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In tutta Italia centinaia di malati che usano cannabis medica sono stati convocati in caserma

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In diverse città italiane, da Roma a Milano, da Napoli a Bologna fino a Verona e Rimini, centinaia di pazienti in cura con cannabis terapeutica raccontano di essere stati convocati in caserma dai carabinieri come “persone informate dei fatti”. Professionisti, anziane donne con tumori in fase avanzata, giovani con anoressia o vulvodinia, ma anche proprietari di animali trattati con cannabinoidi: tutti si sarebbero ritrovati davanti a domande sulla propria terapia, sulla ricetta, sul medico e sul luogo di acquisto del farmaco. Una vicenda che sta alimentando paura e sconcerto tra associazioni, legali e malati, per l’impatto che può avere sulla privacy e sulla dignità dei pazienti.

A portare la questione all’attenzione pubblica sono state Antonella Soldo, presidente dell’Associazione Meglio Legale, e l’avvocata Cathy La Torre, che hanno invitato attraverso i social altri eventuali pazienti coinvolti a farsi avanti. Da giorni, infatti, emergono testimonianze provenienti da più regioni che descrivono uno schema ricorrente: convocazioni in caserma, richieste di chiarimenti sulla terapia a base di cannabis, sulle modalità di prescrizione e di reperimento. In alcuni casi, secondo i racconti raccolti dalle associazioni, sarebbero stati chiesti anche screenshot di email e messaggi WhatsApp. Elemento ancor più irrituale: nessuno dei convocati avrebbe ricevuto una copia del verbale firmato. «Avevano una serie di domande già scritte che mi hanno fatto, ho firmato il foglio ma mi hanno detto che non potevano darmene una copia», racconta un paziente. Tra i casi più surreali ci sono anche quelli che coinvolgono proprietari di animali domestici (la cannabis terapeutica è infatti consigliata per alcune patologie patologie dei cani): «Anche i miei pazienti animali sono stati ‘visitati’ dai carabinieri – ha raccontato un veterinario -. Li hanno fatti portare in caserma! Hanno richiesto screenshot di mail e whatsapp, hanno fatto verbale e non hanno rilasciato copia».

Sta di fatto che, nel nostro Paese, la cannabis medica è legale dal 2006 e regolamentata dal decreto ministeriale del 9 novembre 2015, che ne disciplina prescrizione, preparazione in farmacia come galenico magistrale e distribuzione. Può essere prescritta per dolore neuropatico, sclerosi multipla, nausea da chemioterapia, epilessia farmacoresistente e altre patologie gravi. Eppure, il semplice fatto di assumere questo farmaco sembra aver trasformato alcuni malati in soggetti da verificare. «Mi hanno trattato come un criminale», ha raccontato uno dei pazienti ascoltati, riassumendo il disagio di chi si è sentito esposto a un controllo percepito come invasivo e sproporzionato.

Secondo quanto ricostruito, alla base delle convocazioni vi sarebbe un’indagine sui canali di distribuzione. Recapitare a domicilio sostanze stupefacenti, anche se a scopo terapeutico, è vietato dal Testo unico sulle droghe (DPR n. 309 del 1990). Una circolare del ministero della Salute del settembre 2020 ha esteso il divieto anche ai farmaci durante l’emergenza Covid. Eppure, molte farmacie spediscono direttamente ai pazienti perché quelle che trattano la cannabis sono solo circa mille su ventunomila, con i malati che dunque non sanno dove reperire il farmaco. Una pronuncia del Consiglio di Stato, nel 2024, ha ribadito il divieto per le farmacie non autorizzate. L’alternativa sarebbe spedire il farmaco a un’altra farmacia vicina al paziente, ma, come testimoniato da esperti del settore, sono pochissime le farmacie che accettano di ricevere la cura a base di cannabis, avendo il timore di incorrere in sanzioni o contestazioni amministrative. Il risultato è che persone con patologie serie, spesso in condizioni fisiche fragili, sono costrette a viaggi complessi e costosi per recuperare un medicinale che sulla carta è perfettamente legale.

