Nelle prime ore di oggi, domenica 24 maggio, un pesante attacco missilistico russo ha colpito Kiev, causando almeno 4 morti e una sessantina di feriti. Il ministero della Difesa russo ha riferito che si tratta di una risposta agli attacchi ucraini contro le infrastrutture civili russe, come quello contro il dormitorio occupato da giovani tra i 14 e i 18 anni, nei territori occupati, nel quale erano morti sei ragazzi. Putin stesso aveva definito l’azione un “attacco terroristico”, mentre Kiev aveva detto che si trattava di una “base di dronisti russi”.
Cosa sappiamo dell'”imminente accordo” con l’Iran annunciato da Trump
Dopo lo stallo nei colloqui degli scorsi giorni, USA e Iran tornano a discutere della proposta in 14 punti contenuta nel memorandum di intesa attualmente in discussione tra le due parti e, secondo Trump, stavolta l’accordo sarebbe stato in larga parte negoziato e sarebbe pronto a essere finalizzato. Secondo il presidente, il documento includerebbe anche un accordo per la riapertura di Hormuz. Da parte sua, l’Iran non ha ancora commentato l’annuncio, ma in un’intervista rilasciata nelle scorse ore il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baqaei, aveva dichiarato che un eventuale accordo avrebbe dovuto contenere un’intesa sul nucleare e sulla rimozione delle sanzioni americane a Teheran, oltre che la fine del blocco navale USA su Hormuz (definito «pirateria»). I termini dell’accordo non sono ancora stati ufficialmente delineati da nessuna delle due parti.
Nell’annuncio fatto da Trump sul proprio social Truth, il presidente ha specificato che «è stato negoziato in larga misura un accordo, soggetto a finalizzazione, tra gli Stati Uniti d’America, la Repubblica Islamica dell’Iran». Al colloquio erano presenti anche alcuni tra i Paesi del Golfo, quali Arabia Saudita, Emirati e Qatar, oltre a Pakistan, Turchia, Egitto, Giordania e Bahrein. Il presidente USA ha anche riferito di aver avuto successivamente una telefonata con Netanyahu che «è andata molto bene», ma sulla quale non sono stati forniti ulteriori dettagli. «Gli aspetti finali e i dettagli dell’accordo sono attualmente in fase di discussione e saranno annunciati a breve» ha riferito il presidente, che ha aggiunto che tra i vari elementi dell’accordo è prevista la riapertura dello Stretto di Hormuz.
L’Iran per il momento non commenta, anche se nelle scorse ore il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baqaei, aveva confermato che Teheran si trovasse nella fase finale della redazione di un memorandum per la fine della guerra con gli USA. L’accordo è composto di 14 punti e contiene i principali punti da negoziare per la fine di una «guerra imposta», ma che questi punti verranno discussi in un «tempo ragionevole compreso tra i 30 e i 60 giorni». Alla fine di questo periodo, sarà discusso l’accordo finale. «Siamo attualmente nella fase di concludere questo memorandum d’intesa». Baqaei ha inoltre aggiunto che Teheran è ancora diffidente nei confronti degli USA e che non vi è sicurezza che Washington non cambi il proprio atteggiamento repentinamente come avvenuto in passato, aggiungendo però che il processo sembra andare verso una «convergenza di posizioni». Secondo Baqaei, inoltre, non spetta agli USA prendere decisioni sullo Stretto di Hormuz, ma a Iran e Oman, in quanto Stati che vi affacciano direttamente. Le discussioni sullo Stretto rientrerebbero in quelle concernenti il memorandum, ha detto il portavoce, aggiungendo però che la prerogativa iraniana è «porre fine pirateria e al banditismo marittimo statunitensi» contro la navigazione internazionale. Un accordo sul nucleare, che nelle dichiarazioni pubbliche di Trump è sempre stato il pretesto per giustificare l’aggressione all’Iran e la difficoltà nel giungere a un accordo definitivo, dovrebbe essere incluso nel memorandum, così come la revoca delle sanzioni USA all’Iran.
