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L’Olanda apre un precedente storico contro la pesca a strascico nelle zone protette

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Il Tribunale distrettuale dell’Aia ha stabilito che nella porzione olandese protetta del Dogger Bank la pesca a strascico non potrà più continuare sulla base di autorizzazioni generiche. Da ora in avanti, ogni attività dovrà ottenere un permesso specifico ed essere accompagnata da una valutazione ambientale in grado di dimostrare che non provocherà danni agli habitat e alle specie per cui quell’area è stata messa sotto tutela. La sentenza è considerata una delle più rilevanti degli ultimi anni sul rapporto tra pesca industriale e protezione del mare perché supporta il principio per cui un’area...

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Flotilla: le testimonianze dirette delle torture subite dagli attivisti

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Mentre gli attivisti della Global Sumud Foltilla cominciano a rientrare nei propri Paesi, iniziano a emergere i primi dettagli sugli abusi e le violenze inflitti loro negli ultimi giorni di arresto. «Il bilancio medico è catastrofico», scrive la GSF: 67 persone sono state portate in ospedale, 12 attivisti sono stati ricoverati e 7 non sono ancora stati dimessi. Gli attivisti hanno testimoniato abusi di ogni genere, che vanno dall’utilizzo di proiettili di gomma, a quello di coltelli, per arrivare a percosse, violenze sessuali e tortura. Qualche giorno fa, il ministro israeliano Ben Gvir aveva diffuso un video che lasciava poco spazio all’interpretazione, in cui gli attivisti apparivano ammanettati, bendati e in ginocchio sotto al sole; oggi le testimonianze raccontano quanto non è stato dato vedere, mentre in Italia la Procura di Roma sta raccogliendo le testimonianze di coloro che hanno già fatto rientro in Italia, integrandole ai fascicoli già aperti per quanto accaduto nelle precedenti aggressioni israeliane alla Flotilla.

Dalla Global Sumud Flotilla continuano ad arrivare aggiornamenti sulle condizioni degli attivisti sequestrati da Israele lo scorso 18 maggio, nell’ultimo attacco israeliano in acque internazionali. «Non credo ci sia una sola persona senza qualche tipo di ferita», ha dichiarato la volontaria della GSF Catríona Graham, riassumendo le condizioni dei 428 detenuti civili. I traumi riportati sono diversi: la GSF parla di gravi lesioni al tronco a tutta la flotta, e in totale elenca almeno 36 fratture ossee tra coste rotte e piedi e gambe fratturate; nel comunicato si legge anche di un polmone perforato, possibili emorragie interne, traumi cranici, perdite di coscienza e aritmie cardiache. Per arrivare a causare ferite e traumi, i soldati israeliani hanno sparato proiettili di gomma e a impatto cinetico (proiettili “non letali” privi di carica esplosiva) e preso a calci e pugni gli attivisti; alcuni sono stati legati con delle fascette, altri abusati sessualmente, ulteriori presi di mira con scosse elettriche.

Il comunicato della GSF riporta anche alcune testimonianze in prima persona degli abusi. La delegata francese Meriem Hadjal ha raccontato di essere stata trascinata verso un container buio da diversi soldati, dove sarebbe stata presa a calci, pugni e schiaffi: «Terrorizzata dall’idea di essere violentata, ha opposto resistenza mentre un soldato la toccava ripetutamente, e un secondo le tirava il petto e i pantaloni. All’interno del container, ha assistito a un terzo soldato che torturava un’altra volontaria a terra con un taser», mentre «un altro soldato la afferrava per i capelli, picchiandole la testa e intimandole di mostrare il viso». Meriem ha detto di essere stata portata assieme ai suoi compagni in un container malmesso, dove gli attivisti si sono ritrovati stipati, tutti completamente nudi; da qui udivano le urla di altri membri dell’equipaggio mentre venivano «picchiati a sangue». Karim Awad, un medico con doppia cittadinanza polacca e britannica, ha raccontato di essere stato strangolato con una bandiera palestinese strappata da un soldato, per poi essere oggetto di continui pestaggi; l’attivista ha aggiunto di essere stato sottoposto «a molteplici perquisizioni corporali, violente percosse con un metal detector portatile e al taglio dei capelli», e ha rivelato che «i carcerieri allagavano i pavimenti dei container bui con acqua fredda ogni poche ore per impedire ai detenuti di dormire».

