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Vivere è scrivere

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Ci sono troppi romanzi. Prima vincono i premi o sono promozionati sui social, poi finiscono nei mercatini dell’usato. Giusto. Sono storie spesso banali o anche sofisticate, offrono anche plot attraenti o linguaggi perfino originali ma hanno un difetto: vogliono raffigurare sogni o desideri di altri, sembrano lunghi fuochi d’artificio. 

E allora: perché ognuno di noi, una volta svegliato, non prova a scrivere i propri sogni, a dare corpi e figure ai desideri, al proprio immaginario?

Cosa c’è di più originale dei fatti nostri, congegnati da provvidenza, destino, karma e daimon: tutti insieme a complottare perché si realizzi qualcosa o resti impossibile o anche evanescente perché in attesa di incontri decisivi o di semplici eventi chiarificatori.

Non siamo tutti scrittori, è vero, ma siamo tutti sognatori. Gabriel García Márquez nella sua scuola di cinema a Cuba prendeva sogni in affitto, anche da maghe e chiromanti, per produrre soggetti e trame cinematografiche, per una politica dell’ immaginario perché ci sono vicende che meritano di venire allo scoperto, e molte hanno diritto di esistere due volte: nella cronaca e nella fantasia.

Altrimenti siano benvenuti i romanzi che si ispirano a fatti realmente accaduti, che scavano nei retroscena delle verità ufficiali (del tipo di quelle fatte rivivere da Alessandro Perissinotto), che danno diritto di cittadinanza a umili e sbandati oppure che mettono in luce i lati oscuri di celebri personaggi.

Si torna sempre allo schema degli antichi Greci. C’è una realtà della veglia, dall’alba al tramonto (úpar) e c’è una realtà dal tramonto all’alba (ónar), la realtà del sogno. 

Non siamo tutti scrittori prima di tutto perché non sappiamo da dove cominciare una storia: «Era un vecchio che pescava da solo su una barca a vela nella Corrente del Golfo…». «Questa non è la storia di Ted Lyte. Lui ha avuto soltanto l’incredibile sfortuna di finirci invischiato…». «Ero andato a Firenze per dimenticare un poco il Perù e i peruviani ed ecco che lo sciagurato paese mi ha sbarrato il passo questa mattina…». Hemingway, Farjeon, Vargas Llosa, tre autori tirati giù da un mio scaffale a caso, pronti a mescolarsi nelle mie fantasie.

In mezzo a quei libri sono finiti ritagli di giornale come frammenti dei sogni di un altro che tu intercetti la notte senza rendertene conto. Enzo Biagi intervista Pier Paolo Pasolini (La Stampa, 27 luglio 1971) che gli confida: «Il mio sguardo verso le cose non è naturale, non è laico: ogni oggetto per me è miracoloso, ho una mia visione non confessionale, ma religiosa…Per me lo scrivere è soprattutto raggiungere un equilibrio».

Quell’equilibrio tra il nostro proprio Sé e il nostro Io, cercando di renderli alleati, perché vivere e scrivere, agire e sognare convivano nel loro amore, inevitabile e inquieto. E quindi creativo.

Pacifico, raid USA contro nave di presunti narcos: 3 morti

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Un’imbarcazione sospettata di essere coinvolta nel traffico di droga è stata colpita dall’esercito statunitense nel Pacifico orientale. Lo ha reso noto il Comando Meridionale degli Stati Uniti (SOUTHCOM), spiegando che informazioni di intelligence avevano confermato il transito della nave lungo rotte note per il narcotraffico e il suo coinvolgimento in attività illecite. Nell’operazione sono morti tre uomini a bordo, mentre non si registrano feriti tra i militari americani. L’azione rientra nella strategia di contrasto ai cartelli della droga avviata con l’Operazione Southern Spear, annunciata dal Pentagono nel novembre 2025.

