domenica 30 Novembre 2025
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Il surf a Barcellona è una cosa seria

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Passeggiando lungo i vicoli del quartiere della Barceloneta e per le rispettive strade che costeggiano le spiagge, molti elementi indicano che nella capitale catalana il surf è uno sport piuttosto comune. Se si volge infatti lo sguardo sul lungomare è frequente imbattersi in scuole e negozi dove trovare abbigliamento tecnico o locali dove affittare tavole e mute. Tuttavia, basta fare un giro di 180 gradi per notare che nell’acqua sono in pochi a destreggiarsi tra le onde. 

Il turismo e le trasformazioni che hanno cambiato radicalmente l’infrastruttura marittima della città hanno cercato di creare un immaginario che vede in Barcellona una destinazione perfetta anche per praticare il surf. Ma la realtà dei fatti è ben diversa. Se le onde atlantiche che bagnano le coste del Paese basco e della Galizia rappresentano una Mecca per questo sport, dove ancora oggi si celebrano campionati nazionali e internazionali, il Mediterraneo non ha mai goduto della medesima fama: le onde, generalmente poco elevate e di bassa intensità, si concentrano in pochi giorni all’anno e rendono il desiderio di cavalcarle un sogno quasi impraticabile. 

Nonostante le condizioni atmosferiche sfavorevoli, dagli anni Settanta in Catalogna si è creata una comunità che prova a sfidare il mare piatto e lotta per la salvaguardia delle coste dai piani urbanistici imposti dalle istituzioni politiche. 

La pratica del surf raggiunge l’Europa alla conclusione della Seconda guerra mondiale attraverso i militari impiegati nelle basi statunitensi nelle Azzorre e in Inghilterra. Bisogna attendere però gli anni Sessanta prima di vedere il surf sulle coste della penisola iberica. La prima città a raccogliere le redini del movimento esploso negli Stati Uniti d’America è stata Biarritz, situata nel lato francese del Paese Basco. Da qui il surf ebbe l’occasione di spingersi investendo, timidamente, l’intera fascia atlantica del Paese, grazie alle onde che permettevano di replicare perfettamente le gesta dei surfisti attivi nell’Oceano Pacifico. 

Da questo germe nato a ovest, alcuni dei giovani che ebbero modo di provare l’adrenalina del nuovo sport decisero di portare la passione sulle coste del Mediterraneo. Inizialmente, questo movimento fece fatica a trovare spazio anche a causa della situazione sociopolitica del Paese. Lo stereotipo dello stile di vita scanzonato e libero ereditato dal surf californiano si scontrava con la realtà autoritaria imposta dalla dittatura franchista. 

La nuova comunità si adattò alle condizioni sfavorevoli della costa orientale con non pochi problemi. I riferimenti sportivi prettamente inesistenti e la penuria di onde rendevano la missione di importare il surf in Catalogna praticamente impossibile. Legati al Club de Natación de Castelldefels i primi appassionati erano soliti praticare il windsurf, ma nei giorni con poco vento utilizzavano le stesse tavole da “wind” per cavalcare le onde. 

Gli anni Novanta segnarono la consacrazione della nuova comunità del surf catalano: fecero capolino i primi campionati dove si radunavano e si sfidavano gli sparuti gruppi provenienti da tutte le città costiere della regione. Nonostante ciò, la pratica non riusciva a trovare l’assenso della popolazione, ancora convinta che il Mediterraneo non offrisse la possibilità di cavalcare onde. Difatti, specialmente durante le mareggiate invernali, l’accesso all’acqua era spesso osteggiato e fortemente sconsigliato dalle autorità, nonostante fossero proprio quei pochi giorni l’occasione perfetta per praticare il surf. 

