Con la sentenza n. 254 del 2026, il Tribunale amministrativo regionale dell’Abruzzo ha stabilito che un cittadino può chiedere di escludere la caccia dal proprio terreno anche per ragioni etiche e morali; e che la Regione, in risposta, non può respingere automaticamente una domanda di questo tipo. Se decide di negarla, deve dimostrare in modo concreto e documentato che l’esclusione di quel fondo compromette gli obiettivi del Piano faunistico venatorio regionale.
La vicenda comincia nel 2021, proprio durante l’approvazione del Piano faunistico venatorio abruzzese. In quella fase diversi proprie...
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La crisi energetica innescata dalla guerra in Iran, insieme al calo delle esportazioni verso gli USA determinata dai dazi statunitensi, sta danneggiando la bilancia commerciale dell’Ue con un netto calo del surplus commerciale dei Paesi europei. Secondo i dati di Eurostat – l’ufficio di statistica dell’Unione – nel primo trimestre del 2026 l’avanzo commerciale degli Stati membri è sceso a 12,7 miliardi di euro rispetto ai 23,6 miliardi registrati nell’ultimo trimestre del 2025. Complessivamente, il saldo della bilancia commerciale rimane positivo, ma ha registrato un crollo verticale soprattutto se confrontato col surplus commerciale raggiunto nel primo trimestre del 2025, quando la differenza fra i beni esportati e quelli importati toccava i 52 miliardi di euro. Il peggioramento del saldo commerciale è stato guidato in particolare da due settori: quello di macchinari e veicoli e quello dell’energia. Un’eccezione nel panorama europeo è rappresentato dall’Italia, che nel 2025 si è posizionata al quinto posto nella classifica mondiale delle esportazioni con un surplus commerciale da record in una grande varietà di settori. Anche nel primo trimestre del 2026 il Belpaese ha registrato un avanzo commerciale pari a +10,8 miliardi di euro, in aumento rispetto al primo trimestre 2025 (+8,9 miliardi).
Secondo l’Eurostat, sono due le ragioni che hanno determinato la frenata della bilancia commerciale europea: l’aumento dei costi dell’energia e le tariffe commerciali imposte dal presidente statunitense Donald Trump. Nel primo trimestre del 2026, la crisi nello stretto di Hormuz, e il conseguente aumento dei prezzi dell’energia, ha fatto aumentare il valore delle importazioni, facendo diminuire il surplus complessivo. I dazi statunitensi, invece, hanno determinato un calo dell’export verso gli USA, ad eccezione di un picco di esportazioni nel primo trimestre del 2025 determinato dal timore dell’introduzione di nuovi dazi. Il problema degli alti costi energetici rimane una delle questioni più importanti per l’industria europea: in seguito all’abbandono del gas russo, infatti, i costi di gas e petrolio sono lievitati. Norvegia e Stati Uniti sono diventati i principali fornitori energetici dell’UE, con prezzi decisamente meno competitivi rispetto al gas proveniente da Mosca. Nel 2025 l’UE ha importato oltre 140 miliardi di metri cubi di GNL (gas naturale liquefatto), secondo i dati dell’istituto Bruegel. Con quasi il 58% delle importazioni totali di GNL, gli Stati Uniti sono stati il principale fornitore di GNL all’UE, triplicando le loro esportazioni tra il 2021 e il 2025. Il risultato è stato un aumento generalizzato dei prezzi, in particolare in Germania, Belgio, Danimarca e Italia. Una situazione inasprita dalla recente guerra in Iran.
