Home Blog Pagina 62

In Italia il costo dell’elettricità è il più alto di tutta Europa

0

In Italia l’elettricità continua a costare più che nel resto d’Europa, con un prezzo medio all’ingrosso che nel 2025 ha toccato i 116 euro per megawattora, contro gli 85 euro della media UE. Lo ha attestato un recente rapporto della Commissione Europea, che fotografa lo spaccato a quattro anni dall’avvio del piano RePowerEU. All’origine di questo primato negativo, secondo l’analisi, c’è una dipendenza strutturale dal gas naturale, che da solo determina il prezzo finale dell’elettricità. Per uscire dall’impasse, Bruxelles indica tre strade: risparmio energetico, accelerazione sulle rinnovabili e diversificazione delle fonti di approvvigionamento.

Il motivo principale di questo divario è presto spiegato: in Italia i combustibili fossili rappresentano ancora la tecnologia «dominante» nella produzione elettrica. Nel 2025 hanno coperto il 52,3% del totale, la quinta quota più alta tra i Paesi Ue. Quando il prezzo del gas sale sui mercati internazionali – per tensioni geopolitiche o per la riduzione delle forniture – il costo dell’elettricità segue immediatamente la stessa direzione. Il sistema italiano è infatti fortemente legato alle centrali termoelettriche alimentate a gas, che spesso fissano il prezzo marginale all’ingrosso. A ciò si aggiunge un problema di flessibilità. Negli ultimi anni l’energia solare ha contribuito ad abbassare i prezzi nelle ore diurne, ma nelle ore serali e notturne – quando il fotovoltaico non produce – il Paese deve tornare a bruciare gas per coprire la domanda. Nel 2025 il differenziale medio di prezzo tra picchi e valli è stato di 46 euro a megawattora, ben al di sopra della media europea di 12,1 euro. La Commissione sottolinea anche la limitata capacità di interconnessione con le reti degli altri Stati, che impedisce all’Italia di importare energia a costi inferiori nei momenti di maggiore bisogno.

Sul fronte della diversificazione, si registra come nel 2025 le importazioni di gas russo siano scese a meno del 3% del fabbisogno nazionale, con volumi da gasdotto ormai «trascurabili». Si rilevano criticità nel ritmo di installazione delle rinnovabili: nel 2025 sono stati aggiunti 7,2 GW di nuova capacità, meno dei 7,5 GW dell’anno precedente, mentre per centrare gli obiettivi nazionali servirebbero oltre 55 GW nei prossimi cinque anni. Il costo elevato dell’elettricità non è solo un problema per le famiglie. Incide sulla competitività delle imprese energivore – siderurgia, chimica, manifattura – e alimenta l’inflazione. Come ricorda il rapporto Ue, i prezzi all’ingrosso rappresentano «il 61% del prezzo dell’elettricità industriale», mentre costi di rete, carbonio e tasse coprono rispettivamente «il 10%, l’11% e il 18%».

In questo quadro si inserisce anche il segnale di un sistema, per l’appunto quello italiano, che fatica ancora a completare la transizione verso fonti rinnovabili e più stabili nei costi. Si tratta della decisione da parte della maggioranza di rinviare al 2038 l’uscita dalla produzione elettrica a carbone, inizialmente prevista molto prima. La svolta è arrivata a fine marzo in commissione Attività produttive della Camera, dove è stato approvato un emendamento al decreto Energia che investe le quattro centrali ancora operative in Italia, concentrate tra Sardegna e penisola, ribaltando un percorso iniziato anni fa per chiudere impianti vecchi, costosi e molto inquinanti. La maggioranza ha giustificato il rinvio facendo riferimento agli effetti di un complesso quadro internazionale segnato dalle tensioni sui mercati e dalle crisi aperte tra Ucraina e Medio Oriente, mentre le opposizioni hanno denunciato un clamoroso passo indietro.