In ultimo, resta sul tavolo una questione assai inquietante, che porta a chiedersi chi abbia utilizzato i dati sanitari dei pazienti e con quale autorizzazione. I dati relativi alla salute, infatti, rientrano tra le categorie particolari protette dal GDPR e dal D.Lgs. 51/2018, che richiede garanzie adeguate e una base giuridica chiara per ogni accesso. Anche per questo motivo, le convocazioni stanno sollevando interrogativi non solo sui metodi usati, ma anche sull’eventuale accesso a ricette, elenchi o banche dati.

Francia, disordini dopo vittoria PSG in Champions: fermate 426 persone

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Sabato sera a Parigi e in altre 15 città francesi si sono verificati violenti disordini durante i festeggiamenti per la vittoria del Paris Saint-Germain nella finale di Champions League contro l’Arsenal. Le forze dell’ordine hanno fermato 426 persone, di cui 283 nella capitale, mentre sette agenti sono rimasti feriti, uno gravemente. A Parigi, oltre 20mila tifosi si sono radunati sugli Champs-Élysées dopo la partita, dando origine a scontri, incendi e atti vandalici che hanno danneggiato veicoli, negozi e fermate degli autobus. Disordini e blocchi del traffico hanno interessato anche altri quartieri, causando forti disagi alla circolazione e ai trasporti pubblici.

In Sardegna vanno avanti gli espropri per un gasdotto che ancora non esiste

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gasdotto Sardegna

Il 15 maggio 2026 Enura S.p.A. – joint venture tra Snam e Società Gasdotti Italia – ha avviato le procedure di esproprio per il tratto centro-sud del futuro metanodotto sardo, coinvolgendo 24 comuni tra le province di Cagliari, Sulcis Iglesiente, Medio Campidano e Oristano. Il problema, denunciato dai comitati locali è che il gas che dovrebbe scorrere in quel gasdotto non ha ancora un punto di arrivo autorizzato, e la raffineria che giustificherebbe economicamente l’intera opera è ferma dal marzo 2009.
Il progetto prevede 304 chilometri di condotte, di cui 162 di rete nazionale e 142 di rete regionale, che attraverseranno il Campidano dall’oristanese fino a Cagliari, con una diramazione verso Iglesias e Carbonia. Questo tratto ha superato la Valutazione d’Impatto Ambientale (VIA) nel 2020. Ma si inserisce in un progetto più ampio che non è stato ancora approvato nella sua interezza. Il nodo principale riguarda il rigassificatore previsto nel porto di Oristano-Santa Giusta: l’impianto che dovrebbe trasformare il gas liquido in metano da immettere nella rete è tuttora soggetto a procedura di VIA. Snam ha firmato solo un accordo preliminare per acquisire il deposito costiero Higas e convertirlo in unità di rigassificazione galleggiante, ma l’iter autorizzativo non è concluso e senza rigassificatore il gasdotto non ha una fonte di approvvigionamento.

La raffineria ferma dal 2009

Il secondo problema riguarda la domanda energetica. Gli scenari trasmessi da Snam a dicembre 2025 e riportati nel documento ARERA 135/2026 immaginano una proiezione di consumi crescenti fino a 612 milioni di metri cubi l’anno al 2030. Ma la crescita prevista dipende quasi interamente da un singolo soggetto: la raffineria di bauxite Eurallumina di Portovesme, nel Sulcis Iglesiente, che assorbirebbe 363 milioni di metri cubi, il 59% del totale. La domanda civile e terziaria, stimata a 59 milioni di metri cubi a regime, è già coperta dai depositi di gas naturale liquefatto oggi operativi sull’isola. Eurallumina è ferma dal marzo 2009: la raffineria, di proprietà della russa Rusal – il cui principale azionista, Oleg Deripaska, è sotto sanzioni – ha interrotto la produzione sedici anni fa e sopravvive grazie agli ammortizzatori sociali, con circa 190 dipendenti rimasti su 403 che erano in forza alla chiusura. A settembre 2025 l’azienda ha comunicato alle parti sociali l’intenzione di chiudere definitivamente i battenti entro fine anno, una decisione scongiurata dalla protesta dei lavoratori. Il destino dello stabilimento è ancora in bilico e soprattutto, come sottolineano i comitati, non risulta alcun contratto pubblicamente verificabile tra Enura ed Eurallumina che garantisca i consumi su cui è basato l’intero progetto. Secondo uno studio RSE citato dallo stesso documento ARERA, perché una dorsale di queste dimensioni sia economicamente conveniente occorrerebbero consumi superiori a 1,5 miliardi di metri cubi l’anno: più del doppio di quanto proiettato al 2030.