Come anticipato, sono due i comparti che hanno visto la maggiore flessione nelle esportazioni: quello di macchinari e veicoli e quello energetico. In particolare, rispetto all’ultimo trimestre del 2025, il surplus del primo è sceso da 39,8 miliardi di euro a 27,8 miliardi di euro e quello energetico è peggiorato passando da -64 miliardi di euro a -72,2 miliardi di euro. Si registra, invece, un relativo miglioramento per quanto riguarda gli «altri beni manufatti», il cui deficit si è ridotto da -10,9 miliardi di euro a -5 miliardi di euro. Ma il risultato peggiore si ha sul fronte energetico dove la forte dipendenza da Stati Uniti e Norvegia non può che peggiorare la bilancia commerciale. Ormai dal 2023, i maggiori paesi esportatori di prodotti energetici in Europa sono gli Stati Uniti, che risultano il primo partner energetico (19,3%) del Vecchio continente, e la Norvegia, secondo partner energetico (11,9%). Nel primo trimestre 2026, l’Arabia Saudita (6,8 per cento) si è posizionata per la prima volta al terzo posto in questa classifica, superando il Kazakistan. Al contrario, le importazioni dalla Russia sono scese da oltre 150 miliardi di metri cubi nel 2021 a 36 miliardi di metri cubi nel 2025.
A complicare il quadro si sono aggiunti i dazi dell’amministrazione Trump che hanno ulteriormente indebolito le esportazioni europee e fanno parte della strategia della potenza d’oltreoceano per rendere più debole e sottomessa l’Ue, contribuendo a estrometterla dal novero delle potenze medio-grandi che hanno voce in capitolo nelle decisioni internazionali. La guerra in Medio Oriente, invece, ha fatto lievitare i costi di carburante e fertilizzanti, tanto che Bruxelles ha deciso di allentare le sue rigide regole sugli aiuti di Stato per sostenere i settori più dipendenti dai combustibili, sovvenzionando gli agricoltori, le imprese di pesca e i trasportatori su strada fino al 70% del costo aggiuntivo di carburante e fertilizzanti.
Nonostante la dipendenza energetica, l’Ue mantiene ancora un surplus generale con gli Stati Uniti e il Regno Unito, in particolare nel settore dei macchinari e veicoli e in quello di altri beni manifatturieri. Viceversa, questi due ambiti risultano in forte deficit con la Cina fin dal 2021. Complessivamente, gli alti costi dell’energia, la posizione di debolezza nei confronti di Washington e la recente situazione in Medio Oriente stanno peggiorando il quadro dell’economia europea, che si trova già da anni sulla strada della deindustrializzazione, schiacciata da un lato dalla competitività cinese e, dall’altro, dall’aggressività della potenza d’oltreoceano.
Il governo dei Paesi Bassi ha bloccato l’acquisizione del fornitore cloud Solvinity da parte della statunitense Kyndryl, ritenendo che l’operazione potesse rappresentare un «rischio per l’interesse pubblico». Questo poiché Solvinity gestisce DigiD, la piattaforma nazionale per l’identità digitale. La decisione, motivata dal timore che dati sensibili finissero sotto il controllo degli USA e potessero essere richiesti dalle autorità statunitensi, si inserisce in una più ampia strategia europea di riduzione della dipendenza tecnologica dagli Stati Uniti in un contesto politico considerato sempre più imprevedibile. Nei prossimi giorni la Commissione presenterà un pacchetto di misure sulla sovranità tecnologica, con l’obiettivo di rendere l’UE indipendente in settori cruciali quali cloud, microchip e intelligenza artificiale.
La scelta del governo olandese di bloccare l’acquisizione di Solvinity da parte di Kyndryl è arrivata dal Segretario di Stato per l’Economia Digitale, Willemijn Aerdts, su raccomandazione dell’Ufficio di verifica degli investimenti (BTI) del governo olandese. Tutto è iniziato dopo una dichiarazione da parte di Kyndryl con cui la società annunciava di avere raggiunto un accordo per l’acquisizione di Solvinity. L’annuncio ha fatto scattare le verifiche del BTI, ufficio responsabile del monitoraggio degli investimenti ai sensi della Legge sul controllo insufficiente delle telecomunicazioni (WOZT). La verifica ha evidenziato «un possibile rischio per l’interesse pubblico», spingendo il governo a bloccare l’operazione.
