venerdì 29 Agosto 2025
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Bonifico effettuato: i lettori de L’Indipendente hanno donato 52.209 euro a Gaza

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Il bonifico è stato effettuato: 52.209,00 euro sono partiti ieri, 4 luglio, dal conto corrente de L’Indipendente a quello della Al-Awda Health and Community Association. Sono il risultato della straordinaria risposta dei nostri lettori all’iniziativa che abbiamo lanciato nella settimana tra il 16 e il 22 giugno, periodo nel quale il 100% dei proventi generati dai nuovi abbonamenti sottoscritti al nostro giornale sono stati donati per salvare vite tra la popolazione di Gaza. L’Al-Awda è infatti un’organizzazione non governativa e senza scopo di lucro di medici palestinesi, che gestisce due degli ultimi ospedali ancora operativi nella Striscia di Gaza.

In questa operazione abbiamo promesso dall’inizio la massima trasparenza, quindi abbiamo deciso di pubblicare tutti i documenti relativi alla donazione. La ricevuta del bonifico effettuato (visibile a questo link) e la lettera di ringraziamento firmata dal direttore generale della struttura, Rafat Al Majdalawi, con tanto di preventivo di spesa (visibile a questo link).

Secondo quanto specificato dal direttore generale della struttura, il contributo versato da L’Indipendente «contribuirà a coprire il costo di un’unità laparoscopica per l’ospedale Al-Awda di Al-Nuseirat, che sarà acquistata sul mercato locale. L’aggiunta di questa apparecchiatura essenziale migliorerà significativamente la nostra capacità di fornire servizi diagnostici e contribuirà a migliorare i servizi di intervento terapeutico, attualmente scarsi e urgentemente necessari. Grazie a questo dispositivo, saremo in grado di ripristinare questi servizi essenziali, fondamentali per migliorare la diagnosi e il livello di recupero, contribuendo a ridurre le complicanze chirurgiche. Si prevede che, una volta ripristinati, 50 pazienti al mese beneficeranno direttamente di questi servizi».

I due ospedali gestiti da Al-Awda – quello di Nuseirat, nel centro della Striscia di Gaza, e l’Al-Awda Field Hospital 1 a Gaza City – sono tra le pochissime strutture ancora operative per la gestione delle emergenze mediche e chirurgiche, in un contesto in cui il 94% degli impianti sanitari è stato distrutto o danneggiato dai bombardamenti israeliani. La loro presenza non è soltanto importante: è vitale. Circa 60 medici e decine di infermieri operano ogni giorno nelle strutture di Al-Awda, offrendo cure a centinaia di pazienti. Inoltre il centro di Nuseirat è inoltre l’unica struttura nel centro della Striscia con reparti di ostetricia e ginecologia ancora attivi, dove ogni giorno si svolgono fino a 50 parti.

Come abbiamo sempre affermato, per noi fare giornalismo significa anche provare a incidere sulla realtà, contribuendo a migliorarla. Il traguardo raggiunto ci rende doppiamente orgogliosi: da un lato, perché dimostra che il giornalismo può avere un impatto concreto, anche contribuendo a salvare vite di donne, bambini e uomini di Gaza; dall’altro, perché conferma quanto sia straordinaria la nostra comunità di lettori, che in questa settimana si è unita in una gara di solidarietà capace di far segnare di gran lunga il nostro record assoluto di abbonamenti.

Nel ringraziare tutti i nostri lettori, non ci resta che condividere le belle parole dedicate a voi dal direttore generale di Al-Awda: «Considerata l’emergenza in corso e la crescente pressione sul sistema sanitario di Gaza, il vostro sostegno arriva in un momento cruciale (…) ed esprime la vostra profonda solidarietà umanitaria con la popolazione della Striscia di Gaza, in particolare con i suoi pazienti e i feriti, nel mezzo della guerra di genocidio in corso contro la Striscia di Gaza dal 7 Ottobre 2023. Grazie ancora una volta per essere stati al nostro fianco in questi tempi difficili e per aver contribuito alla resilienza e alla sostenibilità dei servizi sanitari nella Striscia di Gaza».

