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L’Europa ha multato Temu per la paccottiglia illegale che vende da sempre

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A seguito di un’indagine durata diciannove mesi, la Commissione europea ha inflitto una multa al colosso dell’e‑commerce Temu per violazione del Digital Services Act (DSA). L’autorità ha riscontrato gravi carenze nei sistemi di controllo e tracciamento dei prodotti, che hanno permesso la diffusione sul mercato dell’eurozona di articoli illegali o pericolosi. Secondo Bruxelles, esiste “una probabilità elevata che i consumatori europei si imbattano in prodotti non conformi” sulla piattaforma, evidenziando come Temu non abbia garantito la dovuta trasparenza e sicurezza nelle proprie operazioni commerciali. La multa, annunciata giovedì 28 maggio, è stata motivata da tre principali violazioni emerse durante gli accertamenti: Temu fonda le proprie operazioni su valutazioni generiche dei rischi legati al settore dell’e‑commerce, senza analizzare in modo specifico il proprio impatto; “sottostima in modo considerevole” la quantità di prodotti illegali che raggiungono i consumatori; e non ha esaminato adeguatamente come i suoi algoritmi di raccomandazione e le strategie pubblicitarie possano contribuire alla diffusione di articoli non conformi alle norme europee. 

Che la merce venduta su Temu sia spesso poco o per nulla conforme agli standard di sicurezza europei è evidente a chiunque abbia anche solo sfogliato l’app dedicata, ma le autorità hanno confermato un’“alta percentuale” di prodotti problematici, in particolare nel settore dell’infanzia. Numerosi giocattoli sono stati classificati a rischio medio o alto perché contenenti sostanze chimiche oltre i limiti consentiti o composti da elementi di piccole dimensioni che possono provocare soffocamento, delineando un quadro di grave negligenza nei controlli di sicurezza e qualità. Il risultato é, per ora, una multa da 200 milioni di euro, ma la cifra potrebbe lievitare qualora Temu non presenti un piano d’azione giudicato valido per appianare i problemi riscontrati. L’azienda ha fino al 28 agosto 2026 per offrire, almeno su carta, una soluzione. 

Il Digital Services Act, entrato pienamente in vigore nel 2024 dopo una fase di ammonimenti formali iniziata sin dal 2022, ha finora prodotto poche sanzioni effettive, complice la lentezza delle indagini necessarie per raccogliere prove contro i giganti del digitale. Quella inflitta a Temu rappresenta la seconda per ordine cronologico e la prima per entità economica, segnando un punto di svolta nell’applicazione della normativa. Prima del colosso cinese, solo X, la piattaforma social controllata dal miliardario Elon Musk, era finita nel mirino del Digital Services Act. Musk mantiene da tempo un atteggiamento apertamente ostile nei confronti della normativa, che accusa di favorire la censura. In quel caso, la sanzione – pari a 120 milioni di euro – non riguardava la curatela dei contenuti, bensì la mancanza di trasparenza mostrata da X nei processi di verifica degli utenti e nella gestione delle inserzioni pubblicitarie.

Nonostante la scadenza ravvicinata, è difficile immaginare che Temu riesca a risolvere in modo concreto le criticità evidenziate. Il suo modello di business si fonda sulla capacità di intercettare e soddisfare rapidamente i trend di consumo, un controllo approfondito dei prodotti in uscita dalle fabbriche verso l’UE sarebbe non solo estremamente oneroso sul piano finanziario, ma anche causa di rallentamenti potenzialmente fatali per la filiera. Né il modello attuale appare particolarmente solido: nonostante gli slogan martellanti che invitano a “comprare come un milionario”, Temu continua a operare in perdita. Nel 2023, Wired ha rivelato che l’azienda perdeva in media 30 dollari per ogni pacco spedito negli Stati Uniti, mentre alcune fabbriche partner stanno in questo periodo iniziando ad abbandonarla in favore di piattaforme concorrenti di e‑shopping.

Attacco in Sudan: 27 morti

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La Sudan Doctors Network, ONG che segue le violenze nel Sudan, ha accusato gruppi affiliati ai ribelli delle Forze di Supporto Rapido di avere effettuato attacchi contro villaggi nel Nord Kordofan, uccidendo 27 persone. Di preciso, gli attacchi avrebbero preso di mira l’area di al-Murrah, situata a ovest della città di Barah, che risulta libera da presenze militari; si sarebbero verificati ieri, in occasione del Eid al-Adha, una delle più importanti festività musulmane, e sono stati resi noti oggi dalla ONG. Dal 2023, il Sudan è al centro di una guerra civile che ha provocato almeno 59.000 morti e lo sfollamento di circa 13 milioni di persone.