In Catalogna è indubbiamente più difficile praticare il surf in confronto ad altri luoghi dove le onde sono garantite per la quasi totalità del tempo. Da qui nasce il detto popolare che sulla costa catalana è possibile cavalcare onde per «cento giorni all’anno». Questa caratteristica nel corso degli anni ha dato così vita a un moto d’orgoglio che ha spinto la comunità catalana a non cedere alla frustrazione e credere che anche in Catalogna il surf fosse possibile. Chiaramente la frustrazione non si limitava alle difficoltà in acqua. Senza la possibilità di consultare su internet le previsioni del moto ondoso, non appena si palesasse l’eventualità di pioggia, chi praticava questo sport si fiondava sulla costa con la speranza di buttarsi in acqua e, in caso contrario, percorreva l’intera costa per trovare la spiaggia nella quale “entrassero” le onde migliori. Questa difficoltà, per quanto rendesse difficile la pratica, ebbe il merito di sedimentare la relazione tra surfisti in tutta l’area che si scambiavano informazioni sull’andamento delle mareggiate. 

Le spiagge più comuni dove praticare il surf sono, ancora oggi, quelle di Castelldefels, Sitges, Premià de Mar e, in particolar modo, quelle del quartiere della Barceloneta. Quest’ultimo visse una profonda trasformazione infrastrutturale tanto da renderlo irriconoscibile; difatti, a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, non era raro per chi surfava dover condividere l’acqua con gli scarti industriali o le carcasse di animali riversati in mare. Le Olimpiadi del 1992 e l’esplosione turistica della città cambiarono tutto. 

La comunità del surf ha iniziato così ad allargarsi e lo sport ha assunto una popolarità mai vista prima. Nonostante ciò, le difficoltà di surfare sulla costa catalana si sono unite al sovraffollamento delle spiagge e hanno così dato vita al fenomeno del localismo. Sempre più persone hanno iniziato a contendersi pochissime onde e di conseguenza la situazione ha portato a tensioni tra “locali” e surfisti turisti considerati come “invasori”. 

Nel corso degli anni la comunità catalana, unita nell’Associazione Catalana del Surf, ha lottato anche contro i piani di cementificazione delle spiagge. Difatti, nei primi anni Duemila, centinaia di surfisti hanno manifestato più volte contro i progetti approvati dal Comune di Barcellona di costruire dei frangiflutti sul fondale marino in tutte le spiagge della città per risolvere il problema delle mareggiate e non perdere la sabbia artificiale. Questo piano ha portato ad alterare la conformazione geologica e orografica della Barceloneta e diminuire ulteriormente la praticità delle onde. Inoltre, ha definitivamente impedito al mare la possibilità di autoregolarsi, aumentando, paradossalmente, il rischio di distruzione delle spiagge. 

Barcellona oggi fa del mare una delle caratteristiche principali del proprio successo turistico; per chi pratica il surf, però, quello stesso mare rappresenta una croce e una delizia. Nonostante sia difficile, la comunità surfista catalana con orgoglio e determinazione si lancia in acqua e cavalca le onde messe a disposizione dalla natura, almeno per cento giorni all’anno.

Il governo Meloni vuole inserire un membro nominato dal governo nei CDA delle università

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La commissione per la riforma della governance universitaria ha presentato una proposta al Ministero dell’Università e della Ricerca che introdurrebbe una figura nominata direttamente dal governo nei Consigli di Amministrazione degli atenei. A dare la notizia è Rete 29 aprile (R29A), associazione di lavoratori e lavoratrici del mondo accademico italiano. La proposta si inserisce all’interno di un progetto di riforma della governance di ateneo che l’esecutivo ha intenzione di portare avanti da tempo, e che prevedrebbe anche «l’imposizione di due componenti nel CdA da parte degli enti locali», e il rafforzamento del mandato dei rettori. Il Ministero, inoltre, «influirebbe sulla politica dell’Ateneo anche imponendo dellelinee generali’, di cui il rettore dovrebbetenere conto’». Una vera e propria «ingerenza diretta» del Governo all’interno degli atenei, scrive R29A, che sembra essere volta ad accentrare gli organi universitari e a subordinarli ai dettami governativi.

