giovedì 26 Marzo 2026
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La Terra dei Fuochi non è più sola

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Un grido da anni attraversa la Terra dei Fuochi, muove le labbra dei suoi abitanti che denunciano, resistono e chiedono giustizia: «stop al biocidio!». Il termine «biocidio», diventato oggi di uso comune, nasce proprio da questa vicenda e dal basso, dalla riflessione interna ai movimenti che da tempo si oppongono alla devastazione ambientale. A Scampia, quartiere dell’area nord di Napoli, si parla di «biocidio» per indicare la distruzione sistematica della vita umana e dell’ambiente causata dallo smaltimento illecito di rifiuti tossici. Proprio in questo quartiere si è riunita lo scorso febbra...

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UE aumenta sostegno ai siriani: stanziati 2,5 miliardi in aiuti

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La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha presentato un piano da 2,5 miliardi di euro di aiuti supplementari per sostenere i siriani nei prossimi due anni, sia nel Paese che nei territori in cui molti di essi sono fuggiti. L’annuncio è avvenuto durante una conferenza dei donatori. Si prevede che anche i Paesi UE dichiarino impegni finanziari aggiuntivi. Il governo tedesco ha già reso noto che metterà a bilancio 300 milioni di euro in aiuti. Il sostegno europeo alle autorità de facto, guidate dall’ex comandante di al-Qaeda Ahmed al-Sharaa, arriva nonostante l’esplosione di violenze negli ultimi giorni nelle regioni costiere nord-occidentali della Siria.

Gaza, Israele rompe definitivamente la tregua compiendo un nuovo massacro: oltre 300 morti

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Israele ha lanciato un bombardamento su larga scala nella Striscia di Gaza, uccidendo oltre 300 persone. Gli attacchi sono stati motivati come una «risposta al ripetuto rifiuto di Hamas di rilasciare i nostri ostaggi», si legge in un comunicato rilasciato dall’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu. Il riferimento è alle proposte provenienti da Israele e USA di prolungare il cessate il fuoco temporaneo, che di fatto stravolgerebbero il piano concordato, ritardando l’entrata in vigore di una tregua permanente. Il bombardamento, lanciato nella notte, costituisce il maggior attacco israeliano dall’inizio del cessate il fuoco e, pur senza annunciarlo apertamente, rompe di fatto gli accordi siglati lo scorso gennaio: «Da ora in poi, Israele», si legge infatti nel comunicato, «agirà contro Hamas con una forza militare crescente. Il piano operativo è stato presentato dall’IDF nel fine settimana e approvato dalla leadership politica».

Gli attacchi israeliani nella Striscia di Gaza sono stati lanciati nella notte tra ieri e oggi, martedì 18 marzo, e si sono concentrati sulle città di Khan Younis e Rafah, nel sud della Striscia, e Gaza City e Deir al-Balah, nel centro. Secondo l’ultimo aggiornamento ufficiale, l’esercito israeliano avrebbe ucciso 326 persone, ferendone oltre 440; il bilancio, tuttavia, si aggiorna costantemente. I bombardamenti arrivati nella notte sebbene improvvisi, non sembrano affatto improvvisati: essi sono stati coordinati dal capo di stato maggiore, dal capo del servizio di sicurezza generale e dal comandante dell’aeronautica militare, riunitisi all’interno della base dell’aeronautica militare. Inoltre, giungono in concomitanza con una riorganizzazione delle forze militari di Tel Aviv. Ieri, Netanyahu ha annunciato di voler cambiare il vertice dello Shin Bet, l’agenzia di intelligence per gli affari interni israeliani, e sono stati annunciati diversi cambi nella gestione dei campi di addestramento militare.

Verso le 8 di oggi, il portavoce delle IDF in lingua araba ha diffuso un ordine di evacuazione generalizzato, in cui chiede ai residenti di Beit Hanoun, Khuza’a, Abasan al-Kabira e al-Jadida di lasciare le proprie case, in quanto «le aree designate sono considerate pericolose zone di combattimento». All’ordine di evacuazione è stata allegata una mappa della Striscia, che colora in rosso tutto il confine, suggerendo che l’intenzione israeliana sarebbe quella di schiacciare gli abitanti all’interno di Gaza. L’intento, insomma, sembra quello di rilanciare l’operazione militare nella Striscia, riprendendo i bombardamenti in maniera generalizzata. A conferma di ciò, arrivano le parole della portavoce del presidente USA, Karoline Leavitt, che ha detto che, prima degli attacchi, Washington era stata consultata, dando la propria approvazione. «Come ha chiarito il presidente, Hamas, gli Houthi, tutti quelli che cercano di terrorizzare non solo Israele ma anche gli USA vedranno il prezzo da pagare», ha detto Leavitt. «Si scatenerà l’inferno».