I racconti degli attivisti proseguono lungamente: c’è chi racconta di essere stato accoltellato alla mano, altre donne che riportano di essere state aggredite sessualmente, altri che parlano di umiliazioni e privazioni del sonno, descrivendo vere e proprie pratiche di tortura. Già lo scorso 20 maggio il ministro della Sicurezza Nazionale israeliano Ben Gvir ha dato sfoggio delle proprie pratiche di benvenuto, pubblicando un video in cui si vedevano gli attivisti della GSF legati, costretti in ginocchio sotto al sole e bendati. Qualche giorno prima, sono stati documentati casi di violenza fisica e psicologica durante la detenzione dell’equipaggio, e nei confronti di Thiago Avila e Abu Keshek Abdelrahim, detenuti per dieci giorni. Già a ottobre erano stati segnalati analoghi casi di abusi e violenze, verso cui gli attivisti italiani hanno sporto denuncia, spingendo la procura di Roma ad aprire un fascicolo per tortura; negli ultimi giorni a questa inchiesta se ne è aggiunta un’altra relativa agli ultimi eventi, a cui la procura sta lavorando raccogliendo le nuove testimonianze degli attivisti. In generale, lo Stato Ebraico non è nuovo a questo genere di trattamenti, che nelle proprie carceri è riservato ogni giorno ai detenuti palestinesi, come documentato da diversi rapporti e testimonianze nel corso degli anni.

Abbandonati dallo Stato dopo aver denunciato la mafia: l’appello dei testimoni di giustizia

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Sono centocinquanta tra uomini e donne, tutti inseriti nel programma di protezione dello Stato per aver avuto il coraggio di denunciare la criminalità organizzata. Hanno contribuito a maxiprocessi, fatto condannare boss e sicari, messo a disposizione la propria esistenza e rischiato concretamente la vita per la loro coraggiosa scelta. Ma oggi, segnati da una vita di sacrifici, i testimoni di giustizia lanciano un grido di allarme e dolore, denunciando l’assenza di tutele pensionistiche adeguate e il mancato riconoscimento dei contributi previdenziali. Il tutto nonostante gli impegni politici assunti negli ultimi mesi dal Parlamento e dalla Commissione Antimafia, che non si sono tradotti in realtà. Raccogliendo le loro istanze, il Movimento 5 Stelle ha presentato un’interrogazione in Parlamento, chiedendo conto al governo della situazione.

Dietro le grandi inchieste antimafia e i processi che hanno segnato la storia giudiziaria italiana ci sono storie di persone comuni, i “testimoni di giustizia”, che hanno deciso di collaborare con lo Stato senza aver mai fatto parte di organizzazioni criminali (nonostante ancora in molti li confondano con i “collaboratori di giustizia”, ovvero ex appartenenti alle consorterie mafiose che, in cambio di benefici penitenziari, scelgono di dire ai magistrati quello che sanno). Alcuni di loro hanno testimoniato contro il racket delle estorsioni, altri hanno fornito elementi decisivi per ricostruire omicidi e attività mafiose. Da quel momento, però, la loro esistenza è cambiata radicalmente, con trasferimenti obbligati, interruzione delle attività lavorative, isolamento sociale e difficoltà economiche. In molti casi è stato impossibile continuare una normale carriera professionale: per questo motivo, i testimoni di giustizia chiedono allo Stato il minimo sindacale: «Non chiediamo — scrivono — privilegi, ma il riconoscimento di un diritto fondamentale: la tutela previdenziale di chi, per servire lo Stato e difendere la legalità, ha sacrificato stabilità lavorativa, carriera e futuro».

Nel dicembre 2025 è stato approvato un ordine del giorno, presentato dalla maggioranza, che impegnava l’esecutivo a intervenire per colmare il vuoto normativo concernente il riconoscimento e la copertura dei contributi pensionistici per i testimoni di Giustizia. Secondo quanto denunciato da questi ultimi, però, i contributi pensionistici non sarebbero ancora coperti, lasciando molte persone in una situazione di forte incertezza mentre avanzano con l’età. Una condizione che non può che aggravare ulteriormente il peso dei sacrifici sostenuti per collaborare con la giustizia e, dunque, per rafforzare la lotta contro la criminalità organizzata.