Spese militari, il governo rinuncia (per ora) al prestito UE per il riarmo

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L’Italia cambia strategia sui fondi europei destinati alla difesa. Dei 14,9 miliardi di euro inizialmente prenotati attraverso il programma SAFE (Security Action for Europe), il governo guidato da Giorgia Meloni intenderebbe utilizzarne soltanto una parte, tra i 4 e i 5 miliardi, sufficiente a coprire esclusivamente i progetti già vincolati da contratti firmati. La scadenza del 31 maggio per presentare le richieste verrà lasciata decorrere senza inviare nulla a Bruxelles, in attesa di una risposta sulla possibilità di ottenere flessibilità sul fronte energetico, ritenuto prioritario rispetto alle spese militari. L’annuncio che l’esecutivo italiano abbia scelto, almeno per ora, di restare fuori dalla prima tornata di accordi è stato dato ieri, nell’ambito di un briefing con la stampa, dal portavoce della Commissione Europea Thomas Regnier.

Il programma SAFE, istituito dalla Commissione europea per rafforzare gli investimenti in armamenti dei Ventisette di fronte alla «minaccia russa» e al disimpegno nordamericano, consiste in prestiti da restituire in 45 anni, non in trasferimenti a fondo perduto. L’esecutivo guidato da Meloni ha quindi deciso di utilizzare la partecipazione allo strumento come leva politica per ottenere concessioni sul caro energia. La presidente del Consiglio ha ribadito due giorni fa in un’intervista televisiva che «non possiamo dire ai cittadini che i soldi ci sono solo per la difesa», aggiungendo che «se di fronte alle crisi non siamo in grado di dare risposte a cittadini e imprese, rischiamo che non ci sia più niente da difendere in questa nazione». Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha confermato la linea: «Sul SAFE chiederemo meno dei 15 miliardi previsti. Dobbiamo rispettare alcuni impegni con la Nato, ma non è questo il momento per accedere a quel prestito in maniera così consistente».

Nel frattempo, l’esecutivo attende per mercoledì 3 giugno la risposta di Ursula von der Leyen a una lettera inviata dalla premier il 18 maggio, nella quale si chiedeva all’Europa di rendere le misure contro la crisi energetica prioritarie al pari degli investimenti in difesa. La scadenza del 31 maggio viene considerata «non perentoria». Parallelamente, il vicepresidente della Commissione Raffaele Fitto ha proposto di «riallocare i fondi europei esistenti» – come il Fondo europeo di sviluppo regionale e il Fondo di coesione – per combattere il caro energia, idea che Roma vede con favore ma che ha già suscitato proteste da parte delle Regioni europee, secondo cui «i fondi di coesione non sono un bancomat».

Nel marzo 2026, la NATO ha certificato per l’Italia una spesa militare del 2,01% del PIL, pari a oltre 45 miliardi di euro, in forte aumento rispetto all’1,52% del 2024. Secondo le stime dell’Osservatorio Mil€x, tuttavia, questo dato sarebbe frutto di una reclassificazione contabile operata dal Ministero della Difesa, che ha incluso nell’aggregato NATO voci come pensioni, quote dei Carabinieri, mobilità militare e cybersicurezza, senza specifiche verificabili. La spesa militare “pura” (personale, esercizio e armamenti) si attesterebbe invece intorno a 33,9 miliardi, e sarebbe pari all’1,46% del PIL. Il raggiungimento dichiarato del 2% non corrisponde quindi a un effettivo aumento delle risorse operative. Per gli impegni futuri (2,5%, 3,5%) il governo puntava sul prestito SAFE, ma si tratta di un debito da restituire, non di fondi a perdere.

In ultimo, come emerso il mese scorso, c’è un altro dato non secondario che è opportuno considerare: l’Italia rimarrà sotto procedura di infrazione europea per non essere riuscita – per il quarto anno di fila – a portare il rapporto deficit/PIL al di sotto del 3%. L’esecutivo Meloni aveva fatto del rientro del deficit uno dei propri obiettivi di governo, come sottolineato in più occasioni dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Proprio per questo, non sono mai state messe in dubbio le regole imposte dall’Unione. Le manovre italiane, dunque, rimarranno sotto osservazione e l’Europa potrà chiedere correttivi al nostro Paese quando lo ritenga necessario.