Iran: ripristinato l’accesso a internet dopo 88 giorni di blocco

0

In Iran sta lentamente tornando l’accesso a internet, 88 giorni dopo il blocco deciso dalle autorità nazionali a seguito dell’aggressione israelo-americana. L’accesso a internet era stato già sospeso a inizio anno durante le rivolte di gennaio, poi ripristinato e infine bloccato nuovamente il 28 febbraio. Nelle scorse ore il presidente iraniano Massoud Pezeshkian aveva ordinato il ritiro della misura. Alcuni portali indipendenti, come Netblocks, riportano che la connettività sta lentamente tornando.

Gli USA hanno distrutto un sito indigeno millenario per farci passare il muro col Messico

1

La terra dell’Arizona custodisce memorie che risalgono a epoche in cui i confini politici moderni non erano nemmeno immaginabili. Eppure, quelle stesse memorie possono essere cancellate in pochi minuti dalla forza bruta di un bulldozer. È quanto accaduto lo scorso 23 aprile nel cuore del Cabeza Prieta National Wildlife Refuge, dove i macchinari pesanti di un appaltatore del Dipartimento della Sicurezza Internazionale (DHS) statunitense hanno travolto e sventrato il “Las Playas”, un raro geoglifo (ovvero un disegno realizzato sul terreno) a forma di pesce risalente a circa mille anni fa.

L’allarme era stato lanciato con largo anticipo. Le comunità indigene locali avevano ripetutamente avvertito le autorità federali sulla pericolosa vicinanza dei macchinari al sito. Ciononostante, gli avvertimenti sono rimasti inascoltati. I bulldozer hanno proseguito la marcia per accelerare la costruzione delle barriere di confine, aprendo un varco di oltre venti metri proprio nel cuore del reperto millenario. Il risultato è una distruzione parziale ma del tutto irrimediabile di un’opera che accademici e attivisti non esitano a paragonare, per valore storico e spirituale, alle celebri Linee di Nazca in Perù. La reazione dei leader nativi è stata immediata e intrisa di profonda indignazione. I rappresentanti delle nazioni Tohono O’odham e Hia-Ced O’odham hanno condannato l’accaduto come una “profanazione deliberata” delle loro terre ancestrali. Non si è trattato, secondo i portavoce, di un semplice incidente, bensì di una politica di frontiera cieca che calpesta sistematicamente i diritti e la dignità dei popoli originari.

Dal canto loro, le autorità federali hanno tentato di smorzare le polemiche. Il DHS si è difeso parlando di un errore “involontario”, una svista logistica in un cantiere ad alta intensità. Una giustificazione che però non convince gli esperti e che appare insufficiente di fronte alla gravità del danno arrecato al patrimonio culturale. Secondo gli archeologi, la perdita è inestimabile: i geoglifi come il Las Playas sono manifestazioni rarissime di arte rupestre monumentale, espressione di una complessa cosmologia e di un legame millenario tra l’uomo e l’ambiente. A rendere possibile questo disastro non è stata solo la negligenza degli operatori, ma un preciso quadro normativo straordinario. La distruzione è stata infatti favorita dalle deroghe emesse dallo stesso DHS nel corso del 2025. In nome della sicurezza nazionale, leggi fondamentali come il National Historic Preservation Act vengono temporaneamente sospese. Questi provvedimenti amministrativi consentono al governo federale di ignorare decine di leggi nazionali di tutela culturale, storica e ambientale al fine esclusivo di accelerare l’edificazione delle barriere di confine.

Il caso del Las Playas Intaglio evidenzia in modo plastico come la militarizzazione della frontiera crei vere e proprie zone d’ombra legali. Territori teoricamente protetti si trasformano in aree dove l’imperativo politico immediato prevale in modo assoluto sulla conservazione della memoria storica, lasciando gli scienziati e l’opinione pubblica privi di strumenti giuridici per difendere il territorio. La perdita del geoglifo in Arizona non è un caso isolato, ma si inserisce in un trend preoccupante in cui il patrimonio archeologico e la sovranità dei popoli nativi vengono sistematicamente sacrificati sull’altare della politica e della geopolitica. Mentre la barriera avanza, frammenti insostituibili di storia dell’umanità vengono ridotti in polvere.

