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Milano, la deputata Michela Brambilla è indagata per false fatturazioni

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La deputata di Michela Vittoria Brambilla è indagata dalla Procura di Milano per presunte false fatturazioni legate al programma televisivo “Dalla parte degli animali”. L’inchiesta, nata anche da alcune puntate di Report, riguarda un meccanismo di sponsorizzazioni da circa un milione e mezzo di euro versati dall’Ente Nazionale della Cinofilia Italiana. Secondo l’accusa, gran parte del denaro destinato alla produzione sarebbe stata girata alla parlamentare come compenso occulto per la conduzione. Indagati anche il presidente dell’Enci, Espedito Massimo Muto, e gli amministratori di tre società di produzione televisiva. Perquisizioni tra Milano, Torino e Roma.

Nella provincia dell’Alberta tornano a soffiare i venti di secessione dal Canada

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La questione della secessione dell’Alberta dal resto della federazione canadese ha subito una drastica e improvvisa accelerazione. La premier provinciale, Danielle Smith, ha infatti annunciato la convocazione di una consultazione fissata per il prossimo 19 ottobre 2026. Ai cittadini verrà chiesto se desiderano rimanere nel Paese o dare mandato al governo locale per avviare l’iter legale propedeutico a un voto vincolante sulla separazione. Questa mossa politica rappresenta un palese tentativo di Smith di placare l’ala più radicale e populista del suo partito, lo United Conservative Party (UCP), che preme da tempo per una rottura istituzionale con Ottawa. Ciononostante, la premier tifa per rimanere nella federazione: ha infatti precisato che, personalmente, farà campagna per il “no”, caldeggiando lo scenario di un’Alberta fortemente autonoma ma inserita in un Canada unito.

Si tratterebbe, dunque, di una mossa tutta interna al partito, per accontentare l’ala radicale e blindare le posizioni. Il cammino verso l’indipendenza formale, che dovrà quindi passare per due votazioni, della provincia più ricca di petrolio del Canada, si scontra con ostacoli costituzionali e giuridici di enorme portata. Di recente, la giudice Shaina Leonard ha respinto una petizione separatista a causa del mancato rispetto dell’obbligo fondamentale di consultare le Prime Nazioni. Gli storici trattati stipulati originariamente con le comunità native (tra cui i Trattati 7 e 8) costituiscono uno scoglio legale quasi insormontabile. Esperti e giuristi hanno chiarito a più riprese che i diritti territoriali delle nazioni indigene godono di una speciale tutela costituzionale e non possono in alcun modo essere modificati o cancellati unilateralmente dal governo provinciale. Qualsiasi tentativo di alterare questo quadro richiederebbe anni di negoziati estremamente complessi e dall’esito tutt’altro che scontato, bloccando di fatto le velleità di una transizione rapida.

Sul fronte della politica federale, il primo ministro Mark Carney ha cercato di disinnescare la crisi definendo l’Alberta una componente essenziale e strategica per l’intera nazione. Per mitigare i malumori di matrice economica e le storiche rivendicazioni regionali, il governo di Ottawa ha promesso la massima cooperazione per la realizzazione di un nuovo oleodotto diretto verso la costa del Pacifico, capace di trasportare fino a un milione di barili di greggio al giorno. Al contempo, il tema ha tenuto banco al vertice dei premier dell’Ovest tenutosi a Kananaskis pochi giorni fa. Leader provinciali di primo piano, come David Eby (Columbia Britannica) e Wab Kinew (Manitoba), hanno espresso profonda preoccupazione per le spinte centrifughe dell’Alberta, giudicate una minaccia alla tenuta democratica e alla coesione del Paese, ribadendo la centralità assoluta dell’unità nazionale.

Ciò che rende lo scenario ancora più inquietante è la pesante dimensione internazionale che la crisi ha assunto negli ultimi mesi. Oltre alle dispute interne sul modello federale, è emersa con forza la questione delle ingerenze politiche e dei flussi finanziari provenienti dagli Stati Uniti.