Ebola, governo: obbligo autodichiarazione per chi proviene da RDC o Uganda

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A seguito dello scoppio dell’epidemia di ebola in Repubblica Democratica del Congo e Uganda, il governo italiano ha pubblicato un’ordinanza che dispone l’obbligo di dichiarazione e comunicazione per i cittadini italiani che rientrino da uno di questi due Paesi o vi siano transitati fino a 21 giorni prima del rientro. L’ordinanza ha durata di quattro mesi. Lo scorso 18 maggio, l’OMS ha dichiarato l’epidemia una emergenza sanitaria globale, al fine di attivare interventi internazionali di prevenzione per evitare che il contagio travalichi i confini degli Stati direttamente coinvolti.

Un altro soldato italiano che combatteva per Kiev è stato ucciso in Ucraina

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Si chiamava Alex Pineschi, aveva 42 anni ed era originario della città di La Spezia. Ex alpino, specializzato nell’uso di fucili ad alta precisione, è stato ucciso sul campo di battaglia lo scorso 23 maggio nei pressi della città di Lyman, nel Donbass, mentre combatteva al fianco delle forze armate di Kiev contro l’esercito russo. La notizia è stata diffusa dall’associazione di volontari Memorial, che sui propri canali social ha annunciato la scomparsa del volontario italiano «sul campo di battaglia». Come spesso accade nelle vicende che vanno in scena nel quadro dei conflitti armati, la storia di Pineschi – il quale aveva aveva alle spalle anni trascorsi in teatri di guerra diversi, dall’Iraq alla Siria – ha sollevato più dubbi che certezze, alimentando un intenso dibattito sui numeri e le logiche che stanno dietro all’utilizzo di soldati stranieri in battaglia da parte delle forze in campo.

Analizzando gli spunti biografici conosciuti, sappiamo che Pineschi aveva prestato servizio nell’8° reggimento Alpino dell’esercito italiano prima di intraprendere una carriera come combattente in diversi contesti di guerra. Aveva combattuto in Siria e in Kurdistan, ma il suo impegno più noto risaliva al 2015, quando era stato il primo italiano a partire volontario in Iraq al fianco dei Peshmerga curdi contro l’ISIS. Su questo vissuto aveva costruito anche una parte della sua identità pubblica: era fondatore di AP TAC, una realtà di addestramento al tiro e alla sicurezza, e si presentava spesso come istruttore e autore. Le ricostruzioni disponibili lo descrivono come un professionista delle armi, molto seguito sui social e attivo nella divulgazione di contenuti tecnici. Al rientro in Italia, era finito sotto indagine perché il nostro Paese considera reato andare a combattere all’estero. Il procedimento, però, si era concluso con un’archiviazione: la magistratura aveva riconosciuto in lui un volontario mosso da ideali, non un mercenario. Lo stesso Pineschi aveva commentato la decisione con soddisfazione: «Non sono un mercenario, ma un idealista». Particolare su cui sono tuttavia sempre stati alimentati dubbi.

In Ucraina, dove era arrivato nell’aprile 2026, aveva firmato un contratto con le forze armate di Kiev ed era stato integrato nel cosiddetto “Team Green Badgers”, un’unità d’élite delle forze speciali ucraine con base a Khmelnytskyi. Almeno secondo quanto riportano le prime ricostruzioni, Pineschi sarebbe rimasto ucciso insieme ad altri membri della sua unità a causa di un attacco condotto con droni FPV nemici. A differenza di quanto accaduto per altri connazionali caduti al fronte, il suo corpo sarebbe stato recuperato e si troverebbe ora in un obitorio, in attesa di fare ritorno nel nostro Paese. La distinzione tra “volontario” e “mercenario” è da sempre al centro del dibattito sui combattenti stranieri in Ucraina. Come detto, nel caso di Pineschi la magistratura italiana aveva già chiuso il cerchio anni fa, archiviando l’indagine che lo riguardava perché era stata esclusa «qualsiasi finalità di lucro». Anche la sua ultima esperienza ucraina, però, è stata etichettata in modi diversi dai media: alcuni lo hanno definito contractor (il modo politicamente corretto di definire i mercenari), altri volontario. Una differenza non solo semantica, che rispecchia l’ambiguità di una guerra in cui si scontrano anche le rispettive propagande: per quella di Mosca tutti i combattenti stranieri sono mercenari, mentre per quella di Kiev si tratta sempre di legionari animati da spirito di libertà.