Cosa sappiamo del presunto drone russo caduto in Romania

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Nella sera di oggi, 29 maggio, un drone è entrato nello spazio aereo romeno, schiantandosi sul tetto di un edificio residenziale nella città di confine Galati e ferendo lievemente due persone. Come ampiamente prevedibile, sono bastate un paio di ore e una indagine appena avviata perché l’intero panorama mediatico e politico del Vecchio Continente identificasse il colpevole di questa «grave violazione»: la Russia. Nella mattinata, la ministra degli Esteri romena ha convocato l’ambasciatore russo a Bucarest, mentre il presidente Nicusor Dan ha sottoposto la questione al Consiglio di Sicurezza dell’ONU e notificato gli alleati della NATO. L’interpretazione univoca è che la Russia abbia attaccato un Paese dell’Alleanza Atlantica innescando una pericolosa escalation del conflitto con l’Ucraina. Le indagini tuttavia non sono ancora terminate, e Mosca non ha rilasciato commenti sulla vicenda.

Del caso del drone caduto su Galati nella notte tra ieri e oggi sappiamo ancora poco. Il presidente Dan ha affermato che le difese aeree del Paese avrebbero rilevato il drone e la ministra degli Esteri Toiu Oana ha aggiunto che aerei ed elicotteri della Marina romena sarebbero decollati «immediatamente dopo il suo avvistamento sui radar»; nonostante ciò le difese del Paese avrebbero deciso di non ingaggiarlo a causa della eccessiva pericolosità per l’incolumità dei cittadini. Il drone è dunque impattato. Dopo lo schianto è scoppiato un incendio sul tetto dell’edificio colpito, rapidamente domato dai vigili del fuoco. Inoltre, secondo l’agenzia di stampa Reuters, un altro drone privo di carica esplosiva sarebbe stato scoperto nella Romania nord-occidentale qualche ora prima.

Il presidente Dan ha annunciato di avere convocato una riunione del Consiglio Supremo di Difesa Nazionale per discutere le implicazioni dell’incidente e ha attribuito «la piena responsabilità» dell’accaduto alla Russia. «Quanto accaduto oggi a Galați è la diretta conseguenza della guerra di aggressione scatenata dalla Russia contro l’Ucraina, del modo irresponsabile e indiscriminato con cui Mosca utilizza questi sistemi d’arma nelle immediate vicinanze dei confini della NATO, nonché del sistematico disprezzo del diritto internazionale. Non vi è alcuna ambiguità riguardo all’autore o alla causa di questa aggressione». Dan ha detto di avere anche informato gli alleati della NATO e i partner dell’Unione Europea dell’incidente, chiesto loro formalmente di schierare ulteriori capacità anti-drone sul territorio romeno, e di avere intenzione di informare formalmente il Consiglio di Sicurezza «di questa brutale e ripetuta violazione del diritto internazionale da parte della Federazione Russa». Oana ha invece convocato l’ambasciatore russo.

Dopo l’incidente, la comunità internazionale si è stretta attorno alla Romania, inviando messaggi di solidarietà e accusando la Russia dell’attacco. Tra le varie, spiccano le dichiarazioni dell’Italia: «Condanno con forza la violazione dello spazio aereo della Romania da parte di un drone russo, che ha colpito un edificio residenziale nella città di Galați. Una volta di più, il governo italiano chiede alla Federazione Russa, un impegno serio per una pace giusta e duratura. La mia solidarietà al Governo romeno e alla Ministra degli Esteri», ha scritto Tajani; «Atto gravissimo che dimostra come questa guerra di aggressione non risparmi nessuno, continuando a colpire brutalmente civili innocenti, ignorando ogni limite e mettendo a rischio la sicurezza europea. Vicinanza e solidarietà alle persone colpite, al Governo e a tutto il popolo romeno», Meloni; «Pericolosa e irresponsabile escalation che non può essere tollerata», Crosetto. Analoghi messaggi sono arrivati dalla Germania, dalla Polonia, dalla portavoce della NATO, dalla presidente dell’Eurocamera e dalla maggior parte dei Paesi di UE e Alleanza Atlantica.

Insomma, tra le dichiarazioni romene e quelle dei leader occidentali la chiave di lettura della vicenda pare una sola: la Russia ha attaccato la Romania. Al di là della dinamica e delle conseguenze dell’impatto, tuttavia, non si sa tanto. Lo stesso presidente Dan ha affermato di avere ordinato indagini per stabilire il tipo di dispositivo impiegato e la sua traiettoria, ammettendo dunque implicitamente che le specifiche dell’incidente non siano realmente note. Va a tal proposito ricordato che già l’anno scorso si erano verificati episodi di presunti sconfinamenti russi nei cieli di diversi Paesi NATO (tra cui la stessa Romania), mai realmente dimostrati dalle autorità, se non addirittura smentiti; uno dei casi più eclatanti fu forse quello di fine marzo 2025, quando il Corriere della Sera pubblicò in prima pagina l’esclusiva di un drone russo” – mai realmente esistito – «manovrato da una zona non lontana», che avrebbe sorvolato svariate volte la sede dell’Ispra di Varese. Recentemente, invece, ha fatto parecchio parlare il caso della Lettonia, dove il governo è stato costretto a dimettersi per la troppa pressione politica dovuta a casi di sconfinamenti di droni inizialmente attribuiti alla Russia, ma – in verità – di origine ucraina.