Cosa dice la prima enciclica di papa Leone sul disarmo dell’intelligenza artificiale

3

«La magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte ad una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme». Leone XIV ha deciso di iniziare con queste parole la sua prima enciclica papale, dedicata al tema dell’Intelligenza Artificiale e delle nuove tecnologie digitali. Prendendo slancio dai principi della cosiddetta “Dottrina sociale della Chiesa” e dalla Rerum novarum pubblicata dal suo ultimo omonimo, Leone XIV descrive i pericoli dell’IA, provando a riportarla all’umanità. Dopo una densa riflessione teorica, il Pontefice propone soluzioni che si fondano sui principi della «dignità umana» e del «bene comune», avanzando ipotesi per arrivare a «disarmare» l’Intelligenza Artificiale e combattere i rischi della «moderna Babele».

L’enciclica di Leone XIV muove i suoi primi passi dai principi della “Dottrina sociale della Chiesa” per arrivare a parlare delle tecnologie odierne. L’espressione è stata introdotta nel 1950 da Pio XII, ma «il contenuto che essa racchiude, inteso come corpus organico di insegnamenti sociali, ha cominciato a delinearsi con l’Enciclica Rerum novarum di Leone XIII» del 1891. La Rerum novarum costituisce probabilmente uno dei punti di svolta più importanti nella storia della Chiesa contemporanea, poiché dopo di essa, la Santa Sede si è aperta a parlare direttamente con il mondo terreno e le istituzioni della società. Il nome stesso scelto dal Pontefice non è casuale: l’ultimo a portarlo è appunto colui che spalancò le porte della Chiesa al mondo con la Rerum novarum, il “Papa dei lavoratori”; Prevost ha spiegato di avere scelto il nome Leone XIV proprio per portare avanti tale tradizione.

Nei primi capitoli di Magnifica Humanistas, Leone XIV ripercorre il percorso compiuto dalla Dottrina sociale della Chiesa cominciando proprio dall’enciclica del suo ultimo omonimo. La Rerum novarum tratta, come suggerisce il nome, delle “cose nuove” del suo tempo, inquadrandole all’interno della dottrina del Vangelo: essa affronta il «conflitto tra capitale e lavoro, della questione operaia, delle trasformazioni economiche e sociali», e prova da una parte ad analizzarle secondo una prospettiva sociale e dall’altra a riportarle all’interno dei principi spirituali del cattolicesimo. Le «res novae del nostro tempo» sono le tecnologie digitali: «Oggi ci troviamo dinanzi a una situazione nuova, in cui la potenza e la pervasività delle tecnologie emergenti si innestano nella trama della quotidianità, plasmano i processi decisionali e incidono in profondità sull’immaginario collettivo». Come fatto dal suo predecessore, Leone XIV si propone dunque di riportare le “cose tecnologiche” all’umano: «Ritengo che oggi, per custodire la persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, dobbiamo tornare a riflettere sul bene comune, sulla destinazione universale dei beni, sulla sussidiarietà, sulla solidarietà e sulla giustizia sociale». Su questi ultimi concetti ruota l’intera riflessione del Pontefice.

Il bene comune è considerato come un «insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono tanto ai gruppi quanto ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente»; uno dei principi che esso richiama è quello della «destinazione universale dei beni», che ricorda che «i beni della terra – il suolo, l’acqua, l’aria, le risorse naturali – sono donati da Dio all’intera famiglia umana» e sono dunque di tutti. La sussidiarietà è invece «il principio secondo il quale ciò che possono fare persone, famiglie, comunità locali e corpi intermedi non deve essere assorbito da istanze superiori»; essa spinge insomma alla decentralizzazione dell’organizzazione sociale nell’ottica del perseguimento del bene comune. Per una virtuosa realizzazione della sussidiarietà è fondamentale la solidarietà, ossia quel senso di «fraternità umana e soprannaturale che unisce uomini e popoli tra loro». La giustizia sociale infine rivolge lo sguardo agli ultimi, e si propone di «non lasciare indietro nessuno» e garantire l’accesso al bene comune a tutti gli esseri umani.

