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Firenze è la prima città a limitare gli affitti turistici anche fuori dal centro storico

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Non più solo nell’area UNESCO del centro storico: a Firenze è in discussione l’ampliamento dello stop alle nuove locazioni turistiche brevi anche nel resto della città. La proposta di delibera è stata approvata dalla giunta e dovrà ora passare al vaglio della commissione consiliare e del Consiglio comunale. L’estensione è prevista in nove zone: Campo di Marte, San Jacopino, Gavinana, Statuto, Rifredi, Libertà, Savonarola, Bronzino e l’area di San Frediano-Pignoncino, per un totale di oltre 67 mila abitazioni interessate. Per la sindaca, Sara Funaro, l’obiettivo è «tutelare la residenzialità e garantire un equilibrio sostenibile tra turismo e vita quotidiana dei cittadini».

La delibera individua le zone nelle quali intervenire a seguito dei risultati di una ricerca del MEMOTEF (Dipartimento di Metodi e Modelli per l’Economia, il Territorio e la Finanza) dell’Università La Sapienza, relativa alle aree urbane. Secondo i risultati, il rischio è infatti che, con le restrizioni applicate al centro (più che giustificate, secondo il Comune, in quanto la pressione sui residenti stava diventando insostenibile), gli affitti si spostino nell’area della prima cintura (zone A3-A4), ovvero quella interessata dalle nuove restrizioni. «I dati emersi confermano come il fenomeno delle locazioni turistiche brevi sia in continua evoluzione e che per questo motivo risulti indispensabile aggiornare criteri e limiti presenti nel Regolamento per preservare l’identità cittadina» ha dichiarato l’assessore allo Sviluppo economico e al Turismo, Jacopo Vicini.

La Toscana è in assoluto la prima Regione italiana ad approvare una legge che regolamenta gli affitti brevi. Con il Testo Unico del Turismo, approvato nel dicembre 2024, si è infatti dato il via a specifiche misure per tutelare la città dal turismo di massa. Secondo i dati del Centro Studi Turistici, nel 2025 le strutture ricettive fiorentine hanno registrato un aumento di oltre il 10% dell’affluenza, con oltre 4,7 milioni di arrivi e 11,5 milioni di presenze. Oltre la metà dei turisti hanno scelto di soggiornare in locazioni turistiche, aumentate di oltre seicento unità nell’ultimo anno. Per quanto riguarda AirBnb, dai 10.867 annunci del 2023 si è passati ai 12.211 del 2026, l’85% dei quali nel centro della città.

Nel marzo 2025, era stata la stessa presidente del Consiglio Giorgia Meloni ad impugnare il provvedimento (ricorso poi respinto dalla Corte Costituzionale), sostenendo che la normativa sia «in contrasto con la normativa statale ed europea in materia di libertà di impresa, concorrenza, ordinamento civile e penale, tutela del patrimonio culturale e professioni».  Appena una decina di giorni fa, il TAR della Toscana ha respinto 19 ricorsi presentati contro il regolamento, stabilendo la legittimità della limitazione alla libertà d’impresa a fronte della necessaria tutela tanto del patrimonio storico quanto dell’ambiente urbano e degli equilibri sociali. «Speriamo che Firenze possa fare da apripista anche per altre città – ha dichiarato la sindaca – noi siamo riusciti a intervenire grazie a una legge regionale mentre manca ancora un intervento nazionale. Per questo continueremo a chiedere al Governo un quadro normativo nazionale che consenta alle città di affrontare in modo efficace il tema degli affitti brevi».

L’Ungheria annulla l’uscita dalla Corte Penale Internazionale

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Il Parlamento ungherese ha annullato l’uscita di Budapest dalla Corte Penale Internazionale. I voti a favore sono stati 133, 37 i contrari e 5 gli astenuti. La legge per il ritiro dalla CPI era stata varata dall’ex premier Viktor Orban, in seguito all’emanazione del mandato di arresto internazionale contro il primo ministro israeliano Netanyahu. Il voto arriva dopo l’elezione del nuovo premier Petr Magyar, più allineato alle posizioni dell’UE; la legge avrebbe dovuto entrare in vigore il 2 giugno, dopo un iter durato un anno.