Visti i precedenti si può affermare con certezza che non sarebbe la prima volta che episodi di sconfinamento vengono falsamente attribuiti alla Russia. Va inoltre presa in considerazione l’ipotesi che – se russo – il velivolo sia stato intercettato dai difensori ucraini, che potrebbero averne disturbato il segnale causandone la perdita di controllo. Le ipotesi, insomma, sono molteplici e prima di scendere a conclusioni bisognerebbe quanto meno attendere la versione di Mosca, che non si è ancora espressa sull’argomento.

Una storia di acciaierie, diossine, lavoro schiavo e campi di grano

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Campi di granoturco coperti di polvere gialla; gialla la terra del cortile, la caligine che sporcava l’azzurro del cielo; gialla la patina che, nonostante le spolverature, tornava invariabilmente a ricoprire i mobili di casa, i libri accumulati sul tavolo; giallo il respiro che ti restava in gola e ritrovavi nel fazzoletto… giallo di un giallo rossastro e bruciato il fumo che, giorno e notte si alzava dal tetto e tracimava dalle pareti dell’acciaieria Cravetto, al confine tra Bruzolo e San Didero, per allargarsi lungo la Valle, la mattina portata in alto dalla brezza di valle e, la sera, schiacciata in basso dalla brezza di monte, senza uscirne mai. Si lavorava ventiquattr’ore su ventiquattro. Di notte il cielo intorno all’edificio riverberava dell’inquietante bagliore della colata continua.

Finivano gli anni settanta. Mi ero trasferita in Valle per lavoro e per passione. Avevo trovato casa a Bruzolo, in una specie di garage riadattato, poco più che una stanza con vista sulla fonderia e sul viavai dei treni che, dalla stazione vicina, attraverso un apposito binario, portavano ai forni vagoni di rottami. Infatti l’impianto era di seconda fusione, alimentato dagli scarti delle rottamazioni, per questo più pericoloso e inquinante.

La vita degli operai era grama, pericolosa, tra l’inferno arroventato del forno a colata continua e il gelo che entrava dai grandi portali aperti, l’unico sistema adottato per lo smaltimento fumi.

Alcuni degli addetti al forno appartenevano al collettivo che avevo cominciato a frequentare. Da loro giungevano notizie sull’alto numero di infortuni, i danni alla salute, la fatica che rendeva invivibile il tempo di lavoro e non si smaltiva mai, i salari bassi. Fu organizzato uno sciopero, i forni spenti. La risposta? Licenziamenti in tronco e denunce per sabotaggio. Col tempo e la mediazione dei sindacati, alcuni dei licenziati furono riassunti, ma con un pesante ricatto: l’impegno a rinunciare a scioperi e rivendicazioni.

Da Badò come in trincea

L’acciaieria Cravetto non era l’unica della Valle: nel Comune limitrofo di Borgone erano attive le “Officine Ferriere Alpine Badò”

Situazione simile, scioperi assenti. Nessun contatto con i lavoratori, inquadrati e legati al padrone da vincoli di fedeltà militare. Infatti Badò, ex ufficiale degli alpini, assumeva solo i suoi soldati e i loro figli: generazioni di “penne nere” che andavano agli altiforni come al “campo dell’onore”. Tanta dedizione non evitò i licenziamenti, quando, nei primi anni ’80, la fabbrica chiuse, prendendo le compensazioni CEE per lo smantellamento della siderurgia italiana. Ricordo l’assemblea di chiusura, nel cortile dello stabilimento: la tarda mattinata di un giorno di pioggia, un gruppo nero di ombrelli, figure silenziose, consumate dalla fatica e dalla silicosi, fedeli fino all’ultimo.

Poi vennero Ferrero e la mina del mega-elettrodotto

A metà anni ’80 la Cravetto fu messa in vendita e divenne l’acciaieria Ferrero.

Sì, proprio il colosso Ferrero, la radice di un vasto impero che nelle attività di famiglia, sia pure con società separate, può esibire colate di acciaio e colate di cioccolato…

Allargata e ristrutturata, la fabbrica aumentò la produzione e con essa l’inquinamento.

In una valle da cui se ne erano andate, delocalizzate altrove, le produzioni sostenibili ed era aumentata la disoccupazione, Ferrero assumeva e, col ricatto del posto di lavoro, teneva in pugno le amministrazioni pubbliche ed alimentava la guerra tra poveri, contrapponendo operai e popolazione, diritto al lavoro e diritto alla salute, produzione sempre più inquinante e cura della terra e della vita. Essendo gli operai in buona parte abitanti della zona, le contraddizioni si incuneavano nelle famiglie, anzi, nella coscienza stessa  di chi, ogni giorno tornava in fabbrica con rabbia e rassegnazione. 

