Centinaia di detenuti si sono resi protagonisti di una rivolta nel carcere di Barinas, in Venezuela. I detenuti hanno dato fuoco a materassi e lenzuola, salendo poi sul tetto dell’istituto. Sono state denunciate violazioni dei diritti umani e torture, dai maltrattamenti in cella ai divieti di visite familiari. La Guardia nazionale ha risposto a suon di lacrimogeni per sedare la rivolta.
La Corte reimpone le sanzioni a Francesca Albanese: “È ostile agli interessi americani”
Il Dipartimento di Stato era stato chiaro: «Il governo intende reinserire il nome della signora Albanese nell’elenco delle persone sanzionate»; la promessa è stata mantenuta. La Corte d’Appello di Washington D.C. ha infatti rovesciato la decisione del tribunale distrettuale della capitale con cui il giudice federale Richard Leon disponeva la sospensione immediata delle sanzioni contro la Relatrice Speciale per le Nazioni Unite sui Territori Palestinesi Occupati Francesca Albanese, ricordando che proteggere la libertà di espressione «è sempre nell’interesse pubblico» degli Stati Uniti. L’ingiunzione del tribunale, sostiene la Corte d’Appello, «arreca un danno irreparabile al governo e al pubblico, interferendo con il potere decisionale dell’Esecutivo in ambiti delicati come la sicurezza nazionale e gli affari esteri»; le sanzioni devono essere dunque ristabilite e la sentenza del giudice Leon ritirata.
La sospensione delle sanzioni statunitensi a Francesca Albanese è durata appena una settimana. Essa era stata disposta lo scorso 13 maggio, in risposta alla causa intentata dalla famiglia di Albanese contro l’amministrazione USA, che aveva citato in giudizio il presidente Donald Trump e alcuni funzionari. Le sanzioni imposte contro la Relatrice, secondo i ricorrenti, violavano infatti il Primo, il Quarto e il Quinto Emendamento della Costituzione statunitense, configurando un sequestro di beni senza giusto processo. Le misure erano entrate in vigore il 9 luglio dello scorso anno, su effetto dell’ordine esecutivo 14023, firmato dal presidente Trump nel febbraio 2025: come spiegato dalla stessa Albanese, le sanzioni avevano avuto pesanti ripercussioni sulla sua vita, rendendole impossibile non solo recarsi nel suo ufficio presso la sede dell’ONU, a New York, ma anche di avere un conto in banca (sia negli USA che in Italia) e, in generale, di effettuare qualsiasi genere di scambio economico – inclusa l’accettazione di un caffè al bar. Il giudice Richard Leon ha accettato gli argomenti dei ricorrenti e disposto il congelamento delle sanzioni contro la Relatrice.
Una settimana esatta dopo, con un aggiornamento del Dipartimento del Tesoro passato in sordina, gli USA toglievano ufficialmente la Relatrice dalla lista delle persone sanzionate; il Dipartimento di Stato è tuttavia tornato sul tema, specificando che tale rimozione non costituiva un cambio di politica verso Albanese: «Il governo ha presentato ricorso contro la sentenza del tribunale», ha dichiarato; «Nel caso in cui la Corte d’Appello del Distretto di Columbia confermi o annulli tale sentenza, il governo intende reinserire il nome della signora Albanese nell’elenco SDN». Detto, fatto: appena 24 ore dopo l’aggiornamento sul sito del Dipartimento del Tesoro, la Corte d’Appello ha disposto il rovesciamento dell’ordine del tribunale distrettuale.
Secondo i giudici, dal punto di vista tecnico, le disposizioni di Leon sarebbero state viziate all’origine, poiché il Primo Emendamento – quello sulle libertà – non proteggerebbe i cittadini non statunitensi residenti all’estero; nonostante ricopra un ruolo che richiederebbe periodicamente la sua presenza fisica presso la sede dell’ONU a New York, Albanese, argomenta la Corte, non avrebbe «legami sostanziali» con il territorio statunitense, e, anche se li avesse, essi «non sarebbero sufficienti a garantire a un cittadino straniero residente all’estero la protezione del Primo Emendamento»; i giudici d’appello hanno inoltre motivato la propria decisione appellandosi al fatto che Albanese non fosse tra i ricorrenti, e che la portata dell’ingiunzione di Leon sarebbe «ben più ampia di quanto necessario per porre rimedio a un eventuale danno subito dai ricorrenti», che potrebbe essere risolto disapplicando le sanzioni contro di essi. Con tale decisione, la Corte d’Appello chiede al tribunale distrettuale di rivedere in tutto o in parte la propria decisione e di revocare la sospensione delle sanzioni ad Albanese. Se avesse effetto, l’ingiunzione di Leon «minerebbe importanti interessi di sicurezza nazionale e di politica estera degli Stati Uniti, usurpando così l’autorità che la Costituzione e il Congresso hanno conferito al Presidente in questo ambito così delicato».