La Ferrari lancia la sua prima auto elettrica e crolla in borsa

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ferrari luce

La Ferrari ha presentato Luce, la sua prima vettura al 100% elettrica, segnando una rottura netta col passato, ma l’accoglienza non è stata quella sperata. Si tratta di una berlina a 5 porte con interni minimalisti, realizzata in collaborazione con Jony Ive, ex progettista di Apple che per anni ha curato l’estetica dell’iPhone. L’approccio stilistico distante dagli altri modelli della gamma ha però da subito attirato forti critiche tra gli addetti ai lavori, e non solo, portando il titolo a perdere l’8,4% in borsa e bruciando 4,6 miliardi in una sola giornata.

«Se dovessi dire quello che penso farei del male alla Ferrari. Si rischia la distruzione di un mito, mi dispiace moltissimo. Spero che almeno si tolga il cavallino da quella macchina», è stata la dura reazione di Luca Cordero di Montezemolo, ex numero uno della Ferrari, che ha chiuso con una battuta: «Almeno è una macchina che i cinesi non copieranno».

La première si è svolta lunedì 25 maggio a Roma nella cornice della Vela di Calatrava, in una data non casuale: proprio il 25 maggio 1947 Ferrari vinse il Gran Premio alle Terme di Caracalla, la prima vittoria in gara della storia del marchio. La Luce rompe con la tradizione Ferrari: 5,02 metri di lunghezza, cinque posti, 1.050 CV, autonomia stimata di 530 chilometri e prezzo di partenza da 550mila euro in Italia. Il 26 maggio una delegazione Ferrari guidata dal presidente John Elkann e dall’AD Benedetto Vigna ha presentato la vettura a Papa Leone XIV a Castel Gandolfo. Elkann ha donato al Pontefice il volante dell’auto, definendo il momento «di straordinario valore umano e simbolico». Il giorno prima, la Luce era stata ricevuta al Quirinale dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Non è la prima volta che il mercato reagisce con freddezza: già all’annuncio del piano strategico al 2030, il titolo aveva perso oltre il 14% in una sola seduta. Dai massimi toccati nella prima metà del 2025, Ferrari aveva già lasciato sul terreno circa il 40% prima ancora del lancio della Luce. Gli analisti di Equita indicano che il problema centrale è il prezzo, insieme alla mancanza di indicazioni sui volumi attesi. Restano dell’idea che un modello elettrico con prezzo elevato non genererà volumi significativi, ma avvertono che è importante preservare l’immagine di qualità e performance.

Mentre i social sono stati invasi da meme, parodie e paragoni con modelli storicamente divisivi come la Fiat Multipla, il primo vero bagno di folla per la Luce è atteso per sabato 30 maggio a Roma alla Vela di Calatrava, dove i visitatori potranno partecipare gratuitamente a un percorso di scoperta della vettura.

Non è un momento facile per John Elkann. Nei mesi scorsi ha ceduto l’intero gruppo GEDI — Repubblica, La Stampa e le radio del gruppo — rispettivamente al gruppo greco Antenna e a SAE, chiudendo oltre un secolo di presenza della famiglia nell’editoria italiana nell’operazione che la Federazione nazionale della Stampa ha definito «la più grande cessione di testate mai vista in Italia». La Juventus ha chiuso il campionato al sesto posto, fuori dall’Europa che conta.

«La Ferrari Luce è un insulto estetico e tecnologico per chi ama la Ferrari o, come nel mio caso, ci ha lavorato», è stato il commento di Carlo Calenda su X. «Complimenti a Elkann che dopo aver semidistrutto o alienato Marelli, Comau, Iveco, Fiat, Alfa, Maserati, Lancia, Scuderia Ferrari, Juventus, Repubblica e Stampa ci prova ora con Ferrari. E non era facile».

Israele annuncia l’uccisione del capo militare di Hamas

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Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha annunciato che le Forze di Difesa Israeliane hanno ucciso Mohammed Odeh, capo delle brigate Al Qassam, braccio armato di Hamas. Odeh ricopre la posizione di vertice del gruppo da poco più di dieci giorni; è subentrato a Izz Al-Din Al-Haddad, ucciso lo scorso 15 maggio da Israele. Hamas non si è ancora espressa sulla questione, ma fonti palestinesi vicini ai gruppi di resistenza hanno confermato l’uccisione di Odeh, aggiungendo che sarebbe stato ucciso in un raid che avrebbe preso di mira un edificio residenziale presso il quartiere Rimal di Gaza. Con lui, sarebbero stati uccisi anche la moglie e i suoi tre figli.