Già da gennaio, come pubblicato dal Financial Times, si parla dei contatti tra l’Alberta Prosperity Project (APP), il gruppo che spinge per la secessione, e alti funzionari a Washington. Durante tali incontri, l’APP ha avanzato la richiesta formale al Tesoro USA di una linea di credito da 500 miliardi di dollari per sostenere finanziariamente la nascita del nuovo Stato, scatenando l’ira dei leader canadesi che hanno gridato al “tradimento”. Il movimento gode inoltre del supporto di figure vicine alla Casa Bianca come Steve Bannon e il Segretario al Tesoro, Scott Bessent, il quale ha definito gli abitanti dell’Alberta “alleati naturali”, alimentando speculazioni su una futura annessione come 51° Stato americano o come Stato indipendente ma sotto protettorato USA. Tali dinamiche dimostrano che il voto di ottobre non sarà una semplice consultazione interna, bensì un passaggio cruciale influenzato da pesanti interessi geopolitici, in quello che è uno dei peggiori momenti nella storia delle relazioni tra Canada e Stati Uniti.

La prospettiva di una rottura istituzionale non è però un fulmine a ciel sereno, ma rappresenta l’esito di una profonda frattura storica nota nel dibattito politico nordamericano come “alienazione dell’Ovest”. Le radici di questo radicato risentimento risalgono al XIX secolo ma è in particolar modo dagli anni Ottanta del secolo scorso che acquisisce una connotazione separatista e conservatrice. Nel 1980, il governo federale a guida liberale presieduto da Pierre Elliott Trudeau varò il controverso National Energy Program (NEP). Questo stringente piano impose improvvisi controlli federali sui prezzi del petrolio e introdusse nuove gravose tasse mirate sulle risorse naturali estratte. Per l’Alberta, la manovra era un vero e proprio “saccheggio” legalizzato da parte del governo federale. Si trattò di una tassazione vissuta come punitiva, in cui la ricchezza locale veniva sistematicamente drenata per finanziare il welfare del Canada centrale, privilegiando apertamente i bacini elettorali di Ontario e Québec. Da quel momento, il mito fondativo di un’espropriazione indebita ha continuato ad alimentare sotto traccia il separatismo, fino ad arrivare a questi giorni.

Libano, bombardamenti israeliani su Beirut

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L’aviazione israeliana è tornata a bombardare Beirut, dopo tre settimane dall’ultima volta. Colpita la zona di Shuwayfat, a sud della capitale. Nel frattempo va avanti l’invasione terrestre nel Libano meridionale. Tra Sidone, Zahrani e Tiro, i bombardamenti israeliani hanno ucciso nelle scorse ore almeno 12 persone, tra cui diversi bambini. Hezbollah risponde con droni e missili sulle postazioni militari israeliane e sui villaggi al confine.

Diritto all’oblio: come far rimuovere i contenuti indesiderati dal web

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Hai trovato la donna della tua vita, quella che finalmente ti apprezza per quello che sei e che forse, finalmente, ti trascinerà fuori dalla casa in cui vivi con la tua vecchia madre. Però è un’internauta smanettona, e digitando il tuo nome online ha trovato un articolo del Gazzettino di Castrocchio Preturo di 5 anni fa in cui si parla di quella brutta faccenda: la pesante diffamazione in danno della maestra del paese, che ti era costata una denuncia e l’ostracismo della comunità.

Il diritto all’oblio: fondamento normativo e presupposti per il suo esercizio

Ogni individuo ha il diritto di non rimanere esposto a tempo indeterminato a una rappresentazione non più attuale della propria persona, derivante dalla ripubblicazione o dalla continua reperibilità di notizie relative a fatti passati (Tribunale Ordinario Milano, sez. 1, sentenza n. 1647/2023). La sua essenza risiede nella pretesa di impedire che fatti, originariamente e legittimamente pubblicati, possano essere rievocati a distanza di tempo, quando l’interesse pubblico alla loro conoscenza è venuto meno.

Questo diritto trova il suo fondamento normativo nell’articolo 17 del Regolamento UE 2016/679 (GDPR), che lo disciplina come “diritto alla cancellazione”.

L’articolo 17 del GDPR stabilisce che l’interessato ha il diritto di ottenere la cancellazione dei dati personali che lo riguardano quando:

  1. i dati personali non sono più necessari rispetto alle finalità per le quali erano stati raccolti o trattati. Si tratta del caso più comune di diritto all’oblio, in cui il tempo trascorso rende la notizia obsoleta;
  2. l’interessato revoca il consenso su cui si basava il trattamento e non esiste un altro fondamento giuridico per continuare a trattare i dati;
  3. l’interessato formula opposizione al trattamento e non sussiste un motivo legittimo prevalente per proseguire con esso;
  4. i dati personali sono oggetto di trattamento illecito;
  5. esiste un obbligo legale di cancellazione, previsto dal diritto dell’Unione Europea o dello Stato membro;
  6. i dati concernono soggetti minorenni.