La morte di Pineschi si inserisce in un elenco già corposo di italiani caduti sul fronte russo-ucraino. Non esiste una lista ufficiale, ma in un elenco certamente sottostimato sono almeno una decina: nel 2022 morirono combattendo con le milizie russe Edy Ongaro (che aveva 46 anni e combatteva già dal 2015 con gli allora secessionisti russi della Repubblica Popolare di Doneck) e il ventisettenne Elia Putzolu, mentre servendo la parte ucraina trovò la morte Benjamin Giorgio Galli, anch’egli a 27 anni. Due anni dopo sono rimasti uccisi Angelo Costanza, 42 anni, arruolato nell’esercito di Kiev, e Massimiliano Galletti, 59 anni, impegnato come soccorritore volontario a supporto dei militari ucraini; nello stesso anno Luca Cecca venne dato per disperso mentre combatteva nelle fila ucraine, con la conferma della morte che arrivò soltanto nei mesi successivi; Nel 2025, infine, il bilancio si è aggravato ancora con le morti di Antonio Omar Dridi, 35 anni, Manuel Mameli, 25, Thomas D’Alba, 40 anni, e Artiom Naliato, 21enne di origini ucraine adottato da una famiglia italiana. Eppure, già nel 2024, il ministero della Difesa russo aveva diffuso dati molto più pesanti, secondo cui le forze di Mosca avrebbero ucciso in totale 5.962 «mercenari» stranieri sui 13.287 arrivati in Ucraina, inclusi 147 dei 356 francesi e 33 dei 90 italiani.

Mazara del Vallo, scontro tra scuolabus e auto: 19 feriti, di cui 14 bambini

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Un incidente stradale a Mazara del Vallo ha coinvolto uno scuolabus e un’auto, causando 19 feriti: 14 bambini e 5 adulti, tra cui due insegnanti. Tutti sono stati medicati all’ospedale locale e, secondo quanto si apprende, nessuno di loro sembra trovarsi in gravi condizioni. Due alunni sono stati trasferiti in elicottero a Palermo: uno con frattura al polso e l’altro con trauma addominale. Sul posto scuole e servizi comunali. L’automobilista 51enne guidava senza patente né assicurazione ed è ricoverato con la moglie incinta e cinque bambini. Le indagini sull’accaduto sono in corso.

Abu Ubaida, l’icona della resistenza palestinese a Gaza

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«Siamo pronti e preparati ad una battaglia senza fine, abbiamo giurato fedeltà e lealtà alla Palestina a costo della vita. Gaza è, e rimarrà, sempre un incubo per i soldati dell’esercito israeliano». Sono le ultime parole trasmesse da Al Jazeera di Abu Ubaida, il portavoce militare delle brigate Al Qassam, il braccio armato di Hamas, prima di essere ucciso con la moglie e i figli in un bombardamento israeliano nell’agosto 2025. L’IDF ha raso al suolo l’intera palazzina in un quartiere centrale di Gaza City dopo che un informatore palestinese aveva indicato con precisione la loro posizione. Era...