Israele cerca di sabotare la trattativa di pace con l’Iran avanzando in Libano

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Le truppe israeliane hanno superato la autoproclamata “linea gialla” in Libano, avanzando verso il nord del Paese dei Cedri. L’esercito ha affermato che l’operazione intende contrastare gli attacchi con drone da parte del gruppo libanese Hezbollah. L’annuncio è arrivato qualche ora dopo un attacco statunitense contro l’Iran che ha preso di mira aree nel sud del Paese. La “linea gialla” era stata fissata unilateralmente dallo stesso Stato Ebraico, che aveva definito l’area a sud del fiume Leonte un obiettivo legittimo delle proprie operazioni militari: nelle ultime settimane, i soldati israeliani hanno avanzato fino al fiume radendo al suolo le abitazioni e sfollando i residenti con il fine dichiarato di costituire una zona cuscinetto controllata militarmente dalle IDF. La decisione israeliana di superare un confine autoimposto mina ulteriormente i negoziati per una pace con l’Iran, che ha sempre affermato che la fine delle aggressioni israeliane in Libano costituisce una condizione inderogabile per raggiungere un accordo.

«Sotto la mia direzione e quella del Ministro della Difesa, insieme al Capo di Stato Maggiore, stiamo intensificando la nostra operazione in Libano. Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) sono pienamente operative con ingenti forze sul terreno e i comandanti sul campo hanno il controllo della situazione; stiamo fortificando la zona di sicurezza per proteggere le comunità del nord». Con questo breve messaggio, il primo ministro israeliano Netanyahu ha annunciato un ulteriore allargamento dell’invasione terrestre del Libano e degli attacchi aerei nel Paese, senza fornire ulteriori dettagli. L’operazione è stata accompagnata dall’emanazione di decine di ordini di evacuazione e intensi bombardamenti aerei: nella sola giornata di ieri, 26 maggio, Israele ha lanciato oltre 120 raid aerei nel Paese, uccidendo 31 persone e ferendone altre 40. Da quanto riporta l’emittente qatariota Al Jazeera, dopo l’annuncio nel sud del Libano sarebbe scoppiato un panico generalizzato, con la popolazione in fuga dal rinnovato slancio militare di Israele.

La cosiddetta linea gialla era stata proclamata unilateralmente dallo stesso Stato Ebraico. Essa seguiva i confini della zona smilitarizzata imposti dal cessate il fuoco siglato nel novembre del 2024, fissando nel fiume Leonte (o Litani) la soglia della zona cuscinetto istituita con la tregua. Se tuttavia la tregua di un anno e mezzo fa imponeva che solo l’esercito regolare libanese e le forze internazionali potessero stazionare a sud della barriera naturale – disposizioni mai realmente rispettate da Israele – la nuova linea gialla è stata istituita con lo scopo dichiarato di creare un’area controllata militarmente dall’esercito israeliano, comportando di fatto una annessione dei territori meridionali; nella loro avanzata verso il fiume, i soldati hanno emanato decine di ordini di evacuazione, sfollando la popolazione libanese del sud per poi applicare al territorio il “modello Gaza”, demolendo edifici e abitazioni così da impedire eventuali ritorni dei residenti. Con l’operazione annunciata ieri, Israele ha iniziato a oltrepassare lo stesso confine che si erano autoimposti.

Non è ancora chiaro fin dove Israele voglia spingersi con questa nuova avanzata. Ieri le IDF hanno emanato una cinquantina di ordini di evacuazione tanto da aree a sud del Leonte, quanto da aree a nord del fiume che costituiva il vecchio limite delle operazioni. In essi, Israele dice ai cittadini libanesi di spostarsi a nord del fiume Zahrani, situato a sud di Sidone. Le località interessate dagli ordini israeliani tracciano un percorso che punta verso Nabatiye, uno dei maggiori centri dell’area del Libano meridionale che si trova a nord della linea gialla e a sud dello Zahrani; la medesima città è stata oggetto di ordine di evacuazione. Quello che sembra, insomma, è che Israele voglia gradualmente spingere la popolazione sempre più a nord, arrivando a toccare il fiume Zahrani.