Perfetto, il tuo avvocato ti ha appena spiegato che c’è una base legale per ottenere la cancellazione della notizia e (forse) riottenere la stima della tua amata. Ma continua a frullarti in testa quel dubbio atroce: lei ha scoperto il misfatto per colpa di Google o del giornale online del tuo paesello?

Distinzione tra cancellazione e deindicizzazione

Per comprendere come rimuovere contenuti indesiderati dal web, è fondamentale distinguere i due principali rimedi che discendono dal diritto all’oblio:

  1. Diritto alla cancellazione: consiste nella richiesta di rimozione fisica del contenuto dalla sua fonte originaria (ad esempio, la pagina di un sito di notizie). Questa richiesta va indirizzata al titolare del trattamento dei dati, ovvero l’editore del sito web sorgente. La cancellazione elimina il contenuto in modo definitivo dalla rete.
  2. Diritto alla deindicizzazione: consiste nella richiesta di rimuovere il collegamento a una determinata pagina web dall’elenco dei risultati di un motore di ricerca, quando questa viene effettuata a partire dal nome dell’interessato. In questo caso, il contenuto originale rimane online sul sito sorgente, ma la sua reperibilità tramite motori di ricerca viene drasticamente ridotta. La richiesta va rivolta al gestore del motore di ricerca, che agisce come titolare del trattamento per l’attività di indicizzazione (Cass. Civ., Sez. 1, N. 20861 del 21-07-2021).

A questo punto non ti resta che agire per ripristinare il tuo buon nome e lavare quel vecchio oltraggio al tuo onore… Ma come?

La procedura operativa

L’interessato che desidera far rimuovere un contenuto deve:

  1. identificare il titolare del trattamento: l’editore del sito per la cancellazione, il gestore del motore di ricerca per la deindicizzazione;
  2. inviare una richiesta motivata che indichi le URL specifiche da rimuovere e le ragioni giuridiche a sostegno, allegando, se possibile, elementi a supporto (es. prove dell’inesattezza, decorso del tempo, provvedimenti giudiziari favorevoli);
  3. attendere la valutazione del titolare, il quale è tenuto a effettuare le verifiche necessarie, che possono includere un contraddittorio con l’editore del sito sorgente, e a decidere sulla richiesta;
  4. in caso di rigetto o mancata risposta l’interessato può rivolgersi all’Autorità Garante per la protezione dei dati personali con un reclamo o all’autorità giudiziaria per ottenere la cancellazione.

Ora non ti resta che procedere. Scrivere a chi di dovere e lamentare la lesione dei tuoi diritti originata dalla perdurante rintracciabilità della notizia; sottolineare il decorso del tempo e la mancanza d’interesse pubblico alla sua permanenza online. E magari ricordare al responsabile che tutti abbiamo il diritto, e spesso il bisogno, di essere lasciati, come scrisse Ungaretti, «così, come una cosa posata in un angolo e dimenticata».

La priorità legislativa del governo è diventata la nuova legge elettorale

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Manca un anno alla fine della legislatura e il governo accelera sulla riforma del sistema elettorale. Nei mesi scorsi era circolato un primo testo base, sostituito da un nuovo disegno di legge, sempre a firma di Galeazzo Bignami, deputato di Fratelli d’Italia. Ieri, alla Camera, la conferenza dei capigruppo ha calendarizzato la proposta, che arriverà in Aula il 26 giugno per la discussione generale. Le opposizioni hanno parlato di “inaccettabile forzatura”, lamentando la mancata visione del testo prima e durante il confronto nella conferenza dei capigruppo. Il disegno di legge, come ammesso dallo stesso Bignami, è stato depositato soltanto successivamente in commissione Affari costituzionali alla Camera. A differenza della proposta di febbraio, viene soppressa l’ipotesi del ballottaggio tra i due partiti o coalizioni con più voti. Il premio di maggioranza rimane, ma la soglia per accedervi sale al 42% dei consensi. L’obiettivo dichiarato resta lo stesso: blindare la governabilità.

La nuova legge elettorale presentata il 26 febbraio scorso da Bignami non ha superato i malumori interni alla maggioranza, che nei giorni scorsi si è riunita per elaborare degli aggiustamenti. Le iniziali aperture alle opposizioni, su un tema che interessa l’intero arco partitico, sono state rinviate a un momento successivo, preferendo calendarizzare la nuova proposta senza averne presentato il testo. È quanto successo ieri durante la conferenza dei capigruppo alla Camera, dove la maggioranza ha approvato l’iter del Bignami bis, che sarà discusso in Aula il prossimo 26 giugno. Il voto sarà preceduto da audizioni e lavoro in commissione, che dovrà discutere sugli emendamenti e licenziare il testo base. «Siamo aperti a ogni emendamento», ha detto Giovanni Donzelli, responsabile organizzativo di Fratelli d’Italia.