Israele ha giustificato gli attacchi come una risposta «al rifiuto di tutte le proposte ricevute dall’inviato presidenziale statunitense Steve Witkoff e dai mediatori». A partire dall’inizio di marzo, i colloqui per l’evoluzione della tregua sono infatti entrati in una fase di stallo: lo Stato ebraico, sostenuto dagli USA, ha chiesto un ampliamento della prima fase della tregua, che prevede un cessate il fuoco finalizzato allo scambio di prigionieri e ostaggi. Hamas, invece, chiede che vengano rispettati gli accordi iniziali, che in questo momento prevederebbero l’instaurazione di una tregua permanente e il completo ritiro delle truppe israeliane dalla Striscia.

[di Dario Lucisano]

Per la prima volta un tribunale internazionale ha riconosciuto i diritti dei popoli indigeni incontattati dell’Ecuador

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La Corte interamericana dei diritti umani, uno dei tribunali regionali per la protezione dei diritti umani insieme alla Corte europea e a quella africana, ha ordinato all’Ecuador di garantire la protezione del territorio e del diritto a rimanere isolati dei suoi popoli indigeni incontattati Tagaeri e Taromenane.  In particolare, la Corte ha attribuito allo Stato la responsabilità di gravi violazioni dei diritti umani, tra cui il diritto alla proprietà collettiva, all'autodeterminazione, alla salute, al cibo, all'identità culturale e a un ambiente salubre. Un evento che le associazioni per i di...

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Il “pericolo antisemita” e la post-verità di regime

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Nei giorni scorsi è uscito un rapporto dai contenuti allarmanti: in Italia ci sarebbe un aumento esponenziale dell’antisemitismo. Solo nel 2024 sono stati contati 877 atti di odio contro gli ebrei, praticamente il doppio dei 455 dell’anno precedente. La situazione appare inquietante, almeno a leggere i titoli di tutti i principali quotidiani. Solo alcuni esempi: Antisemitismo in Italia: aumento mai visto di insulti, minacce e vandalismi (La Repubblica); Allarme: mai così tanto antisemitismo in Italia dal dopoguerra (Avvenire); L’antisemitismo è una vera emergenza: i dati choc (Il Giornale). All’interno degli articoli si riportano acriticamente le conclusioni del documento: «Oggi siamo di fronte a una crescita di antisemitismo mai misurata prima in Italia dalla fine della guerra». Come l’etica del lavoro giornalistico prevede, in un esercizio che nessun collega pare aver avuto voglia di fare, mi sono preso un po’ di tempo per andare a verificare un campione di questi 877 atti di odio antiebraico che certificherebbero la poderosa crescita dell’antisemitismo in Italia: non c’è voluto molto per capire che si tratta di un rapporto spazzatura

Il rapporto in questione è stato pubblicato dalla Fondazione CDEC (Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea), il cui consiglio di amministrazione è nominato direttamente dall’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, ossia la principale organizzazione in difesa degli interessi israeliani in Italia. Non certo una garanzia di imparzialità. D’altra parte, la stessa introduzione al rapporto fa una certa confusione, scrivendo che in Italia si è diffusa «la demonizzazione e la delegittimazione dell’esistenza di Israele, accusata di rispondere in modo asimmetrico all’atroce massacro di civili». Non sarà che anche questo rapporto sia parte del solito esercizio intellettualmente scorretto di confondere volutamente antisionismo e antisemitismo per criminalizzare le critiche contro il genocidio commesso da Israele a Gaza?