La WOZT è una legge olandese varata a seguito del tentativo di acquisizione della società di telecomunicazioni KPN – controllata dalla posta nazionale nederlandese – da parte dell’operatore di telefonia mobile messicano América Móvil nel 2013. Il regolamento «intende impedire che un soggetto che agisce per motivi geopolitici acquisisca un controllo tale da poter essere utilizzato impropriamente per fare pressione sul governo olandese minacciando interruzioni con effetti socialmente destabilizzanti, o per violare su larga scala la riservatezza delle comunicazioni»; lo fa, di preciso, mediante il Capitolo 14a, che «conferisce al Ministro dell’Economia e della Politica Climatica l’autorità di vietare l’acquisizione o il mantenimento di una partecipazione di controllo in un’azienda di telecomunicazioni qualora, a suo giudizio, tale acquisizione o mantenimento costituisca una minaccia per l’interesse pubblico».
Nel caso dell’acquisizione di Solvinity, il rischio di minaccia per l’interesse pubblico era costituito dal fatto che l’azienda di cloud gestisce la piattaforma di DigiD, l’identità digitale olandese. DigiD è un metodo di identificazione concepito per consentire ai cittadini la gestione delle pratiche dei servizi governativi tramite internet e costituisce il meccanismo standard di identificazione e autenticazione nelle operazioni di scambio di dati con il governo: per tale motivo, essa, di fatto, consiste in un enorme database di identità digitali. Il rischio ipotizzato dal BTI, insomma, era costituito dalla possibilità che i dati sensibili dei cittadini olandesi finissero in mano a una azienda straniera. Dopo le raccomandazioni dell’Ufficio, è arrivata la disposizione di Aerdts, che ha poi notificato al Parlamento la propria decisione.
Non è la prima volta che i Paesi Bassi usano l’equivalente del nostro golden power sulle aziende strategiche del Paese. L’ultima volta si era presentata nel settembre dello scorso anno, quando il governo applicò i poteri speciali garantiti da una legge apposita – il Goods Availability Act – contro Nexperia, produttore di semiconduttori con sede a Nimega, ma di proprietà della cinese Wingtech; con tale intervento, il governo aprì alla possibilità di incidere direttamente sulle decisioni di gestione della società, sia dal punto di vista industriale, che produttivo. In generale, la mossa olandese si inserisce sulla scia dei progressivi tentativi europei di riprendere il possesso di quei settori critici – quali quello delle infrastrutture digitali – oggi in larga parte controllati dalle macro-potenze straniere, in primo luogo dagli stessi Stati Uniti: è il caso della Francia, che, oltre ad avere creato un apposito ministro delegato per l’Intelligenza Artificiale e gli Affari Digitali, ha avviato uno studio preliminare per un Osservatorio sulla sovranità digitale, e lanciato il piano “Francia 2030”, volto a rafforzare le infrastrutture digitali e i servizi cloud francesi; o ancora, della Germania, che sta lavorando proprio con Parigi a un progetto per raggiungere l’autonomia nel settore. La stessa UE sta ora lavorando su un pacchetto di interventi – che dovrebbe venire presentato la prossima settimana – per garantire la sovranità tecnologica dell’UE e ridurre la dipendenza del Vecchio Continente nei settori del cloud, dei microchip e dell’intelligenza artificiale.
Feltrinelli ha siglato un accordo con Il Saggiatore per acquisire il 30% delle quote dell’editore. L’acquisto, «arricchisce il polo editoriale Feltrinelli di una nuova profondità, grazie allo storico impegno del marchio nel pubblicare libri capaci di offrire analisi approfondite e inedite della società e delle sue trasformazioni in ambiti quali la sociologia, la storia, la scienza, la storia dell’arte e la musica», si legge in un comunicato di Feltrinelli. L’operazione si colloca sulla scia di analoghe acquisizioni che negli ultimi anni hanno permesso a Feltrinelli di ampliarsi: nel 2024 il gruppo ha acquistato il 10% di Adelphi, mentre nel 2025 ha comprato la quota di maggioranza di Codice Edizioni, casa editrice specializzata nella divulgazione scientifica.