Al momento il testo depositato in commissione Affari costituzionali non risulta ancora disponibile, ma le novità rispetto al precedente disegno di legge sono già trapelate, a partire dalla nuova soglia per ottenere il premio di maggioranza, che passa dal 40% al 42% dei voti. Il partito o la coalizione che vincerà le elezioni, superando tale soglia in entrambi i rami del Parlamento, si aggiudicherà un bonus di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato. Ad ogni modo, la formazione vincitrice non potrà avere più di 220 deputati (precedentemente il tetto era stato fissato a 230) su 400. Allo stesso modo, il massimo dei seggi in Senato sarà pari a 113 su 200, uno in meno rispetto ai 114 previsti dalla prima proposta di legge. Ciò vuol dire che basterà ottenere alle elezioni il 42% dei voti per ritrovarsi in Parlamento, in virtù del premio di maggioranza, col 56% dei seggi.

Il disegno di legge di febbraio prevedeva anche l’inedita ipotesi del ballottaggio, in caso di mancato raggiungimento della soglia del premio di maggioranza da parte delle due formazioni più votate. Con il nuovo testo, l’ipotesi è stata soppressa. Confermate invece l’abolizione dei collegi uninominali, da cui viene eletto soltanto un parlamentare, e l’indicazione del candidato presidente del Consiglio all’interno delle liste, che restano bloccate. Fratelli d’Italia non è infatti riuscito a far cambiare idea agli alleati e a superare lo status quo; gli elettori non potranno esprimere una preferenza per i parlamentari e dovranno attenersi ancora alle scelte dei partiti. Di fronte alla proposta di legge presentata a febbraio, decine di costituzionalisti erano insorti, sia per la volontà del governo di «modificare le regole elettorali quasi alla vigilia del voto» sia per il contenuto della riforma, «con meccanismi quali le liste bloccate e un premio abnorme, che allontanano i cittadini dal voto e dalla partecipazione democratica». Elementi in parte modificati nel Bignami bis ma mantenuti nella sostanza.

Le opposizioni annunciano una battaglia in Parlamento, aggregandosi alla critica dei costituzionalisti su metodo e contenuto, a partire dal mancato confronto preliminare sul testo, nonostante le promesse. Viene chiesto più tempo per studiare la nuova proposta di legge, che secondo l’attuale tabella di marcia dovrebbe avvenire tra meno di un mese. Dal Partito Democratico si punta il dito contro «una maggioranza ossessionata dal tema di cambiare le regole del gioco per paura di perdere le elezioni», come dichiarato dalla deputata Chiara Braga. Secondo le diverse stime emerse negli ultimi mesi, con il nuovo sistema elettorale il centrodestra dovrebbe ottenere decine di seggi in più, sfruttando l’abolizione dei collegi uninominali — che resteranno esclusivamente per il Trentino-Alto Adige, la Valle d’Aosta e la circoscrizione Estero.

Tra suggestioni, proposte di legge e vere e proprie riforme, la questione elettorale fende gli interessi dell’intero arco partitico. Negli ultimi 30 anni, l’Italia ha cambiato quattro volte la legge elettorale, e si avvia verso la quinta modifica, con l’obiettivo di rendere più stabile il sistema politico. La ricerca della “governabilità” ha incontrato lungo la sua strada diversi interventi della Consulta, che a più riprese ha tacciato di incostituzionalità premi di maggioranza e liste bloccate ritenute eccessive e non coerenti con il principio di proporzionalità che permea l’ordinamento italiano. Più che dalla legge elettorale, la governabilità dipende dalla tenuta partitica e dalla omogeneità delle coalizioni. In presenza di un programma e interessi condivisi, che rispecchiano la maggioranza dei votanti, la vita degli esecutivi è resa più semplice. Lo dimostra l’attuale esperienza del governo Meloni, il più longevo della storia repubblicana dopo il Berlusconi II.

L’equilibrio tra rappresentanza e governabilità è uno dei pilastri delle democrazie liberali. Ci sono Paesi, come il Belgio, rimasti di recente per più di un anno senza governo. Non si è gridato allo scandalo perché era una situazione possibile e coerente con il sistema politico, dove evidentemente gli interessi popolari non coincidevano con gli equilibri partitici e ne richiedevano un riassetto, senza stravolgere le regole del gioco.