Il primo ministro pakistano, Shebhaz Sharif, ha parlato della telefonata nei termini di «uno scambio di utili opinioni sulla situazione regionale attuale e su come far progredire gli sforzi di pace in corso per portare una pace duratura nella regione» e ha aggiunto di «sperare» di poter ospitare presto il prossio round di colloqui.
Le richieste di ritirare le sanzioni USA e di porre fine al blocco su Hormuz erano state avanzate dall’Iran già la scorsa settimana, quando aveva rifiutato la proposta di pace di Washington proprio perchè mancavano tali condizioni. La proposta, infatti, non conteneva novità sostanziali rispetto a quanto già richiesto dagli USA in oltre due mesi di guerra. Secondo Axios, che cita funzionari USA vicini ai colloqui, l’accordo attualmente in discussione prevedrebbe un cessate il fuoco di 60 giorni, durante il quale Hormuz verrebbe riaperto e vebbero sospesi tutti i pedaggi richiesti alle navi per il passaggio. In cambio, gli USA revocherebbero il blocco dei porti iraniani e potrebbero concedere deroghe a Teheran sulle sanzioni, in modo che il Paese possa riprendere a vendere liberamente il proprio petrolio. Il blocco dovrebbe essere revocato non appena lo Stretto sarà completamente sminato, per garantire una navigazione in sicurezza. La richiesta iraniana di una completa sospensione delle sanzioni sarebbe stata per il momento respinta, in quanto prima sarebbero state necessarie «concessioni tangibili».
Successivamente si riprenderebbero i negoziati inerenti il nucleare iraniano. La bozza includerebbe l’impegno dell’Iran a non acquisire armi nucleari e a negoziare la sospensione del proprio programma di arricchimento dell’uranio, oltre all’eliminazione delle scorte di uranio arricchito. In particolare, poi, la bozza includerebbe come condizione necessaria la fine della guerra israeliana contro il Libano, ma non di un «cessate il fuoco unilaterale» – ovvero, anche Hezbollah dovrebbe deporre le armi.
Le provocazioni tra le due parti, tuttavia, non si fermano. Subito prima dei colloqui, tuttavia, Trump ha pubblicato sui propri social una mappa dell’Iran coperta dalla bandiera americana accompagnata dalla scritta «United States of Middle East», mentre Baqaei ha pubblicato quella dell’Impero Romano, commentando che quando questo ha provato a invadere la Persia si è poi trovato costretto a negoziare una pace alle condizioni delle popolazioni locali.
Elezioni, si vota oggi e domani in 749 Comuni italiani
Nelle giornate di domenica 24 e lunedì 25 maggio si andrà al voto in 749 Comuni italiani, per un totale di 6,3 milioni di elettori. In totale sono 18 i capoluoghi coinvolti, uno di Regione e 17 di provincia. Tra le principali città coinvolte ci sono Reggio Calabria, che il centrodestra proverà a riconquistare, e Venezia, dove il campo largo punta a porre fine a 11 anni di Luigi Brugnaro (del partito liberal-conservatore Coraggio Italia). Le urne saranno aperte dalle 7 alle 23.
Bilbao: polizia carica attivisti della Flotilla rientrati dalla Turchia
Due membri della Global Sumud Flotilla sono stati detenuti al rientro in Spagna, nell’aeroporto di Bilbao, dopo essere stati caricati dalla polizia. Secondo i primi resoconti dei media, il gruppo di sei attivisti si era fermato davanti a una porta degli arrivi per parlare coi giornalisti, intralciando momentaneamente il passaggio. Sarebbe stato questo a far scattare la carica della Ertzaintza, la polizia dei Paesi Baschi. Video sui social media mostrano i poliziotti accanirsi con i manganelli sugli attivisti immobilizzati a terra. Arrestati anche due sostenitori della missione.