La bozza visionata da R29A è stata avanzata dalla commissione per la riforma della governance universitaria, che il MUR ha istituito il 20 settembre 2024 per mezzo di un decreto ministeriale. Oltre all’inserimento di tre nuovi membri nei CdA nominati da ministro ed enti locali, la proposta si concentrerebbe sul rafforzamento delle figure ai vertici degli atenei. La bozza proporrebbe di allungare l’ufficio dei rettori da 6 a 8 anni e aprirebbe alla rielezione dei professori per un secondo mandato; a metà mandato sarebbe prevista una votazione per confermare il rettore nel suo ruolo. Allo stesso modo, regolamenterebbe anche le figure dirigenziali: i direttori di dipartimento verrebbero rinnovati in coincidenza dell’elezione e della conferma del rettore, mentre i direttori generali inizierebbero e cesserebbero il loro lavoro in parallelo al rettore, di cui dovrebbero «applicare gli indirizzi».

R29A denuncia «l’approccio dirigistico» che emergerebbe dalla proposta, giudicandolo «allarmante», e «intollerante anche a pallidi spiragli democratici»; la Rete riporta infatti che nei CdA l’unica componente elettiva sarebbe quella studentesca. R29A denuncia la «volontà di un controllo governativo sempre più capillare anche delle università». La proposta sembra infatti tesa a un accentramento del potere nelle mani degli organi universitari monocratici e degli uffici dirigenziali, rafforzando notevolmente la figura del rettore e allineando i direttori a essa. Parallelamente a questo accentramento, vi sarebbe quella «ingerenza» di cui parla R29A, incarnata dall’imposizione di figure esterne e nominate dall’alto nei CdA e della richiesta di allineamento alle «linee generali» del Ministero.

Caso Almasri, la CPI contro l’Italia: “Non ha rispettato i propri obblighi”

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Si apre un nuovo capitolo sul caso Almasri. La Corte Penale Internazionale ha infatti stabilito che l’Italia, non eseguendo correttamente la richiesta di arresto del generale libico dello scorso gennaio, non ha rispettato i propri obblighi internazionali. Le tre giudici della camera preliminare I de L’Aja hanno rilevato all’unanimità la mancanza di dovuta diligenza e hanno respinto le giustificazioni del governo sul trasferimento in Libia, ritenute «molto limitate». La Corte ha tuttavia rinviato una decisione sul deferimento, concedendo all’Italia tempo fino al 31 ottobre per fornire chiarimenti su eventuali procedimenti interni pertinenti alla vicenda. Tra questi, ci sono anche le carte dell’inchiesta a carico dei ministri Carlo Nordio e Matteo Piantedosi e del sottosegretario Alfredo Mantovano, i quali, in seguito al respingimento dell’autorizzazione a procedere da parte della Camera, non potranno essere processati.

Dal documento, emerge che le giudici hanno sancito «all’unanimità che l’Italia non abbia agito con la dovuta diligenza né utilizzato tutti i mezzi ragionevoli a sua disposizione per ottemperare alla richiesta di cooperazione» della Corte dell’Aja. L’esecutivo guidato da Giorgia Meloni, mette ancora nero su bianco la CPI, non ha fornito «alcuna valida ragione giuridica o ragionevole giustificazione» per il trasferimento immediato dell’uomo in Libia, «anziché consultare preventivamente la Corte o cercare di rettificare eventuali difetti percepiti nella procedura d’arresto». Le giudici hanno definito «molto limitate» le spiegazioni attraverso cui il governo italiano ha cercato di giustificare le proprie azioni (che a detta dei protagonisti della vicenda sarebbero state basate su «motivi di sicurezza e il rischio di ritorsioni»), sottolineando che «non è chiara» la scelta di trasportare Almasri «in aereo verso la Libia».

Sebbene le autorità italiane abbiano avuto «ampio tempo a disposizione» e vi siano stati «ripetuti tentativi d’interloquire con il ministero della Giustizia italiano», nella pronuncia si spiega che l’Italia non ha mai contattato la Corte per «risolvere eventuali ostacoli» in merito al mandato d’arresto e alla «presunta richiesta d’estradizione concorrente» da parte della Libia. Così, la CPI non ha potuto esercitare le proprie funzioni. La Corte ha inoltre evidenziato come le questioni di diritto interno non possano essere invocate al fine di giustificare una mancata cooperazione con la CPI. Pur avendo rilevato la violazione, le giudici hanno deciso di non rinviare immediatamente la questione all’Assemblea degli Stati parte né al Consiglio di sicurezza dell’ONU, riconoscendo la «complessità» della materia. Con voto di maggioranza, è stata accordata al governo una proroga fino a venerdì 31 ottobre per trasmettere ulteriori spiegazioni e documenti su eventuali procedimenti interni legati alla vicenda.