Regno Unito, decisione senza precedenti: al bando per “terrorismo” Palestine Action

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Dalla mezzanotte di oggi, sabato 5 luglio, sostenere il movimento di azione diretta in solidarietà al popolo palestinese “Palestine Action” nel Regno Unito è un reato penale punibile fino a 14 anni di carcere. È la prima volta nella storia britannica che un gruppo di disobbedienza civile non violenta viene classificato come organizzazione terroristica. Il bando, proposto dal Ministero dell’Interno britannico, ha superato il vaglio delle aule giudiziarie nonostante un ricorso d’urgenza. «Migliaia di persone in tutta la Gran Bretagna si sveglieranno domani scoprendo di essere state criminalizzate durante la notte per aver sostenuto un gruppo di protesta nazionale che spruzza vernice rossa sugli aerei da guerra», ha dichiarato Huda Ammori, co-fondatrice di Palestine Action.

Il divieto è stato formalmente approvato dopo che venerdì sera l’Alta Corte ha respinto la richiesta del gruppo di sospendere temporaneamente la proscrizione in attesa di una decisione definitiva. La Corte d’Appello, interpellata in extremis nella stessa sera, ha confermato la decisione. Il governo aveva notificato l’intenzione di mettere al bando Palestine Action lo scorso 23 giugno, motivandola con l’incursione compiuta dagli attivisti in una base militare britannica, durante la quale due aerei della RAF Brize Norton furono imbrattati con vernice rossa. Il danno stimato è di 7 milioni di sterline. Tuttavia, il giudice dell’Alta Corte Chamberlain ha precisato che la valutazione sulla possibile proscrizione del gruppo era già stata avviata a marzo, ben prima dell’incidente. Un’udienza cruciale si terrà il 21 luglio: Palestine Action tenterà di ottenere l’autorizzazione per una revisione giudiziaria dell’ordinanza. Nel frattempo, chiunque ne faccia parte o ne promuova le attività rischia la reclusione. Ma Huda Ammori assicura: «Non smetteremo di lottare per difendere i diritti fondamentali alla libertà di parola e di protesta nel nostro Paese e per sostenere i diritti del popolo palestinese».

L’inclusione di Palestine Action nella lista delle organizzazioni proscritte ai sensi del Terrorism Act del 2000 — insieme a gruppi come al-Qaeda, ISIS e National Action — ha scatenato reazioni durissime. La deputata indipendente Zarah Sultana ha dichiarato: «Sia chiaro: equiparare una bomboletta di vernice a un attentatore suicida non è solo assurdo, è grottesco. È una deliberata distorsione della legge per reprimere il dissenso, criminalizzare la solidarietà e sopprimere la verità». Secondo Raza Husain KC, avvocato della co-fondatrice Ammori, il divieto è «un abuso di potere statutario, discriminatorio e sconsiderato». Ha sottolineato come si tratti della «prima volta nella nostra storia che un gruppo di disobbedienza civile che agisce direttamente e che non promuove la violenza viene ritenuto un ente terroristico». Gli account ufficiali X e Meta di Palestine Action risultano ora irraggiungibili.

Palestine Action è un movimento britannico di azione diretta nato nel 2020 per contrastare l’industria bellica israeliana e sostenere la causa palestinese. Il suo principale obiettivo è Elbit Systems, il maggior produttore di armi di Israele, con diverse sedi nel Regno Unito. Gli attivisti colpiscono anche aziende complici, come Leonardo, Thales, Teledyne e grandi gruppi finanziari come Barclays e JP Morgan, attraverso blocchi, occupazioni, sabotaggi e danneggiamenti. Le loro azioni hanno avuto un impatto concreto: diverse aziende hanno interrotto i rapporti con Elbit, fabbriche sono state chiuse o vendute, e importanti contratti – come il progetto Watchkeeper da 2,1 miliardi di sterline – sono stati cancellati. Palestine Action ha ottenuto risultati senza ricorrere a petizioni o appelli politici, ma puntando sull’interruzione diretta della produzione bellica. Il movimento si sta ora espandendo anche fuori dal Regno Unito.

