d’intesa non vincolante per unire la rete distributiva dei marchi occidentali con l’avanzata tecnologia cinese su piattaforme elettriche e software.

Mentre Stellantis si espande in Oriente per abbattere i costi e colmare il gap sull’elettrico, si assiste a una dinamica speculare in Europa. I produttori cinesi valutano infatti l’ingresso nel Vecchio Continente. Il gigante Byd ha mostrato interesse per il rilevamento di siti europei sottoutilizzati, guardando agli stabilimenti Stellantis di Mirafiori e Cassino, oltre a definire «molto interessante» il marchio Maserati per potenziali piani d’espansione futuri. L’approccio strategico differisce però nella governance: Byd esclude formule societarie paritetiche, puntando alla piena proprietà degli impianti. Come chiarito dalla vicepresidente Stella Li, «gestire direttamente è più facile».

I dati economici relativi alla situazione di Stellantis parlano chiaro: il gruppo automobilistico ha chiuso il 2025 con una perdita netta di 22,3 miliardi di euro, ricavi in calo del 2% a 153,5 miliardi e un flusso di cassa industriale negativo per 4,5 miliardi. L’azienda ha attribuito i risultati anche ai costi della transizione elettrica, ai dazi Usa e al calo delle consegne in alcune aree chiave, mentre per l’anno in corso non sono previsti dividendi né bonus per i lavoratori. Il quadro industriale alimenta le tensioni in Italia, dove sindacati e lavoratori hanno già attivato mobilitazioni negli stabilimenti di Mirafiori e Pomigliano d’Arco, considerati tra i più esposti a riduzioni di produzione e sottoutilizzo. Il timore principale è che la risposta alla crisi passi sempre più attraverso una riallocazione delle produzioni verso aree a più basso costo o verso partnership estere, accentuando la delocalizzazione delle attività industriali e riducendo la centralità della filiera italiana dell’auto. In questo scenario si inserisce il nodo dell’eventuale ingresso o ampliamento di asset italiani da parte di gruppi stranieri. Sebbene operazioni di questo tipo possano garantire una boccata d’ossigeno immediata in termini di volumi produttivi e occupazione, esse aprono un dibattito strutturale sulla tenuta degli standard contrattuali nazionali e sulla progressiva perdita di autonomia strategica della filiera automobilistica tricolore.

Roma: maxi sequestro di prodotti per bambini contraffatti

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I Finanzieri del Comando Provinciale di Roma hanno sequestrato oltre mille articoli contraffatti destinati ai minori durante un’operazione condotta dai “Baschi Verdi” nella zona Anagnina. In un negozio di cover e cancelleria sono stati trovati prodotti con loghi falsificati di celebri personaggi come Labubu, Kuromi, Pokémon, Spiderman e One Piece. Il legale rappresentante dell’attività è stato denunciato per commercio di prodotti con segni falsi e ricettazione. La Guardia di Finanza sottolinea i rischi della contraffazione, soprattutto per i bambini: giocattoli e articoli scolastici non certificati possono contenere materiali tossici o componenti pericolosi per la salute e la sicurezza.

L’obbedienza involontaria

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Perpetuare l’obbedienza involontaria. Convincerci che governereste meglio voi. Seminare dubbi sulla fede degli altri.

Esibire lo scetticismo come forma di potere, ascoltare i guru del sistema come preti di una fede che non c’è, ostacolare le persone che non vi assomigliano, evitare di criticare pubblicamente chi ha potere economico-finanziario, non perdere tempo con gente che non conta niente, obbedire a ordini occulti facendoli passare per verità ovvie, pensare che i sentimenti siano debolezze, dire che non sono simpatici quelli che non potete far tacere, compattare le masse con slogan banali, gestire gli amici  come un club degli intelligenti, cercare il profitto anche con gli avversari, favorire chi esprime segnali di accondiscendenza, sottovalutare le qualità di chi non vi serve, allontanare il vero dissenso e alimentare quello conveniente, umiliare chi non vi assomiglia, essere materialisti ma millantare spiritualismo, esibire pietà quando occorre condivisione.

Questo il pensiero di maestrine e maestrini dell’ipocrisia e delle sublimi banalità, falsi cinici, intellettuali di regime, tanto ottimisti perché il buonismo è di sinistra e il cattivismo è di destra.

Aveva ragione Nikolaj Berdiaev, anarchico e cristiano (1939): «In fatto di dittature non dobbiamo mai sopportare quelle che ci opprimono nel campo dello spirito e del pensiero. In quella oppressione spirituale si nascondono infatti le più grandi potenze economiche».