Gli 877 casi sono tutti catalogati sul sito internet della CDEC. Dentro c’è di tutto e sono catalogati come atti antisemiti, ad esempio: un murales con la scritta «Palestina libera»; un adesivo dove l’acronimo RAI è storpiato in Radio Televisione Israeliana; una scritta fuori da una scuola elementare che dice «In Palestina i coetanei di tuo figlio muoiono sotto le bombe»; altri adesivi che invitano a boicottare i prodotti israeliani e la scritta «AS Roma = Israele» vergata con la bomboletta su un muro del litorale romano, evidentemente da un tifoso laziale. Secondo il rapporto rappresentano casi di antisemitismo anche lo striscione “Intifada studentesca” degli studenti dell’Università di Torino, nonché il rifiuto da parte del Consiglio comunale di Pinerolo di conferire la cittadinanza onoraria a Liliana Segre. Casi come questi rappresentano la gran parte degli 877 «atti antisemiti» e gli unici episodi che dimostrano reale odio contro gli ebrei sono limitati al commento solitario di qualche mentecatto trovato a caso su Facebook e a un manipolo di scritte sui muri (cose del tipo «ebrei criminali») firmate con svastiche o croci celtiche. Azioni propriamente dette, violenze o minacce dirette all’interno del centinaio di casi che ho controllato? Nessuna.

Non è finita qui. Il 19 febbraio scorso, il Consiglio dei Ministri ha approvato la nuova Strategia nazionale per la lotta contro l’antisemitismo, che prevede strumenti di monitoraggio, contrasto ed educazione nelle scuole per contrastare quella che viene definita la «difficile fase di riesplosione del fenomeno» che l’Italia sta attraversando. All’interno delle 34 pagine del piano, l’unica fonte che si utilizza per giustificare la necessità della misura è proprio la relazione del CDEC, citata come un autorevole rapporto che certifica gli 877 atti di antisemitismo che hanno colpito l’Italia nel 2024.

Viviamo in una strana democrazia, dove un rapporto del genere non solo viene ripreso senza nessuna verifica da tutti i mezzi d’informazione ma addirittura è diventato la fonte per una nuova legge. E così, mentre ogni voce critica viene passata al setaccio e bollata come disinformazione, un rapporto falso diventa dogma e la narrazione di regime diviene norma. E in questo gioco di illusioni, l’uso politico di quella che George Orwell definiva la post-verità ci trascina dritti nell’era della post-democrazia.

[di Andrea Legni – direttore de L’Indipendente]

UE, sanzioni a individui ruandesi per il coinvolgimento in Congo

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L’Unione Europea ha sanzionato nove persone e una raffineria d’oro legati al Ruanda e al movimento ribelle M23, a causa dell’avanzamento delle truppe ribelli nel Paese. Le sanzioni, nello specifico, prendono di mira il leader politico dell’M23, Bertrand Bisimwa, e alcuni comandanti dell’esercito ruandese, accusato di sostenere direttamente e indirettamente il movimento. Analoghe sanzioni sono state applicate anche al direttore esecutivo di Rwanda Mines, Petroleum and Gas Board, e alla raffineria Gasabo Gold Refinery di Kigali, che l’UE ha accusato di aver esportato illecitamente risorse naturali dal Congo. Il Ruanda, intanto, ha annunciato che romperà le relazioni diplomatiche con il Belgio perché «schierato» nel conflitto con la RdC.

Il ministro Urso annuncia un piano per collegare il settore auto a quello militare

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Tra le sempre più pressanti discussioni sul riarmo, il ministro del Made in Italy, Adolfo Urso, ha annunciato un possibile piano per convertire le fabbriche del settore auto in industrie per la difesa. La crisi dell’auto, aggravata dalla transizione all’elettrico e dal disimpegno di Stellantis, impone secondo il governo una riconversione industriale che, dicono nell’esecutivo, potrebbe trovare nel comparto militare un’opportunità di crescita. «Siamo un governo responsabile», ha detto Urso, spiegando che l’obiettivo sarebbe quello di «mettere in sicurezza le imprese e tutelare i lavoratori» al Tavolo Nazionale Automotive. Eppure, si sono sollevate aspre critiche da parte di sindacati e forze di opposizione, le quali considerano il progetto di Urso come un preoccupante passo verso un’economia di guerra. Il piano sembra in fase di lavorazione, ma entro giugno dovrebbe essere presentato all’Unione Europea.