L’interrogazione depositata dal Movimento 5 Stelle chiede dunque conto ai ministri dell’Interno e del Lavoro dell’inerzia, sollecitando un intervento urgente. «La mancata copertura contributiva – sottolineano – rischia di produrre conseguenze gravemente lesive per persone che hanno già subito rilevanti sacrifici personali e professionali». Tra le altre cose, come L’Indipendente ha potuto leggere nel documento, i pentastellati chiedono «quali iniziative i Ministri interessati abbiano adottato o intendano adottare per dare concreta attuazione agli impegni assunti» circa «il riconoscimento e alla copertura dei contributi pensionistici per i Testimoni di Giustizia», «se intendano promuovere con urgenza un intervento normativo volto a garantire una piena tutela previdenziale ai Testimoni di Giustizia e ai loro nuclei familiari» e quali siano «il numero aggiornato dei soggetti potenzialmente destinatari del provvedimento» e «le relative stime finanziarie».

«Ogni volta che si tratta di compiere anche solo un piccolo passo nei confronti dei Testimoni di giustizia, emerge sempre un’ipocrisia di fondo – dice a L’Indipendente uno dei testimoni di giustizia che ha sposato l’iniziativa, che chiede di rimanere anonimo -. Le iniziative legislative non vengono mai portate all’ordine del giorno, perché nessuno vuole esporsi pubblicamente dicendo “no”: sarebbe come ammettere di stare dalla parte avversaria, quella della mafia. Così, alla fine, siamo tutti antimafia solo a parole». «Un’altra ipocrisia costante – prosegue l’uomo – riguarda il colore politico. La stragrande maggioranza dei movimenti e delle associazioni antimafia è riconducibile all’area della sinistra e, di conseguenza, chi governa spesso evita di affrontare certi temi per non offrire argomenti all’opposizione. Infine, i Testimoni di giustizia sono pochissimi e non garantiscono alcun ritorno elettorale. Per la politica rappresentano un pessimo investimento, e per questo si preferisce concentrare l’attenzione su altro».

Nigeria: salvate 92 persone rapite

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L’esercito nigeriano ha annunciato di avere salvato 92 persone precedentemente rapite da gruppi di miliziani jihadisti nell’area nordorientale del Paese. Le persone sono state salvate lungo la strada Buratai-Kamuya nella zona di Biu, nello Stato di Borno, mentre stavano venendo «trasportate con la forza» dai miliziani. L’esercito ha detto di non sapere da quanto tempo le persone salvate fossero state rapite. L’operazione arriva in un momento critico per la Nigeria, in cui è in corso una insurrezione da parte di diverse organizzazioni di stampo islamista, particolarmente attive proprio nell’area nordorientale del Paese.

Operazione Condor: i dittatori latinoamericani uniti per uccidere la democrazia

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Quando si è spento a 86 anni in un letto dell’Hospital Militar, ormai vecchio e malato, appena a Santiago si è sparsa la notizia, un gruppo di manifestanti si è radunato in Plaza Italia per festeggiare e cantare. Avevano cartelli con le foto dei loro familiari spariti nel nulla, inghiottiti dal buco nero del terrore. Qualcuno ha tirato fuori delle bottiglie di spumante urlando «è morto, è morto». Una gioia e una liberazione per chi ha sofferto e temuto per una vita il colonnello Manuel Contreras, l’uomo più odiato del Cile, il capo della famigerata DINA, Direzione dell’Intelligence Nazionale, ...

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Elezioni amministrative, urne chiuse: affluenza al 60%

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Alle 15 si sono chiusi i seggi che vedevano impegnati 661 comuni e più di 6,5 milioni di cittadini nelle elezioni amministrative. Diversi i capoluoghi coinvolti, da Venezia a Salerno. L’affluenza media si è attestata al 60%, circa 5 punti percentuali in meno rispetto alla tornata precedente. In questo momento è in corso lo spoglio delle schede. Per i ballottaggi si dovrà attendere il 7 e l’8 giugno. 