Temu: multa da 200 milioni di euro dall’UE

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Il colosso cinese del commercio online Temu è stato sanzionato dall’Unione europea con una multa da 200 milioni di euro. La sanzione è stata inflitta ai sensi della legge sui servizi digitali (DSA), per non aver identificato e valutato diligentemente i rischi sistemici derivanti dalla messa in vendita di prodotti illegali, finiti nel mercato europeo. Temu avrà tempo fino al 28 agosto per rimediare alla violazione degli obblighi contestata ed evitare ulteriori ritorsioni economiche.

Nella riviera romagnola vogliono usare i polpi per combattere il granchio blu

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Contrastare la proliferazione del granchio blu nel mare Adriatico favorendo, in laboratorio, la riproduzione di un suo predatore naturale. Uno dei più letali: l’Octopus vulgaris, meglio conosciuto come polpo. È questa l’idea che ha preso forma nei laboratori della sede di Cesenatico dell’Università di Bologna, dove un team di ricercatori del dipartimento di scienze veterinarie sta costruendo una strategia di contenimento biologico contro il granchio blu: una specie invasiva che ha smesso da tempo di essere soltanto un’emergenza ecologica, diventando un fattore di destabilizzazione economica per l’intero sistema produttivo costiero.

Un invasore senza rivali

Originario delle coste atlantiche americane, il granchio blu ha raggiunto il Mediterraneo attraverso le acque di zavorra delle navi cargo, trovando in questi mari un ambiente straordinariamente favorevole: clima mite, scarsa competizione e una formidabile capacità riproduttiva. A partire dal 2023 la sua presenza ha assunto proporzioni che non lasciano spazio all’ottimismo.

Nelle aree lagunari e alle foci dei fiumi, in particolare alla Sacca di Goro, nel Ferrarese, e nel Delta del Po, ha praticamente azzerato la produzione di vongole e mitili, colpendo al cuore un’economia che su quei molluschi si fondava interamente. Basti pensare che fino a pochi anni fa quella zona soddisfaceva il 90% del fabbisogno di vongole veraci dell’intera Unione Europea. Le sue robuste chele distruggono reti e nasse, gonfiando i costi dei pescatori e riducendo drasticamente i raccolti. E in modo più silenzioso ma altrettanto devastante, la sua voracità sta alterando l’intera catena alimentare costiera, a danno di specie ittiche autoctone e della biodiversità nel suo complesso. Il motivo è semplice: ha trovato un mare privo di predatori naturali. Ed è proprio qui che entra in gioco l’idea di usare il polpo.

La scelta del polpo

Il coordinatore del progetto OctoBlu è il professor Oliviero Mordenti che lavora al centro universitario di produzioni ittiche di Cesenatico. Mordenti ha spiegato a L’Indipendente come la preferenza alimentare del polpo verso i crostacei non fosse un’ipotesi di partenza, ma una constatazione diretta: «Abbiamo scoperto che i polpi sono ghiotti di granchi blu. Se tu gli fornisci una rosa di alimenti tra cui scegliere, lui va sempre sul crostaceo». Una predisposizione tanto marcata da diventare un dato scientifico, recentemente confermato da uno studio che colloca il polpo tra i nemici numero uno del granchio blu — insieme allo squalo blu, alle anguille e ai branzini striati, rispetto ai quali tuttavia il polpo risulta di gran lunga il più vorace ed efficace.

Il prof. Oliviero Mordenti nel suo laboratorio

La differenza di taglia non è un ostacolo. I test in laboratorio hanno dimostrato che un esemplare da 500 grammi è perfettamente in grado di attaccare e neutralizzare un granchio di dimensioni analoghe. Il metabolismo fa il resto: una femmina di tre chili consuma ogni giorno una quantità di cibo pari al 10% del proprio peso corporeo, una pressione predatoria tutt’altro che trascurabile. C’è poi un ulteriore elemento: una femmina che si nutre prevalentemente di crostacei arriva a raddoppiare la propria produzione di uova, rafforzando le prospettive di sopravvivenza della specie in natura e, con esse, l’efficacia dell’intera strategia.

Non meno rilevante, sottolinea Mordenti, è il profilo ecologico del predatore scelto: «Il polpo è una specie autoctona del Mediterraneo e dell’Adriatico. Ripopolarlo non introduce alcun elemento estraneo all’ecosistema: lo rafforza, restituendogli un equilibrio che esisteva già in natura e che l’invasione del granchio blu ha alterato. È una soluzione che non crea nuovi problemi, ma risolve quelli esistenti».