Da mesi nel Regno Unito sostenere la «resistenza palestinese» è divenuto un rischio concreto di repressione giudiziaria e poliziesca, grazie a una lettura particolarmente ampia del Terrorism Act del 2000. Dal 2019 e poi nel 2021, Hezbollah e Hamas sono state inserite nell’elenco delle organizzazioni proscritte. Di conseguenza, chiunque ne esalti o anche solo ne discuta favorevolmente può essere considerato «apologista del terrorismo». Dallo scoppio del conflitto, vari giornalisti sono stati presi di mira: Craig Murray è stato fermato all’aeroporto di Glasgow il 16 ottobre 2023, con sequestro di pc e cellulare dopo aver partecipato a una manifestazione pro-Palestina; Richard Medhurst è stato arrestato a Heathrow il 15 agosto 2024 e trattenuto per 15 ore; Sarah Wilkinson – 61 anni – ha subito l’irruzione notturna della polizia antisommossa il 29 agosto 2024, con perquisizione brutale e confisca di effetti personali, restando agli arresti domiciliari; il 17 ottobre 2024 anche Asa Winstanley ha subito perquisizione e sequestro dei dispositivi. Operazioni testimoniano come la Sezione 12 del Terrorism Act  sia stata usata per intimidire e mettere a tacere il giornalismo e l’attivismo pro-Palestina.

Russia-Ucraina, vasti raid incrociati: colpiti obiettivi militari

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Le forze speciali ucraine hanno attaccato nella notte l’aeroporto militare di Borisoglebsk, nella regione russa di Voronezh, colpendo un deposito di bombe guidate, un velivolo da addestramento e probabilmente altri aerei. Lo riferisce lo Stato maggiore ucraino, secondo cui l’obiettivo è indebolire la capacità offensiva russa. Intanto, Mosca ha lanciato 322 droni contro l’Ucraina, 292 dei quali sono stati abbattuti. Le truppe russe hanno bombardato tre distretti di Dnipropetrovsk, ferendo quattro persone. La Russia sostiene di aver ucciso 500 soldati ucraini in un solo giorno, distruggendo veicoli e armamenti in varie località del fronte.

Arruolare alla paura

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Disorientare alla logica, fare deragliare i pensieri, favorire aspettative contraddittorie, seguire soluzioni laterali. Il ragionamento paradossale può risultare molto utile in psicanalisi ma in politica è sconcertante. 

In politica prendere decisioni contro il senso comune, volendo ottenere comunque consenso rivela una strategia estrema tesa a far prevalere il potere sulle aspettative naturali (ad es. il benessere, la felicità esistenziale ecc.). 

Questo ci fa venire il sospetto che chi governa abbia qualche serio problema psicologico. Predisporsi infatti alla guerra, senza sapere contro chi, è un atteggiamento insensato. 

Preparare per di più i propri concittadini a prospettive belliche senza dichiarare chiaramente i nemici, rivela, nella migliore delle ipotesi la sindrome di Don Chisciotte, il bisogno di affermare una forza che non c’è, come se si fosse animati da nobili sentimenti. 

Mi sembra invece che abbiamo fatto un passo avanti, uno però di quei passi con la gamba distesa come nelle parate militari che di norma celebrano la potenza dei regimi totalitari. 

Per di più il meccanismo servo-padrone, gestito non sul piano della produzione ma su quello dei rapporti internazionali, produce la cancellazione della classica idea della alleanza più o meno paritaria a vantaggio della passività delirante che consiste nell’obbedire a prescindere, rendendo categorici ordini che non lo sono ancora esplicitamente. 

La compiacenza succube prepara per di più ritorsioni sul versante dei deboli, genera la dittatura del consenso fondata sulla onnipotenza del leader. 

Un recente sondaggio, uno di quelli che si fanno non per rilevare come vanno le cose ma per condizionare e orientare il pubblico, mostra che quasi il 50% dei giovani italiani sarebbe pronto ad arruolarsi

Venti reali di guerra? No, secondo me, niente di tutto questo. Arruolarsi per prepararsi a una guerra che non si sa ancora contro chi non è mettere le mani avanti ma istruire a un atteggiamento distruttivo facendo magari balenare un lavoro sicuro. 

Una azione che non è soltanto servile ma anche analfabeta e arrogante. Analfabeta perché si ritiene che governare significhi fare accettare qualsiasi cosa, in una specie di Covid perenne, arrogante perché si ostenta sicurezza quando invece è impossibile fare altre previsioni se non quelle catastrofiche, le uniche che legittimano il potere in qualsiasi caso. 

Arruolare alla paura è una azione anti-terapeutica, ci fa pensare che il gusto del potere abbia in sé qualcosa di patologico. La sola terapia vincente in questo caso è pensarsi sotto esame da parte dei propri governati, è riuscire a fare passare la sola strategia vincente nei prossimi decenni: più poveri ma più liberi. Ognuno di voi ha di sicuro delle buone, o meno buone, idee al riguardo.