La nuova offensiva costituisce l’ennesima violazione del cessate il fuoco dello scorso 16 aprile tra Libano e Israele, che avrebbe dovuto mettere fine ai combattimenti nel Paese. Esso, inoltre, mette a dura prova il raggiungimento di una tregua con l’Iran, come avrebbe ammesso uno stesso funzionario statunitense all’agenzia di stampa internazionale Reuters. Le autorità di Teheran hanno sempre affermato senza mezzi termini che non sigleranno alcun accordo di pace che non includa anche Hezbollah e il territorio libanese, chiedendo a Israele di interrompere gli attacchi. I colloqui intanto restano ancora in stallo, con gli USA che ormai alternano periodicamente fasi di minacce di ripresa dei combattimenti e momenti di apparente apertura al dialogo. Sul piatto è ancora presente una proposta a due fasi, che prevedrebbe una prima riapertura graduale dello Stretto di Hormuz con il sollevamento dei blocchi da parte di entrambi gli attori, e una seconda in cui verrebbero discussi i temi più divisivi; durante la prima fase, l’Iran riceverebbe anche lo scongelamento di parte dei propri asset e la parziale sospensione di sanzioni. Nel fine settimana Trump aveva rilasciato dichiarazioni speranzose, affermando che un accordo fosse ormai alle porte; l’Iran ha tuttavia smentito le dichiarazioni del presidente, e ieri gli USA hanno lanciato un attacco nel sud del Paese prendendo mira – secondo dichiarazioni dell’esercito statunitense – basi di lanciatori di missili.

A Gaza due sorelle trasformano le macerie della guerra in materiali da costruzione

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Tala Mousa e Farah Mousa Gaza

Tra accampamenti temporanei, edifici distrutti e milioni di tonnellate di detriti che oggi occupano il posto di interi quartieri, da Gaza arriva una storia che parla di ricostruzione nel senso più concreto del termine. Due sorelle adolescenti hanno ideato un sistema per trasformare le macerie degli edifici colpiti in mattoni riutilizzabili, con l’idea di creare nuovi materiali partendo da quello che la guerra ha lasciato dietro di sé. In un territorio dove reperire risorse per ricostruire è sempre più difficile e i tempi della ripresa restano incerti, il progetto prova a dare una funzione nuov...

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Pfas, Greenpeace denuncia: pochi controlli e bassa trasparenza

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In Italia il monitoraggio degli Pfas negli alimenti resta limitato e disomogeneo, nonostante le indicazioni dell’Unione Europea sull’aumentare i controlli. Secondo un rapporto di Greenpeace Italia, nel 2023 sono stati effettuati 147 campionamenti e solo 24 analisi nel 2024, con diverse regioni prive di verifiche. Pur senza superare i limiti europei, il 27% dei campioni del 2023 conteneva tracce di Pfas. Greenpeace segnala inoltre scarsa trasparenza sui dati, soprattutto in Veneto, dove il 32% degli alimenti analizzati mostrava presenza di queste sostanze. L’associazione chiede controlli più estesi e una progressiva eliminazione dei Pfas per ridurre i rischi sanitari.

Argentina, dopo i prestiti il FMI chiede di accelerare sulle riforme neoliberiste

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Prestiti e riforme. Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) rinnova in Argentina la sua politica pluridecennale e, dopo aver trasferito un miliardo di dollari nelle casse di Buenos Aires, chiede al presidente Milei di accelerare sulle riforme neoliberiste, certificando sforamenti nel deficit. Nel mirino del FMI sono finiti soprattutto lavoratori e pensionati, già al centro di strette governative che hanno innescato una forte mobilitazione in tutto il Paese. Nonostante ciò, dai palazzi del FMI a Washington piove un nuovo diktat, che passa ad esempio per l’aumento dell’età pensionabile e per la sua graduale equiparazione tra donne e uomini. Sul tavolo c’è anche la riduzione dei sussidi energetici, che oggi tengono in piedi l’economia familiare di milioni di argentini.