Ivana Nikoline Brønlund ha diciotto anni quando, nell’agosto del 2025, partorisce in un ospedale della Groenlandia. Quello che dovrebbe essere il momento del primo contatto si trasforma in un sequestro legalizzato: un’ora dopo il parto le autorità danesi le sottraggono la figlia. La motivazione tecnica, gelida, burocratica, parla di espressioni facciali “non conformi ai codici sociali danesi”. Il paradosso burocratico raggiunge vette kafkiane quando si scopre che il test di competenza genitoriale utilizzato per giustificare l’allontanamento era già stato dichiarato illegale e discriminatorio t...
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Il Consiglio regionale lombardo vede nell’intelligenza artificiale e nel cloud un futuro ineluttabile, un destino che richiede adeguate infrastrutture per essere alimentato. In questa prospettiva, la Regione vuole mantenere la sua posizione d’avanguardia approvando un progetto di legge pensato per regolamentare e incentivare l’apertura dei data center, al fine di “governare la trasformazione digitale, anziché subirla”. L’idea alla base del PDL 150, presentato nel novembre 2025 dal presidente Attilio Fontana insieme agli assessori Massimo Sertori (Enti locali, Montagna e Risorse energetiche), Gianluca Comazzi (Territorio e Sistemi verdi), Giorgio Maione (Ambiente e Clima) e Guido Guidesi (Sviluppo economico), è quella di orientare la naturale evoluzione del mercato, ovvero di assicurare che i futuri poli di calcolo per l’intelligenza artificiale sorgano in aree dismesse da riqualificare e che adottino soluzioni tecnologiche a basso impatto ambientale. Le imprese possono comunque scegliere di costruire in aree diverse da quelle individuate come prioritarie dalla Regione, a condizione che versino un contributo di costruzione maggiorato del 50%, il quale é formalmente destinato a interventi di riqualificazione urbana e territoriale, nonché al ripristino dei servizi ecosistemici, nel tentativo di compensare il consumo di nuovo suolo.Basta scorrere il documento per capire che, più che contenere misure volte a frenare gli aspetti più controversi e distruttivi della diffusione dei data center, il progetto di legge concentra le proprie finalità sull’attrazione di investimenti nel settore digitale. I testi non parlano di vietare comportamenti dannosi, bensì di disincentivarne la nascita, così da evitare che le aziende del comparto creino disagi alle comunità locali attraverso incentivi mirati alla sostenibilità e alla responsabilità territoriale. Si tratta di un’integrazione di carattere vernacolare, i cui criteri di selezione saranno semplificati e focalizzati sulla Regione, la quale assume così un ruolo centrale nel governo dello sviluppo tecnologico.Sotto la voce “Misure per l’accelerazione dei procedimenti autorizzatori”, la giunta Fontana si impegna a semplificare l’ottenimento dell’autorizzazione unica ambientale (AUA) – di competenza provinciale – e dell’autorizzazione integrata ambientale (AIA), il cui rilascio è stato trasferito alla Regione Lombardia, almeno per quanto riguarda i centri dati. Il provvedimento favorisce progetti che utilizzano energia da fonti rinnovabili, recuperano il calore residuo dei data center per alimentare sistemi di teleriscaldamento e escludono l’impiego di acqua proveniente dagli acquedotti pubblici per il raffreddamento dei processori, dando priorità invece risorse idriche non qualificate o tecnologie a basso impatto ambientale. Per supervisionare l’intera questione, viene istituita una task force regionale incaricata di monitorare tutti i data center, inclusi quelli già operativi. Per avere un panorama dell’impegno previsto, secondo le stime, la Lombardia ospita oltre sessanta infrastrutture, tra quelle attive e in fase di approvazione, di cui trentatré nella sola città di Milano. Questa cabina di regia sarà dunque presieduta dal Presidente della Giunta regionale o da un assessore delegato, e comprenderà rappresentanti della Regione, di ANCI Lombardia, di UPL, di ARPA, di ERSAF, delle università e degli enti gestori delle reti elettriche. I soggetti che si presteranno a questo oneroso compito lo faranno in via del tutto gratuita, senza pesare sulle casse dell’Amministrazione.