Turchia, arrestati altri 3 sindaci dell’opposizione

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In Turchia sono stati arrestati tre sindaci dell’opposizione del Partito popolare repubblicano (Chp): Muhittin Bocek (Antalya), Abdurrahman Tutdere (Adiyaman) e Zeydan Karalar (Adana). Bocek è coinvolto in un’indagine per corruzione, mentre Tutdere e Karalar sono accusati di criminalità organizzata e manipolazione di appalti pubblici. L’operazione si inserisce in una più ampia ondata di arresti che ha colpito esponenti del Chp, inclusi l’ex sindaco di Smirne e 137 funzionari comunali. A marzo era stato incarcerato anche il sindaco di Istanbul, Ekrem Imamoglu, ora candidato del Chp per le presidenziali del 2028.

I veri numeri dietro l’apparente stabilità dell’inflazione italiana

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A livello macroeconomico, i primi sei mesi del 2025 restituiscono uno scenario ben meno roseo di quanto appaia. A dirlo è Gabriel Debach, analista di mercato di eToro, in uno studio sull’inflazione apparso nello stesso sito della multinazionale di investimenti. Dietro l’apparente stabilità dell’inflazione rivendicata con forza dal governo Meloni, infatti, si nascondono spinte e pressioni settoriali, che vanno a incidere primariamente sui carrelli della spesa degli italiani: anche se da un’analisi superficiale dei dati non sembra, non è vero che i prezzi salgono di poco. Il rialzo, anzi, prosegue ininterrottamente da anni e sta erodendo silenziosamente e lentamente i portafogli dei cittadini, tanto che negli ultimi cinque anni, il loro potere di acquisto è diminuito di un quinto.

L’analisi di Debach è stata pubblicata all’inizio del mese di luglio, e si basa sui dati ufficiali rilasciati dall’ISTAT. Nel suo studio, l’analista scava dietro quella apparente stabilità dell’inflazione, per mettere davvero a nudo i numeri statistici. A gennaio, l’inflazione tendenziale (ossia quella relativa allo stesso periodo dell’anno precedente) si è fermata al +1,5%, mentre a giugno, dopo il picco dell’1,9% di marzo e aprile, si è attestata all’1,7%. I dati generali, insomma, sembrano mostrare una situazione di lieve aumento, ma tutto sommato equilibrata. Eppure, non è veramente così.

Nella sua operazione di scorporazione dei dati, Debach parte proprio da gennaio 2025. In quel mese, l’inflazione è stata prevalentemente trainata dal rincaro dei beni energetici regolamentati, che hanno toccato quota +27,5%. Il carrello della spesa, invece, è aumentato dell’1,7%. A febbraio il quadro è rimasto all’incirca lo stesso, ma c’è stata una prima reazione dei mercati: l’inflazione è infatti arrivata all’1,6%, i prezzi dell’energia al 31,4%, e il carrello al 2%. Dietro a quello che sembrava un aumento circoscritto e legato a componenti amministrate, insomma, è iniziato a emergere un primo aumento delle componenti settoriali, e specialmente dei generi alimentari. A marzo è arrivata la vera svolta: davanti a una inflazione dell’1,9% e a un calo dell’energia non regolamentata, i beni alimentari freschi hanno toccato il +3,3%, mentre il carrello è aumentato ulteriormente di un punto base, arrivando, ad aprile, a un incremento del 2,6%. Dopo la breve inversione di maggio, giugno è stato testimone della spaccatura finale: l’inflazione è tornata all’1,7%, l’energia è continuata a calare, ma il prezzo del carrello è arrivato al +3,1%.