A inizio anni ’90 scoppiò il caso del mega-elettrodotto Grande Île – Moncenisio – Piossasco, destinato a portare in Italia energia elettrica a 380 mila volt, proveniente dalla centrale nucleare francese a plutonio Superfenix. L’infrastruttura si sarebbe dovuta affiancare a media costa, lungo tutto il percorso, a un elettrodotto già esistente, con tralicci fino a sessanta metri. Una bomba, dal punto di vista sanitario, ambientale e paesaggistico: i rischi per la salute creati dai campi elettromagnetici, la fragilità dei versanti montani soggetti a continui smottamenti, l’impatto paesaggistico di un  mega-impianto svettante su boschi e rocce.

La centrale nucleare francese Superfenix

Il progetto trovò l’immediata opposizione della Valle. Tra le ragioni anche il rifiuto ad un tipo di produzione energetica che dal nucleare traeva alimento.

La lotta, partita da un comitato spontaneo ed allargatasi, in Italia e in Francia, alle amministrazioni comunali dei territori interessati, si concluse nel 1994, con il NO del Ministero dell’ambiente, contrario all’opera.

Fu una vittoria faticosa, insidiata dalle ambiguità delle amministrazioni sovra-comunali, contrastata dalla lobby del nucleare, avversata apertamente dai potentati economici che coglievano nell’iniziativa popolare un allarmante segno di contro-potere. 

Il momento più difficile e insidioso è legato proprio all’acciaieria Ferrero.

Nel 1991, quando sembrano ormai prevalere le ragioni del NO, arriva, come un fulmine a ciel sereno, la notizia: senza l’elettrodotto, l’Enel non sarebbe più in grado di rifornire adeguatamente l’azienda. Ferrero preannuncia la chiusura.

È la prospettiva di licenziamento per quattrocento lavoratori. I dipendenti, col sostegno dei sindacati, si schierano a favore dell’opera. A chi, sospettando sporchi giochi sotterranei tra padroni, mette in dubbio la veridicità del problema energetico e vede nel ricatto occupazionale il cavallo di Troia per imporre alla valle la grande mala opera, si risponde: «Meglio morire di malattia domani che di fame oggi».

Davanti al ricatto occupazionale, le amministrazioni comunali sono in difficoltà (e tuttavia, in Consiglio di Comunità Montana il NO vince, sia pur di stretta misura). 

Non vogliamo perdere i contatti con la fabbrica ed organizziamo un volantinaggio davanti ai cancelli, a cambio turni, per ribadire le ragioni dell’opposizione. I volantini vengono rifiutati. Gli operai se ne vanno a testa bassa. Più che ostilità, c’è rassegnazione.

Il 18 gennaio 1993 tocca alla Regione esprimersi: è l’ultimo passaggio prima della decisione definitiva, che spetta al ministero dell’ambiente.

Per quel giorno i sindacati proclamano lo sciopero: uno sciopero inusuale, con il salario garantito e gli operai portati in pullman a manifestare davanti alla Regione. Nel pomeriggio la manifestazione si sposta a Bussoleno, con assemblea nell’aula consiliare della Comunità Montana. Decidiamo di partecipare: una delegazione minuscola, di due sole persone, e non per provocare, ma ancora una volta per denunciare i termini reali della situazione: non solo i rischi sanitari e ambientali, ma anche l’inverosimiglianza della penuria energetica dichiarata dall’Enel e sottoscritta dal padrone.

Ricordare quell’esperienza ancora mi fa male: l’ostilità degli operai, le accuse da parte dei delegati sindacali, l’invito ad uscire dalla sala…

Alla fine, i fatti ci danno ragione: niente elettrodotto e niente chiusura dello stabilimento. In compenso chiude l’acciaieria Ferrero di Settimo Torinese. Dipendenti e lavorazioni vengono trasferiti in blocco a San Didero.

Dentro la fabbrica le condizioni di lavoro si fanno critiche: turni massacranti, ritmi insopportabili, ambiente sovraffollato di uomini e lavorazioni, insufficienti misure di sicurezza, inquinamento fuori controllo.

Gli infortuni e gli incidenti mortali sono all’ordine del giorno.

Di quell’inferno restano i titoli sui giornali dell’epoca: ”Operaio alla Ferrero precipita da trenta metri”…”Operaio colpito alla testa da un tondino di trenta chili”…”Risucchiato dall’impianto aspirazione fumi, ha le gambe maciullate dalla ventola”… Si muore di fabbrica anche fuori dalla fabbrica, come l’operaio che, all’uscita dal turno di notte, viene ripetutamente investito dalle auto dei compagni che, morti di stanchezza e con gli occhi ancora abbacinati dalla vampa della colata continua, non si accorgono di lui che cammina a bordo strada.