Gli Stati Uniti avevano già tentato in varie occasioni di colpire Albanese, contestando ripetutamente (e sempre senza successi) la sua attività alle Nazioni Unite, ma le sanzioni dirette sono giunte solamente dopo la pubblicazione del rapporto in cui stilava una lunga lista di aziende (molte delle quali europee e statunitensi) complici del progetto israeliano di colonizzazione della Palestina. Il danno potenziale, evidentemente, avrebbe potuto essere il più temuto di tutti: quello di natura economica. Nel report non vengono citate solo le aziende belliche come la italiana Leonardo, o quelle di sorveglianza tecnologica come Palantir, ma anche Amazon, Carrefour, AirBnB, Booking, IBM, HP, Microsoft e molte altre, oltre a ONG, fondi pensionistici, istituti finanziari.
In Nevada l’estrazione del litio sta devastando l’ambiente e i diritti dei nativi
A Thacker Pass, nel nord del Nevada, la terra ha il colore della cenere e della polvere. Per le multinazionali dell’automotive e dell’energia, questo deserto d’alta quota rappresenta una terra promessa: uno dei più grandi depositi di litio del pianeta, l’oro bianco indispensabile per alimentare le batterie dei veicoli elettrici. Ma per i popoli Paiute e Shoshone, quel luogo si chiama Peehee Mu’huh (“Luna di Paglia”). È un luogo sacro, un santuario spirituale, ma anche il sito di un tragico massacro avvenuto nel 1865, dove i soldati statunitensi sterminarono decine di nativi. Oggi, le ruspe e i bulldozer stanno sventrando quei terreni ancestrali e funerari. La distruzione culturale e spirituale di una comunità nativa viene pianificata e legalizzata in nome del bene supremo della transizione verde.
Il rapporto recentemente pubblicato da Amnesty International, intitolato “We’re here to Protect Mother Earth”: Indigenous Rights and Nevada’s Lithium Boom, squarcia il velo sulla narrazione mainstream della transizione ecologica. Il Nevada si trova al centro di una vera e propria tempesta estrattiva, concentrando circa l’85% delle riserve di litio conosciute negli Stati Uniti. Entro la fine del decennio, la domanda globale di questo minerale è destinata a triplicare, spinta non solo dall’industria automobilistica ma anche dalla crescita esponenziale dei data center necessari all’Intelligenza Artificiale, voraci accumulatori di energia pulita. Tra l’altro, proprio queste strutture minacciano gli ecosistemi delle popolazioni indigene mettendo i discussione la sovranità tribale.
Amnesty ha analizzato tre megaprogetti nel complesso statale, rilevando una costante sistematica: la totale assenza di un reale consenso da parte delle tribù che da millenni custodiscono quei territori. La velocità con cui l’amministrazione federale ha concesso le autorizzazioni, riducendo a pochi mesi iter burocratici che solitamente richiedono anni, dimostra come la fretta geopolitica di accaparrarsi “materie prime critiche” stia schiacciando qualsiasi forma di tutela dei diritti umani. Per le comunità indigene locali, l’estrattivismo distruttivo non è una novità, il litio è solo la nuova forma. Durante la Guerra Fredda, queste stesse terre ancestrali furono classificate dal governo di Washington come “Zone di Sacrificio Nazionale”.
L’Arizona e il New Mexico vennero devastati dall’estrazione selvaggia dell’uranio, lasciando in eredità migliaia di miniere tossiche abbandonate che ancora oggi avvelenano l’acqua dei Navajo. In Nevada, la nazione degli Shoshone Occidentali ha subito tra il 1951 e il 1992 la detonazione di oltre mille ordigni nucleari nel Nevada Test Site, trasformando il loro territorio nel luogo più bombardato del pianeta con ordigni nucleari. Per decenni, lo spettro delle scorie radioattive ha continuato a minacciare la vicina Yucca Mountain, un’altra area considerata sacra. Nel ventesimo secolo lo sterminio silenzioso dei nativi e la contaminazione delle loro terre avvenivano in nome della “difesa della democrazia” e dell’arsenale atomico. In questo secolo la profanazione avviene sotto un’insegna verde.