La sostanziale stabilità dell’inflazione, aumentata di soli due punti base in sei mesi, nasconde insomma dei movimenti intestini, segni di un mercato che cede. Il prezzo dei beni alimentari da inizio anno è quasi raddoppiato, e il suo divario con l’inflazione è aumentato del 600%. L’inflazione, sottolinea Debach, resta invariata solo se si guardano gli indici generali dei prezzi, ma se viene scomposta rivela una situazione di instabilità. Questo risulta evidente se si guarda la variazione congiunturale (ossia quella che compara l’andamento dei prezzi rispetto ai mesi precedenti), tra dicembre e gennaio: «A gennaio, le spese condominiali guidano gli aumenti (+19,6%), seguite da giochi tradizionali (+10,6%) e supporti di registrazione. In coda, i voli nazionali e internazionali, in forte calo (-32%) dopo i rincari natalizi». Queste variazioni di decine di punti in decine di punti hanno interessato tutti i mesi del 2025 e diversi settori o beni specifici: a maggio, le pere sono diventate la voce con il maggiore rincaro da inizio anno, pari al 32%. In generale, dietro la stabilità dell’inflazione si nasconde un’ampia oscillazione dei prezzi di settore o dei singoli beni, che colpisce prevalentemente i beni di prima necessità.

Per comprendere l’impatto dell’inflazione sui cittadini, basta guardare l’atteggiamento degli italiani, di fronte a questa silente erosione: «Se i numeri dell’inflazione headline e di fondo non sembrano ancora preoccupare la BCE, lo stesso non si può dire dei bilanci domestici», scrive Debach. Nei primi tre mesi del 2025, il potere di acquisto delle famiglie è aumentato dello 0,9%, ma la propensione al risparmio è tornata a salire. I consumi finali sono aumentati dell’1,2%, ma il reddito disponibile è cresciuto dell’1,8%. Le famiglie, insomma, spendono meno di quanto potrebbero, perché nonostante i prezzi sembrino stabili, i beni essenziali continuano ad aumentare. Questo rosicchiamento dei portafogli degli italiani viene mascherato dai dati relativi ai prezzi generali, ma è limpido se si amplia l’orizzonte e si guarda al lungo periodo: negli ultimi cinque anni, le famiglie italiane hanno infatti perso quasi un quinto del potere d’acquisto a causa dell’inflazione. Dal gennaio 2020 a oggi, l’indice generale dei prezzi al consumo è aumentato del 19,2%. «Questo significa che 1.000 euro lasciati fermi sotto il materasso valgono oggi, in termini reali, poco più di 830 euro».

Alluvione in Texas: almeno 24 morti e 20 dispersi

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Almeno 24 persone sono morte in seguito a una violenta alluvione che ieri, venerdì 4 giugno, ha colpito il centro del Texas, negli Stati Uniti. Le forti piogge, iniziate giovedì e intensificatesi rapidamente, hanno provocato l’esondazione del fiume Guadalupe, soprattutto nella zona di Hunt, nella contea di Kerr. Circa 20 ragazzine ospiti del centro estivo Camp Mystic, situato vicino al fiume, risultano disperse. I soccorsi coinvolgono 500 persone, 14 elicotteri e 12 droni. Le allerte non sono state tempestive, e i danni alle infrastrutture stanno ostacolando le operazioni di ricerca e assistenza.

Un fotoreporter italiano ha sconfitto Meta sul diritto d’autore

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Autosave-File vom d-lab2/3 der AgfaPhoto GmbH

Nei giorni scorsi, Facebook ha perso una battaglia in materia di violazione del diritto d’autore. La piattaforma social si è dovuta piegare alla decisione del tribunale di Torino, il quale l’ha riconosciuta colpevole di aver ospitato illegittimamente numerose fotografie scattate dal fotoreporter Gianni Minischetti alla celebre giornalista Oriana Fallaci. I contenuti, regolarmente segnalati, non sono stati rimossi, mentre la piattaforma ha tratto profitto dalla condivisione virale delle immagini caricate abusivamente sui propri server. Per le sue responsabilità, Meta – azienda madre di Facebook – è stata condannata al pagamento di una multa pari a 151.000 euro: una cifra esigua per una Big Tech, tuttavia il peso della sentenza va ben oltre l’aspetto economico. La decisione ricorda infatti che autori e creativi hanno la possibilità e il diritto di resistere agli abusi perpetrati dalle grandi piattaforme digitali.