Oltre ai danni, anche le beffe: agli infortunati si riduce lo stipendio o, peggio,  come succede ad un addetto ai forni, se l’invalidità è permanente e non permette più di svolgere le funzioni di contratto, non vengono spostati ad altre mansioni, ma licenziati.

In fabbrica si muore e sul territorio ci si ammala. 

I veleni dell’acciaieria si assommano all’inquinamento prodotto prima dai cantieri autostradali, poi dall’entrata in funzione dell’autostrada stessa, a metà anni ’80. Aumentano in modo esponenziale malattie come l’endometriosi, il cancro  alla laringe, allo stomaco, alla vescica. Si guarda con preoccupazione anche agli allevamenti e ai prodotti agricoli.

Da amministrazioni comunali e semplici cittadini partono a più riprese richieste di controlli sanitari e ambientali, ma per anni resteranno senza risposta.

Beltrame: diossina, PCB e Cesio 137

Intanto, nel 2002 avviene l’ennesimo cambio della guardia: il gruppo Ferrero vende l’acciaieria al gruppo vicentino delle acciaierie Beltrame. 

Con Beltrame cresce la produzione e si aggravano ulteriormente i problemi. L’inquinamento ambientale travolge tutti i parametri di tollerabilità. 

Sindaci e comitati di cittadini protestano. Petizioni ed esposti alla magistratura mettono in moto i controlli sanitari e infine l’ARPA entra in azione posizionando centraline di rilevamento-inquinanti in vari punti della Valle. Nelle polveri dell’acciaieria sono trovate diossine in quantità che supera di venti volte i limiti di legge. Aria, acqua e suolo risultano avvelenati non solo nei Comuni adiacenti la fabbrica, ma in tutta la Bassa Valle, da Susa ad Avigliana.

Nel 2005, a San Didero e Bruzolo, i monitoraggi effettuati da ASL e ARPA su latte e suoli rilevano una tale concentrazione di diossina e PCB, da imporre il divieto di consumare e vendere latte, latticini e prodotti agricoli. 

L’anno prima, a fine ottobre, si era rischiato l’incidente nucleare: nel forno di fusione entra materiale radioattivo, Cesio 137, di cui si scoprono le tracce nei fumi e nei residui di lavorazione. L’ARPA interviene e blocca il forno, circoscrivendo in tal modo l’incidente.

L’acciaieria Beltrame di San Didero

Anche questo è il segno dei tempi: il materiale che arriva alla fusione è infestato da tutti i veleni del mondo, non solo vernici, oli, carburanti, ma anche l’uranio impoverito degli scarti di guerra: magari è la guerra in Jugoslavia a lasciare il segno anche in Valle di Susa…

La storia va avanti ancora per dieci anni, tra ordinanze di chiusura, prescrizioni della Regione che impongono la messa a norma degli impianti per l’abbattimento fumi, puntualmente disattese perché non convenienti ai profitti aziendali, azioni di protesta del Comitato Emissioni Zero, con sit-in e assemblee davanti ai cancelli.

Ma ecco che, a fine 2013, arriva il preavviso di chiusura, inaspettato perché parallelo a ripetute istanze di ampliamento, con la prospettiva di licenziamento per i trecentocinquanta lavoratori. 

Parte uno sciopero e un’assemblea sul piazzale d’ingresso. Anche questa volta, come al tempo ormai lontano di Badò, piove a dirotto, ma, a differenza di allora, la folla di ombrelli dice la presenza massiccia: gli operai hanno portato le famiglie, compresi i bambini.

A questo punto la vicenda Beltrame si intreccia con la tattica di infiltrazione TAV in Valle. Al tavolo di trattativa istituito in Regione tra assessori, azienda e sindacati  compare un personaggio ben conosciuto: l’architetto Virano, già amministratore delegato della SITAF ed ora commissario governativo per la realizzazione della linea ferroviaria ad alta velocità. Ai dirigenti Beltrame che, adducendo gli alti costi di gestione, si dicono costretti a chiudere, «…a meno che non intervengano aiuti economici…» risponde prontamente Virano, ipotizzando di usare le compensazioni TAV «quali aiuti economici per trovare soluzioni». 

Le soluzioni sono che si chiude, ma non del tutto: conviene sempre tenere un piede in una Valle strategica dal punto di vista delle comunicazioni, la cui storia industriale insegna quanto sia facile il “mordi e fuggi”.

A gennaio 2014 viene chiuso il reparto fusione, mentre rimane in funzione il laminatoio. La maggior parte del personale è licenziato e i pochi sopravvissuti sono a rapporto interinale, con contratti di pochi mesi. Naturalmente nessuna bonifica del territorio, nessuna sanzione per chi ha praticato l’usa e getta a livello sociale e ambientale…

A volte tornano

Oggi l’acciaieria è un gigante arrugginito silenzioso. Dai portali aperti si intravedono cumuli di ferraglia e di materiale indefinibile. Davanti al laminatoio sono posteggiate una decina di auto.