Uber e il Tokenmaxxing, ovvero come puntare sull’IA andandoci a perdere

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Molte aziende vivono ancora la loro “luna di miele” con l’intelligenza artificiale, tuttavia anche queste imprese cominciano, se non a porsi i primi dubbi, a stemperare le aspettative. Se da un lato cresce la pressione manageriale affinché i dipendenti sfruttino al massimo gli strumenti di IA – un fenomeno noto come tokenmaxxing – dall’altro si fa strada la consapevolezza che questo approccio risulti sorprendentemente oneroso, soprattutto quando i risultati ottenuti sono difficili da valutare in termini di reale efficacia.

Uber è un caso emblematico di questa tendenza. Solo poche settimane fa, il direttore tecnologico Praveen Neppalli Naga ha ammesso a The Information che l’uso intensivo dell’intelligenza artificiale, spinto dai vertici aziendali, ha portato a esaurire entro aprile il budget previsto per tutto il 2026. Secondo la società, non si tratta di un impiego sconsiderato: oggi circa il 70% del codice finale è generato tramite sistemi di GenAI e l’11% degli aggiornamenti viene scritto interamente da agenti di IA, senza alcun intervento umano.

Se prendiamo per buone le dichiarazioni dell’azienda, lo scenario appare privo di sprechi ma comunque oneroso. Il costo medio per ogni ingegnere che utilizza gli strumenti di IA varia tra i 150 e i 250 dollari, con punte che toccano i 2.000. La previsione di spesa per l’integrazione dell’intelligenza artificiale si è rivelata molto più ottimistica della realtà e Uber è ora costretta a rivedere radicalmente le proprie prospettive. Una lezione importante, ma assimilata in modo diverso da quanto ci si potrebbe aspettare. 

«L’automazione è per noi un fattore esistenziale», ha dichiarato il direttore delle operazioni Andrew Macdonald in un’intervista a Rapid Response andata in onda sabato scorso. La situazione del budget ha comunque acceso un vivace dibattito interno per valutare se il rapporto tra costi, benefici e sacrifici sia davvero proporzionato a un contesto in cui lo sfruttamento massivo degli strumenti di IA fatica a tradursi in un incremento tangibile dei risultati. «Non abbiamo ancora trovato quel punto di connessione», ha ammesso Macdonald, «è estremamente difficile tracciare una linea che colleghi le statistiche d’uso a un concetto come “ok, ora produciamo effettivamente il 25% di funzioni utili per il consumatore”». Nel frattempo, segnala Business Insider, la società ha rallentato le assunzioni al fine di compensare gli investimenti riguardanti l’IA.

Quello di Uber non è un caso isolato. All’inizio del mese anche Bryan Catanzaro, dirigente di NVIDIA, ha ammesso che la strategia del tokenmaxxing ha portato il suo team a sostenere costi superiori a quelli del personale umano. E le prospettive non sono incoraggianti: la maggior parte delle aziende di intelligenza artificiale opera oggi in perdita, tuttavia le principali protagoniste della categoria stanno puntando a essere quotate in Borsa, circostanza che le obbliga a dover finalmente far quadrare i conti. Per comprendere lo sforzo richiesto da questo cambio di rotta, basta guardare a OperAI: secondo quanto ricostruito dal giornalista Ed Zitron, la società che ha reso popolari i chatbot starebbe lavorando con un margine negativo del 122%, perdendo 1,22 dollari per ogni dollaro fatturato.

Per far fronte al salasso, realtà come Anthropic hanno iniziato a ridurre i propri piani di abbonamento, limitando il numero di unità di testo – i cosiddetti token – disponibili per ciascun utente e spingendo verso un modello a consumo. Altre, come il sistema Kiro di Amazon, si appoggiano invece a un meccanismo basato su “crediti”, i quali non corrispondono ai token: una scelta che ha generato confusione tra gli utenti, molti dei quali lamentano difficoltà nel tenere traccia del rapporto tra comandi impartiti e costi effettivi da sostenere.