La tutela climatica è un obbligo giuridico: voto storico all’ONU, anche l’Italia a favore
«La più alta corte del mondo ha parlato e oggi l’Assemblea Generale ha risposto». Con queste parole António Guterres, massimo esponente delle Nazioni Unite, ha commentato la sessione fiume che ha portato l’Assemblea Generale a rilanciare l’obbligo giuridico della tutela climatica. La risoluzione è stata promossa da Vanuatu, il piccolo Stato del Pacifico minacciato dall’innalzamento del livello dei mari, ed è passata con un ampio consenso, registrando 141 voti a favore, tra cui quello dell’Italia. Viene così data forza politica al parere consultivo che la Corte Internazionale di Giustizia (CIG) aveva pronunciato lo scorso anno, esortando i Paesi a rispettare gli obblighi legali per ridurre le emissioni di gas serra e proteggere il clima.
La sessione del 20 maggio scorso è stata definita da António Guterres come una seduta storica, all’interno del quale è stata approvata una risoluzione che riconosce la tutela del clima come un obbligo giuridico internazionale e non una mera facoltà. Nello specifico vengono rilanciati gli obblighi relativi alla riduzione delle emissioni di gas serra, tra le principali cause dei cambiamenti climatici, e al risarcimento per i Paesi più colpiti da questi ultimi. Ciò è già sancito dai numerosi trattati sul tema, come l’accordo di Parigi del 2015, e dal diritto consuetudinario ma, alla luce delle continue violazioni, l’Assemblea Generale ha deciso di mettere ordine e riportare il tema in agenda. Il messaggio è politico e, seppur non vincolante, fa da guida interpretativa al diritto internazionale oltre che da appiglio ulteriore per i tribunali impegnati nelle cause contro gli Stati. C’è poi l’impatto non trascurabile sull’opinione pubblica, che restituisce forza alla società civile impegnata nelle azioni di pressione.
L’appuntamento del 20 maggio scorso chiude un cerchio aperto da Vanuatu nel 2023. In quell’occasione il piccolo Stato dell’Oceano Pacifico mise d’accordo, in sede ONU, 132 Paesi per adottare una risoluzione dell’Assemblea Generale che chiedeva alla Corte Internazionale di Giustizia (CIG) chiarimenti sugli obblighi degli Stati relativi al cambiamento climatico e sulle eventuali conseguenze legali delle loro azioni. Due anni dopo la CIG ha espresso il suo parere, non vincolante, sulla questione, ribadendo che gli Stati debbano agire con uno spirito cooperativo a tutela del clima, pena l’andare incontro alle conseguenze legali sancite dal diritto internazionale. Vanuatu è così tornato al Palazzo di Vetro a New York per tradurre in forza politica il parere della CIG, raccogliendo anche più consensi rispetto al 2023. Sono stati 141 i Paesi schieratisi a favore della risoluzione, tra cui l’Italia che, attraverso il rappresentante Gianluca Greco, ha posto l’attenzione sull’abbandono delle fonti fossili e sul rilancio della transizione energetica.
28 Stati membri si sono invece astenuti (tra cui la Turchia, che ospiterà la prossima conferenza sul clima) mentre 8 hanno votato contro: Bielorussia, Iran, Israele, Liberia, Yemen, Arabia Saudita, Stati Uniti e Russia. Soltanto questi ultimi due Paesi emettono circa 8,5 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente all’anno, pari al 17% delle emissioni globali. Il fronte degli avversatori teme l’intensificazione di processi, contenziosi e richieste di risarcimento per la mancata tutela climatica.
Nonostante i tentativi di pressione, l’Assemblea Generale dell’ONU ha dato un segnale di rilancio del diritto internazionale, in un periodo particolarmente critico. «Voglio elogiare la leadership dei paesi insulari del Pacifico e di altri piccoli stati insulari in via di sviluppo» — ha detto Guterres, aggiungendo che «i meno responsabili del cambiamento climatico stanno pagando il prezzo più alto. Questa ingiustizia deve finire». Lo stesso Vanuatu, che emette meno dello 0,01% delle emissioni totali di gas serra, è tra i Paesi più colpiti dai cambiamenti climatici, minacciato nella sua esistenza dall’innalzamento del livello dei mari.