L’Intelligenza Artificiale è uno strumento che può permettere all’umanità di rispettare tali principi, ma anche di snaturarli. I rischi che il Papa evidenzia sono due e viaggiano di pari passo. Il primo è la concentrazione dell’IA nelle mani di pochi individui o entità sovranazionali, che finirebbe per anteporre le logiche di profitto al bene della comunità: nella sua sempre più diffusa applicazione, il controllo dell’IA comporta il controllo del lavoro e della produzione, e l’accumulo di risorse da parte di pochi ai danni di molti; è il caso dello sfruttamento di coloro che lavorano nell’approvvigionamento delle materie critiche necessarie per lo sviluppo di queste stesse tecnologie, spesso soggetti a sfruttamento in territori martoriati dalle guerre. L’altro pericolo è costituito dall’applicazione senza criterio dell’IA, che porterebbe ad attribuirle una pretesa di oggettività, rendendo l’umano schiavo della sua medesima creazione: l’IA, tuttavia, «riflette i sistemi che la hanno prodotta surgendo a pretesa di verità. Non va dimenticato che se risponde in un determinato modo è perché già dentro un orizzonte di senso». La pretesa di verità porta con sé il rischio concreto di spingere sempre più verso l’automatizzazione dei processi decisionali, che rischiano di deresponsabilizzare l’umano: per esempio, scrive il Pontefice, succede in ambito bellico, con le nuove tecnologie IA che vengono utilizzate per prendere di mira obiettivi militari senza che sia possibile attribuire chiaramente a qualcuno la decisione effettiva di attaccare.

La soluzione, secondo Leone XIV, è quella di applicare all’IA i medesimi principi di sussidiarietà, solidarietà e giustizia sociale nell’ottica del perseguimento del bene comune. Concretamente, questo significa che gli Stati devono varare «regole giuste e tutele efficaci» nei confronti della comunità e delle persone più fragili. Leone XIV propone di considerare quelli digitali (brevetti, algoritmi, piattaforme digitali, infrastrutture tecnologiche, dati) come «beni universalmente destinati a tutti»; educare all’uso dell’IA a partire dalla scuola, garantendone l’accesso a tutti e finanziando la formazione continua dei docenti; intervenire sul piano normativo fissando limiti di età, individuando chiaramente la catena della responsabilità nella sua applicazione, e introducendo «tutele contro ogni forma di sfruttamento e violenza sessuale in rete»; riformare il lavoro pensando sistemi progettati attorno alla persona e non alla produttività, tutelando i posti di lavoro, e fissando criteri netti nell’uso delle nuove tecnologie digitali in ambito occupazionale. Leone propone, infine, di «disarmare l’IA»: da una parte nel senso di proporre una sua disapplicazione nell’ambito bellico, e dall’altra nel senso di riportarla sui binari del bene comune e di «sottrarla alla logica della competizione armata, che oggi non è più solo militare ma economica e cognitiva».

Il pontefice invita infine a contemplare nei principi cardine della sua riflessione e nella fede «una magnifica umanità che illumina anche il tempo dell’IA. In Cristo comprendiamo che l’uomo è chiamato a essere collaboratore nell’opera della creazione, anziché spettatore rassegnato di processi tecnologici che ne limitano la libertà e la responsabilità. La dignità che lo Spirito Santo scolpisce in ciascuno di noi si riconosce anche nella capacità di riflettere criticamente, di scegliere e di amare gratuitamente, di entrare in relazioni autentiche. Nessun sistema di calcolo, per quanto sofisticato, genera un cuore che si consegna, né una coscienza che discerne il bene. Anche quando le macchine eccellono nell’efficienza, il centro della storia rimane un volto umano che chiede di essere guardato. Questo volto umano è la pienezza verso cui cammina la storia».