Messico, ex ministro delle finanze di Sinaloa si consegna agli USA

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L’ex segretario all’Amministrazione e alle Finanze dello Stato messicano di Sinaloa, Enrique Díaz Vega, si è consegnato alle autorità statunitensi a New York per rispondere ad accuse di narcotraffico e presunti legami con Los Chapitos, la fazione del cartello di Sinaloa guidata dai figli di Joaquín “El Chapo” Guzmán. Secondo la procura federale del Distretto Sud di New York, avrebbe avuto un ruolo di collegamento tra il gruppo criminale e l’amministrazione dell’ex governatore Rubén Rocha Moya, i cui conti sono stati recentemente congelati in Messico. L’ex funzionario è accusato anche di aver favorito infiltrazioni e intimidazioni politiche durante la campagna del 2021.

Dal porto di Augusta sono partiti due cacciamine italiani diretti a Hormuz

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In seguito agli annunci del governo arrivati negli scorsi giorni, due navi specializzate nella bonifica di mine e ordigni subacquei hanno lasciato il porto di Augusta, in Sicilia, alla volta dello Stretto di Hormuz. Si tratta dei cacciamine “Rimini” e “Crotone”, entrambi di stanza a La Spezia ma trasferiti nelle scorse settimane nell’isola, che approderanno inizialmente in una base italiana in Gibuti. Da lì, secondo quanto affermato dai membri del governo, le navi potranno raggiungere lo Stretto navigando per una trentina di giorni, ma solo quando il conflitto si risolverà. Complessivamente, i militari impegnati saranno circa quattrocento. Nel frattempo, però, la pace non sembra affatto vicina, con i media statunitensi che descrivono gli USA e Israele come sempre più propensi a riaprire il fuoco sull’Iran.

Il movimento, a detta dell’esecutivo, ha una natura precauzionale. «Non siamo qui per chiedere di autorizzare una nuova missione militare – ha affermato Tajani di fronte alle Commissioni Affari Esteri e Difesa riunite di Camera e Senato – l’intento è condividere con il parlamento l’impegno del governo». L’operatività concreta resta subordinata a una tregua che al momento appare lontana: «La tregua nel Golfo è possibile? Non lo so, non penso – ha dichiarato il ministro della Difesa Guido Crosetto – oggi e questa settimana penso sia meno facile di quanto pensavo una settimana fa». A fornire la scorta saranno la fregata “Raimondo Montecuccoli” e la nave logistica “Atlante”, mentre in supporto potrebbe essere impiegata anche la fregata “Rizzo”, già destinata alla missione Aspides nel Mar Rosso.

La prima tappa del trasferimento è Gibuti, dove l’Italia dispone di una base logistica strategica. Da lì, in caso di cessazione delle ostilità, i due cacciamine potranno raggiungere il Golfo Persico in circa un mese di navigazione. «Nel momento in cui dovesse aprirsi uno scenario di pace – aveva anticipato Crosetto – alle unità navali dei Paesi alleati servirebbe quasi un mese di navigazione per raggiungere il Golfo. Per questo, in via precauzionale, stiamo predisponendo il posizionamento di due cacciamine in un’area più vicina allo Stretto di Hormuz». Dure le critiche da parte delle opposizioni, che hanno rimproverato all’esecutivo l’aver omesso una condanna dell’attacco statunitense e contestato l’urgenza dell’inizio della missione. Da parte sua, il governo ha ribadito che si tratta di una «pianificazione meramente funzionale» in attesa di sviluppi sul terreno.

In verità, in Medio Oriente soffiano ancora forti venti di guerra. Secondo il New York Times, gli Stati Uniti e Israele starebbero preparando una possibile ripresa delle operazioni militari contro l’Iran già dalla prossima settimana, nonostante il cessate il fuoco. Tra le opzioni valutate dall’amministrazione Trump figurano in particolare bombardamenti più intensi contro obiettivi militari e infrastrutture iraniane, ma anche missioni delle Forze Speciali atte a recuperare materiale nucleare custodito nel sito di Isfahan. Centinaia di soldati specializzati sarebbero già stati dispiegati in Medio Oriente nei mesi scorsi. La Cnn ha scritto invece che Israele sarebbe al lavoro per preparare una nuova ondata di raid contro l’Iran, mentre il presidente statunitense Donald Trump avrebbe «esaurito la pazienza» in seguito agli attacchi sferrati contro militari americani e alleati di Washington nelle ultime settimane.

Libano: prorogata di 45 giorni la “tregua” con Israele

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Nell’ambito del nuovo round di negoziati diretti in corso a Washington, Israele e Libano hanno concordato una estensione di 45 giorni del cessate il fuoco attualmente in vigore, che sarebbe scaduto domenica 17 maggio. Anche questa volta, Hezbollah non prenderà parte agli incontri, volti a giungere alla fine del conflitto scatenato da Tel Aviv. Il cessate il fuoco attualmente in vigore è stato ripetutamente infranto da Israele, con attacchi contro civili e giornalisti condotti tanto a Beirut quanto nel sud del Paese.