Francia, vietato l’ingresso al ministro israeliano Ben-Gvir
La Francia ha vietato l’ingresso nel Paese al ministro-colono israeliano Itamar Ben-Gvir, a causa dei «suoi comportamenti inqualificabili nei confronti di cittadini francesi ed europei passeggeri della Flotilla Global Sumud», come dichiarato dal capo della diplomazia parigina Jean-Noël Barrot. La Francia è il quarto Paese europeo dopo Slovenia, Paesi Bassi e Spagna, ad adottare tale misura. A Bruxelles le istituzioni UE stanno valutando delle sanzioni nei confronti di Ben-Gvir, ministro della Sicurezza nel governo Netanyahu.
Slovenia, eletto premier Janez Jansa
Il Parlamento sloveno ha eletto Janez Janša come nuovo primo ministro. Si tratta della sua quarta esperienza a guida dell’esecutivo. Janša guiderà un governo di minoranza formato dal suo partito conservatore (SDS) e da due formazioni di centrodestra (Democratici e Democristiani). Le parti avevano raggiunto un accordo di coalizione nelle scorse ore. L’appoggio esterno nelle fasi di votazione arriverà dal partito euroscettico Resnica.
I buchi neri della strage di Capaci, 34 anni dopo
Sono passati 34 anni dalla tremenda esplosione che, in un soleggiato pomeriggio di maggio palermitano, squarciò un lungo tratto di autostrada presso lo svincolo per Capaci, su cui stava transitando l’auto del giudice Giovanni Falcone insieme ai veicoli della sua scorta. Tremendo il bilancio: 5 morti (Falcone e sua moglie, anch’essa magistrato, e i tre uomini della scorta Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani) e 23 feriti. Indagini e processi, nel corso dei decenni, hanno approfondito fatti e responsabilità. Non ci sono dubbi sulla chiara matrice mafiosa dell’attentato, ma sono ormai innumerevoli gli elementi che fanno propendere a ritenere come dietro la strage ci sia stata una compartecipazione – a livello ideativo e probabilmente anche esecutivo – di entità che vanno ben oltre le gerarchie di Cosa Nostra. A questo proposito, ci viene incontro l’imponente ordinanza con cui il Gip di Caltanissetta Graziella Luparello, negli scorsi mesi, ha respinto la richiesta di archiviazione della Procura nissena in merito all’inchiesta sui mandanti esterni delle stragi degli anni Novanta, che contiene spunti molto interessanti sullo stato degli atti.
La decisione
Per quanto concerne il piano d’azione mafioso, la stessa giurisprudenza richiamata nel provvedimento descrive un piano stragista che nasce da una decisione originaria degli anni Ottanta (Falcone fu il grande artefice del Maxiprocesso, anche e soprattutto grazie alla sapiente gestione dei “pentiti”), viene confermato in una riunione di fine ’91 e poi ulteriormente consolidato in una serie di riunioni ristrette nel febbraio-marzo 1992. Tra il 24 febbraio e il 5 marzo 1992, un commando di uomini di Cosa Nostra operò a Roma con il mandato di uccidere Giovanni Falcone, il ministro Martelli (considerato “traditore” perché, dopo che nel 1987 Cosa Nostra decise di votare il PSI alle elezione quale massimo esempio di partito garantista, si rivelò grande sponsor di Falcone, chiamandolo a lavorare come direttore generale degli affari penali al Ministero della Giustizia) e il giornalista Maurizio Costanzo, “reo” di avere attaccato la mafia nelle sue trasmissioni. Il 4 marzo ’92, però, Riina ordinò al mafioso Vincenzo Sinacori, a capo del gruppo salito nella Capitale, di «sospendere tutto» perché «avevano trovato cose più importanti giù» – cioè l’attentato dinamitardo a Capaci.