La crisi all’interno del Partito Socialista spagnolo (PSOE) sembra aver raggiunto un punto di non ritorno. Nella mattinata di mercoledì 27 maggio gli agenti dell’Unità Centrale Operativa (UCO) della Guardia Civile hanno fatto irruzione all’interno della sede del partito del premier Pedro Sanchez, con l’obiettivo di reperire informazioni riguardanti il caso Leire Diez, ex dirigente socialista accusata di raccogliere, per conto del partito di governo, dati sensibili sulla figura di Antonio Balas, capo del dipartimento di Delinquenza Economica della UCO. In seguito all’ultima operazione della Guardia Civil, il giudice della Audiencia Nacional Santiago Pedraz ha imputato l’ex segretario organizzativo del partito Santos Cerdán, l’ex presidente della Giunta andalusa Gaspar Zarrías e la gerente del PSOE Ana María Fuentes.
Quest’ultima notizia si somma agli scandali a ripetizione che stanno colpendo il PSOE colpendo direttamente la figura di Sanchez, il quale, si vede costretto a porsi sulla difensiva, stretto tra pessimi sondaggi e le richieste di dimissioni da parte dell’opposizione. Appena una settima fa un altro capo storico del partito, l’ex premier José Zapatero, è finito nell’occhio del ciclone in seguito alle investigazioni che lo vedrebbero al centro di traffico di influenze e riciclaggio di denaro.
Zapatero è il primo ex capo del governo della storia spagnola a finire sul banco degli imputati, nonostante siano ampiamente documentate le responsabilità di altri ex presidenti come Felipe González, strettamente legato al terrorismo di statodurante gli anni della lotta armata di ETA, del traffico di tangenti e della contabilità parallela avvenuta tra le fila del Partito Popolare sotto la presidenza di Jose María Aznar o dello spionaggio illegale orchestrato dall’ex presidente Mariano Rajoy. Il caso Zapatero si aggiunge agli altri che hanno colpito esponenti anche molto vicini a Sanchez nel recente passato, inclusi alcuni sui stretti familiari. Tra questi la moglie, Begona Gomez, accusata di aver usato la propria influenza per ottenere sponsor per un corso di laurea magistrale universitario da lei diretto, e il fratello, David Sanchez, sotto indagine per i reati di traffico di influenze, abuso d’ufficio e malversazione.
Il procedimento contro Zapatero risalirebbe al salvataggio avvenuto nel 2021 della compagnia aerea Plus Ultra, quando il governo spagnolo, già presieduto da Pedro Sanchez, approvò il prestito di 53 milioni di euro alla compagnia, attraverso un fondo creato per sostenere le aziende che riscontrarono difficoltà in seguito alla crisi pandemica. Nonostante lo scandalo mediatico sia esploso negli scorsi giorni, le indagini hanno avuto inizio già nell’estate del 2024, in seguito alle richieste avanzate da Svizzera e Francia riguardanti il presunto riciclaggio di denaro proveniente dal Venezuela. Le richieste di verifica hanno portato la Fiscalía Anticorrupción e la Unidad de Delincuencia Económica y Fiscal (UDEF) a porre la denuncia nei confronti dell’ex premier. A desecretare il caso e portarlo così alla stampa è stato il giudice José Luis Calama che, secondo le indagini, assicura «l’esistenza di indizi che fanno pensare all’esistenza di una trama organizzata di traffico di influenze rappresentata da Zapatero». Secondo il giudice, l’ex premier «avrebbe fatto uso della propria capacità di accesso ad alte cariche amministrative e di contatti personali al servizio degli interessi di terzi».