La stella politica di Javier Milei è nata sotto il segno dei “tagli” alla spesa pubblica, simboleggiati in campagna elettorale dall’uso frequente di una motosega. Milei prometteva di rilanciare il Paese attingendo all’ideologia neoliberista, procedendo cioè con la scomparsa dello Stato nell’economia e con massicce privatizzazioni. Dopo due anni di governo, però, sono dovuti intervenire gli Stati Uniti prima e il Fondo Monetario Internazionale poi per salvare il Paese dalla bancarotta. L’anno scorso il FMI ha messo sul tavolo 20 miliardi di dollari, invitando Milei a portare avanti la sua agenda neoliberista. Detto fatto: il governo ha promosso una riforma del lavoro devota alla precarietà, ha bloccato l’aumento delle pensioni e infine ha sottofinanziato l’istruzione.

Per il Fondo Monetario Internazionale non basta: sono stati individuati altri tagli da effettuare a suon di motosega, a partire dal sistema previdenziale. Al momento i lavoratori argentini vanno in pensione all’età di 65 anni, dopo 30 di contributi, mentre le lavoratrici all’età di 60 anni. «Per garantire una stabilità a lungo termine» l’organizzazione economica chiede di aumentare l’età pensionabile e di «armonizzarla tra uomini e donne». La riduzione della spesa pubblica passa anche per la riduzione dei sussidi energetici, di cui usufruiscono milioni di argentini. Gli interventi richiesti dal FMI si inseriscono nell’accordo da 20 miliardi firmato lo scorso anno, da cui proviene il recente prestito da un miliardo. Dai palazzi di Washington c’è probabilmente malumore per i dati sul deficit reale, che smentiscono i toni trionfalistici su un presunto avanzo fiscale in Argentina.

Per trovare il dato bisogna scavare nell’ultimo rapporto del FMI, fino a una nota a pié di pagina 7. Qui si legge che «includendo la componente reale degli interessi capitalizzati, il deficit complessivo diventa circa lo 0,8% del PIL». Tradotto, il governo Milei esclude dai conteggi sul deficit tutta una serie di interessi sui debiti, che prima o poi dovrà ripagare a banche e investitori. Ciò vuol dire che il Paese non solo ha più uscite che entrate, ma è anche indebitato per coprire questo deficit. In linea coi dettami neoliberisti, che trovano nel FMI il massimo sponsor, il governo Milei contrae nuovi debiti effettuando forti tagli alla spesa pubblica. A pagare le conseguenze sono milioni di cittadini che vivono in uno stato di povertà. Le stime di diversi istituti, a partire dalla Universidad Católica Argentina (UCA), smentiscono i risultati sbandierati dal governo in tema di lotta alla povertà e disuguaglianze. I calcoli dell’INDEC (l’ISTAT argentino) sarebbero infatti basati su modelli di consumo di oltre vent’anni fa, non più fedeli alle spese realistiche dei nuclei familiari. Adeguando le stime si otterrebbero 4 milioni di famiglie povere (il doppio di quelle dichiarate dai calcoli ufficiali), circa il 39% del totale, che devono fare i conti con salari inadeguati e servizi ridotti all’osso. Nel frattempo i grandi capitali si sfregano le mani, nell’attesa di riscuotere gli interessi sui prestiti concessi.

Le piattaforme petrolifere in mare non dovranno essere rimosse perché sono “ecosistemi”

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La nuova legge sulla valorizzazione della risorsa mare, approvata dal Parlamento con la Legge 7 maggio 2026 n. 70, riapre il confronto sul destino delle vecchie piattaforme petrolifere offshore italiane. Al centro del dibattito c’è l’articolo 28, che modifica le norme ed emana delle linee guida sulla dismissione delle strutture per l’estrazione di idrocarburi in mare, introducendo esplicitamente il riferimento agli “ecosistemi marini di interesse conservazionistico” sviluppatisi a ridosso delle piattaforme nel corso della loro attività. Il tema divide ambientalisti, ricercatori e operatori del settore. Da un lato, la letteratura scientifica internazionale concorda sul fatto che molte piattaforme offshore, dopo decenni in mare, siano effettivamente diventate habitat artificiali complessi, capaci di ospitare biodiversità, favorendo la presenza di pesci, alghe e invertebrati. Dall’altro, resta aperta la questione dei costi ambientali e finanziari della mancata rimozione delle strutture, soprattutto considerando che molte compagnie petrolifere potrebbero evitare onerosi interventi di bonifica e smantellamento.