La strategia governativa punta sulla riconversione industriale per rispondere alla crisi del settore, colpito da un calo della produzione di autovetture del 63,4% nel mese di gennaio 2025 rispetto all’anno precedente, secondo i dati di Anfia. Presiedendo il Tavolo Automotive a Palazzo Piacentini, il ministro ha sottolineato come il comparto auto, con le sue componenti e le sue lavorazioni meccaniche, abbia da tempo affinità con il settore della difesa, promuovendo l’ottica del “dual use” (l’utilizzo delle stesse tecnologie per scopi civili e militari): «Un microchip può servire per un’auto o per un satellite, una scheda elettronica funziona sia in un veicolo urbano che in un elicottero, un cingolato muove un trattore come un blindato», ha detto. Urso ha annunciato che il piano sarà dettagliato a giugno con la presentazione del «primo documento di strategia industriale dopo trent’anni». Intanto, ha confermato che dal 2025 al 2027 saranno investiti 2,5 miliardi di euro nel settore auto, di cui 1,6 miliardi solo nel 2025, destinati a contratti di sviluppo, accordi di innovazione e incentivi per veicoli di nuova generazione. Tuttavia, ha ribadito che l’Ecobonus non sarà rinnovato, definendolo «inefficace» e proponendo un piano europeo per incentivi più uniformi.

Il piano di Urso si inserisce nel più ampio contesto del progetto “ReArm Europe”. Sponsorizzato dalla presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, approvato a inizio marzo dal Consiglio Europeo e successivamente appoggiato dall’Eurocamera, esso prevede investimenti per 800 miliardi di euro nei prossimi quattro anni per la difesa, con gli Stati membri che potranno aumentare significativamente le spese militari senza incorrere nelle restrizioni del Patto di stabilità e crescita. Anche la Germania sta valutando la riconversione di impianti automobilistici alla produzione bellica, con Rheinmetall pronta ad acquistare uno stabilimento Volkswagen per la produzione di carri armati. In tale contesto, il piano di Urso potrebbe rappresentare un cambio di paradigma per l’industria del Belpaese. In Italia, Stellantis ha una lunga tradizione di collaborazione con il settore della difesa, con la sua divisione Iveco Defence Vehicles specializzata in veicoli militari. Inoltre, a ottobre 2024 è nata la joint venture Leonardo Rheinmetall Military Vehicles, con sede operativa a La Spezia, per lo sviluppo di veicoli da combattimento avanzati.

La reazione dei sindacati all’annuncio di Urso non si è fatta comunque attendere ed è stata tutt’altro che entusiasta. La Fiom-Cgil ha bocciato l’idea come «assurda dal punto di vista etico, industriale e occupazionale», mentre la Uilm l’ha definita «non realistica». Più cauta la Fim-Cisl, favorevole a «cogliere opportunità», ma contraria alla chiusura di impianti per destinare risorse alla produzione bellica. Critiche aspre sono arrivate anche dalle opposizioni. Luana Zanella, capogruppo di Avs alla Camera, ha parlato di «trovata agghiacciante, priva di un vero ragionamento economico», mentre il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte ha definito la proposta «una follia», accusando il governo di voler trasformare l’Italia in un’economia di guerra per mascherare il fallimento della politica industriale.

Nel frattempo, Stellantis resta al centro dell’attenzione. Urso ha elogiato il gruppo per gli ultimi annunci diramati, tra cui quello sulla nuova produzione dei cambi per le auto ibride a Termoli e l’anticipo dell’avvio della produzione della 500 ibrida a Mirafiori, chiedendo al contempo «un’accelerazione sugli investimenti». I sindacati restano scettici, con la Fiom che ha avviato una raccolta firme negli stabilimenti per chiedere un piano di integrazione salariale. Nel frattempo, mercoledì 19 marzo il presidente John Elkann sarà ascoltato in Parlamento per chiarire le strategie future del colosso automobilistico.

[di Stefano Baudino]

Siria e Libano, scoppiano scontri tra truppe ed Hezbollah lungo il confine

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Lungo il confine tra Libano e Siria sono scoppiati scontri dopo che tre soldati siriani sono rimasti uccisi. Le truppe libanesi sono state dispiegate in gran numero nella zona. I media statali siriani, citando un funzionario del Ministero della Difesa, hanno affermato che l’esercito siriano ha bombardato «raduni di Hezbollah» lungo il confine. Il governo ad interim siriano ha accusato i combattenti di Hezbollah di aver attraversato il Libano nordorientale in Siria sabato, rapendo tre soldati e uccidendoli sul suolo libanese. Hezbollah ha negato qualsiasi coinvolgimento.