José Luis Rodriguez Zapatero, presidente del governo spagnolo dal 2004 al 2011 [foto di Bianca Mari]
È necessario sottolineare che i documenti del fascicolo non includono al momento alcuna prova diretta dell’influenza esercitata da Zapatero nel salvataggio della compagnia, il versamento di milioni di euro compiuti nell’arco di cinque anni da Plus Ultra a favore dell’amico personale dell’ex premier Julio Martínez complica la questione. Inoltre, alcune consulenze avanzate dalla società di Martinez all’agenzia di marketing Whathefav, di proprietà delle figlie di Zapatero, avrebbero portato al versamento di più di 700.000 euro tra il 2020 e il 2025. Secondo gli inquirenti, la società delle sorelle Laura e Alba Zapatero avrebbe avuto il fine di mascherare i pagamenti derivati dal traffico di influenze, tra i quali spicca il versamento di 20.000 euro da parte dell’imprenditore venezuelano Danilo Diazgranados. I diari di Julio Martínez secondo la polizia dimostrerebbero il possibile coinvolgimento dell’uomo in decisioni strategiche riguardanti il rilascio di prigionieri e affari legati al petrolio nel paese latinoamericano.
José Zapatero si difende e sottolinea l’assenza di prove dirette. A lui fa coda il presidente spagnolo Pedro Sanchez, che, da Roma, afferma: «collaborazione con la giustizia, tutto il rispetto a la presunzione d’innocenza del signor Zapatero e tutto il mio appoggio al presidente Zapatero». Non celano la delusione, invece, alcuni militati del PSOE, specialmente i più critici con la presidenza Sanchez, mentre alcuni tra gli alleati del governo non nascondono i propri dubbi in merito al caso. Il portavoce del partito alleato Esquerra Republicana Gabriel Rufían ha affermato dalle tribune del Congresso dei Deputati: «se tutto questo è vero, è una merda. Se questo invece è una farsa, è una merda ancora più grande che abbiamo già visto molte volte». All’attacco invece l’opposizione, il Partito Popolare chiede, come di consueto, le dimissioni di Sanchez, mentre il partito di destra nazionalista VOX vede il caso come «la punta dell’iceberg di un’enorme trama di corruzione».
In attesa delle dichiarazioni da imputato di Zapatero, che avranno luogo il 17 e il 18 di giugno, la situazione per Pedro Sanchez si complica ulteriormente così come lo spettro di vedersi costretto ad andare ad elezioni anticipate. Così, il capo del governo spagnolo, continua a vivere il paradosso di essere un politico molto popolare all’estero, soprattutto grazie alla sua linea coraggiosa contro Israele e contro il riarmo, quanto impopolare e apparentemente destinato a una ineluttabile sconfitta alle prossime elezioni in patria.
La crescita delle energie rinnovabili in Italia procede, ma secondo il rapporto Italia Rinnovabile di Legambiente il Paese resta in forte ritardo sugli obiettivi fissati per il 2030. A fine marzo 2026 è stato raggiunto appena il 33,2% del traguardo previsto, mentre mancano ancora oltre 53 mila megawatt di nuova potenza da installare. Il fotovoltaico ha superato per la prima volta l’idroelettrico arrivando a 44.878 MW e coprendo il 14,2% dei consumi elettrici. Legambiente critica il sostegno del governo alle fonti fossili e chiede procedure più rapide e investimenti per le rinnovabili.