Il costo nelle bollette di tutti

A finanziare l’opera non saranno solo i sardi. Il meccanismo è quello della tariffa di trasporto del gas, componente presente nelle bollette di tutti gli utenti italiani allacciati alla rete nazionale: funziona come un “pedaggio collettivo”, attraverso cui ARERA riconosce agli operatori un ritorno regolato sugli investimenti in infrastruttura. Secondo le stime dell’authority, l’onere annuo che ricadrebbe sulle bollette dell’intera penisola ammonterebbe a 285 milioni di euro, pari a un rincaro del 13-14% sulla tariffa di trasporto del gas. A fare questi conti non è un comitato di oppositori, ma il documento ARERA già citato. Lo stesso documento contiene un passaggio che i legali del fronte del No intendono utilizzare nelle osservazioni: l’authority si riserva di effettuare ulteriori valutazioni sulla metanizzazione, citando espressamente i costi emergenti, gli impatti tariffari e «gli scenari di domanda energetica aggiornati». In pratica l’organo regolatorio mette nero su bianco che non è convinto dell’utilità dell’opera.

La contraddizione politica

Il DPCM del 10 settembre 2025 ha dichiarato il metanodotto «necessario» per accompagnare il phase-out del carbone in Sardegna, dove sono ancora attive le centrali di Portovesme e Fiume Santo. Pochi mesi dopo, con il decreto bollette convertito in legge nel 2026, lo stesso governo ha esteso la vita di tutte le centrali a carbone italiane al 31 dicembre 2038. L’opera che doveva accompagnare la dismissione degli impianti si affiancherò dunque alle centrali che rimarranno accese per altri dodici anni. Nel frattempo il quadro energetico dell’isola si trasforma indipendentemente dal gasdotto. Terna sta completando il Tyrrhenian Link, un cavo sottomarino da 970 chilometri e 1000 megawatt che collegherà la Sardegna alla rete elettrica continentale entro il 2028: è un progetto separato. Ma la sua rilevanza rispetto al gasdotto è sostanziale: è Terna stessa a indicarlo come la condizione necessaria, ma non ancora sufficiente, per dismettere le centrali a carbone sarde senza ricorrere a nuovo utilizzo di energia fossile. Se così fosse, verrebbe meno anche la premessa su cui il DPCM fonda la necessità del metanodotto.

Sul fronte delle rinnovabili, secondo i comitati le richieste di connessione per nuovi impianti presentate a Terna superano già cinque volte il target regionale al 2030, segno che l’interesse del mercato non manca. Eppure la Legge Regionale 20/2024, approvata dalla giunta Todde per frenare la speculazione energetica, ha classificato come «non idoneo» oltre il 99% del territorio sardo per i nuovi impianti. La Corte Costituzionale, con la sentenza 184/2025, l’ha in larga parte bocciata per invasione delle competenze statali in materia energetica.

Il patrimonio lungo il tracciato

Il 12 luglio 2025 le Domus de Janas sono state riconosciute Patrimonio Mondiale dell’Umanità dall’UNESCO, diventando il 61° sito italiano nella lista. Il tracciato attraversa un territorio con oltre mille siti archeologici censiti nella stessa relazione VIA del progetto, dodici dei quali a rischio alto, tra nuraghi, tombe dei giganti, pozzi sacri e siti fenico-punici.
C’è infine una questione procedurale che i comitati firmatari del comunicato intendono sollevare. I proprietari dei terreni coinvolti dagli espropri non sono stati avvisati personalmente: la comunicazione è avvenuta esclusivamente tramite pubblicazione sulla stampa locale e sui portali istituzionali della Regione. Modalità consentita dalla legge 241/90, ma che secondo i comitati contrasta con la Convenzione di Aarhus, che lega il termine per le osservazioni all’effettiva conoscenza del provvedimento da parte degli interessati.