Che sia a fini celebrativi, ironici o virali, le foto di Minischetti con soggetto Oriana Fallaci sono ormai utilizzate da anni a vario titolo su Facebook, senza preventiva autorizzazione e, spesso, senza neppure che venga opportunamente menzionata l’attribuzione degli scatti. I giudici Alberto La Manna, Marisa Gallo e Rachele Olivero hanno stabilito che un compendio di 54 foto dell’autore è stato condiviso almeno 1.045 volte in un periodo di riferimento che parte dal 2022; tra queste figura anche il celebre ritratto in cui la giornalista posa davanti al ponte di Brooklyn, con le Torri Gemelle che spiccano platealmente alle sue spalle. Le stime del tribunale potrebbero però essere riduttive, visto che il reporter sostiene che il fenomeno abbia avuto una portata ben maggiore di quella ufficialmente riconosciuta dal tribunale.

«Hanno preso come valida la data della citazione», spiega Minischetti a L’Indipendente. «Io è dal 2013 che gli segnalo il problema con lettere dagli avvocati e diffide. C’è addirittura una mail in risposta da Facebook – allora era Facebook, non esisteva Meta – dove dicono “grazie per la segnalazione delle fotografie, siamo prontamente a rimuoverle e disabilitare l’uso”. Dopodiché non si sono più fatti sentire». Per muovere battaglia contro il colosso statunitense, l’autore si è affidato agli avvocati Giovanni Manganaro e Nicola Gianaria dello studio BGM di Torino, all’avvocato torinese Fabrizio Lala e all’avvocato Enrico Chiarello del Foro di Milano. Secondo Manganaro, gli scatti «hanno registrato un’impennata di caricamenti, condivisioni e interazioni dal 2016 in avanti», probabilmente in relazione al moto di paura suscitato dagli attentati parigini rivendicati dall’Isis, nonché dalle opinioni espresse da Oriana Fallaci sul rapporto tra Islam e i moti terroristi. 

Gli scatti in questione, parte del set pubblicato nel libro Oriana Fallaci in New York – Una storia d’orgoglio, sono già stati in passato al centro di battaglie legali mosse contro testate e giornali che li hanno sfruttati senza un adeguato permesso. La loro paternità e la loro natura autoriale erano dunque già state riconosciute a livello giuridico, tuttavia non era scontato che questo genere di pretese potesse attecchire anche contro Meta, azienda che esercita un peso politico e finanziario tale da far chinare il capo persino alle teste coronate e ai politici. La Big Tech ha inoltre puntato su di una linea difensiva che i quotidiani non avrebbero mai potuto perseguire, ovvero ha cercato di convincere la corte di non aver tratto alcuna forma di profitto dalla pubblicazione illegittima del lavoro di Minischetti.

«Meta ha sostenuto che i caricamenti sulla piattaforma non fossero a scopo di lucro e che gli utenti stessero semplicemente esercitando i propri diritti costituzionali. Vuoi perché attraverso queste foto potevano esprimere opinioni, critiche e satira nei confronti della Fallaci, o semplicemente discutere di un personaggio famoso. Vuoi perché gli utenti non hanno effettuato caricamenti con l’intenzione di guadagnare», spiega l’avvocato. «Secondo Meta, per estensione, anche lei non avrebbe scopo di lucro, il che mi sembra improbabile, considerando che fattura 100 miliardi di euro all’anno». Circa 146,4 miliardi di euro, stando ai dati del 2024.

«Alcune foto sono ancora lì, certi link non li hanno voluti rimuovere. Sostengono che servono agli utenti per socializzare tra di loro. Con le mie fotografie devono socializzare?», si domanda retoricamente Minischetti. Gli utenti «le hanno tutte deturpate, tagliate, storpiate, gli hanno aggiunto delle scritte ignobili. Un massacro totale. E alla fine chi ci ha guadagnato? Meta. […] Hanno visto che Oriana Fallaci, famosa in tutto il mondo, funzionava, che faceva da catalizzatore nella loro piattaforma».

Facebook e portali omologhi hanno in effetti molto da guadagnare, seppur indirettamente, dalla diffusione di contenuti virali. L’alto tasso di interazioni tra utenti soddisfa gli inserzionisti; inoltre, la partecipazione attiva delle persone genera una serie di dati che vengono poi monetizzati tramite la profilazione. «Dire che la partecipazione dell’utente non sia fonte di diretto guadagno per Meta è un falso storico. Se gli utenti non aderissero alla piattaforma e non fornissero i propri dati attraverso la partecipazione attiva, Meta non potrebbe fare nulla», sostiene Manganaro. Non a caso, nel 2021 il Consiglio di Stato ha sanzionato Meta per aver promosso i suoi servizi come gratuiti, senza spiegare puntualmente ai consumatori che, in realtà, i loro dati sarebbero stati adoperati a fini commerciali. A fine 2024, la Procura di Milano ha dunque aperto un’indagine contro Meta proprio per verificare la natura “gratuita” dei servizi offerti dal social, fiutando un’evasione fiscale quantificata in 4 miliardi di euro.