Il fulcro politico della denuncia di Amnesty International risiede nella violazione del principio del Consenso Libero, Preventivo e Informato (FPIC), un pilastro della Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni. Le multinazionali e le agenzie federali aggirano questo obbligo facendo leva su un anacronismo legislativo: il General Mining Act del 1872. Questa legge, scritta all’epoca della conquista del West per favorire l’insediamento dei coloni, permette alle aziende di rivendicare diritti minerari quasi illimitati su quelli che lo Stato definisce “suoli pubblici”. Definire queste terre come “pubbliche” significa legalizzare a monte l’esproprio storico subito dai nativi, i quali non hanno mai ceduto formalmente la propria sovranità attraverso i trattati internazionali (come il Trattato di Ruby Valley del 1863). Le consultazioni avviate dal governo americano sono state denunciate dalle tribù come mere formalità burocratiche a cose già fatte.
Oltre alla distruzione dei siti storici, il boom del litio minaccia la sicurezza ambientale di una delle regioni più aride del Nord America. L’estrazione e la raffinazione del litio sono processi chimico-industriali estremamente idrovori. Per far funzionare impianti come quello di Thacker Pass, saranno necessari miliardi di litri d’acqua all’anno, pompati direttamente dalle falde acquifere sotterranee. Questo massiccio prelievo rischia di prosciugare le sorgenti locali, da cui dipendono non solo le riserve dei nativi per l’agricoltura e la sussistenza, ma anche ecosistemi fragilissimi che ospitano specie protette ed endemiche, oltre ai tradizionali alberi di pino d’alta quota, i cui pinoli rappresentano da millenni un alimento fondamentale per i popoli della zona.
Il caso del Nevada dimostra che l’attuale modello di transizione ecologica soffre di un vizio di forma strutturale: si limita a sostituire la tecnologia di alimentazione del capitalismo globale (dai combustibili fossili ai minerali rari) lasciando intatte le medesime logiche di sfruttamento, accumulazione e ingiustizia sociale del passato. Se l’obiettivo di salvare il pianeta si fonda sul sacrificio sistematico delle minoranze e sulla violazione dei diritti umani fondamentali, la transizione perde ogni legittimità morale. Il rapporto di Amnesty International lancia un monito urgente a governi e catene di fornitura globali: non può esistere una giustizia climatica senza giustizia sociale. Una vera transizione ecologica deve iniziare dal rispetto dei trattati, dalla tutela della sovranità tribale e dal riconoscimento che la salvezza della Terra non può essere costruita sulle macerie dei suoi popoli originari.
Repubblica Democratica del Congo: spari in un centro di cura per l’ebola
Un gruppo di giovani ha assaltato un ospedale che curava pazienti affetti da ebola chiedendo che venissero restituiti i corpi dei propri familiari deceduti a causa della malattia contratta per il virus. L’attacco è stato lanciato contro l’ospedale generale di Mongbwalu, e risulta il terzo assalto a un ospedale nell’ultima settimana per analoghe ragioni; da quanto racconta il direttore sanitario della struttura all’agenzia di stampa internazionale Associated Press, i giovani hanno attaccato la struttura utilizzando armi da fuoco, spingendo le autorità mediche a evacuare l’edificio. Non è noto se ci siano stati feriti.
Pakistan, attacco a treno che trasportava militari: decine di vittime
Sono alomeno 24 i morti e una cinquantina i feriti a seguito dell’attacco esplosivo (di probabile matrice suicida) portato a termine in Pakistan, nella provincia sud-occidentale del Baluchistan. Secondo quanto dichiarato da un funzionario di polizia all’AFP, l’esplosione, avvenuta su di un treno che trasportava solamente militari insieme alle loro famiglie, sarebbe dovuta alla presenza di un ordigno improvvisato del peso di 35 kg. Secondo la BBC, l’attacco sarebbe stato rivendicato dal gruppo separatista Balochistan Liberation Army, ma le autorità pakistane non hanno ancora confermato la notizia.
Stare male a Modena
A un certo punto, intorno alla metà degli anni ’80, la provincia ha smesso di essere un trauma geografico e ha iniziato a diventare di moda. In particolare quella emiliana. Non quella della campagna idilliaca tutta lambrusco e mattarelli, bensì quella piatta e nebbiosa delle tangenziali, delle discoteche di periferia e dei bar con le luci al neon. Il primo a dare una dignità letteraria a questo immaginario è stato Pier Vittorio Tondelli. La pianura emiliana diventava il teatro ideale per tutto ciò che non sarebbe dovuto accadere, il luogo perfetto per sentirsi disperatamente vivi, soli, selvaggi e magnificamente fuori posto. Un luogo simile al Far West, ma con più cooperative e meno cavalli. Assieme a lui c’erano i CCCP, totalmente diversi ma complementari, come lo gnocco fritto e il prosciutto. Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni avevano vissuto a Berlino, avevano scoperto il punk, avevano occupato le fabbriche abbandonate di Kreuzberg e avevano oltrepassato il Muro per vedere cosa c’era al di là del blocco sovietico. Poi avevano deciso che il centro del mondo era Reggio Emilia. L’Unione Sovietica, il comunismo, la fine della storia e delle ideologie, tutto passava attraverso le feste dell’Unità.