Almasri, soprannominato «il torturatore di Tripoli» dalle organizzazioni che investigano la situazione dei migranti in Libia, si trovava a Torino quando, lo scorso 19 gennaio, è stato arrestato dalle forze dell’ordine italiane su segnalazione dell’Interpol. Su di lui pendeva un ordine di arresto segreto della Corte Penale Internazionale (CPI) con l’accusa di crimini di guerra e contro l’umanità, principalmente per quanto accade all’interno delle carceri libiche. La Corte d’Appello di Roma ha però giudicato «irrituale» l’operazione, sostenendo che la polizia italiana non avesse l’autorità per agire, come prevedono le norme sulla cooperazione con la Corte dell’Aia, senza una preventiva autorizzazione del ministro della Giustizia. Il ministro della giustizia Nordio, a quel punto, avrebbe potuto sanare la situazione dando l’autorizzazione per convalidare l’arresto, ma non è intervenuto. In un informativa al Parlamento, Nordio si è difeso dicendo che il mandato è «arrivato in lingua inglese senza essere tradotto con una serie di criticità che avrebbero reso impossibile l’immediata adesione del ministero alla richiesta arrivata dalla Corte d’appello». Tra questa sorta di barriera linguistica, cui Nordio ha fatto più volte riferimento, e il «pasticcio» formale della CPI, il guardasigilli – almeno secondo la sua versione – avrebbe tardato nella lettura degli atti, che in ogni caso avrebbe giudicato «nulli». Così, Almasri è stato scarcerato, con il ministro dell’Interno Piantedosi che ha firmato un decreto di espulsione, dichiarandolo «soggetto pericoloso» e vietandogli l’ingresso in Italia per 15 anni. Almasri è stato quindi riportato in Libia su un aereo dei servizi segreti italiani.

Investito della questione in seguito alla denuncia presentata sul caso dall’avvocato Luigi Li Gotti, lo scorso agosto il Tribunale dei Ministri aveva archiviato la posizione della premier Giorgia Meloni, chiedendo invece l’autorizzazione a procedere per i ministri Nordio e Piantedosi e per il sottosegretario Alfredo Mantovano, indagati per favoreggiamento, con ulteriori accuse di peculato e rifiuto di atti d’ufficio. Il 9 ottobre, la Camera dei deputati ha però respinto definitivamente la richiesta di processare i tre membri del governo: come previsto, la maggioranza di centrodestra ha votato compatta contro l’autorizzazione a procedere: 251 voti contrari per Nordio, 252 per Mantovano e 256 per Piantedosi, con circa venti voti provenienti anche da parte dell’opposizione. L’esito comporta per loro l’archiviazione delle indagini, mentre resta aperta l’inchiesta sulla capo di gabinetto del Ministero della Giustizia, Giusi Bartolozzi, seguita dalla Procura di Roma.

Gaza City, IDF colpisce minibus: 9 morti

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Un attacco israeliano nel quartiere Zeitoun di Gaza City ha provocato la morte di nove membri della famiglia Abu Shaaban, colpiti mentre viaggiavano su un minibus verso casa. Si tratta della più grave violazione dell’accordo di cessate il fuoco tra Israele e Hamas degli ultimi otto giorni. Fonti locali riferiscono che il veicolo sarebbe stato centrato da un carro armato israeliano, mentre l’Idf sostiene che le sue truppe abbiano reagito a movimenti oltre la “linea gialla”, zona di demarcazione stabilita dall’intesa. Nelle stesse ore, Israele ha ricevuto dalla Croce Rossa la bara di Eliyahu Margalit, ostaggio trattenuto da Hamas per oltre un anno.