Tenendo in considerazione questi presupposti, la cosiddetta direttiva sul commercio elettronico prevede che Meta, pur rivestendo un ruolo passivo nel caricamento dei dati, in qualità di fornitore di servizi, abbia l’onere di rimuovere i contenuti che violano il diritto d’autore non appena questi vengano segnalati. Nel caso di Minischetti, Facebook ha reagito con colpevole lentezza, eliminando i file solo una volta che il processo è stato avviato, ed esclusivamente come “atto di prudenza”. Ormai condannata, Meta non potrà più caricare né condividere le immagini al centro della disputa e, in caso di violazione, i giudici prevedono una multa di 100 euro per ogni giorno di permanenza delle foto su Facebook.

Negli ultimi mesi, Meta e omologhi stanno esercitando forti pressioni sulla Casa Bianca per convincere l’Amministrazione Trump che le tasse e le leggi europee rappresentino dei “dazi” sotto mentite spoglie: un processo di persuasione che ha contribuito a far sì che gli USA esigessero dai partner europei la rinuncia, di fatto, della cosiddetta “digital tax”, una proposta di tassazione che è nata con l’obiettivo di impedire alle Big Tech di sfruttare stratagemmi al fine di limitare significativamente il versamento dei tributi. In generale, vige la sensazione che le istituzioni UE si stiano dimostrando accomodanti nei confronti degli interessi statunitensi, ma anche che si stiano dimostrando fin troppo pronte ad alleggerire le leggi interne che, dal GDPR all’AI Act, influenzano lo sviluppo digitale. La decisione del tribunale di Torino si muove dunque in controtendenza con l’ethos del momento, offrendo una pietra miliare giuridica tanto sorprendente quanto anomala.

Piuttosto che giungere a una sentenza, le grandi aziende preferiscono tradizionalmente trovare con le controparti soluzioni amichevoli che evitino loro qualunque ammissione di colpevolezza. In questo caso non è andata così: Facebook non ha trovato alcuna forma di compromesso ed è stata condannata, segnando una macchia netta nei suoi precedenti. Una leva che potrà essere sfruttata anche da azioni legali future. Considerando il modus operandi di Meta, è facile immaginare che la vicenda giuridica non possa ancora dirsi conclusa e che il confronto proseguirà in fase di appello; tuttavia, l’azienda non ha impugnato la decisione, né ha annunciato di volerlo fare. Il caso «solleva un’attenzione maggiore e mette un po’ tutti nella condizione di smettere di pensare che il copyright – attraverso questi strumenti digitali – possa essere degradato a un diritto secondario e calpestabile», conclude Manganaro. «Sicuramente mette i server provider in uno stato di maggiore attenzione, di maggiore allerta, su quello che fanno. Non basta più dire “lo ha caricato qualcun altro”».

Regno Unito: continua la manifestazione in solidarietà a Palestine Action

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Sono decine le persone che si sono radunate fuori dell’Alta Corte della magistratura britannica a Londra, per mostrare solidarietà al gruppo di attivisti Palestine Action. La Corte sta ancora esaminando un caso, presentato dalla co-fondatrice del gruppo Huda Ammori, che chiede la sospensione temporanea dell’ordinanza con la quale il governo britannico intende rendere illegale il movimento, dichiarandolo terrorista. Il caso risale a qualche settimana fa, quando gli attivisti Palestine Action hanno portato avanti una azione di sabotaggio danneggiando degli aerei militari britannici. L’emendamento è stato già approvato dalla Camera bassa del Regno Unito, ma si attende ancora la conferma della Casa dei Lord.

“Gaza: dottori sotto attacco”: il documentario che la BBC non ha voluto pubblicare

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Condotto dalla voce calma e analitica della giornalista britannica Ramita Navai, Gaza: Doctors Under Attack è un docu-film di 65 minuti di sgradevoli — ma proprio per questo, necessarie — emozioni. Un reportage con interviste a informatori e gole profonde israeliani, immagini inedite da Gaza, Cisgiordania occupata ed Egitto. Un viaggio che si accende con la paura dei 15 operatori di soccorso uccisi nel marzo 2025 durante un’operazione di recupero vittime a Rafah.