Tane artificiali e parallarve in libertà

Il piano operativo non prevede il rilascio di esemplari adulti, bensì la liberazione massiva di stadi giovanili: le cosiddette parallarve. «Una femmina è in grado di produrre fino a 700.000 piccoli», sottolinea Mordenti. Ma prima di immetterli in mare, il team ha dovuto risolvere un problema di habitat: il polpo ha bisogno di rocce e anfratti dove nascondersi, strutture che i fondali sabbiosi dell’Adriatico settentrionale non sempre offrono. La soluzione è stata costruire tane artificiali, realizzate perlopiù con mattoni, che i cozzari di Cesenatico si occuperanno di collocare sul fondo del mare, diventando così la prima casa dei piccoli polpi alla loro uscita dal laboratorio.
Con un finanziamento di circa 130.000 euro stanziato dalla Regione Emilia-Romagna nell’ambito del Fondo europeo per gli affari marittimi, la pesca e l’acquacoltura (Feampa), la prima sperimentazione è partita davanti a Riccione, dove esistono già strutture sommerse predisposte anni fa dalla Regione. «Se i risultati saranno positivi — annuncia Mordenti — siamo pronti ad ampliare il progetto anche a Cesenatico e nel Ravennate». Resterà invece escluso per ora il cuore del Ferrarese, paradossalmente tra le zone più colpite dall’emergenza. La ragione è strettamente ambientale: i forti sbalzi di temperatura e di salinità che caratterizzano quelle acque rendono l’habitat incompatibile con la sopravvivenza del polpo.

Verso Lubiana e oltre

Il progetto guarda anche oltre i confini nazionali. A giugno il team di Mordenti sarà a Lubiana per il convegno europeo dedicato all’acquacoltura, dove presenterà la ricerca e si confronterà con colleghi da tutta Europa. Un passaggio che potrebbe aprire la strada a una collaborazione continentale su una problematica che, con sfumature diverse, riguarda molti mari europei. L’obiettivo finale rimane ambizioso ma concreto: un ripopolamento sistematico del polpo lungo l’intera costa adriatica, capace di contribuire in modo del tutto naturale al contenimento di una specie che ha messo in ginocchio un’economia secolare e minaccia l’equilibrio di uno dei mari più produttivi d’Europa.

Oggi in tutta Italia ci sono mobilitazioni contro l’assedio americano a Cuba

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A Cuba è in corso l’allerta rossa. Gli Stati Uniti strangolano lo Stato insulare e preparano il terreno per un’invasione. Cosa si può fare qui in Italia per opporsi a questa odiosa e gratuita aggressione? Risponde l’Associazione nazionale di amicizia Italia Cuba: far vedere al Presidente Trump e allo stesso popolo cubano, con manifestazioni e raccolte di firme, che Cuba non è sola.

Mentre la macchina della propaganda statunitense sta dipingendo Cuba – Paese assolutamente pacifico da lungo tempo – come una minaccia, una task force USA con portaerei nucleare si è posizionata a distanza di tiro. O di raid (e rapimento) come in Veneznela. Inoltre, alle sanzioni debilitanti già in vigore, gli USA hanno aggiunto, lo scorso gennaio, un blocco energetico per portare la popolazione cubana allo stremo – e, quindi, alla resa. Il blocco causa blackout nazionali e, con ciò, il fermo delle attività produttive e la conseguente penuria di beni, il collasso delle strutture sanitarie e, di riflesso, l’aumento della mortalità infantile. Tutto ciò viene poi presentato come prova del fallimento del governo socialista e della necessità di un regime change neoliberale, manu militari se necessario.

Così, l’associazione ha promosso per la giornata di oggi, 28 maggio, una serie di presidi in tutta l’Italia, organizzati dai suoi circoli locali con l’appoggio del CSIC (Centro Studi Italia Cuba) e di formazioni come Cambiare Rotta, OSA, la Rete dei Comunisti, ANPPIA, il sindacato USB ed altre realtà. Tutti i presidi avranno la stessa parola d’ordine: ¡CUBA NO ESTÁ SOLA!

A Roma il punto di aggregazione sarà piazza dei Cinquecento (ribattezzata piazza Gaza) alle ore 18; i manifestanti raggiungeranno poi via Vittorio Veneto 121 per indire un presidio davanti all’ambasciata statunitense.
Il presidio milanese si terrà invece alle ore 17.30 davanti al Consolato USA in Largo Donegani – M3. A Bergamo alla stessa ora, si terrà un presidio davanti alla Prefettura in via T. Tasso 8. A Torino l’appuntamento è per le ore 18.30 in Piazza Castello.