Un’immensa Palestina

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Il mondo rischia di diventare una immensa Palestina. Lo hanno capito i milioni di persone scese in strada che, schierandosi per la Palestina, hanno preso le parti dei diritti umani, che hanno espresso la volontà di sentirsi una comunità integrale, senza confini. E questi milioni sono diventati rappresentanti anche di chi è rimasto a casa e hanno fatto piazza pulita dei critici per forza, scettici perché reazionari, e dei violenti telecomandati, provocatori pronti per le prime pagine.

Non dominano ancora l’odio e la provocazione ma serpeggiano. Ve ne siete accorti: nelle relazioni personali, nei social, tutto è a rischio di fraintendimento, di intolleranza. Non si fanno sforzi per capire, vogliamo giudicare in fretta e, soprattutto, non siamo disposti a sorprenderci, ad amare le novità. Il sospetto ha sostituito il dubbio, si lasciano aperte ferite che noi stessi abbiamo provocato. Per di più si sono aperti, o riaperti, fronti ancora più gravi. La violenza, i delitti contro le donne, contro chi è stata amata fino al giorno prima hanno delle precise responsabilità ma derivano dall’idea che si possa comunque prevaricare quando le cose vanno in una direzione opposta a quanto voluto. Idee malsane che trovano ascolto nelle nuove patologie estreme della vita quotidiana.

Nel dominio pubblico si fa strada l’arroganza di chi governa, di chi pensa di fare piazza pulita perfino del senso comune. Siamo in uno dei punti più bassi della storia recente. Chi ci governa ha un fare vendicativo, sembra che la voglia fare pagare a qualcuno. L’autorevolezza nei pianti alti si fa sempre più rara, sono spuntati i social di regime, le affermazioni violente, provocatrici, distribuite come ovvietà ed espresse con cattiveria, con la voglia di vendicare un passato di perdenti.

Ritorniamo a parlare di fascismo e, ovviamente, e giustamente mai abbastanza, di antifascismo. Ma si deve andare oltre perché non si ricada nella solita conta dei morti, di chi ne ha fatti di più da una parte o dall’altra. E si finisca per parlare sempre del peggio. Questo attuale è invece il clima perfetto per riparlare di guerra. Accanto ai problemi economici fare leva anche sui nemici, soprattutto su quelli inventati è la via maestra per ricacciare la gente nella passività assoluta. E produrre armi soprattutto per la difesa, soprattutto perché per l’offesa sono necessari ancora più mezzi, ancora più soldi. 

Denari per le armi che vogliono solo coloro che hanno potere, coloro che agiscono in nome e per conto di interessi dominanti, compresa la quota filantropica che fa apparire la ricchezza merce per i migliori. Mi mantengo volutamente entro un tono garbato ma è evidente che noi europei siamo su una polveriera che i nostri stessi governi stanno alimentando, nell’assoluto oblio della storia e dei nostri valori. Questi ultimi sì consegnati al nemico, a quei nemici oscuri, apparentemente onnipotenti in preda al Satana del soldo e del potere irresponsabile.

Non riusciremo, temo, a farli ragionare, ma riusciremo a sostituirli con politici davvero alternativi? Forse. Ma dovremmo sostituire la rabbia con la tenacia, la rassegnazione con la determinazione. La verità è lenta ma prima o poi è vittoriosa.

Kenya, calca a funerale leader d’opposizione Odinga: 2 morti e 160 feriti

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Due persone sono morte e oltre 160 sono rimaste ferite in una calca scoppiata ieri, venerdì 17 ottobre, durante il funerale di stato dell’oppositore keniota Raila Odinga allo stadio Nyayo di Nairobi, ha riferito Medici Senza Frontiere. La folla si è stretta per vedere la salma, schiacciando molti presenti; la Croce Rossa ha inviato squadre per soccorrere ed evacuare i feriti. Il bilancio segue scontri del giorno prima, quando le forze di sicurezza spararono alla veglia allo stadio Kasarani di Nairobi. Odinga, ex prigioniero politico e leader carismatico, è morto a 80 anni in India; migliaia hanno partecipato al funerale, con il presidente Ruto presente.