8 operatori della Croce Rossa, 6 membri della Protezione Civile e uno del personale UNRWA, brutalmente freddati con armi da fuoco a pochi metri dalle loro ambulanze. Un video nella memoria di un cellulare ritrovato nella fossa con i corpi seppelliti dall’IDF restituisce la verità: i lampeggianti erano accesi. Le ambulanze erano chiaramente identificabili. Nonostante ciò, si sentono partire i colpi di un mitra. Una delle vittime piange il suo destino e manda l’ultimo pensiero alla madre.

La BBC aveva detto sì. Poi ha detto forse. Poi ha detto no. Raccontare dei 1.500 medici, infermieri e operatori sanitari uccisi a casa o a lavoro, della distruzione della maggior parte dei 36 ospedali, delle operazioni senza anestesia e delle ambulanze nel mirino a Gaza, dal 7 ottobre 2023, è troppo scomodo. Dopo aver programmato sei date di uscita ed effettuato settimane di controlli, il documentario — pronto per la messa in onda a febbraio — è stato poi accantonato dal colosso britannico dell’informazione. Ufficialmente: per non generare una “percezione di parzialità”. In realtà, per paura.

Così è toccato a una giovane piattaforma indipendente raccoglierne i frammenti e restituirli al mondo, acquistando i diritti del documentario per la distribuzione. È Zeteo News fondata da Mehdi Hasan, giornalista ex Al JazeeraThe Guardian e The Intercept, nonchè voce scomoda nei talk-show anglosassoni e spesso solitaria nel difendere la causa palestinese.

In questo clima di omissione e censura, il 2 luglio il film ha preso finalmente voce. A volte urla. Spesso respira, osserva, ascolta. E racconta. Racconta di volti stanchi, mani ancora sporche di disinfettante e sangue, occhi che hanno visto troppo e non riescono più a piangere. Sono medici, infermieri, soccorritori. Non eroi né santi. Persone. Persone che curano in silenzio, in mezzo alle grida e alla polvere.

Con l’ausilio di animazioni e grafiche, si mostra con lucidità il piano sistematico dell’esercito sionista per smantellare dal Nord verso il Sud la resistenza di un popolo partendo dai suoi ospedali. Le strutture sanitarie diventano bersagli tattici: una dopo l’altra, vengono colpite, accerchiate, costrette all’evacuazione. Si parte da Al-Shifa, il più grande ospedale a Gaza City. Si prosegue con l’Indonesian Hospital, l’Al-Awda, il Kamala Adwan. Ogni reparto chiuso è una porta in meno verso la sopravvivenza.

Ma i pazienti non possono fuggire. E nemmeno chi li cura. Medici, infermieri, paramedici restano. Come capitani che non abbandonano la nave, anche se sanno che affonderà. Perché lasciare significherebbe firmare la condanna a morte dei pazienti.

«Siamo nel teatro, nella sala operatoria. Buio totale, niente acqua, niente elettricità. Ma abbiamo degli eroi, i chirurghi di Gaza», dice il Dr. Adnan al-Bursh mentre la telecamera documenta un intervento condotto alla luce fioca delle torce. È lo stesso medico che, poco dopo, verrà prelevato dai militari israeliani e di cui non si saprà più nulla. La sua sorte emergerà mesi più tardi: “sottoposto a violenza sessuale” e morto sotto custodia israeliana, denuncerà un rapporto delle Nazioni Unite.

C’è chi invece, taglia la corda. Ma non è un codardo. In una delle sequenze più toccanti, come in un duello dove si sa già chi vince, il direttore dell’ospedale Kamala Adwan cammina verso un carro armato israeliano con ancora il camice bianco addosso. È la stessa calma disperata dell’uomo di Piazza Tiananmen. Una singola scena che riassume questa pellicola senza precedenti. Un’inchiesta arricchita dalle testimonianze dei gazawi e delle interviste esclusive a whistleblowers  — informatori che chiedono l’anonimato — israeliani. Basement Film, la casa di produzione britannica, ricostruisce così uno dei fili più intricati nel gomitolo del genocidio palestinese: la sistematica e volontaria distruzione della sanità a Gaza.