Non più solo nell’area UNESCO del centro storico: a Firenze è in discussione l’ampliamento dello stop alle nuove locazioni turistiche brevi anche nel resto della città. La proposta di delibera è stata approvata dalla giunta e dovrà ora passare al vaglio della commissione consiliare e del Consiglio comunale. L’estensione è prevista in nove zone: Campo di Marte, San Jacopino, Gavinana, Statuto, Rifredi, Libertà, Savonarola, Bronzino e l’area di San Frediano-Pignoncino, per un totale di oltre 67 mila abitazioni interessate. Per la sindaca, Sara Funaro, l’obiettivo è «tutelare la residenzialità e garantire un equilibrio sostenibile tra turismo e vita quotidiana dei cittadini».
La delibera individua le zone nelle quali intervenire a seguito dei risultati di una ricerca del MEMOTEF (Dipartimento di Metodi e Modelli per l’Economia, il Territorio e la Finanza) dell’Università La Sapienza, relativa alle aree urbane. Secondo i risultati, il rischio è infatti che, con le restrizioni applicate al centro (più che giustificate, secondo il Comune, in quanto la pressione sui residenti stava diventando insostenibile), gli affitti si spostino nell’area della prima cintura (zone A3-A4), ovvero quella interessata dalle nuove restrizioni. «I dati emersi confermano come il fenomeno delle locazioni turistiche brevi sia in continua evoluzione e che per questo motivo risulti indispensabile aggiornare criteri e limiti presenti nel Regolamento per preservare l’identità cittadina» ha dichiarato l’assessore allo Sviluppo economico e al Turismo, Jacopo Vicini.
La Toscana è in assoluto la prima Regione italiana ad approvare una legge che regolamenta gli affitti brevi. Con il Testo Unico del Turismo, approvato nel dicembre 2024, si è infatti dato il via a specifiche misure per tutelare la città dal turismo di massa. Secondo i dati del Centro Studi Turistici, nel 2025 le strutture ricettive fiorentine hanno registrato un aumento di oltre il 10% dell’affluenza, con oltre 4,7 milioni di arrivi e 11,5 milioni di presenze. Oltre la metà dei turisti hanno scelto di soggiornare in locazioni turistiche, aumentate di oltre seicento unità nell’ultimo anno. Per quanto riguarda AirBnb, dai 10.867 annunci del 2023 si è passati ai 12.211 del 2026, l’85% dei quali nel centro della città.
Nel marzo 2025, era stata la stessa presidente del Consiglio Giorgia Meloni ad impugnare il provvedimento (ricorso poi respinto dalla Corte Costituzionale), sostenendo che la normativa sia «in contrasto con la normativa statale ed europea in materia di libertà di impresa, concorrenza, ordinamento civile e penale, tutela del patrimonio culturale e professioni». Appena una decina di giorni fa, il TAR della Toscana ha respinto 19 ricorsi presentati contro il regolamento, stabilendo la legittimità della limitazione alla libertà d’impresa a fronte della necessaria tutela tanto del patrimonio storico quanto dell’ambiente urbano e degli equilibri sociali. «Speriamo che Firenze possa fare da apripista anche per altre città – ha dichiarato la sindaca – noi siamo riusciti a intervenire grazie a una legge regionale mentre manca ancora un intervento nazionale. Per questo continueremo a chiedere al Governo un quadro normativo nazionale che consenta alle città di affrontare in modo efficace il tema degli affitti brevi».
Il Parlamento ungherese ha annullato l’uscita di Budapest dalla Corte Penale Internazionale. I voti a favore sono stati 133, 37 i contrari e 5 gli astenuti. La legge per il ritiro dalla CPI era stata varata dall’ex premier Viktor Orban, in seguito all’emanazione del mandato di arresto internazionale contro il primo ministro israeliano Netanyahu. Il voto arriva dopo l’elezione del nuovo premier Petr Magyar, più allineato alle posizioni dell’UE; la legge avrebbe dovuto entrare in vigore il 2 giugno, dopo un iter durato un anno.
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