“Abbiamo finito tutto il carburante”: Cuba denuncia gli effetti dell’assedio americano

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L’annuncio è stato fatto dal ministro dell’Energia, Vicente de la O Levy: le scorte di olio combustibile e di gasolio di Cuba sono definitivamente esaurite. «Cuba è aperta a chiunque voglia darci carburante», ha dichiarato il ministro, riferendo che l’ultimo carico di petrolio ricevuto dall’isola è ormai terminato. Nella serata di mercoledì, nel Paese caraibico sono state registrate proteste diffuse, con centinaia di persone scese in strada contro i continui blackout e la crisi energetica. Cuba si trova stretta nella morsa di un embargo energetico imposto dagli USA, con la Casa Bianca che ha minacciato ritorsioni contro chiunque rifornisca l’isola. Nel mese di marzo, senza specificare le motivazioni, Trump aveva autorizzato il transito di una petroliera russa, che ha scaricato a Cuba 100mila tonnellate di greggio, ma anche quello è stato ormai esaurito.

Con la fine delle scorte di combustibile e carburante, Cuba sta vivendo in costante deficit energetico. Nella giornata di mercoledì, è stato segnalato un debito di oltre 2.000 megawatt di energia durante il picco di domanda notturna, impossibile da soddisfare con la produzione interna. L’isola si poggia quasi interamente sulla produzione domestica generata da pannelli fotovoltaici ed estrazione di gas naturale, che tuttavia prima del lancio dell’embargo statunitense copriva circa il 20% dei consumi. In questi quattro mesi e mezzo di embargo, le autorità cubane hanno razionalizzato la distribuzione di energia tagliando l’erogazione di diversi servizi (quali quelli ospedalieri non necessari, o quelli di smaltimento dei rifiuti) per mantenere fissi i prezzi di vendita del gasolio. A partire da oggi, tuttavia, spiega il quotidiano del Partito Comunista Gramma, i prezzi di vendita dei combustibili si adegueranno al costo reale delle singole transazioni.

La carenza di energia sta portando la rete elettrica del Paese al collasso, e rendendo conseguentemente complicato garantire i servizi ai cittadini. I blackout, fenomeno già diffuso nell’isola, stanno aumentando di quantità e durata, e l’energia sta venendo distribuita per sole 4 ore al giorno; agenzie di stampa internazionali, tuttavia, hanno segnalato che in diverse località i cortocircuiti si sono protratti per più di 24 ore. La mancanza di energia elettrica sta complicando la vita quotidiana dei cittadini, che stanno iniziando a scendere in piazza per manifestare il proprio dissenso; per ora non paiono essersi registrate proteste violente, e le dimostrazioni si sono concentrate sotto forma di cacerolazos, coi cittadini che durante la notte sono scesi per le strade battendo su pentole e strumenti da cucina.

Intanto, sul fronte diplomatico, non è chiaro a che punto siano le trattative tra USA e Cuba. Su richiesta Trump, una delegazione statunitense ha incontrato all’Avana le autorità cubane per comunicare l’apertura di Washington a colloqui economici e di sicurezza: il Dipartimento di Stato USA ha messo sul piatto una offerta di 100 milioni di dollari di aiuti all’isola, oltre a «internet satellitare gratuito e veloce», chiedendo al governo cubano di accettare «riforme significative». Non è ancora chiaro, spiega lo stesso cancelliere cubano Bruno Rodriguez, «se si tratterà di aiuti in denaro o materiali, e se saranno destinati ai bisogni più urgenti della popolazione, come carburante, cibo e medicinali». In ogni caso, continua Rodriguez, Cuba sarebbe pronta ad accettare l’offerta, a patto che ciò non implichi piegare la testa. Il cancelliere non ha comunque rinunciato a rimarcare la contraddittorietà della mossa statunitense: a provocare la medesima crisi che stanno ora predicando di risolvere sono infatti stati gli Stati Uniti. Dopo il rapimento del presidente venezuelano Maduro di inizio anno, Washington ha imposto un embargo energetico totale sull’isola; il Messico e lo stesso Venezuela, i principali fornitori di energia a Cuba, hanno dunque interrotto bruscamente l’invio di rifornimenti verso L’Avana, che da allora si è vista consegnare un solo carico di combustibile, arrivato alla fine di marzo dalla Russia.