Belgio, treno investe bus scolastico: 4 morti

0

Tragedia nelle Fiandre, in Belgio, dove un treno ha investito un pulmino scolastico a un passaggio a livello vicino a Buggenhout. A bordo del mezzo c’erano sette studenti, l’autista e un accompagnatore. Secondo il ministro federale dei Trasporti Jean-Luc Crucke, nell’incidente sono morti due studenti e i due adulti presenti sul pulmino. Il violento impatto ha fatto ribaltare il veicolo a lato della strada, mentre sul treno non si registrano feriti. La polizia ha aperto un’indagine: secondo le prime ricostruzioni, il pulmino avrebbe attraversato il passaggio a livello nonostante le barriere fossero abbassate e i semafori rossi accesi.

Elezioni amministrative: il governo Meloni rifiata dopo la sconfitta referendaria

0

In seguito al netto insuccesso del referendum sulla separazione delle carriere, il governo trova un parziale sollievo nei risultati delle elezioni comunali. Il centrodestra conquista a sorpresa Venezia al primo turno e strappa Reggio Calabria al centrosinistra con un margine schiacciante. Il centro-sinistra rimane competitivo in altri centri, mentre si registra la netta vittoria di Vincenzo De Luca a Salerno, con corsa solitaria senza il simbolo del Partito democratico. Resta però difficile leggere in questi voti un chiaro segnale nazionale, dato il peso determinante delle dinamiche locali, delle liste civiche e delle alleanze atipiche. Ciò che emerge, comunque, è una generale tenuta del centrodestra, che consente ai suoi rappresentanti di rivendicare il risultato.

A Venezia, unico capoluogo di regione al voto, il candidato del centrodestra Simone Venturini ha superato ogni previsione: tre sondaggi tra aprile e maggio davano in vantaggio lo sfidante del centrosinistra Andrea Martella, ma il 38enne espressione dell’area Brugnaro ha invece raccolto il 51% dei voti, staccando Martella di dodici punti ed evitando così il ballottaggio. Per il campo largo la sconfitta è doppiamente amara, perché la città lagunare era considerata un obiettivo alla portata. A Reggio Calabria il successo è stato ancora più netto: Francesco Cannizzaro, sostenuto dalla coalizione di centrodestra, ha sfiorato il 66% delle preferenze, lasciando il principale avversario Domenico Battaglia al 22%, e chiudendo un ciclo di oltre undici anni di amministrazione guidata da Giuseppe Falcomatà.

Il centrosinistra, dal canto suo, può consolarsi con Prato – dove Matteo Biffoni è tornato sindaco dopo un anno di commissariamento – e con Pistoia, strappata al centrodestra. Si tratta però di vittorie che non riescono a compensare le perdite nei due capoluoghi più importanti in palio. A Salerno, poi, il quadro è ancora differente: Vincenzo De Luca ha vinto per la quinta volta con il 58%, ma correndo senza il simbolo del PD e appoggiandosi a liste civiche, presentandosi come una sorta di candidato “fuori dagli schieramenti” (che, però, resta nell’area progressista). E a Messina, altro caso anomalo, è stato rieletto Federico Basile, candidato di Sud chiama Nord (il movimento di Cateno De Luca), una forza che non appartiene né al centrodestra né al centrosinistra tradizionali.

Proprio su tale spaccato si gioca la difficoltà nel leggere le amministrative in chiave nazionale. Mentre i giornali mainstream cercano in queste ore di trarre conclusioni generali e definitive, occorre ricordare come il voto locale sia per sua natura segnato da questioni territoriali, dall’influenza delle singole personalità, dalla forza di liste civiche che spesso superano i partiti e da alleanze costruite sui territori che poco hanno a che vedere con quelle nazionali. A ogni modo, il centrodestra ha tenuto: oltre a vincere a Venezia e Reggio, infatti, ha trionfato a Crotone, mostrandosi in forze in molti dei 18 capoluoghi al voto. I ballottaggi del 7 e 8 giugno (Arezzo, Lecco, Chieti, Macerata, Trani, Agrigento) potrebbero comunque ridisegnare ancora qualche equilibrio.