Il governo ha stanziato altri 100 milioni per tenere in vita l’EX Ilva di Taranto

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Da Palazzo Chigi arrivano altri 100 milioni di euro ad Acciaierie d’Italia (ADI), la società che attualmente gestisce l’Ex Ilva di Taranto. L’aiuto economico è stato infilato nel decreto-legge approvato venerdì scorso dal governo Meloni. Si aggiunge alla serie di prestiti avviati nel 2024, quando ADI è finita in amministrazione straordinaria per insolvenza. A Roma si cerca disperatamente un acquirente per rilevare l’impianto tarantino e continuare la produzione siderurgica, nonostante i disastri ambientali e sanitari causati negli anni. Le trattative avrebbero dovuto concludersi ad aprile, ma un mese dopo il ministro Urso è ancora a caccia dell’offerta giusta. Il governo non è solo e può contare su un alleato ritrovato a Bruxelles: la Commissione di Ursula von der Leyen, che di fronte alla richiesta di autorizzazione del prestito non ha battuto ciglio e ha accettato, nonostante le tante zone d’ombra.

Supera ormai il miliardo di euro la cifra complessiva che il governo italiano ha deciso di destinare alle casse di Acciaierie d’Italia. Prima il prestito da 320 milioni approvato nel luglio del 2024, pochi mesi dopo l’entrata in amministrazione straordinaria, poi i 350 milioni di euro tra maggio e agosto 2025. A fine anno sono stati concessi altri 149 milioni, arrivati soltanto a metà aprile alla società che avrebbe dovuto “rivoluzionare” l’impianto tarantino con una partnership tra pubblico e privato. Pochi giorni dopo il governo Meloni ha autorizzato un nuovo prestito, infilato nel decreto carburanti di venerdì scorso: 100 milioni di euro subito e altri 140 milioni entro luglio. In tutto fanno un miliardo e sessanta milioni di euro di soldi pubblici prestati ad Acciaierie d’Italia, la società gestita al 68% dal colosso privato ArcelorMittal e in via residuale dallo Stato italiano.

Nonostante la congiuntura attuale, tra crisi economica dell’impianto e governo guidato dai “sovranisti”, l’ipotesi della nazionalizzazione e di una riconversione capace di chiudere la stagione dei disastri sanitario-ambientali non è mai decollata. Si attende dunque un compratore, ma la strada è in salita, e il passato fatto di promesse e fallimenti non conforta. Se e quando la procedura di vendita sarà completata, Acciaierie d’Italia dovrà attingere dall’incasso e ripagare i prestiti statali, che in questi mesi di produzione ridotta stanno coprendo le spese correnti, come lo stipendio dei dipendenti e la manutenzione. Ad oggi, dei 7320 lavoratori quasi 3mila risultano in cassa integrazione.

Nel caso in cui i fondi non dovessero bastare sarà il nuovo gestore dell’Ex Ilva di Taranto a ripagare il debito. Un onere che si aggiunge alla presentazione di un nuovo piano industriale e agli interventi infrastrutturali necessari a mitigare i rischi sanitario-ambientali, come stabilito di recente dal Tribunale di Milano. In questa sede gli abitanti di Taranto hanno ottenuto l’ennesima vittoria giudiziaria, che però in assenza di un’implementazione seria non ferma la spirale di morte e precarietà sul territorio.

I giudici milanesi riprendono i dati sanitari sull’incidenza dei tumori e sulla mortalità, in eccesso rispetto alla media nazionale, soprattutto nei quartieri che circondano l’acciaieria più grande d’Europa: Tamburi, Paolo VI e la Città Vecchia. Uno degli interventi segnalati dal Tribunale di Milano riguarda gli impianti della cokeria, dove avviene la trasformazione del carbone in combustibile per gli altiforni. Gli adeguamenti strutturali, volti a contenere la fuoriuscita di gas e polveri, dovranno aggiungersi alla manutenzione straordinaria iniziata a gennaio e ancora in corso. Quest’ultima riguarda la sostituzione di un reattore della cokeria e avrebbe dovuto essere completata entro il 30 aprile, ma i ritardi accumulati hanno fatto slittare la data a non prima di luglio.