A loro si aggiunsero tutta una schiera di musicisti, scrittori, registi e intellettuali che iniziarono a plasmare le luci sfocate che emergevano dalla nebbia per dare loro una forma personale. In questo immaginario gli studenti fuori sede si univano con gli anarchici dell’Appennino per diventare eroi di un’epica popolare, i capannoni industriali si tramutavano in scorci metafisici di De Chirico e un’intera generazione cresceva nella convinzione che si potesse finalmente stare male a Modena, Parma e Correggio, ma con indiscutibile stile: aspettando “un’emozione sempre più indefinibile”.
Poi col tempo la poesia si è un po’ persa. La desolazione provinciale ha cominciato a essere declinata attraverso prodotti più commercializzabili. L’Emilia paranoica ha iniziato a ballare sul mondo. L’identità, osservata troppo da vicino, è scaduta nel folklore. Ormai però il seme era stato piantato e, per diversi decenni, da quella pianura desolata hanno continuato a germogliare racconti di quel piccolo mondo. A volte anche piccole gemme, strettamente aderenti alla realtà che le circondava e orgogliosamente confinate all’interno di essa. È il caso di un gruppo punk di cui difficilmente avrete sentito parlare se abitate anche solo qualche chilometro più a sud della via Emilia e che, nel panorama di quegli anni, rappresenta un caso abbastanza unico.
I Lomas si formano nel 1995 a Modena e da subito si immergono totalmente nella cronaca della loro piccola provincia, in maniera quasi maniacale. I testi non cantano di malessere generazionale o di rifiuto della società in termini generali, bensì scandiscono ogni microscopico dettaglio della vita quotidiana all’interno della loro piccola città. Solo la realtà così com’è, guardata da così vicino da risultare, alla fine, stranamente universale. Per chiarire il concetto basta citare il nome del loro primo album: Modena stazione di Modena per Carpi Suzzara Mantova si cambia, che era semplicemente il messaggio che veniva ripetuto ogni mattina dagli altoparlanti della stazione dei treni. Una sorta di indicazione ferroviario-esistenziale che ti entra in testa quando non hai ancora scoperto se la giornata sarà sopportabile o meno. Il secondo disco si intitola Porci Ceramiche, chiamando direttamente in causa i due settori produttivi per i quali è conosciuta la città. Nel terzo album, Mutina punkae lomas 0.5.9. 1.9.9.8, c’è un brano notevole che si chiama Carpi. Anche qui torna in aiuto la geografia. Un viaggio in macchina verso Carpi, la provincia della provincia, dove il cantante si reca ogni giorno per lavoro, detestando la città e i suoi abitanti. «Ma sei tu che hai problemi e non loro» si dice da solo Alessandro Formigoni in uno slancio di autoanalisi, «Perché se uno ha una ferita nel cuore se la porta ovunque egli vada. E tu l’hai portata a Carpi». Un percorso esistenziale di una ventina di chilometri, tra viali alberati e rotonde tutte uguali, che collegano solitudini molto simili tra loro.
«Perché una cosa sia interessante basta fissarla a lungo» diceva Flaubert. Un insegnamento che i Lomas hanno preso alla lettera.
Nel 2004 i Lomas pubblicano il loro ultimo disco, che indaga ancora di più sul malessere confinato dentro la piccola provincia. Il titolo è emblematico: Hai preso le gocce?. L’album, stampato in pochissime copie e fatto uscire per un’etichetta dal nome squisitamente programmatico, I Dischi del Culo, è un piccolo trattato di psichiatria stradale emiliana. Se nei lavori precedenti la band si occupava di mappare i treni per Suzzara o delle frustrazioni pendolari verso Carpi, qui lo sguardo si stringe. Non ci si muove quasi più. Dal macrocosmo della ferrovia si passa al microcosmo della boccetta di ansiolitici sul comodino. Gli ultimi due brani del disco costruiscono un piccolo racconto in due atti. Una disperata lite di coppia cantata dal punto di vista dell’uomo e della donna. La prima parte si intitola L’odio in casa. Il protagonista si aggira per le stanze descrivendo una routine che ha il sapore di un’asfissia controllata. La casa si trasforma in una galera accogliente, presidiata da istituzioni rassicuranti quanto oppressive. La polizia, l’ospedale, la farmacia. C’è una ragazza, c’è persino una laurea con lode, ma manca l’aria. Il risentimento cresce man mano che il volume aumenta, finché i confini si sfumano e diventa difficile capire chi stia parlando. Un po’ come ascoltare due sconosciuti che si urlano addosso nell’appartamento a fianco. È il ritratto preciso di chi non sa stare accanto al disagio psichico dell’altro e sceglie di curarlo a colpi di violenza verbale.