A Genova il presidio si terrà in largo Eros Lanfranco alle ore 18 mentre a Pisa, alla stessa ora, i manifestanti si riuniranno in piazza XX settembre, ribattezzata anch’essa piazza Gaza. A Empoli, invece, il presidio si terrà alle 18.30 in Piazza della Vittoria. Infine a Catanzaro, il presidio si terrà in piazza Galluppi, adiacente alla Prefettura, alle ore 18.

In quanto alla raccolta di firme, il CTC (Central de Trabajadores de Cuba), la federazione sindacale cubana, lancia un appello alle persone di buona volontà in tutto il mondo affinché si uniscano alla campagna Cuba non è sola e firmino una petizione globale per la pace e per la solidarietà con il popolo cubano. Ma soprattutto, il CTC chiede di raccogliere firme sui loro moduli (da stampare). Questa iniziativa è particolarmente importante perché il gesto di firmare un foglio crea un coinvolgimento maggiore rispetto al semplice clic su una pagina web. Inoltre, il contatto diretto con una persona che difende la sovranità di Cuba raccogliendo firme, risulta molto più efficace delle calunnie anticubane che si leggono sui mass media. Le firme raccolte, anche se sono poche, vanno inviate in una busta all’Ambasciata di Cuba, Via Licinia 7, 00153 Roma.

La campagna Cuba non è sola ha due obiettivi: in primo luogo, come si è detto, quello di mostrare al popolo cubano che, di fatto, non è solo e ciò lo aiuterà a sopportare le difficoltà causate dalle sanzioni e dal blocco statunitensi. In secondo luogo, la campagna vuole far prendere coscienza al maggior numero possibile di persone che gli Stati Uniti stanno strozzando Cuba e potrebbero invaderla. Ciò faciliterà poi l’organizzazione futura di grandi manifestazioni a favore di Cuba come quelle pro-Palestina che hanno avuto tanto impatto.

Manifestazioni imponenti pro-Cuba, infatti, invierebbero un chiaro messaggio a Trump: continuare ad aggredire lo Stato caraibico ti costerà. E ti costerà caro. Perché con ogni aggressione a stelle-e-strisce contro uno Stato sovrano come Cuba, il mondo si allontana sempre di più dagli USA. E nel nuovo ordine mondiale che via via viene costruito di conseguenza, gli Stati Uniti, isolati, rischiano di avere in mano soltanto le briciole.

Attacchi incrociati tra USA e Iran

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Gli Stati Uniti d’America hanno attaccato una base militare iraniana situata presso Bandar Abbas, città che affaccia sullo Stretto di Hormuz. Gli USA hanno affermato di avere abbattuto droni iraniani che «minacciavano l’area» e di avere successivamente colpito la base di Bandar Abbas, da cui sarebbero partiti i droni. In risposta, le Guardie Rivoluzionarie hanno preso di mira la base aerea statunitense da cui sarebbe stato lanciato l’attacco, senza specificare di quale avamposto militare si tratti. Gli attacchi di oggi si collocano sulla scia di una graduale crescita delle tensioni, e seguono analoghi episodi verificatisi ieri, quando gli USA hanno attaccato l’area meridionale dell’Iran.

Bruxelles accelera per l’ingresso dell’Ucraina in Europa

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Con il cambio di governo in Ungheria, l’Unione Europea sta provando a premere sull’acceleratore per fare entrare l’Ucraina nel blocco. A consolidare quanto già nell’aria da tempo sono le indiscrezioni pubblicate dal portale europeo Euractiv, che menzionando un funzionario anonimo ha affermato che la Commissione intenderebbe aprire il primo capitolo negoziale sull’adesione di Kiev il prossimo 16 giugno. L’incontro precederebbe di due giorni una riunione del Consiglio a cui l’esecutivo europeo avanzerebbe formalmente la proposta. La rivelazione di Euractiv segue di qualche giorno una proposta del cancelliere tedesco Merz – male accolta da Zelensky – che ha ipotizzato la creazione di uno status ad hoc per l’Ucraina per accelerare il processo di adesione di Kiev all’Unione. Intanto, in Italia l’indiscrezione è arrivata nelle sale di palazzo Chigi, dividendo il governo: la Lega ha diffuso una nota per esprimere la propria posizione «assolutamente contraria» all’iniziativa, mentre Tajani ha appoggiato l’ipotesi rilanciando anche la candidatura dei Balcani.