I lavori della cokeria non sono gli unici a violare la data limite del 30 aprile, più volte menzionata nei documenti presentati da Palazzo Chigi all’Unione europea per ottenere il via libera all’ultimo prestito da 240 milioni di euro. Quest’ultimo, come i precedenti, ricade infatti nella casistica degli aiuti di stato, sottoposti a una ferrea disciplina europea. Per evitare sanzioni, l’Italia ha dunque chiesto l’autorizzazione a procedere a Bruxelles, che senza battere ciglio ha accettato, ritenendo che la misura non violi la normativa UE.

«Mentono entrambi» — tuona Luciano Manna, volto storico dell’attivismo tarantino, che su VeraLeaks denuncia: «l’Italia ha fornito dati farlocchi e la Commissione europea non li ha mai verificati». A partire dalle operazioni di vendita. «L’11 dicembre 2025 — scriveva a febbraio la Commissione nella lettera di autorizzazione al prestito — sono state presentate due proposte di acquisizione, una da Bedrock Industries e l’altra Flacks Group. L’Italia ora prevede di completare il processo di vendita entro la fine di aprile 2026». Un mese dopo, di accordi non c’è neanche l’ombra. Anzi, il ministro del Made in Italy Adolfo Urso durante un recente question time in Parlamento ha dichiarato che «altri soggetti stanno mostrando interesse per l’Ex ILVA e potrebbero presentare un’offerta».

«Entro maggio 2026 — si legge nella lettera della Commissione — il beneficiario prevede di raggiungere le condizioni operative richieste dal potenziale acquirente, vale a dire due altiforni attivi e una produzione di acciaio di almeno 160mila tonnellate al mese». Peccato che al momento risulta attivo solo l’altoforno 2 e i lavori dell’altoforno 4 sono ancora fermi, senza avere una data certa per il suo ripristino.

La Commissione ha dunque dato il suo via libera sulla base di previsioni mal verificate, tradendo i percorsi di tutela ambientale e sanitaria avviati negli anni per la cittadinanza di Taranto. Nella lettera destinata a Palazzo Chigi, la Commissione ricorda che «dal 2013 è in corso una procedura di infrazione contro l’Italia relativa al mancato recepimento e alla non corretta attuazione della direttiva 2010/75/UE», riguardante le emissioni industriali, come quelle provenienti dallo stabilimento di Taranto. Emerge un paradosso, dove l’Unione europea, con una mano illude i cittadini e bacchetta verbalmente l’Italia, e con l’altra avalla la violazione dei diritti umani.

Venezuela, rivolta nel carcere di Barinas: “basta torture”

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Centinaia di detenuti si sono resi protagonisti di una rivolta nel carcere di Barinas, in Venezuela. I detenuti hanno dato fuoco a materassi e lenzuola, salendo poi sul tetto dell’istituto. Sono state denunciate violazioni dei diritti umani e torture, dai maltrattamenti in cella ai divieti di visite familiari. La Guardia nazionale ha risposto a suon di lacrimogeni per sedare la rivolta.

La Corte reimpone le sanzioni a Francesca Albanese: “È ostile agli interessi americani”

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Il Dipartimento di Stato era stato chiaro: «Il governo intende reinserire il nome della signora Albanese nell’elenco delle persone sanzionate»; la promessa è stata mantenuta. La Corte d’Appello di Washington D.C. ha infatti rovesciato la decisione del tribunale distrettuale della capitale con cui il giudice federale Richard Leon disponeva la sospensione immediata delle sanzioni contro la Relatrice Speciale per le Nazioni Unite sui Territori Palestinesi Occupati Francesca Albanese, ricordando che proteggere la libertà di espressione «è sempre nell’interesse pubblico» degli Stati Uniti. L’ingiunzione del tribunale, sostiene la Corte d’Appello, «arreca un danno irreparabile al governo e al pubblico, interferendo con il potere decisionale dell’Esecutivo in ambiti delicati come la sicurezza nazionale e gli affari esteri»; le sanzioni devono essere dunque ristabilite e la sentenza del giudice Leon ritirata.