Ucraina: dopo la telefonata con Putin, Trump frena sul sostegno militare a Kiev

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Nel corso dell’incontro bilaterale svoltosi venerdì 17 ottobre alla Casa Bianca con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, il presidente statunitense Donald Trump ha fatto un ulteriore passo indietro rispetto alla possibilità di inviare a Kiev i missili a lungo raggio Tomahawk, al centro delle trattative delle ultime settimane. Sulla posizione di Trump potrebbe aver influito l’inaspettata telefonata che ha avuto luogo lo scorso giovedì con il presidente russo Putin, nel corso della quale i due leader hanno parlato di un possibile incontro bilaterale che potrebbe aver luogo a Budapest nelle prossime due settimane. «I Tomahawk sono armi molto pericolose, molto potenti. Potrebbero implicare una escalation. I Tomahawk sono una questione importante, non vogliamo dare via cose di cui abbiamo bisogno per proteggere il nostro Paese», ha dichiarato Trump.

«Abbiamo bisogno dei Tomahawk e abbiamo bisogno di molte delle altre cose che negli ultimi quattro anni abbiamo mandato in Ucraina» ha detto il presidente statunitense, nel corso dell’incontro con i giornalisti a margine del vertice con Zelensky. «Ora abbiamo una situazione diversa, li mandiamo all’Unione Europea e loro pagano (loro hanno un sacco di soldi), ma noi abbiamo bisogno dei Tomahawk e delle altre armi che stiamo mandando in Ucraina. Questa è esattamente un’altra delle ragioni per le quali vogliamo finire questa guerra, parliamo di un gran numero di armi molto potenti» ha sottolineato, augurandosi che la guerra possa finire «senza che abbiamo bisogno di pensare ai Tomahawk».

Rispondendo alle domande dei giornalisti, il presidente Zelensky ha suggerito un possibile scambio tra i droni militari prodotti in Ucraina, che Kiev produce in gran quantità, e i missili a lungo raggio, ma questo non sembra aver smosso le posizioni di Trump, nonostante abbia ammesso che gli USA «ne comprino molti dall’estero». L’incontro, definito dal presidente statunitense «interessante» e «cordiale», non ha quindi raggiunto la conclusione sperata per Zelensky. In un post pubblicato successivamente sul proprio social Truth, Trump ha scritto che «è il momento di fermare le uccisioni e trovare un ACCORDO!», sottolineando come sia stato versato «abbastanza sangue» e come i confini delle due parti siano stati definiti «con guerre e viscere». «Dovrebbero fermarsi dove sono ora» ha detto Trump, «lasciare che entrambe dichiarino vittoria, che la Storia decida! Basta sparatorie, basta morti, basta con le immense e insostenibili somme di denaro spese. Questa è una guerra che non sarebbe mai cominciata se io fossi stato presidente. Migliaia di persone massacrate ogni settimana – BASTA, ANDATE A CASA IN PACE DALLE VOSTRE FAMIGLIE!» [maiuscole originali, ndr]. Nel corso del vertice, Trump ha inoltre riferito che l’incontro con Putin non prevedrà la presenza di Zelensky, perchè tra i due leader «non corre buon sangue». «Questi due leader non si piacciono e vogliamo rendere le cose più confortevoli per tutti».

Nelle scorse settimane, Trump aveva riferito di aver «più o meno» preso una decisione in merito all’invio dei missili a lunga gittata (sulla quale Kiev sta manifestando forte insistenza), ma di voler prima capire come sarebbero stati usati. A tal proposito, Mosca sottolinea che, se l’Europa continuerà a fornire sistemi missilistici, intelligence e assistenza militare all’Ucraina, finirà per essere considerata parte del conflitto stesso – una linea che richiama discorsi già emersi nei mesi precedenti.