A qualche centinaio di metri, oltre la ferrovia e la statale, si aprono i piazzali del nuovo autoporto. “Si aprono” è un eufemismo, perché in realtà la zona continua ad essere blindata e militarizzata in funzione “anti-NO TAV”.

Anche questa parte del territorio è legata alla storia delle acciaierie: qui, lungo le sponde della Dora per lungo tempo vennero scaricate le polveri e le scorie delle fusioni. Poi la natura si riprese quello che era suo e bonificò i terreni, con la nascita di un bosco giovane ma folto, che si popolò rapidamente di animali selvatici. 

Ora la sciagurata alleanza TELT-SITAF ha raso al suolo quel polmone verde per costruire svincoli autostradali, piazzali intasati di prefabbricati e percorsi da mezzi militari.

Nella “terra di nessuno” tra acciaieria e autoporto resiste il presidio NO TAV.

A volte tornano… e la lotta continua.

La natura è forte, bella, materna e sa lenire le ferite. Oggi, nella zona che subì i veleni delle acciaierie il cielo è limpido e la terra sorride. Sui prati mucche al pascolo, negli orti un rigoglio di insalate ed erbe aromatiche. I frutteti promettono abbondanti raccolte. Sono tornati i campi di grano con papaveri e fiordalisi. 

Si punta su di una filiera di prodotti alimentari a chilometro zero.

All’ingresso di Bruzolo spicca un cartello di accoglienza: “Bruzolo città del miele”. A San Didero si tiene ogni sabato il “mercato contadino” di produzioni locali.

I guai della Valle non sono finiti, lo sappiamo: i cantieri TAV avanzano imperterriti…l’autostrada non emette certo aria balsamica…i PFAS avvelenano le acque…  

Ma almeno, sul versante acciaieria, la tregua regge…E, invece, no! Beltrame vuole rimettere in funzione il reparto-fonderia, riattivando e potenziando il forno a colata continua. 

La notizia è arrivata a bruciapelo, attraverso la Città Metropolitana, l’ente competente a concedere l’autorizzazione: dapprima una richiesta informale di verificare la congruità della documentazione, poi la richiesta ufficiale di autorizzare la riapertura. 

I tempi per i ricorsi sono limitati. Insieme a Bruzolo e San Didero si stanno attivando anche i Comuni confinanti.

Le promesse sono quelle del passato, mai rispettate: centinaia di posti di lavoro, sistemi di sicurezza, impianti all’avanguardia contro l’inquinamento, benessere per tutti… 

Davanti al ricatto occupazionale di sempre, le amministrazioni comunali si sentono prese tra l’incudine e il martello.

Nella popolazione c’è malumore e preoccupazione. Il passato brucia ancora e la memoria resta: i prelievi sanitari che rivelano diossina nel sangue, il blocco delle produzioni lattiero-casearie, la prospettiva di abbattere gli animali, l’avvelenamento degli orti e la tristezza della terra…NO, non si può rinunciare al progetto di una vita diversa.

Oggi non è certo il momento di sì condizionati: l’illusione di poter controllare il “padrone delle ferriere” è da sempre perdente e pericolosa…e lo è più che mai, nel particolare e nel generale, in questi tempi bui, nei quali le conquiste sociali e ambientali del passato vengono cancellate e ritorna lo spettro del nucleare, si riaccendono le centrali a carbone, i lavoratori ridiventano schiavi, la guerra infuria nel mondo, si mette la mordacchia a chi si ribella e si torna a morire per un sì o per un no.

Nella valle che, per sé e per tutti, rifiuta il destino di corridoio per gli affari e per la guerra e il degrado a pattumiera del sistema, la lotta continua.

Romania: “Drone russo colpisce un edificio”. Due feriti

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Nella di oggi, 29 maggio, un drone è entrato nello spazio aereo romeno, schiantandosi sul tetto di un edificio residenziale. A seguito dell’impatto è scoppiato un incendio e due persone sono state ferite lievemente. Il drone, di preciso, ha colpito Galati, città situata al confine con l’Ucraina e la Moldavia; il ministero della Difesa romeno ha affermato che si tratterebbe di un dispositivo russo e ha parlato di una «grave violazione» del diritto internazionale e dello spazio aereo nazionale. In precedenza, l’agenzia di stampa Reuters aveva riferito che un altro drone, privo di carica esplosiva, era stato scoperto nella Romania nord-occidentale. Le autorità russe non hanno ancora rilasciato commenti.