Infine, c’è il caso Vigevano, diventato uno dei temi più discussi del dopo voto. Nella città lombarda, storica roccaforte della Lega, il risultato ottenuto da Furio Suvilla ha acceso il dibattito sul cosiddetto “fattore Vannacci”. Suvilla, ex esponente del Carroccio sostenuto dalla lista civica “Vigevano Futura”, vicina all’area politica di Roberto Vannacci, ha sfiorato il 14 per cento, un dato molto più alto rispetto a quello raccolto nelle precedenti amministrative. Durante la campagna elettorale l’eurodeputato aveva partecipato personalmente a iniziative e comizi in città, puntando soprattutto sui temi della sicurezza e dell’identità. Il voto però va letto dentro una situazione locale molto particolare. A Vigevano il centrodestra si è presentato diviso: Forza Italia ha sostenuto Paolo Previde Massara, mentre Lega e Fratelli d’Italia hanno appoggiato Riccardo Ghia. Proprio questa frammentazione ha favorito la crescita della lista legata a Suvilla e ha contribuito all’esclusione dal ballottaggio del candidato sostenuto ufficialmente da Lega e FdI.

Salento, maxi-blitz dei carabinieri: 30 arresti per mafia, droga e armi

0

Nel leccese è stata effettuata una maxi-operazione antimafia dai carabinieri, che hanno eseguito 30 misure cautelari, di cui 27 in carcere e 3 ai domiciliari, nell’ambito di un’inchiesta della Dda di Lecce che coinvolge complessivamente 52 indagati. Le accuse vanno dall’associazione mafiosa al traffico di droga, fino a tentato omicidio, porto illegale di armi, incendi e minacce aggravate dal metodo mafioso. L’indagine “Core”, avviata nel 2022, ha documentato l’attività di un gruppo legato alla Sacra Corona Unita nel Nord Salento. Gli investigatori hanno inoltre ricostruito summit e riti di affiliazione mafiosa, oltre alla gestione del traffico di stupefacenti e del controllo del territorio attraverso intimidazioni e violenza.

Il mondo che migliora: vittorie, conquiste e cambiamenti che non fanno notizia

1

Nel 2017 la Gapminder Foundation ha chiesto a campioni rappresentativi della popolazione adulta di quattordici Paesi ad alto reddito una domanda semplice: «Negli ultimi vent’anni la povertà estrema nel mondo è quasi raddoppiata, rimasta più o meno uguale, o diminuita a meno della metà?». L’89 per cento delle persone ha risposto in maniera sbagliata. La risposta giusta è l’ultima: la povertà estrema si è più che dimezzata, passando dal 34 per cento del 1993 a meno dell’11 per cento nel 2013. Quasi nessuno lo sapeva. Non perché fossero stupidi, ma perché un sistema informativo costruito per catturare l’attenzione attraverso la paura tende a non raccontare i miglioramenti graduali: non generano click e non fanno vendere pubblicità.

Da questa constatazione nasce Il mondo che migliora — Vittorie, conquiste e cambiamenti che non fanno notizia, frutto del lavoro della redazione de L’Indipendente che raccoglie in quindici capitoli storie, dati e analisi su ciò che nel mondo sta andando meglio di quanto le notizie quotidiane lascino immaginare, senza nascondere le contraddizioni e senza fare propaganda del progresso.

Uno studio pubblicato nel 2025 sul Journal of Personality — condotto su oltre 84mila persone in 59 Paesi — ha dimostrato che chi si sente minacciato dalla criminalità, dalla povertà o dall’instabilità è più propenso a sostenere forme di governo autoritarie, a cercare protezione in leader forti e soluzioni sbrigative. La paura non produce solo rassegnazione: produce obbedienza. Un sistema di comunicazione che alimenta la paura ogni giorno non ha solo un effetto sulla capacità delle persone di capire il mondo: ha un effetto diretto sulla capacità di governarle.