La revoca della missione romana e la contestuale opzione per una strage di proporzioni militari avvennero nell’arco di una sola settimana. «In quel lasso temporale assai esiguo, Riina non poteva avere effettuato, in maniera solitaria, lo studio di fattibilità dell’attentato di Capaci, perché non ne possedeva le competenze tecniche richieste – scrive Luparello -. Eppure, il predetto aveva maturato la certezza della riuscita dell’attentato, altrimenti non avrebbe revocato la missione romana […]. Occorre a questo punto interrogarsi sulla identità del consigliere di Riina e sulle ragioni della transizione da un modello omicidiario plurimo (per uccidere Falcone, occorreva sterminare il personale di scorta) ad un modello stragista-terroristico».
L’esplosivo
Le consulenze tecniche sull’esplosivo utilizzato a Capaci hanno accertato come la carica fosse costituita prevalentemente da tritolo proveniente da ordigni bellici della Seconda guerra mondiale recuperati in mare; tuttavia, sono state rinvenute anche tracce di T4 (RDX) e – fatto di estrema rilevanza – di pentrite, esplosivo militare di potenza superiore al tritolo, più sensibile agli urti, mai rinvenuto nelle riserve di Cosa Nostra. La sua presenza non è spiegabile né come mera contaminazione né come componente del Semtex-H (che pure contiene pentrite, ma in percentuali minime del 25%, mentre a Capaci la pentrite risultava aggiunta separatamente). Ciò suggerirebbe dunque un canale di approvvigionamento esterno a Cosa Nostra, di tipo militare. «Gode di una evidente plausibilità l’ipotesi di un rafforzamento della carica di tritolo, utilizzato per l’attentato a Giovanni Falcone, alla moglie e alla sua scorta, mediante uso di pentrite, la cui provenienza potrebbe rimandare anche ad ambienti esterni a Cosa Nostra di tipo militare», scrive Luparello.
La “pista nera”
È documentalmente accertato che Stefano Delle Chiaie, esponente di punta dell’eversione nera, si recò in Sicilia tra il 1991 e il 1993. La “nota Cavallo” dell’ottobre 1992, redatta sulla base di confidenze di Maria Romeo (compagna del collaboratore di giustizia Alberto Lo Cicero) riferiva di un incontro tra Delle Chiaie e il boss Mariano Tullio Troia a Palermo nell’aprile 1992, con discussione sul procurarsi esplosivo da una cava di Capaci. Eppure, scrive la Gip, «assumono connotati inquietanti» sia «l’incredibile evaporazione, negli uffici dell’Arma, di tutto il materiale documentale relativo a Delle Chiaie» sia «il silenzio della Squadra Mobile di Palermo sulla presenza dello stesso in Sicilia nel dicembre 1991». «La relazione di servizio a firma del capitano Cavallo – evidenzia Luparello – fu da questi trasmessa alle Procure di Palermo e Caltanissetta per i profili di rispettiva competenza; gli approfondimenti sul punto hanno anche in tal caso fatto emergere delle gravi anomalie con la conseguenza che, anche in tali casi, nessuna indagine è stata svolta sul contenuto della stessa».
C’è un altro personaggio della destra eversiva, Paolo Bellini – recentemente condannato all’ergastolo per la strage di Bologna – che aleggia su questo pezzo di storia. Egli si recò infatti più volte in Sicilia nel 1991-1992, incontrando ripetutamente Antonino Gioè, esponente di Cosa Nostra. Come evidenziato da alcuni collaboratori di giustizia, i due ebbero intense interlocuzioni in merito alla prospettiva di veicolare la strategia stragista «nel continente» (piano che trovò effettivi sbocchi nelle bombe di Firenze, Milano e Roma, che fecero 10 morti e centinaia di feriti, nella primavera-estate del 1993). Nei suoi primi interrogatori del 1997, Bellini riferì che l’11 luglio 1992 – a soli dieci giorni dal primo interrogatorio di Gaspare Mutolo – il boss Antonino Gioè gli confidò le sue preoccupazioni per quella collaborazione. Un dettaglio inquietante: Mutolo si era pentito solo il 1° luglio e la notizia era coperta da segreto istruttorio, eppure Gioè, ai vertici di Cosa Nostra, ne era già a conoscenza.