La sospensione delle sanzioni statunitensi a Francesca Albanese è durata appena una settimana. Essa era stata disposta lo scorso 13 maggio, in risposta alla causa intentata dalla famiglia di Albanese contro l’amministrazione USA, che aveva citato in giudizio il presidente Donald Trump e alcuni funzionari. Le sanzioni imposte contro la Relatrice, secondo i ricorrenti, violavano infatti il Primo, il Quarto e il Quinto Emendamento della Costituzione statunitense, configurando un sequestro di beni senza giusto processo. Le misure erano entrate in vigore il 9 luglio dello scorso anno, su effetto dell’ordine esecutivo 14023, firmato dal presidente Trump nel febbraio 2025: come spiegato dalla stessa Albanese, le sanzioni avevano avuto pesanti ripercussioni sulla sua vita, rendendole impossibile non solo recarsi nel suo ufficio presso la sede dell’ONU, a New York, ma anche di avere un conto in banca (sia negli USA che in Italia) e, in generale, di effettuare qualsiasi genere di scambio economico – inclusa l’accettazione di un caffè al bar. Il giudice Richard Leon ha accettato gli argomenti dei ricorrenti e disposto il congelamento delle sanzioni contro la Relatrice.

Una settimana esatta dopo, con un aggiornamento del Dipartimento del Tesoro passato in sordina, gli USA toglievano ufficialmente la Relatrice dalla lista delle persone sanzionate; il Dipartimento di Stato è tuttavia tornato sul tema, specificando che tale rimozione non costituiva un cambio di politica verso Albanese: «Il governo ha presentato ricorso contro la sentenza del tribunale», ha dichiarato; «Nel caso in cui la Corte d’Appello del Distretto di Columbia confermi o annulli tale sentenza, il governo intende reinserire il nome della signora Albanese nell’elenco SDN». Detto, fatto: appena 24 ore dopo l’aggiornamento sul sito del Dipartimento del Tesoro, la Corte d’Appello ha disposto il rovesciamento dell’ordine del tribunale distrettuale.

Secondo i giudici, dal punto di vista tecnico, le disposizioni di Leon sarebbero state viziate all’origine, poiché il Primo Emendamento – quello sulle libertà – non proteggerebbe i cittadini non statunitensi residenti all’estero; nonostante ricopra un ruolo che richiederebbe periodicamente la sua presenza fisica presso la sede dell’ONU a New York, Albanese, argomenta la Corte, non avrebbe «legami sostanziali» con il territorio statunitense, e, anche se li avesse, essi «non sarebbero sufficienti a garantire a un cittadino straniero residente all’estero la protezione del Primo Emendamento»; i giudici d’appello hanno inoltre motivato la propria decisione appellandosi al fatto che Albanese non fosse tra i ricorrenti, e che la portata dell’ingiunzione di Leon sarebbe «ben più ampia di quanto necessario per porre rimedio a un eventuale danno subito dai ricorrenti», che potrebbe essere risolto disapplicando le sanzioni contro di essi. Con tale decisione, la Corte d’Appello chiede al tribunale distrettuale di rivedere in tutto o in parte la propria decisione e di revocare la sospensione delle sanzioni ad Albanese. Se avesse effetto, l’ingiunzione di Leon «minerebbe importanti interessi di sicurezza nazionale e di politica estera degli Stati Uniti, usurpando così l’autorità che la Costituzione e il Congresso hanno conferito al Presidente in questo ambito così delicato».

Gli Stati Uniti avevano già tentato in varie occasioni di colpire Albanese, contestando ripetutamente (e sempre senza successi) la sua attività alle Nazioni Unite, ma le sanzioni dirette sono giunte solamente dopo la pubblicazione del rapporto in cui stilava una lunga lista di aziende (molte delle quali europee e statunitensi) complici del progetto israeliano di colonizzazione della Palestina. Il danno potenziale, evidentemente, avrebbe potuto essere il più temuto di tutti: quello di natura economica. Nel report non vengono citate solo le aziende belliche come la italiana Leonardo, o quelle di sorveglianza tecnologica come Palantir, ma anche Amazon, Carrefour, AirBnB, Booking, IBM, HP, Microsoft e molte altre, oltre a ONG, fondi pensionistici, istituti finanziari.