 

L’industria musicale intensifica la lotta contro l’archivio di internet

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Internet Archive (AI) è nota per i suoi preziosi progetti di conservazione del web, tuttavia i suoi interventi si estendono a tutto ciò che è digitale: dagli ebook alla sfera discografica, l’organizzazione non-profit si prefigge l’obiettivo di creare un archivio multimediale che possa resistere al trascorrere del tempo. Proprio un suo progetto musicale è però al centro di una disputa legale, con le principali lobby discografiche che chiedono un risarcimento che diventa ogni giorno sempre più salato e, potenzialmente, letale.

La causa in questione è stata avviata nell’agosto del 2023 per volontà di UMG Recordings, Capitol Records, Concord Bicycle Assets, CMGI, Sony Music Entertainment e Arista Music, ovvero le più potenti e influenti etichette discografiche del mondo. Soggetto del loro scontento è il Great 78 Project, un programma che Internet Archive aveva lanciato nel 2006 al fine di digitalizzare 3 milioni di tracce musicali reperite da vinili da 78 giri commercializzati tra il 1898 e gli anni Cinquanta. 

Secondo l’accusa, l’organizzazione starebbe violando le leggi sul copyright, danneggiando i profitti della vendita delle licenze ai servizi di streaming e promuovendo la diffusione gratuita di brani musicali nella speranza di ricevere un maggior flusso di donazioni. Dal canto suo, IA sostiene che il suo operato sia funzionale alla conservazione di sonorità che andrebbero altrimenti perse e che il pubblico di riferimento del suo progetto non coincida col consumatore occasionale che frequenta Spotify e affini.

La disputa sembra ancora lontana dal giungere a conclusione. Anzi, le case discografiche stanno aumentando la pressione su Internet Archive: Ars Technica evidenzia che, giovedì 6 marzo 2025, l’accusa avrebbe chiesto al giudice di aggiornare la lista delle canzoni considerate trafugate, facendo lievitare i costi di risarcimento richiesti all’accusato. Se la richiesta venisse accolta, il valore della riparazione finirebbe con l’ammontare a circa 700 milioni di dollari. Una somma che molti sospettano potrebbe mandare in bancarotta la non-profit.

Nel 2023, Internet Archive aveva dovuto risolvere con un accordo amichevole una causa omologa portata avanti dal mondo editoriale. I dettagli finanziari della faccenda non sono mai stati resi pubblici, tuttavia i carteggi rivelano che l’organizzazione abbia dovuto coprire “sostanzialmente” tutti i costi di cui si sono fatti carico i gruppi editoriali. All’epoca, si era però stimato che l’azione legale sarebbe potuta costare fino a 19 milioni di dollari, una cifra che, affidandosi ai dati raccolti da ProPublica, rappresentava circa la metà del budget 2019 della non-profit.

Lo scontro tra etichette discografiche e Internet Archive sta sviluppando un dibattito pubblico estremamente divisivo, con preoccupazioni che si estendono ben oltre al solo campo musicale. L’eventuale scomparsa di IA farebbe naufragare il progetto di archiviazione di internet, un servizio estremamente utile che aiuta a frenare l’avanzata del link rot, ovvero il decadimento e la scomparsa delle pagine oggi presenti sul web. Un problema suscita forse scarso interesse nel grande pubblico, ma che preoccupa storici, ricercatori e giornalisti.

Secondo il Pew Research Center, risulta ormai irreperibile il 38% delle web page pubblicate prima del 2013, il 23% dei contenuti giornalisti presenti online contengono link che si sono corrotti e il 54% dei rimandi di Wikipedia portano a portali che non esistono più. Con la progressiva digitalizzazione della parola scritta, la distruzione di questi contenuti rischia di logorare la percezione e lo studio della storia recente, creando un vuoto le cui ripercussioni future sono difficili da stimare.

[di Walter Ferri]

Gaza: stallo nei colloqui di pace mentre Israele continua a violare il cessate il fuoco

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Proseguono senza sosta le violazioni da parte di Israele del cessate il fuoco a Gaza: nelle ultime ore, infatti, almeno tre palestinesi sono stati uccisi e altri tre feriti dopo raid aerei israeliani condotti nelle zone del centro e del sud della Striscia, secondo quanto riportato da giornalisti presenti sul posto. Gli attacchi seguono quelli dei giorni scorsi e, in particolare, il massacro portato a termine a Beit Lahia, nel nord della Striscia, nel quale sono rimasti uccisi tre giornalisti e una squadra di operatori umanitari. Quest’ultimo costituisce il raid più mortale dall’entrata in vigore del cessate il fuoco, lo scorso 15 gennaio. Nel frattempo, i colloqui per passare alla fase due del cessate il fuoco sembrano in stallo: dopo aver mostrato apertura per la liberazione dell’ostaggio israelo-statunitense, Hamas ha infatti chiesto il rispetto degli accordi inizialmente concordati tra le parti, che prevedrebbero il ritiro delle truppe israeliane dalla Striscia e l’implementazione di una tregua permanente. Israele e Stati Uniti hanno definito «inaccettabili» le condizioni poste da Hamas.