I comitati che hanno sollevato l’allarme sono No Gasdotto Sardegna, Comitadu de Turres, Comitato Nuraxino a difesa del territorio, Comitato S’arrieddu per Narbolia, Global Sumud Sardigna, Italia Nostra Sardegna, Movimento Antifascista Oristanese, Sardegna Chiama Sardegna e Confederazione Sindacale Sarda. Hanno tempo fino al 14 giugno per depositare osservazioni formali e chiunque abbia un interesse legittimo può farlo insieme a loro, scrivendo alla Regione Sardegna o ad ARERA.

Guinea, le opposizioni boicottano il voto

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Mancano poche ore all’apertura delle urne in Guinea, dove i cittadini saranno chiamati a votare per le elezioni locali e legislative. Le opposizioni, riunite nella coalizione Forze vive della Guinea, hanno però invitato i loro sostenitori a boicottare l’appuntamento elettorale, denunciando irregolarità. Il dito viene puntato contro il presidente Mamadi Doumbouya, accusato di guidare un regime autoritario fondato sulla repressione politica.

L’avviso di JP Morgan: USA troppo indebitati, il dollaro è destinato a indebolirsi

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L’amministratore delegato di JP Morgan Asset Management ha dichiarato che il dollaro statunitense potrebbe indebolirsi nel lungo periodo, soprattutto a causa delle preoccupazioni per gli elevati livelli di debito della più grande economia mondiale. «L’egemonia del Tesoro statunitense è ancora ben radicata, ma come investitori in titoli a reddito fisso, valutiamo l’equilibrio fiscale, gli scambi commerciali e la capacità di ripagare quel debito», ha dichiarato durante una conferenza dell’International Capital Markets Association a Londra Patrick Thomson di JP Morgan, aggiungendo che «La dinamica della posizione fiscale negli Stati Uniti sta creando quel livello di debito che non è ⁠sostenibile nel lungo periodo». Questo contesto ha spinto gli investitori a diversificare i loro capitali, favorendo l’euro e lo yuan cinese, ma anche gli acquisti di oro e dando continuità a quel processo graduale di dedollarizzazione iniziato ormai da tempo. Inoltre, gli analisti finanziari hanno notato una forte domanda di asset europei, sollecitando al contempo riforme per sviluppare i mercati finanziari della regione.

Già a partire dal 2025, una delle dinamiche finanziarie più rilevanti è stata la flessione del biglietto verde: l’anno scorso, infatti, complici le guerre commerciali di Donald Trump, il deficit di bilancio statunitense in aumento e le aspettative di tagli dei tassi da parte della Federal Reserve (Fed), l’indice del dollaro americano ha registrato una forte tendenza al ribasso, chiudendo l’anno con una flessione di circa l’8,5% – 10% su scala globale. Ciò ha allontanato gli investitori e fatto perdere ulteriore competitività all’export statunitense. Tuttavia, l’inizio della guerra in Iran ha fatto rimbalzare il valore della valuta statunitense, ma questa tendenza risulta solo temporanea, con gli analisti che prevedono un trend in calo per il dollaro qualora la guerra dovesse cessare nel breve periodo. Nel dettaglio, grazie al suo status di bene rifugio, dallo scoppio del conflitto in Medio Oriente lo scorso febbraio, il dollaro è aumentato del 2% rispetto a un paniere ponderato di sei valute globali (euro, yen giapponese, sterlina britannica, dollaro canadese, corona svedese e franco svizzero). In ciò la divisa statunitense è stata favorita anche dalla posizione degli Stati Uniti come esportatori netti di energia: il greggio Brent, ad esempio, che prima della guerra costava 73 dollari al barile, ha raggiunto un picco di oltre 112 dollari prima di scendere verso i 104 dollari.