L’ONU ha inserito Israele nella black list dei Paesi che usano lo stupro come arma di guerra

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Dopo gli avvisi dello scorso anno, è ufficiale: Israele è stato inserito nella lista nera delle Nazioni Unite che include i Paesi che usano lo stupro come arma da guerra. A prendere la decisione è stato lo stesso Segretario Generale dell’ONU Antonio Guterres, dopo un anno di indagini condotte dalla Relatrice Speciale per le violenze sessuali, Pramila Patten. A venire inserito nella cosiddetta “black list” sarà il Servizio penitenziario israeliano, già ammonito nel rapporto redatto dalla stessa Patten nel 2024. Quest’ultimo aprì la strada alle indagini condotte lo scorso anno, che secondo i media israeliani sono state ostacolate dalle autorità di Tel Aviv sin dal gennaio del 2025. Davanti alla scelta del Segretario Guterres, la reazione di Danny Danon, ambasciatore di Israele all’ONU, è stata repentina: «L’ambasciatore Danon ha attaccato duramente» il Segretario Generale, recita un comunicato del suo ufficio, in cui si legge che Tel Aviv ha «chiuso» con Guterres.

La decisione di Guterres era stata anticipata dalla stampa israeliana. Il Jerusalem Post scrive che a comparire nella lista sarà il Servizio penitenziario israeliano (IPS), mentre altre autorità e agenzie israeliane verranno inserite in un quadro di monitoraggio per una possibile inclusione futura. La lista delle Nazioni Unite sui Paesi che usano lo stupro come arma da guerra viene stilata annualmente e, generalmente, pubblicata in estate; non è insomma ancora noto il contenuto del rapporto, ma quello che è certo è che l’IPS vi rimarrà almeno fino al 2027. A dare l’annuncio ufficiale è stato l’ambasciatore Danon ieri, 28 maggio: «Le Nazioni Unite hanno aggiunto Israele a una lista nera di autori di violenza sessuale nei conflitti. Ne abbiamo abbastanza delle bugie del Segretario Generale», scrive Danon. «Equiparare lo Stato democratico di Israele ai terroristi di Hamas è un nuovo punto più basso». Nel corso della giornata, Danon è tornato spesso sull’argomento e ha comunicato che Israele intende tagliare i ponti con il Segretario Generale. A confermare la decisione è arrivato anche il ministero degli Esteri israeliano, che ha affermato che Israele attenderà la nomina di un nuovo Segretario Generale per tornare a interfacciarsi con tale carica.

L’inserimento dell’IPS nella black list dell’ONU segue le segnalazioni ricevute nel corso degli ultimi due anni dalle stesse Nazioni Unite: nel 2024, la Relatrice Patten aveva ipotizzato l’utilizzo sistematico di violenze sessuali da parte di Hamas da una parte e da Israele dall’altro, spianando la strada alle indagini dell’anno seguente. A gennaio 2025, spiega il quotidiano israeliano Haaretz, vennero dunque avviate le indagini sui possibili crimini umanitari condotti dal gruppo palestinese; per proseguire, la Relatrice avanzò a Israele due precise richieste: la prima, che Israele firmasse un documento in cui si impegnava ad adottare le misure dell’ONU contro la violenza sessuale nei conflitti; la seconda, che Tel Aviv concedesse a lei e alla sua squadra accesso alle proprie carceri, così da fugare ogni dubbio relativo ai crimini di cui era accusata. Israele rifiutò, negandole l’accesso alle strutture detentive.

Il rapporto di Guterres conferma numerosi altri rapporti, alcuni dei quali delle stesse Nazioni Unite, che documentano le violenze e gli abusi sistematici messi in atto da Israele nei confronti dei palestinesi. L’inserimento dell’IPS nella lista delle entità che usano lo stupro come arma da guerra, inoltre, segue quello di Israele nella lista di Paesi che minacciano la vita dei bambini disposta nel 2024, nel pieno dell’escalation del genocidio a Gaza.

Vittime di reato, nuove regole UE per non lasciarle sole dopo la denuncia

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Con l’obiettivo di rendere la tutela delle vittime meno legata alla capacità economica e individuale di orientarsi tra procedure, tempi e servizi, il Parlamento europeo ha approvato l’aggiornamento della direttiva europea sui diritti delle vittime, il quadro normativo che definisce gli standard minimi di protezione nei Paesi membri. La revisione introduce strumenti pensati per rendere più semplice l’accesso alla giustizia, rafforzare il sostegno durante il procedimento e migliorare l’assistenza nei momenti successivi al reato.
Secondo le stime europee, ogni anno nell’Unione circa 75 milioni di...

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Il Fondo Monetario Internazionale ha chiesto all’Italia meno spese e più tasse

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Più entrate e meno uscite. Potrebbe riassumersi così il rapporto conclusivo della missione dell’Articolo IV del Fondo Monetario Internazionale in Italia. La delegazione dell’Articolo IV porta avanti periodicamente operazioni di osservazione e sorveglianza economica nei Paesi membri del FMI, ai sensi di quello stesso articolo dello Statuto che obbliga gli Stati a mantenere stabilità economica e finanziaria ed evitare politiche che danneggino il sistema economico internazionale. Nel rapporto, la squadra dell’Articolo IV fotografa una Italia dalle prospettive di crescita deboli, limitate dalla scarsa produttività e dall’invecchiamento della popolazione. Secondo il Fondo, nonostante l’avanzo fiscale del 2025, il problema principale del Belpaese rimarrebbe il debito e la soluzione per ridurlo sarebbe quello di tagliare ai minimi i sussidi, ampliare le entrate da lavoro e immobili e varare interventi strutturali per semplificare l’amministrazione economica del Paese.