Corrispondenti di Al Jazeera a Rafah hanno denunciato questa mattina il bombardamento, da parte di un drone israeliano, di Al-Janina, città a est di Rafah. Poco prima, l’agenzia di stampa Wafa ha riportato il bombardamento di un raduno di civili a Wadi Gaza. Gli attacchi, che costituiscono violazioni del cessate il fuoco in corso, avvengono nel pieno del mese sacro del Ramadan. Secondo quanto riferito da un giornalista di Al Jazeera, aggressioni come queste avvengono in maniera frequente nella Striscia di Gaza, dal nord dell’enclave fino a Rafah. Il Centro per la Protezione dei Giornalisti Palestinesi (PJPC) ha dichiarato che i giornalisti uccisi a Beit Lahia sabato 15 marzo stavano documentando i lavori di soccorso umanitario a favore delle persone colpite dagli attacchi israeliani. «Prendere di mira i giornalisti ostacola il flusso di informazioni» e costituisce un «crimine di guerra» scrive l’organizzazione, che invita la comunità internazionale a prendere provvedimenti contro questo tipo di violazioni. Nel mirino di Israele è finita ieri anche la giornalista Latifa Abdel Latif, arrestata ieri a Gerusalemme.

Il massacro di Beit Lahia è stato condannato con forza da Hamas, che ha commentato come questo, insieme alle «uccisioni indiscriminate» e ai «barbari attacchi in corso nella Striscia di Gaza», sancisca «la determinazione dell’occupazione a minare l’accordo di cessate il fuoco e sabotare intenzionalmente ogni opportunità di attuare pienamente l’accordo e finalizzare lo scambio di prigionieri», chiamando anche le Nazioni Unite e la comunità internazionale ad assumersi le responsabilità politiche di quanto sta accadendo. Le forze armate israeliane (IDF) hanno giustificato le uccisioni di Beit Lahia dichiarando che i giornalisti erano in realtà «terroristi che operavano sotto copertura» in possesso di un drone «destinato a compiere attacchi terroristici contro le truppe dell’IDF che operavano a Gaza».

In questo contesto, i dialoghi sul cessate il fuoco faticano a fare progressi. Mentre infatti Hamas starebbe chiedendo il rispetto dei termini dell’accordo stipulato lo scorso 15 gennaio (mediato dall’amministrazione uscente di Joe Biden) e il passaggio alla seconda fase, Israele, con il supporto degli Stati Uniti, sembra voler forzare il movimento palestinese a proseguire con lo scambio di prigionieri senza mettere in atto la fase II, che prevedrebbe la fine totale delle ostilità e il ritiro israeliano dalla Striscia. In particolare, Israele starebbe cercando di far accettare ad Hamas una proposta presentata dall’inviato speciale degli Stati Uniti Steve Witkoff, che prevedrebbe il rilascio di 11 prigionieri ed estenderebbe la fase I dell’accordo di cessate il fuoco fino a metà aprile, per negoziare successivamente le fasi di un cessate il fuoco permanente. Tuttavia, tale proposta sarebbe stata rifiutata da Hamas, che avrebbe definito il blocco messo in atto da Tel Aviv un «ricatto» finalizzato ad esercitare pressione sul gruppo. Israele ha infatti imposto, a partire dallo scorso 2 marzo, il blocco degli aiuti umanitari. A questo si aggiunge il taglio dell’elettricità disposto dal ministro dell’Energia e delle Infrastrutture Eli Cohen lo scorso 9 marzo, il quale ha causato l’interruzione del funzionamento di un impianto di desalinizzazione di cruciale importanza per la potabilizzazione dell’acqua. In questo contesto, secondo l’UNICEF, è messa a rischio la sopravvivenza di almeno un milione di bambini, oltre che del resto della popolazione. E la possibilità di vedere la fine del massacro si allontana sempre più.

[di Valeria Casolaro]