Nell’ultimo brano Mi piacevi più prima restiamo a osservare le macerie. La parola passa a lei. La canzone si apre con un distaccato «Quando lei dirà…», e ciò che segue è la risposta della donna. Un proiettile di ritorno calibrato al millimetro. Anche a lei lui piaceva di più “prima”. Prima che la casa si trasformasse in un reparto di degenza. La sofferenza mentale diventa un legame perverso, una patologia di coppia in cui “un male si ama” perché, dopotutto, è l’unica cosa rimasta a tenere insieme i pezzi.
Sabato scorso qualcosa ha distrutto la quiete della piccola provincia modenese. Un uomo è uscito di casa, ha percorso i pochi chilometri che lo separavano dal centro città e si è lanciato sulla folla. Otto persone ferite, alcune in modo grave. In termini giuridici si chiama tentata strage. Prima ancora che le ambulanze smettessero di suonare qualcuno aveva già avanzato l’ipotesi del terrorismo e dell’odio razziale. L’uomo, Salim El Koudri, è infatti originario di un altro paese: Bergamo.
La verità è più complicata. Salim El Koudri soffriva di un disturbo schizoide. Nel 2022 si era presentato spontaneamente al Centro di Salute Mentale di Castelfranco Emilia per chiedere aiuto. Dopo circa due anni aveva abbandonato le cure. Secondo quanto emerso, viveva una situazione di forte isolamento e frustrazione, aggravata dalle difficoltà lavorative nonostante una laurea in economia.
Non un atto terroristico, dunque, ma il gesto disperato di una persona rimasta sola con un profondo malessere che non riusciva a gestire. In Italia circa 800mila persone si rivolgono ogni anno ai servizi psichiatrici, con tassi di abbandono delle cure molto alti perché le strutture, sottofinanziate e in carenza di organico, non riescono a prendersi cura adeguatamente di tutti. L’Italia destina appena il 3% del fondo sanitario nazionale ai centri di salute mentale, contro le percentuali a due cifre di quasi tutti gli altri paesi europei. Manca soprattutto il personale, a fronte delle tante richieste di assistenza. Difficilmente andrà meglio. I fondi che il Governo sta cercando disperatamente di reperire aumentando le tasse e tagliando le spese sembrano orientati da tutt’altra parte. Soprattutto verso l’acquisto di armi. Un investimento che sicuramente contribuirà ad aumentare la serenità di tutti.
Tuttavia il disagio esistenziale non si trasforma automaticamente in disturbo mentale. E il disturbo mentale non sfocia necessariamente nella violenza. A volte diventa una canzone. Da suonare in un capannone di periferia davanti a cinquanta persone, o da ascoltare in cuffia sul treno per Carpi, stringendo i denti. I Lomas lo sapevano. Tondelli lo sapeva. Stare male a Modena ha le sue regole e i suoi rimedi, ma non è poi così diverso dallo stare male in qualsiasi altro posto. Il problema non è la provincia, è quando si rimane soli dentro di essa, senza nemmeno gli altoparlanti di una stazione ferroviaria dai quali sentirsi ripetere dove si può andare.
Questa è Ipertraccia. Rubrica domenicale che parla di musica. Se vi piace consigliatela ai vostri amici. Se non vi piace consigliatela ai vostri nemici. Se volete scriverci fatelo a musica@lindipendente.online
Ucraina, massiccio attacco missilistico russo su Kiev
Nelle prime ore di oggi, domenica 24 maggio, un pesante attacco missilistico russo ha colpito Kiev, causando almeno 4 morti e una sessantina di feriti. Il ministero della Difesa russo ha riferito che si tratta di una risposta agli attacchi ucraini contro le infrastrutture civili russe, come quello contro il dormitorio occupato da giovani tra i 14 e i 18 anni, nei territori occupati, nel quale erano morti sei ragazzi. Putin stesso aveva definito l’azione un “attacco terroristico”, mentre Kiev aveva detto che si trattava di una “base di dronisti russi”.