Secondo i dati dell’Ufficio nazionale minerario per gli idrocarburi e le georisorse del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica (UNMIG/MASE), aggiornati al 31 dicembre 2025, in Italia risultano 137 strutture marine censite tra piattaforme e infrastrutture assimilabili. Nel documento relativo alle piattaforme in dismissione mineraria, aggiornato al 30 giugno 2025, diverse strutture – tra cui ADA 2, ARMIDA 1, AZALEA A e PORTO CORSINI 73 – risultano già in attesa di smantellamento o con progetti di rimozione presentati. La modifica normativa introduce un principio già discusso da anni a livello internazionale: le piattaforme offshore sarebbero dei veri e propri “ecosistemi emergenti” da conservare. Una revisione scientifica pubblicata nel 2019 sulla rivista Frontiers in Marine Science definisce queste strutture come reef artificiali capaci di sostenere importanti servizi ecosistemici dopo decenni di permanenza in mare. Gli autori sottolineano che la rimozione integrale potrebbe distruggere habitat ormai consolidati e che, in alcuni casi, il ritorno alle condizioni originarie potrebbe risultare impossibile o persino dannoso. Anche uno studio pubblicato nel 2024 su PLOS Sustainability and Transformation evidenzia come le piattaforme aumentino la biodiversità locale, soprattutto in aree dominate da fondali sabbiosi o fangosi privi di substrati duri naturali.

La ricerca, tuttavia, richiama anche l’esistenza di importanti lacune scientifiche. Mancano ad esempio dati longitudinali sugli effetti ecologici della rimozione delle piattaforme e standard condivisi per valutare costi e benefici ambientali delle diverse strategie di smantellamento. È proprio su questo punto che si concentra una delle principali critiche alla nuova impostazione italiana. Molte piattaforme più vecchie, costruite prima dell’introduzione delle procedure di Valutazione di Impatto Ambientale (VIA), non sono mai state sottoposte a monitoraggi ambientali sistematici durante il loro esercizio. In assenza di scarichi in mare delle cosiddette “acque di strato”, non esiste infatti alcun obbligo continuativo di controllo su sedimenti, biota o qualità delle acque. Le piattaforme più recenti sottoposte a VIA devono invece effettuare, almeno cinque anni prima della dismissione, indagini ambientali su acqua, sedimenti, organismi marini ed ecotossicologia. Secondo le linee guida ISPRA-SNPA del 2021, soltanto poco più del 20% delle piattaforme offshore italiane è soggetto a monitoraggi ambientali periodici legati agli scarichi delle acque di produzione. La conseguenza è che molte strutture oggi considerate potenziali habitat ecologici non dispongono in realtà di una storia documentata sul loro impatto ambientale accumulato in decenni di attività estrattiva. Eppure, i procedimenti di dismissione finora avviati si sono spesso fermati a una semplice “valutazione preliminare”, prevista dall’articolo 6 del decreto legislativo 152/2006. Secondo quanto emerge dalla documentazione ministeriale, nessuna delle istanze esaminate ha finora avuto esito negativo o richiesto automaticamente una nuova VIA completa.

Il nodo politico riguarda quindi il bilanciamento tra tutela ecologica e responsabilità industriale. Da una parte, la permanenza delle piattaforme potrebbe evitare impatti ambientali derivanti dalla rimozione di ecosistemi ormai consolidati. Dall’altra, molte associazioni ambientaliste contestano il fatto che le compagnie petrolifere possano beneficiare economicamente della mancata dismissione senza sostenere costi compensativi o programmi di bonifica ambientale. Il dibattito si inserisce inoltre nel quadro più ampio relativo alla gestione della risorsa mare. La stessa legge 70/2026 ha suscitato polemiche anche per l’articolo 33, che introduce un rappresentante della Federazione Italiana Pesca Sportiva (FIPSAS) nelle commissioni di riserva delle Aree Marine Protette. Il movimento ambientalista Sea Shepherd Italia ha definito la norma un potenziale conflitto di interessi, sostenendo che organismi deputati alla conservazione dovrebbero mantenere un profilo prevalentemente tecnico-scientifico e indipendente dagli interessi legati allo sfruttamento delle risorse marine. Nel Mediterraneo, dove gli ecosistemi affrontano pressioni crescenti legate al cambiamento climatico, alla perdita di biodiversità e al degrado degli habitat costieri, lo sfruttamento sostenibile delle risorse e la mitigazione gli impatti industriali dovrebbero essere una priorità. Nel caso delle piattaforme offshore, la sfida sarà capire se queste strutture possano davvero essere integrate in una strategia di conservazione e ripristino dell’ecosistema marino basata su dati scientifici solidi: magari proprio a spese delle aziende petrolifere e come già avvenuto in altre parti del mondo, alcune piattaforme potrebbero essere convertite in barriere artificiali ecologicamente funzionali attraverso programmi noti come rigs to reefs. Senza adeguate valutazioni e misure, resta invece il rischio di trasformare un problema industriale irrisolto in un mero vantaggio economico per i concessionari.