Trasparenza o diversivo? Perché il Pentagono pubblica proprio ora i file sugli UFO

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«Arriverò in fondo alla questione dei file UFO». Con queste parole, il vicepresidente JD Vance ha riaperto il dossier sui cosiddetti “UAP” (“Unidentified Aerial Phenomena“, Fenomeni Aerei Non Identificati) alla vigilia della pubblicazione dei nuovi documenti sul portale del Pentagono voluto dall’amministrazione Trump. Dopo decenni di silenzi, depistaggi e ridicolizzazione del fenomeno, Washington sembra improvvisamente pronta a trasformare gli UFO in un tema politico e culturale di primo piano. Il tempismo, però, non è passato inosservato. La nuova “disclosure” arriva mentre la Casa Bianca è travolta dalle polemiche sul caso Epstein, il conflitto con l’Iran si è trasformato in un pantano geopolitico dai costi esorbitanti e una parte crescente della base MAGA accusa Donald Trump di aver tradito le promesse anti-establishment.

Il punto non è soltanto la tempistica della desecretazione di file rimasti dal 1947 confinati negli archivi del Pentagono, della NASA e dell’FBI. A colpire è soprattutto il linguaggio utilizzato da membri del Congresso, ex funzionari dell’intelligence (tra tutti David Grusch), piloti militari ed esponenti dell’universo trumpiano. Il Segretario di Stato, Marco Rubio, ha ammesso che gli UFO stanno sorvolando “strutture nucleari riservate”, mentre l’ex deputato Matt Gaetz ha parlato pubblicamente di presunti programmi segreti di ibridazione tra umani e alieni, evocando scenari che fino a pochi anni fa sarebbero stati confinati al cospirazionismo più estremo. Ancora più esplicite le dichiarazioni della deputata Anna Paulina Luna, che ha suggerito possibili collegamenti tra UFO, Bibbia e Nephilim, le misteriose creature citate nel libro della Genesi. «Ci sono cose che non comprendiamo pienamente», ha affermato, lasciando intendere che il fenomeno potrebbe avere implicazioni spirituali e religiose. Lo stesso Vance ha ammesso di essere «ossessionato dagli UFO» e ha spiegato di non considerarli “alieni”: «Penso siano demoni. Ci sono esseri celesti là fuori che volano in giro e fanno cose strane alle persone» ha spiegato in un’intervista con lo youtuber Benny Johnson nel podcast “Benny Show”. Una frase che segna un netto cambio di paradigma rispetto al passato. Gli UFO non sarebbero più “semplici” velivoli extraterrestri provenienti da altri pianeti, ma entità spirituali, multi o interdimensionali o addirittura demoniache.

Una narrazione che richiama apertamente la cosiddetta “ufologia parafisica”, corrente sviluppatasi soprattutto negli anni Sessanta e Settanta grazie a ricercatori come l’astronomo Jacques Vallée e il giornalista John Keel. Secondo Vallée, gli UFO sarebbero manifestazioni di un “sistema di controllo” capace di manipolare la percezione umana e di assumere forme differenti nel corso della storia. Fairies, angeli, demoni, apparizioni mariane e alieni sarebbero parte di uno stesso fenomeno mutevole, adattato al contesto culturale di ogni epoca. Una teoria simile fu elaborata da Keel, secondo cui le entità UFO sarebbero “ultraterrestri”: intelligenze parafisiche in grado di interferire con la realtà umana attraverso fenomeni psichici, apparizioni e manipolazioni della coscienza.

Dietro il susseguirsi di dichiarazioni anomale da parte dei vertici USA, potrebbe esserci una precisa strategia politica e mediatica capace di ricompattare simbolicamente una parte della base trumpiana attraverso un immaginario anti-establishment e anti Deep State, che strizza all’occhio alla cultura pop e al complottismo. L’idea che i precedenti governi abbiano nascosto “la verità” sugli UFO alimenta perfettamente la retorica populista della lotta contro le élite e gli apparati federali. Allo stesso tempo, il tema UFO vorrebbe offrire un gigantesco diversivo mediatico in un momento di crescente crisi politica. Eppure, negli USA l’opinione pubblica ha reagito freddamente alla pubblicazione dei documenti sugli UAP, chiedendo a gran voce il rilascio degli ultimi due milioni di file sul caso Epstein.

Se il dossier sui dischi volanti non basta a placare la curiosità sugli Epstein Files, forse non è neppure un caso che questa nuova ondata di “disclosure” coincida anche con il ritorno massiccio del tema UFO nell’industria culturale. A giugno arriverà, infatti, il nuovo film diretto da Steven Spielberg, Disclosure Day, destinato a rilanciare ancora una volta l’immaginario extraterrestre hollywoodiano. La vera domanda, allora, non è se gli UFO esistano davvero e che cosa siano, ma perché Washington abbia deciso proprio ora di trasformarli in un fenomeno politico globale. Nell’epoca della distrazione permanente, il controllo non passa più solo dal cover-up o dalla censura, ma anche dalla saturazione dello spazio mediatico. E mentre il pubblico guarda il cielo in cerca di alieni o demoni, la politica continua indisturbata a muoversi nell’ombra.