Tuttavia, secondo esperti del settore, con un cessate il fuoco permanente in Iran, la forza del dollaro verrebbe meno e tornerebbero a essere preminenti quelle condizioni che nel 2025 ne hanno determinato il calo. Secondo un’analista della società globale di servizi finanziari specializzata nella ricerca, Morningstar, con la riapertura dello stretto di Hormuz, l’utilità del dollaro come bene rifugio verrebbe meno: «Ciò riaprirebbe la strada all’allentamento monetario della Fed e ridurrebbe i differenziali di tasso, entrambi fattori che in genere incidono negativamente sul dollaro». In questo contesto, si prevede «un graduale deprezzamento man mano che aumentano le tensioni fiscali, lo slancio della crescita si attenua e le tendenze globali di diversificazione delle riserve continuano ad allontanarsi dal dollaro», mentre gli investitori «torneranno a privilegiare gli asset internazionali […] determinando un più ampio deprezzamento del dollaro».

In questo scenario, la speranza dei funzionari di JP Morgan è che l’indebolimento del biglietto verde offra un’opportunità ai mercati finanziari europei e all’euro come bene rifugio. Durante la conferenza di Londra, l’AD di JP Morgan ha affermato che l’Europa ha una «grande opportunità» per servire come rifugio sicuro per gli investitori: «Il nostro business cresce sostanzialmente in Europa. Abbiamo investito un trilione di dollari di attività», ha detto, aggiungendo però che l’Europa ⁠potrebbe fare di più per incoraggiare una maggiore partecipazione al dettaglio nei mercati europei. A frenare la posizione della finanza europea non sono però solo le riforme per lo sviluppo dei mercati finanziari, ma anche la debole competitività del Vecchio Continente e, allo stesso tempo, l’attrattiva di altre valute come lo yuan cinese e il ritorno all’oro come bene rifugio. In particolare, la Cina sta cercando di affermare la sua valuta come moneta di scambio internazionale contenendo così il ruolo egemonico del dollaro, mentre – contemporaneamente – si registra una tendenza da parte delle banche centrali a diversificare le proprie riserve valutarie diminuendo la disponibilità di dollari americani e yuan cinesi in favore dell’oro, considerato un asset più sicuro, in quanto non legato ad alcun Paese specifico. Tutto ciò, come enfatizzato dagli esperti di JP Morgan, potrebbe incrinare la forza del dollaro nel lungo periodo favorendo potenzialmente altre valute e altri beni rifugio, in un cambiamento radicale degli equilibri finanziari globali.

Milano, “operai come schiavi” per costruire il consolato USA

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La Procura di Milano ha disposto il controllo giudiziario d’urgenza per il colosso americano Caddell Construction, che avrebbe sfruttato centinaia di operai indiani impiegati nella realizzazione della nuova sede del Consolato USA. Per essere assunti, gli operai avrebbero pagato cifre fino a 5mila euro, per poi essere sfruttati con turni da 10-12 ore al giorno, sette giorni su sette. Togliendo le spese per vitto, alloggio e rimesse, dovevano “sopravvivere” a Milano con circa 150 euro al mese. Una situazione che i magistrati hanno definito di “paraschiavismo”.

A Gioia Tauro cinque barche sono riuscite a fermare le navi container dirette in Israele

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Cinque imbarcazioni della coalizione internazionale per la Palestina hanno bloccato l’attracco di una nave porta container MSC che avrebbe dovuto caricare materiale bellico destinato a Israele. Gli attivisti presenti sulle barche hanno riferito che l’operazione è andata a buon fine, dal momento che le navi hanno rinunciato a raccogliere il carico. Nel frattempo, il Coordinamento Calabria per la Palestina ha promosso un presidio davanti al porto di Gioia Tauro e poi, sul lungomare di San Ferdinando, una conferenza stampa dedicata alla presentazione delle iniziative organizzate per rafforzare la mobilitazione contro la filiera bellica e l’economia di guerra.

«Siamo in mare con 5 barche della Thousand Madleens Coalition e Global Intifada per un’azione al porto di Gioia Tauro», si legge nella prima comunicazione dell’iniziativa. L’obiettivo è denunciare il passaggio di acciaio balistico e materiale dual use dai porti italiani, considerato come un sostegno indiretto al conflitto in corso. Secondo quanto riferito dagli attivisti, nel porto calabrese sarebbero ancora stoccati 16 container contenenti acciaio balistico, materiale utilizzato per fabbricare missili. La protesta ha già ottenuto un primo risultato: la nave MSC che doveva attraccare «ha deciso di non caricare 8 dei 16 container». All’interno del porto, come ha riferito Antonio de La Base di Cosenza, che si trovava a bordo di una delle imbarcazioni, risulta bloccata anche un’altra nave, la MSC Virginia.