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L’Italia raddoppia i soldati di pronto intervento e prepara tre nuove “missioni di pace”

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11.642 soldati, 6.521 unità a disposizione, 1 miliardo e 800 milioni di euro. Sono i numeri relativi alle missioni militari dell’Italia all’estero, presentati dal governo al parlamento negli scorsi giorni. Le disposizioni sono state inserite nella relazione analitica sulle missioni internazionali dell’Italia, un corposo documento di oltre 800 pagine che elenca i teatri in cui nel 2025 sono state dispiegate le forze armate tricolore e quelli in cui l’esecutivo intende mobilitarle nel 2026. Per l’anno corrente, il governo intende prorogare tutte le missioni attive nel 2025, e introdurre tre nuovi programmi in Iraq, Somalia e Tunisia. Sebbene il numero di truppe dispiegate sia leggermente diminuito, non si può dire lo stesso delle Forze ad alta e altissima prontezza, il contingente a disposizione per eventuali dispiegamenti immediati, che nel corso dell’ultimo anno è più che raddoppiato. Le delibere del governo sono arrivate lo scorso 14 maggio e sono state trasmesse al parlamento il 19 maggio. Gli interventi in materia di missioni internazionali sono due: la proroga di tutte le missioni del 2025 e la creazione di tre nuovi missioni. In totale, il governo intende dispiegare 11.642 soldati, anche se si prevede una consistenza media di 7.459 unità. A tali cifre si aggiungono le 6.521 unità afferenti alle Forze ad alta e altissima prontezza che per quest’anno sono più che raddoppiate: nel 2025, si contavano 2.867 truppe, 359 mezzi terrestri, 4 mezzi navali e 15 mezzi aerei; oggi, agli oltre 6.000 soldati, si aggiungerebbero 1.024 mezzi terrestri, 5 mezzi navali e 29 mezzi aerei. Le missioni internazionali non impegnano solo soldati, ma anche membri delle forze di polizia e della guardia di finanza, rispettivamente per un totale di 82 unità e 69 unità, un membro della magistratura e i membri dell’AISE – i servizi segreti italiani all’estero – di cui per ovvie ragioni non viene quantificato il personale. Le missioni del 2025 per cui il governo intende ottenere una proroga sono in totale 41: 13 in Africa, 11 in Europa, 8 in Asia, 5 sul Mediterraneo e sull’Atlantico e 4 sul Mar Rosso e l’Oceano Indiano. A esse si aggiungono i vari programmi generali come quello di sminamento, interventi di sostegno ai processi di pace, missioni di stabilizzazione e rafforzamento della sicurezza, partecipazioni alle iniziative delle organizzazioni internazionali per la pace, e misure per rafforzare le sedi diplomatiche e consolari. Vi sono poi le tre nuove missioni proposte: una prevede il dispiegamento di 196 unità di personale e 5 mezzi aerei in Iraq con lo scopo di «garantire la continuità del supporto italiano alle forze di sicurezza irachene, consolidando al contempo la stabilità e la sicurezza dell’area»; un’altra prevede l’impiego di un contingente di massimo 45 unità e 2 mezzi terrestri in Somalia, con lo scopo di addestrare le forze armate del Paese e fornire supporto alla cybersicurezza; un’ultima riguarda il personale della guardia di finanza e contempla la mobilitazione di 22 unità di personale e di diversi mezzi e materiali terrestri in Tunisia per fornire assistenza al mantenimento delle navi e addestrare la guardia marittima del Paese. In totale le nuove missioni costeranno 21.696.855 di euro, che aggiunti agli oltre 1,78 miliardi delle missioni prorogate, arrivano a superare gli 1,8 miliardi di euro complessivi.

Istat, in Italia a maggio l’inflazione sale del 3,2% su base annua

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Secondo l’Istat, a maggio i prezzi sono aumentati del 3,2% rispetto allo stesso mese del 2025, in crescita dal 2,7% di aprile. La causa principale è la guerra in Medio Oriente, che ha fatto salire i costi dell’energia: +12,6% per i prodotti energetici non regolamentati e +5,8% per quelli regolamentati. Sebbene l’inflazione non abbia ancora raggiunto i livelli registrati dopo l’inizio della guerra in Ucraina, la tendenza è in peggioramento. I rincari energetici hanno inciso anche sul “carrello della spesa”, aumentato del 2,3%. Cresce inoltre l’inflazione di fondo, passata dall’1,6% all’1,8%.