In Italia il costo dell’elettricità è il più alto di tutta Europa

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In Italia l’elettricità continua a costare più che nel resto d’Europa, con un prezzo medio all’ingrosso che nel 2025 ha toccato i 116 euro per megawattora, contro gli 85 euro della media UE. Lo ha attestato un recente rapporto della Commissione Europea, che fotografa lo spaccato a quattro anni dall’avvio del piano RePowerEU. All’origine di questo primato negativo, secondo l’analisi, c’è una dipendenza strutturale dal gas naturale, che da solo determina il prezzo finale dell’elettricità. Per uscire dall’impasse, Bruxelles indica tre strade: risparmio energetico, accelerazione sulle rinnovabili e diversificazione delle fonti di approvvigionamento.

Il motivo principale di questo divario è presto spiegato: in Italia i combustibili fossili rappresentano ancora la tecnologia «dominante» nella produzione elettrica. Nel 2025 hanno coperto il 52,3% del totale, la quinta quota più alta tra i Paesi Ue. Quando il prezzo del gas sale sui mercati internazionali – per tensioni geopolitiche o per la riduzione delle forniture – il costo dell’elettricità segue immediatamente la stessa direzione. Il sistema italiano è infatti fortemente legato alle centrali termoelettriche alimentate a gas, che spesso fissano il prezzo marginale all’ingrosso. A ciò si aggiunge un problema di flessibilità. Negli ultimi anni l’energia solare ha contribuito ad abbassare i prezzi nelle ore diurne, ma nelle ore serali e notturne – quando il fotovoltaico non produce – il Paese deve tornare a bruciare gas per coprire la domanda. Nel 2025 il differenziale medio di prezzo tra picchi e valli è stato di 46 euro a megawattora, ben al di sopra della media europea di 12,1 euro. La Commissione sottolinea anche la limitata capacità di interconnessione con le reti degli altri Stati, che impedisce all’Italia di importare energia a costi inferiori nei momenti di maggiore bisogno.

Sul fronte della diversificazione, si registra come nel 2025 le importazioni di gas russo siano scese a meno del 3% del fabbisogno nazionale, con volumi da gasdotto ormai «trascurabili». Si rilevano criticità nel ritmo di installazione delle rinnovabili: nel 2025 sono stati aggiunti 7,2 GW di nuova capacità, meno dei 7,5 GW dell’anno precedente, mentre per centrare gli obiettivi nazionali servirebbero oltre 55 GW nei prossimi cinque anni. Il costo elevato dell’elettricità non è solo un problema per le famiglie. Incide sulla competitività delle imprese energivore – siderurgia, chimica, manifattura – e alimenta l’inflazione. Come ricorda il rapporto Ue, i prezzi all’ingrosso rappresentano «il 61% del prezzo dell’elettricità industriale», mentre costi di rete, carbonio e tasse coprono rispettivamente «il 10%, l’11% e il 18%».

In questo quadro si inserisce anche il segnale di un sistema, per l’appunto quello italiano, che fatica ancora a completare la transizione verso fonti rinnovabili e più stabili nei costi. Si tratta della decisione da parte della maggioranza di rinviare al 2038 l’uscita dalla produzione elettrica a carbone, inizialmente prevista molto prima. La svolta è arrivata a fine marzo in commissione Attività produttive della Camera, dove è stato approvato un emendamento al decreto Energia che investe le quattro centrali ancora operative in Italia, concentrate tra Sardegna e penisola, ribaltando un percorso iniziato anni fa per chiudere impianti vecchi, costosi e molto inquinanti. La maggioranza ha giustificato il rinvio facendo riferimento agli effetti di un complesso quadro internazionale segnato dalle tensioni sui mercati e dalle crisi aperte tra Ucraina e Medio Oriente, mentre le opposizioni hanno denunciato un clamoroso passo indietro.