Uno degli attivisti presenti alla mobilitazione – svoltasi ieri, 29 maggio – ha ricordato a Radio Onda d’Urto come questa vada avanti da molto tempo: «Sono mesi che ci stiamo mobilitando come collettivi e coordinamenti per la Palestina contro la complicità dei nostri governi e il passaggio del materiale bellico dai nostri porti». L’attivista ha affermato che «la MSC ritiene di poter utilizzare il porto di Gioia Tauro contando sul fatto che, a differenza di altri scali, il territorio non vede una tradizione consolidata di lotte portuali, anche perché la Piana di Gioia Tauro è composta da piccoli centri e non da una grande città», ma che la compagnia «non ha fatto i conti con gli attivisti calabresi», pronti a mobilitarsi. La Thousand Madleens Coalition e Global Intifada sono dunque intenzionate a lanciare da Gioia Tauro «una call to action all’Europa e al mondo per il boicottaggio della filiera bellica e la complicità dei governi e dei porti nel genocidio».

In concomitanza con l’azione in mare, il Coordinamento Calabria per la Palestina ha convocato per il pomeriggio di venerdì un presidio davanti al porto (ore 17) e una conferenza stampa sul lungomare di San Ferdinando (ore 18.30), per presentare il programma di attività contro «la filiera bellica e l’economia di guerra». L’iniziativa si è svolta in adesione allo sciopero generale per la Palestina e contro la guerra, lanciato dai Giovani Palestinesi d’Italia e raccolto da diverse realtà sindacali di base.

Già a marzo la campagna internazionale No Harbor for Genocide (NHG) aveva denunciato l’arrivo nello scalo calabrese di container sospettati di trasportare armamenti destinati a Israele, dando il via a una corsa contro il tempo da parte di attivisti e società civile per ottenere controlli sulle merci in transito. Secondo quanto riportato da BDS Italia, il 1° marzo la nave MSC Marie Leslie aveva scaricato cinque container successivamente trasferiti sulla MSC Lucy. Il carico sarebbe stato composto da materiale a uso militare, tra cui proiettili d’artiglieria da 155 millimetri, provenienti dall’India e destinati alla IMI System, azienda israeliana controllata dal gruppo Elbit System. Le segnalazioni indicavano inoltre come origine della spedizione la società indiana RL Steel, produttrice di acciaio balistico. La vicenda aveva suscitato anche reazioni politiche. La deputata del Movimento 5 Stelle Stefania Ascari aveva presentato un’interrogazione parlamentare per chiedere chiarimenti al governo sulla natura del carico e sull’eventuale rispetto delle normative italiane e internazionali sul commercio di armi. Tuttavia, la nave MSC Lucy aveva lasciato Gioia Tauro con un giorno d’anticipo rispetto al previsto, impedendo eventuali verifiche approfondite.

Le organizzazioni coinvolte nella campagna, tra cui BDS Italia e il movimento internazionale Block the Boat, sostengono che eventuali forniture militari verso Israele possano configurare una violazione del diritto internazionale, richiamando le Convenzioni di Ginevra, il Trattato sul commercio delle armi e la legge italiana 185 del 1990, che regola l’export di armamenti. La questione si intreccia con le accuse rivolte a Israele per la guerra a Gaza e con il procedimento aperto presso la Corte Internazionale di Giustizia.

Maxi-operazione antidroga: 1.335 arresti in tutta Italia

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Si è conclusa un’imponente operazione antidroga coordinata dal Servizio Centrale Operativo e condotta su tutto il territorio nazionale dalle Squadre Mobili, con il supporto di altri uffici delle Questure e del Reparto Prevenzione Crimine. Il bilancio è di 1.335 arresti, tra cui 31 minorenni, e 2.358 denunce a piede libero, comprese 142 persone minorenni. Sequestrati oltre 450 chilogrammi di sostanze stupefacenti, tra cui cocaina, cannabinoidi ed eroina, oltre a 111 armi da fuoco e 250 armi bianche. Durante i controlli, concentrati soprattutto nei quartieri più sensibili e nelle aree della movida, sono state identificate quasi 300 mila persone.