Come dimostrano i contenuti delle audizioni tenute in Commissione Antimafia e i suoi diari personali, prima di morire Falcone aveva indagato sulla “pista nera” dietro all’omicidio di Piersanti Mattarella – il magistrato era convinto che a uccidere l’allora governatore della Sicilia fosse stato Giusva Fioravanti, condannato come esecutore della strage di Bologna – e sulle connessioni tra la struttura paramilitare Gladio e i cosiddetti “delitti politici”. In seguito al fallito attentato subito all’Addaura nel 1989, Falcone parlò espressamente di «menti raffinatissime» dietro alla sua pianificazione.
I velivoli
Nell’ordinanza, la gip affronta una questione spinosa, inerente i velivoli avvistati nei pressi di Capaci il pomeriggio della strage. Dalle consulenze tecniche del processo “Capaci 1” emerge che due distinti corpi mobili furono rilevati: il primo, tra le 16.30 e le 16.44, corrisponderebbe al velivolo pilotato dal giovane incensurato Marco Noto (decollato dall’Aeroclub di Boccadifalco); il secondo, tra le 17.51 e le 17.57 (un minuto prima dell’esplosione), sarebbe partito da Punta Raisi e si sarebbe mosso a velocità compatibile con un aeromobile leggero, anche se i tecnici non escludono che possa trattarsi di un mezzo a terra. Il teste Antonio Troiano dichiarò di aver visto un piccolo aereo girare più volte sulla zona e allontanarsi subito dopo il boato.
Luparello osserva che non è chiaro se si tratti dello stesso velivolo di Noto (che smise di emettere segnali radar alle 16.44) o di un secondo apparecchio, eventualmente con transponder spento. Al momento mancano ovviamente i riscontri, ma la gip non esclude che Paolo Bellini, ex aviere con legami con servizi segreti deviati e probabilmente legato a Gladio, possa essere stato il pilota di quel velivolo. Per questo dispone accertamenti: escutere Marco Noto, acquisire la documentazione dei voli da Boccadifalco (ore 14-19) e, se emergesse un secondo velivolo, verificare se si tratti dell’ultraleggero in dotazione al Centro Scorpione di Gladio a Trapani, mezzo ideale per eludere i radar.
Manipolazioni e presenze femminili
È accertato che dopo la strage di Capaci qualcuno entrò nell’ufficio di Falcone al Ministero (nonostante i sigilli) e cancellò o modificò file, tra cui quello “Orlando.bak” contenente appunti difensivi per il CSM, presenti nei suoi dispositivi digitali. Non si conoscono le identità dei responsabili, né se l’accesso fu facilitato da complicità interne. «Sebbene in atto non si posseggano elementi per arrivare alla identificazione certa dei soggetti che si resero protagonisti delle descritte manipolazioni degli strumenti elettronici ed informatici – scrive la gip Luparello – […] tale circostanza non può non evocare il rinvenimento, a breve distanza dal cratere di Capaci, creato dall’esplosione, di guanti in lattice con tracce di DNA femminile, difficilmente riconducibile ad appartenenti a Cosa Nostra, atteso che nessuno dei collaboratori di giustizia ha mai accennato alla partecipazione, nella ideazione od esecuzione della strage, di componenti di sesso femminile». Si tratta forse delle stesse donne che, nel 1993, sono state viste sui luoghi delle stragi di Firenze e Milano, per poi evaporare nel nulla?
California, cede serbatoio di sostanze chimiche: maxi-evacuazioni
Decine di migliaia di persone sono state evacuate da Garden Grove, sobborgo a sud di Los Angeles, a causa del rischio di esplosione o perdita di un serbatoio contenente sostanze chimiche tossiche. I vigili del fuoco della contea di Orange stanno raffreddando la cisterna con grandi quantità d’acqua per evitare il peggioramento della situazione. Secondo le autorità, il serbatoio potrebbe rompersi disperdendo circa 26.500 litri di sostanze tossiche oppure esplodere, mettendo in pericolo anche gli impianti vicini. La cisterna conterrebbe metacrilato di metile, composto infiammabile usato nella produzione di plastiche e nel settore aerospaziale.