L’Articolo IV ha terminato la propria missione in Italia ieri, 27 maggio. La delegazione del Fondo prevede una crescita stabile, ma moderata nei ritmi, «appesantita da venti contrari esterni e sfide strutturali». Nel 2025, il PIL reale italiano è cresciuto dello 0,5%, trainato prevalentemente dai consumi e dagli investimenti nell’ambito del PNRR. La guerra in Asia Occidentale, tuttavia, ha provocato uno shock interno, facendo schizzare l’inflazione al 2,8% in termini tendenziali (i mesi di riferimento sono aprile 2026 e aprile 2025); la crisi in Iran ha provocato anche una volatilità dei titoli di Stato, aumentando lo spread e diminuendo fiducia degli investitori nella politica fiscale italiana. Quest’anno e nel 2027 la crescita dovrebbe mantenersi stabile allo 0,5%, sempre in virtù degli interventi del PNRR. A medio termine, invece, «la persistente debolezza della crescita della produttività dovrebbero continuare a limitare la crescita potenziale intorno allo 0,6%».

Nonostante l’Italia abbia chiuso il 2025 in avanzo, spendendo dunque meno di quanto le è entrato, il problema fondamentale del Belpaese, secondo gli economisti, rimane il debito pubblico, che si attesta al 137%: «Nonostante questi progressi, il debito pubblico è aumentato a circa il 137% del PIL alla fine del 2025 e le dinamiche del debito rimangono vulnerabili a shock di crescita, tassi di interesse e fiducia», scrive il Fondo. Davanti a una crescita giudicata stantia e al rischio che la guerra israelo-statunitense contro l’Iran provochi ulteriori aumenti di prezzo, la ricetta del FMI è semplice: consolidare la credibilità fiscale per attirare investimenti provando al contempo a ridurre il debito. Concretamente questo significa tagliare le spese e aumentare le entrate proponendo interventi fiscali pari a circa l’1% del PIL.

Sul fronte del taglio delle spese, il Fondo accoglie positivamente la riduzione dei programmi di pensionamento anticipato, che da una parte riduce le uscite per la previdenza e dall’altra aumenta le entrate da lavoro; sempre nell’ambito pensionistico chiede di rafforzare l’accesso a fondi pensione privati, che generano capitale e diminuiscono i costi per lo Stato. Rimanendo sui tagli, il Fondo chiede di rivedere la riduzione generalizzata delle accise su diesel e benzina attuata per attutire l’impatto dello shock economico causato dalla guerra in Iran, e di sostituirla con misure mirate verso le famiglie più vulnerabili. L’Articolo IV propone infine di tagliare i sussidi alle piccole medie imprese per incentivare le aziende a intervenire sulla produzione.

Per quanto riguarda l’aumento delle entrate, il Fondo propone di rivedere le misure di riscossione nell’ottica della semplificazione e dell’ampliamento della base imponibile. Un possibile intervento è quello di eliminare «l’aliquota forfettaria sui redditi di lavoro autonomo», che prevede una imposta fissa al 15% dell’imponibile per i redditi da partita IVA inferiori agli 85mila euro (che scende al 5% per i primi cinque anni di una nuova attività). Altro provvedimento suggerito dal FMI è quello di rivedere i valori immobiliari nel catasto in modo da tassare maggiormente gli immobili.

Tra le varie cose, il Fondo suggerisce in via generale di varare interventi per semplificare il sistema fiscale, ridurre i tempi del sistema giudiziario, investire nella digitalizzazione e puntare sulla formazione specialistica tanto nelle scuole quanto in ambito lavorativo. L’Articolo IV si sofferma inoltre sul tema dell’energia, affermando che l’aumento dell’inflazione a causa della guerra in Iran «riflette la dipendenza relativamente elevata dell’Italia dai combustibili fossili importati per la produzione di energia»; sul fronte energetico, l’Italia dovrebbe accelerare la transizione verde, espandere le energie rinnovabili e i sistemi di accumulo, semplificare le procedure di autorizzazione e approfondire l’integrazione del mercato elettrico a livello nazionale ed europeo. Un ultimo capitolo è dedicato al rapporto del Paese con le banche, secondo il Fondo ancora troppo interdipendenti. La missione sostiene che andrebbe aumentata la sorveglianza, rafforzata la resilienza informatica ed esteso l’ambito di applicazione del cosiddetto SyRB, una misura che impone che le banche conservino maggiori margini patrimoniali nel caso di rischi improvvisi.

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