Vivere è scrivere

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Ci sono troppi romanzi. Prima vincono i premi o sono promozionati sui social, poi finiscono nei mercatini dell’usato. Giusto. Sono storie spesso banali o anche sofisticate, offrono anche plot attraenti o linguaggi perfino originali ma hanno un difetto: vogliono raffigurare sogni o desideri di altri, sembrano lunghi fuochi d’artificio. 

E allora: perché ognuno di noi, una volta svegliato, non prova a scrivere i propri sogni, a dare corpi e figure ai desideri, al proprio immaginario?

Cosa c’è di più originale dei fatti nostri, congegnati da provvidenza, destino, karma e daimon: tutti insieme a complottare perché si realizzi qualcosa o resti impossibile o anche evanescente perché in attesa di incontri decisivi o di semplici eventi chiarificatori.

Non siamo tutti scrittori, è vero, ma siamo tutti sognatori. Gabriel García Márquez nella sua scuola di cinema a Cuba prendeva sogni in affitto, anche da maghe e chiromanti, per produrre soggetti e trame cinematografiche, per una politica dell’ immaginario perché ci sono vicende che meritano di venire allo scoperto, e molte hanno diritto di esistere due volte: nella cronaca e nella fantasia.

Altrimenti siano benvenuti i romanzi che si ispirano a fatti realmente accaduti, che scavano nei retroscena delle verità ufficiali (del tipo di quelle fatte rivivere da Alessandro Perissinotto), che danno diritto di cittadinanza a umili e sbandati oppure che mettono in luce i lati oscuri di celebri personaggi.

Si torna sempre allo schema degli antichi Greci. C’è una realtà della veglia, dall’alba al tramonto (úpar) e c’è una realtà dal tramonto all’alba (ónar), la realtà del sogno. 

Non siamo tutti scrittori prima di tutto perché non sappiamo da dove cominciare una storia: «Era un vecchio che pescava da solo su una barca a vela nella Corrente del Golfo…». «Questa non è la storia di Ted Lyte. Lui ha avuto soltanto l’incredibile sfortuna di finirci invischiato…». «Ero andato a Firenze per dimenticare un poco il Perù e i peruviani ed ecco che lo sciagurato paese mi ha sbarrato il passo questa mattina…». Hemingway, Farjeon, Vargas Llosa, tre autori tirati giù da un mio scaffale a caso, pronti a mescolarsi nelle mie fantasie.

In mezzo a quei libri sono finiti ritagli di giornale come frammenti dei sogni di un altro che tu intercetti la notte senza rendertene conto. Enzo Biagi intervista Pier Paolo Pasolini (La Stampa, 27 luglio 1971) che gli confida: «Il mio sguardo verso le cose non è naturale, non è laico: ogni oggetto per me è miracoloso, ho una mia visione non confessionale, ma religiosa…Per me lo scrivere è soprattutto raggiungere un equilibrio».

Quell’equilibrio tra il nostro proprio Sé e il nostro Io, cercando di renderli alleati, perché vivere e scrivere, agire e sognare convivano nel loro amore, inevitabile e inquieto. E quindi creativo.

Pacifico, raid USA contro nave di presunti narcos: 3 morti

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Un’imbarcazione sospettata di essere coinvolta nel traffico di droga è stata colpita dall’esercito statunitense nel Pacifico orientale. Lo ha reso noto il Comando Meridionale degli Stati Uniti (SOUTHCOM), spiegando che informazioni di intelligence avevano confermato il transito della nave lungo rotte note per il narcotraffico e il suo coinvolgimento in attività illecite. Nell’operazione sono morti tre uomini a bordo, mentre non si registrano feriti tra i militari americani. L’azione rientra nella strategia di contrasto ai cartelli della droga avviata con l’Operazione Southern Spear, annunciata dal Pentagono nel novembre 2025.