Fino a ora il processo di adesione dell’Ucraina all’Unione Europea è stato bloccato prevalentemente dal veto dell’Ungheria. Con l’arrivo di Péter Magyar al governo, che ha spodestato Orbán dal ruolo di primo ministro dopo sedici anni, le cose potrebbero cambiare: Magyar ha posizioni generalmente più allineate a quelle europee e sta avendo un approccio più misurato con l’Ucraina; il nuovo premier ungherese non appoggia direttamente l’adesione di Kiev all’UE, ma secondo le fonti di Euractiv sarebbe orientato a barattare il sollevamento del proprio veto sulla questione per ricevere in cambio uno sblocco dei fondi europei destinati al Paese, congelati a causa delle violazioni del diritto comunitario durante l’era Orbán. Ad aprile, ricorda il portale di informazione, era stata la stessa Commissaria per l’Allargamento, Marta Kos, ad affermare che si sarebbe aspettata l’avvio dei negoziati dopo il completamento della transizione di governo in Ungheria, auspicando che il processo venisse inaugurato prima della fine della presidenza cipriota dell’Unione, in scadenza al termine del prossimo mese.

Nell’ultimo periodo, il tema dell’adesione dell’Ucraina al blocco è emerso in varie occasioni, e sono state discusse le possibili modalità per accelerarne il processo. La scorsa settimana, Merz ha inviato una lettera alle maggiori istituzioni dell’Unione Europea per proporre di candidare l’Ucraina come “membro associatodell’UE; la richiesta era inedita, tanto quanto lo stesso status ipotizzato dal cancelliere per Kiev: non esiste infatti la possibilità di entrare a fare parte dell’Unione come “associato”, ma Merz immaginava la creazione di una posizione apposita per l’Ucraina con lo scopo di velocizzare la sua entrata nell’Unione. Lo stato di membro associato garantirebbe a Kiev di eleggere parlamentari, partecipare a riunioni e beneficiare di parte del bilancio dell’UE, senza tuttavia consentirle diritto di voto; qualche giorno dopo, Zelensky ha bocciato l’iniziativa rilanciando l’avvio di un percorso di piena adesione. Un’altra ipotesi emersa era quella di fare aderire Kiev allo Spazio economico europeo come trampolino di lancio per la piena adesione all’UE.

In ogni caso, il processo di adesione diretta all’Unione Europea che verrebbe aperto il prossimo 16 giugno prevede un percorso a sei passi, detti “cluster”. L’apertura di ciascun capitolo richiede l’approvazione unanime di tutti i 27 governi dell’UE e il diritto di veto può bloccare i negoziati se si ritiene che i Paesi candidati stiano regredendo sulle riforme; il primo cluster riguarda proprio l’adeguamento ai pilastri democratici, economici e istituzionali essenziali dell’UE. Secondo la fonte di Euractiv, i cinque capitoli successivi verrebbero aperti a luglio.

L’indiscrezione di Euractiv si è diffusa rapidamente tanto in Europa quanto in Italia, dove la ricezione da parte dei membri del governo è stata contrastante: il primo partito a esporsi sul tema è stata la Lega, che ha rilasciato una nota in cui boccia senza mezzi termini l’iniziativa: «La Lega è assolutamente contraria ad ogni ipotesi di adesione dell’Ucraina all’Unione Europea. Oltre a non avere i requisiti necessari, che altri Paesi hanno o stanno per ottenere dopo anni di lavoro, Kiev nell’UE rappresenterebbe un danno economico e sociale di enormi proporzioni», si legge nella nota. Alla chiusura totale di Salvini, è arrivata la cauta apertura di Tajani, che ha commentato: «Noi siamo favorevoli all’avvio di un percorso che porti l’Ucraina all’interno dell’Unione Europea, ma non dobbiamo dimenticare che ci sono altri Paesi candidati. Per noi la priorità sono i Balcani»; tra i vari Paesi già candidati, la fonte di Euractiv menziona anche la Moldavia, affermando che il Paese potrebbe ricevere il medesimo trattamento riservato all’Ucraina. L’unica a non avere ancora commentato la questione è la prima ministra Giorgia Meloni, che in passato ha spesso garantito il proprio sostegno all’Ucraina «fino a quando necessario»: non è tuttavia ancora chiaro come l’esecutivo intenda posizionarsi davanti a un ipotetica inaugurazione dei negoziati per l’adesione, che visto quanto emerso fino a ora potrebbe portare a una frattura interna a Palazzo Chigi.