Russia, condannati per terrorismo 15 soldati ucraini del gruppo Aidar

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Il tribunale militare russo di Rostov sul Don ha condannato ieri 15 soldati ucraini del battaglione Aidar a pene comprese tra 15 e 21 anni con l’accusa di terrorismo. Si tratta del secondo processo di massa contro prigionieri di guerra ucraini dopo quello di marzo contro 23 membri del battaglione Azov. La Russia ha etichettato sia i gruppi Azov che Aidar come organizzazioni terroristiche e accusato i loro membri di crimini di guerra. Kiev ha definito il processo una «farsa» e una violazione del diritto internazionale, accusando Mosca di criminalizzare chi ha difeso la propria patria. Il portavoce di Aidar, Ivan Zadontsev, ha denunciato il procedimento come politico.

Trump ha autorizzato la CIA a effettuare operazioni segrete in Venezuela

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Dopo gli attacchi nel mare dei Caraibi delle ultime settimane, che hanno ucciso 27 persone, gli USA puntano a un’escalation militare improntata alla destabilizzazione del governo di Caracas. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha confermato mercoledì ai giornalisti di aver autorizzato la CIA a condurre operazioni segrete in Venezuela, inclusa la possibilità di azioni “letali”, per fare pressione sul governo di Caracas e destituire il presidente Nicolás Maduro. «Controlliamo il mare, ora guardiamo a terra» ha dichiarato Trump, aprendo alla possibilità di attacchi terrestri nel Paese sudamericano. Il tycoon ha giustificato l’autorizzazione all’agenzia di intelligence statunitense con due motivazioni principali: la migrazione di venezuelani negli Stati Uniti e il traffico di droga. L’annuncio di Trump ha portato non solo alle proteste di Caracas, ma anche alle dimissioni dell’ammiraglio Alvin Holsey, capo del Southern Command USA, che supervisiona le azioni militari in America Centrale e Meridionale.

La notizia era stata anticipata dal New York Times, citando funzionari statunitensi a conoscenza dei fatti. La decisione risalirebbe ai primi mesi del secondo mandato Trump e farebbe parte di una strategia volta a rovesciare il governo Maduro, considerato da Washington un “regime narco-terrorista”. La Casa Bianca aveva anche offerto, nel 2020, 50 milioni di dollari per informazioni che portassero all’arresto e alla condanna del presidente venezuelano, sulla base delle accuse di narcotraffico. Sullo sfondo, un’offerta di transizione politica presentata da funzionari venezuelani ma respinta, però, dagli Stati Uniti. Secondo quanto rivelato da un ex funzionario dell’amministrazione Trump, un gruppo di alti dirigenti venezuelani avrebbe proposto un piano per favorire una “uscita ordinata” del presidente Maduro. Il progetto prevedeva che il leader bolivariano si dimettesse entro tre anni, lasciando la presidenza alla sua vice Delcy Rodríguez, incaricata di portare a termine il mandato fino al gennaio 2031. Rodríguez non si sarebbe candidata alla rielezione, aprendo così la strada a un nuovo assetto istituzionale “post-Maduro”. La Casa Bianca ha tuttavia respinto l’offerta, giudicandola una mossa di facciata e ribadendo di non riconoscere la legittimità del governo venezuelano. A Washington, il piano è stato interpretato come un segnale di debolezza interna, un tentativo disperato di Caracas di alleggerire la pressione economica e diplomatica, inasprita dopo il riavvio delle sanzioni energetiche. La tempistica delle rivelazioni non è casuale. Il New York Times aveva già pubblicato il 10 ottobre un presunto scoop, secondo cui Maduro avrebbe offerto concessioni economiche agli Stati Uniti, inclusi privilegi sull’accesso al petrolio e alle miniere, in cambio di un alleggerimento delle sanzioni. Pochi giorni dopo, lo stesso quotidiano ha diffuso la notizia dell’autorizzazione concessa da Trump alla CIA per condurre operazioni segrete in territorio venezuelano. Due mosse coordinate che, più che informare, costruiscono una narrazione: quella di un governo ormai isolato e pronto a cedere il potere. L’Associated Press, seguendo lo schema ormai classico delle “fonti anonime vicine al dossier”, ha poi rilanciato la storia di un piano interno per la successione di Maduro. Il risultato è una sequenza di messaggi calibrati per minare la percezione di stabilità del governo venezuelano, generare sfiducia tra i suoi sostenitori e legittimare eventuali azioni più aggressive da parte di Washington.