Il libro è diviso in quattro parti. La prima — I numeri che nessuno racconta — raccoglie i dati sui miglioramenti globali che il flusso informativo quotidiano tende a ignorare: l’aspettativa di vita raddoppiata in un secolo, il vaiolo eradicato, la mortalità infantile dimezzata, l’alfabetizzazione mondiale passata dal 12 per cento del 1820 all’87 per cento di oggi, la crescita esponenziale delle rinnovabili. La seconda parte — Dal basso — racconta le vittorie dei movimenti sociali e delle comunità: i lavoratori Amazon che si sindacalizzano, le fabbriche recuperate in Argentina e in Italia, i portuali di Genova che rifiutano di caricare armi, le cooperative di comunità che tengono in vita borghi destinati allo spopolamento. La terza — Dall’alto — analizza le politiche pubbliche che hanno prodotto cambiamenti reali: dalla sanità universale in Rwanda e Thailandia alla depenalizzazione delle droghe in Portogallo, dal Trattato sull’Alto Mare al riconoscimento del primo bosco vetusto d’Italia. La quarta — Sovranità — affronta la geopolitica del cambiamento: il declino dell’egemonia occidentale, il movimento globale per la pace, le flottiglie civili che sfidano i blocchi navali.

Ogni capitolo racconta però le contraddizioni insite in ogni progresso: non si tratta di un bilanciamento formale, ma della volontà di evitare una distorsione di segno opposto. La povertà estrema si è dimezzata, ma le disuguaglianze interne ai Paesi ricchi sono esplose. Il buco dell’ozono si sta chiudendo, ma i PFAS contaminano il sangue di milioni di persone e il governo italiano ha abbassato la protezione del lupo poche settimane dopo aver riconosciuto il primo bosco vetusto. I diritti civili avanzano in molte parti del mondo e arretrano in altre. Il libro prende atto di tutto questo senza rinunciare al dato fondamentale: che il pezzo di realtà che manca quasi sempre dall’informazione è quello dei miglioramenti, non quello delle crisi.

Il mondo che migliora esce nella primavera del 2026 con una convinzione di fondo: che il cambiamento non arrivi mai da solo, ma sempre da chi decide di mettersi in gioco, di perseverare e di costruire insieme ad altri qualcosa che da soli sarebbe stato impossibile. È il messaggio che tiene insieme tutti e quindici i capitoli, al di là dei temi che affrontano. E che il libro affida al lettore non come una morale, ma come uno stimolo, storia dopo storia, dato dopo dato.

Per acquistare il libro in prevendita clicca sul banner qui sotto oppure visita il nostro shop.

La Russia chiede ai cittadini stranieri di lasciare Kiev: ci saranno “attacchi sistematici”

2

L’attacco ucraino alla scuola di Starobelsk è stata «la goccia che ha fatto traboccare il vaso». A dichiararlo è stato il ministero degli Esteri russo, all’indomani di un massiccio attacco contro Kiev in cui le forze armate moscovite hanno utilizzato circa 600 droni e 90 missili, tra cui un proiettile supersonico Oreshnik. Il ministero ha consigliato ai cittadini stranieri di lasciare la capitale ucraina il prima possibile e ai residenti di non avvicinarsi alle infrastrutture militari, perché inizierà a colpire la città «sistematicamente». L’annuncio arriva in risposta a un’offensiva ucraina che ha preso di mira uno studentato nel Lugansk, dove risiedevano prevalentemente ragazzi, anche minorenni. In seguito al bombardamento, secondo le autorità russe, 21 ragazzi sono stati uccisi e un’altra sessantina di giovani è rimasta ferita.

Secondo il comunicato del ministero, l’attacco sferrato il 22 maggio contro il dormitorio della scuola pedagogica statale di Lugansk «è diventato l’ultima prova lampante della natura nazista e terroristica del regime di Kiev, che colpisce deliberatamente i civili e non si ferma davanti all’uccisione a sangue freddo dei bambini». Il governo di Zelensky e i suoi «sponsor occidentali» hanno dimostrato «palese disprezzo per le norme del diritto umanitario internazionale», violando «le Convenzioni di Ginevra del 1949 e i loro Protocolli aggiuntivi», i quali regolano la protezione dei civili durante i conflitti, oltre che «la Convenzione sui diritti dell’infanzia del 1989» e «numerosi altri strumenti internazionali».