L’Europa ha multato Temu per la paccottiglia illegale che vende da sempre

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A seguito di un’indagine durata diciannove mesi, la Commissione europea ha inflitto una multa al colosso dell’e‑commerce Temu per violazione del Digital Services Act (DSA). L’autorità ha riscontrato gravi carenze nei sistemi di controllo e tracciamento dei prodotti, che hanno permesso la diffusione sul mercato dell’eurozona di articoli illegali o pericolosi. Secondo Bruxelles, esiste “una probabilità elevata che i consumatori europei si imbattano in prodotti non conformi” sulla piattaforma, evidenziando come Temu non abbia garantito la dovuta trasparenza e sicurezza nelle proprie operazioni commerciali. La multa, annunciata giovedì 28 maggio, è stata motivata da tre principali violazioni emerse durante gli accertamenti: Temu fonda le proprie operazioni su valutazioni generiche dei rischi legati al settore dell’e‑commerce, senza analizzare in modo specifico il proprio impatto; “sottostima in modo considerevole” la quantità di prodotti illegali che raggiungono i consumatori; e non ha esaminato adeguatamente come i suoi algoritmi di raccomandazione e le strategie pubblicitarie possano contribuire alla diffusione di articoli non conformi alle norme europee. 

Che la merce venduta su Temu sia spesso poco o per nulla conforme agli standard di sicurezza europei è evidente a chiunque abbia anche solo sfogliato l’app dedicata, ma le autorità hanno confermato un’“alta percentuale” di prodotti problematici, in particolare nel settore dell’infanzia. Numerosi giocattoli sono stati classificati a rischio medio o alto perché contenenti sostanze chimiche oltre i limiti consentiti o composti da elementi di piccole dimensioni che possono provocare soffocamento, delineando un quadro di grave negligenza nei controlli di sicurezza e qualità. Il risultato é, per ora, una multa da 200 milioni di euro, ma la cifra potrebbe lievitare qualora Temu non presenti un piano d’azione giudicato valido per appianare i problemi riscontrati. L’azienda ha fino al 28 agosto 2026 per offrire, almeno su carta, una soluzione. 

Il Digital Services Act, entrato pienamente in vigore nel 2024 dopo una fase di ammonimenti formali iniziata sin dal 2022, ha finora prodotto poche sanzioni effettive, complice la lentezza delle indagini necessarie per raccogliere prove contro i giganti del digitale. Quella inflitta a Temu rappresenta la seconda per ordine cronologico e la prima per entità economica, segnando un punto di svolta nell’applicazione della normativa. Prima del colosso cinese, solo X, la piattaforma social controllata dal miliardario Elon Musk, era finita nel mirino del Digital Services Act. Musk mantiene da tempo un atteggiamento apertamente ostile nei confronti della normativa, che accusa di favorire la censura. In quel caso, la sanzione – pari a 120 milioni di euro – non riguardava la curatela dei contenuti, bensì la mancanza di trasparenza mostrata da X nei processi di verifica degli utenti e nella gestione delle inserzioni pubblicitarie.

Nonostante la scadenza ravvicinata, è difficile immaginare che Temu riesca a risolvere in modo concreto le criticità evidenziate. Il suo modello di business si fonda sulla capacità di intercettare e soddisfare rapidamente i trend di consumo, un controllo approfondito dei prodotti in uscita dalle fabbriche verso l’UE sarebbe non solo estremamente oneroso sul piano finanziario, ma anche causa di rallentamenti potenzialmente fatali per la filiera. Né il modello attuale appare particolarmente solido: nonostante gli slogan martellanti che invitano a “comprare come un milionario”, Temu continua a operare in perdita. Nel 2023, Wired ha rivelato che l’azienda perdeva in media 30 dollari per ogni pacco spedito negli Stati Uniti, mentre alcune fabbriche partner stanno in questo periodo iniziando ad abbandonarla in favore di piattaforme concorrenti di e‑shopping.