La frustrazione per gli attacchi è cresciuta a Capitol Hill ed è culminata nelle dimissioni di Holsey. Alcuni repubblicani hanno chiesto alla Casa Bianca maggiori informazioni sulla giustificazione legale e sui dettagli delle operazioni, mentre i democratici sostengono che gli attacchi violano il diritto statunitense e internazionale. Da Caracas, Maduro ha condannato duramente la notizia delle operazioni della CIA in Venezuela, accusando gli Stati Uniti di usare il narcotraffico come pretesto per giustificare un “cambio di regime” e appropriarsi delle risorse petrolifere del Paese. In risposta al dispiegamento militare statunitense, Caracas ha avviato esercitazioni al confine con la Colombia e mobilitato riservisti e forze dell’ODDI (Organo di Direzione per la Difesa Integrale) e delle ZODI (Zona Operativa per la Difesa Integrale) nei principali quartieri popolari. Il ministro degli Esteri Yván Gil ha annunciato un ricorso alle Nazioni Unite, mentre il Parlamento intende avviare procedimenti legali contro Washington per “minacce e aggressioni”. Anche la Colombia, per voce del presidente Gustavo Petro, ha denunciato il rischio di escalation e ricordato le vittime degli attacchi USA in acque internazionali. Washington mal sopporta un regime che si definisce socialista nel suo “cortile di casa” e le tensioni rientrano in un conflitto di lunga data: nel 2019 l’amministrazione Trump riconobbe Juan Guaidó come presidente ad interim del Venezuela, sostenendo un governo ombra per tentare di rovesciare il governo di Caracas. 

Al di là delle narrazioni di facciata, ciò che emerge è, infatti, la continuità della politica estera statunitense: una dinamica che ripercorre vecchi schemi dello scorso secolo all’insegna del “regime change“, che gli USA hanno imposto in America centrale (Cuba, Nicaragua, Guatemala) e in America del Sud (su tutti in Cile e per ultimo il fallito colpo di Stato contro Chavez nei primi anni 2000). Cambiano le amministrazioni, ma non la strategia di fondo: l’obiettivo resta il controllo geopolitico delle risorse e la neutralizzazione dei governi non allineati. Le operazioni “coperte” della CIA in America Latina non sono un’anomalia, ma un modus operandi che si è raffinato ed evoluto su scala globale, fino alle “rivoluzioni colorate” del XXI secolo. Il Venezuela, con le sue immense riserve di petrolio e la sua posizione strategica, rappresenta un nodo cruciale di questa rete. Sul piano simbolico, il Nobel per la Pace 2025 alla leader dell’opposizione María Corina Machado ha rafforzato la pressione internazionale su Caracas, fornendo un ulteriore tassello nella costruzione del consenso internazionale attorno a un cambio di regime “umanitario”. Machado ha, infatti, espresso apertamente il suo sostegno all’aumento della presenza militare USA nei Caraibi voluta da Trump e ha dedicato a quest’ultimo il Nobel. In questo scenario, l’informazione gioca un ruolo chiave: travestita da giornalismo, diventa veicolo di un soft power che prepara il terreno all’intervento. La guerra non si combatte più solo con le armi, ma con le narrazioni. E in Venezuela, la battaglia per la percezione è già iniziata.

Giornalisti restituiscono badge al Pentagono in segno di protesta

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Decine di giornalisti statunitensi di vari importanti media statunitensi, tra cui il New York Times, il Wall Street Journal CNN, hanno consegnato i loro badge d’accesso al Pentagono, rifiutando di accettare le nuove restrizioni imposte dal Dipartimento della Guerra. Le nuove regole richiedono un’approvazione preventiva di alcune informazioni da pubblicare e limitano l’accesso a zone dell’edificio. Il segretario alla Guerra, Pete Hegseth, ha definito le misure “di buon senso”, ma nessun media, salvo il network conservatore One America News (OAN), ha accettato di firmare la direttiva, che viene ritenuta una limitazione alla libertà di stampa. I reporter affermano che continueranno a lavorare anche senza accesso diretto al complesso.