Per via di quanto accaduto, l’esercito russo sta lanciando «una serie di attacchi sistematici contro le strutture del complesso militare-industriale ucraino a Kiev, compresi siti specifici per la progettazione, la produzione, la programmazione e la preparazione all’uso dei droni impiegati da Kiev con l’assistenza di specialisti della NATO responsabili della fornitura di componenti, dell’intelligence e della guida». Gli attacchi, annuncia Mosca, verranno sferrati «sia contro i centri decisionali che contro i posti di comando», che si trovano distribuiti su tutta Kiev. Per tale motivo, il ministero ha raccomandato ai cittadini stranieri, incluse le missioni diplomatiche, di «lasciare la città il prima possibile» e ai residenti di non avvicinarsi ai siti che saranno presi di mira. Nella serata di ieri, lunedì 25 maggio, il ministro degli Esteri russo Lavrov ha anche avuto una conversazione telefonica con il segretario di Stato Marco Rubio, volta a metterlo al corrente dei futuri attacchi. Rubio, dal canto suo, ha confermato che «al momento non ci sono negoziati attivi, o programmati, in corso con l’Ucraina, ma gli USA sono sempre pronti a svolgere un ruolo costruttivo e utile se si presentasse l’occasione». Il segretario ha commentato che attacchi di questa portata (come quello russo su Kiev) sono «quello che succede in queste guerre», con «un attacco massiccio da una parte» che segue a «uno massiccio da un’altra».

L’attacco è stato sferrato nelle prime ore di venerdì 22 maggio, quando l’esercito ucraino ha lanciato droni contro l’università mentre, secondo le autorità russe, all’interno si trovavano 86 persone, per lo più studenti di età compresa tra i 14 e i 18 anni. Le operazioni di soccorso sono concluse nella notte tra domenica 24 e lunedì 25 maggio, con Mosca che ha confermato un bilancio di 21 morti. Secondo il quotidiano russo Kommersant, che cita il difensore civico dei diritti dell’infanzia Inna Shvenk, le vittime sarebbero per lo più ragazzi di età compresa tra i 19 e i 20 anni. La risposta russa è arrivata nella notte tra sabato 23 e domenica 24 maggio, quando una pioggia di 90 missili e 600 droni e stata scaricata su Kiev, che avrebbe causato due morti e una novantina di feriti.

Il ministro degli Esteri ucraino, Andrii Sybiha, ha ringraziato gli alleati per non aver ceduto al «ricatto russo» e affermato che, secondo la valutazione ucraina, «il livello complessivo delle minacce alla sicurezza poste dalla Russia a Kiev e ad altre città ucraine rimane lo stesso degli anni e dei mesi precedenti». L’ambasciatrice dell’UE in Ucraina, Katarina Mathernova, ha poi dichiarato che la missione UE nel Paese non andrà «da nessuna parte». «La Russia vuole paura. Panico. Isolamento dell’Ucraina. Non funzionerà», ha aggiunto.

Iran, raid USA su postazioni missilistiche nel sud del Paese

0

Nella notte tra lunedì e martedì gli Stati Uniti hanno bombardato alcune postazioni missilistiche iraniane nel sud del paese e imbarcazioni sospettate di voler piazzare mine nello stretto di Hormuz, nonostante a Doha fossero in corso nuovi negoziati tra Iran e USA per la fine della guerra. Washington ha definito gli attacchi «difensivi», sostenendo di voler proteggere le proprie forze da possibili azioni iraniane. Al Jaazera scrive che Abolfazl Shekarchi, portavoce di alto livello delle Forze Armate iraniane, ha dichiarato che qualsiasi eventuale nuova aggressione contro l’Iran comporterà una risposta “molto più severa”, che si estenderà oltre i confini della regione.