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Dana esce dal carcere dopo 7 mesi: era stata condannata solo perché portavoce No Tav

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Dopo sette mesi di prigione è stata scarcerata Dana Lauriola, militante No Tav che dal 17 settembre si trovava detenuta al carcere delle Vallette di Torino. Dovrà comunque continuare a scontare la pena ai domiciliari.

Dana venne infatti condannata a due anni di reclusione, in un caso che fece scalpore in quanto la sua colpa fu semplicemente quella di aver parlato e spiegato le ragioni del movimento al megafono durante una manifestazione. Nessun atto di violenza le fu mai contestato. Il 3 marzo 2012, infatti, mentre era in corso un blocco stradale sull’A32 alcuni manifestanti bloccarono con nastro adesivo alcune sbarre d’ingresso invitando gli automobilisti a passare senza pagare il pedaggio. Dana spiegava al megafono le ragioni della protesta e indirizzava le macchine. Null’altro. Per questo fu condannata a due anni per “violenza privata” e “interruzione aggravata di servizio di pubblica necessità”.

Dana rifiutò di lasciare la Val di Susa e di dissociarsi dal movimento, condizioni che erano state giudicate necessarie dal giudice per garantirle le misure alternative. Per questo venne portata in carcere. Contro la sua condanna si era pronunciata anche Amnesty International, dichiarando in una nota: «Esprimere il proprio dissenso pacificamente non può essere punito con il carcere. L’arresto di Dana è emblematico del clima di criminalizzazione del diritto alla libertà d’espressione e di manifestazione non violenta, garantiti dalla Costituzione e da diversi meccanismi internazionali».

Anche l’esercito francese sta sperimentando l’uso di mezzi e cani robot

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Spot, il noto cane-robot della statunitense Boston Dynamics, è stato notato a “scodinzolare” ai piedi dell’esercito francese o, per essere più precisi, ai piedi degli studenti della École Spéciale Militaire de Saint-Cyr, una delle accademie militari più importanti del Paese. La collaborazione uomo-macchina è scattata a fine marzo, in occasione di un’esercitazione di due giorni che è diventata una perfetta réclame con cui promuovere le meraviglie della robotizzazione bellica.

Le manovre, pensate per «sensibilizzare gli studenti sulle sfide del domani», nascono con il supporto attivo di Nexter Systems e Shark Robotics, rispettivamente l’azienda produttrice di armi del governo e la ditta di robotica che funge da distributrice europea della Boston Dynamics. Il risultato è che nella scorsa settimana le pagine social della scuola di Saint-Cyr sono state inondate da scatti glamour che mettono bene in mostra i traguardi di un corpo militare che funziona in simbiosi con le tecnologie del futuro.

Preziosissimo materiale promozionale che ha posto in primo piano l’accademia, il blindato controllabile in remoto OPTIO-X20 dell’estone Milrem Robotics, il “mulo” da trasporto ULTRO di Nexter Systems e il Barakuda corazzato antisommossa fornito dalla Shark Robotics stessa. Nomi che risulteranno sicuramente ignoti a molti, ma che stanno diventando velocemente sempre più presenti nei giri della robotica militarizzata. Poco sorprendentemente, il grande pubblico ha invece catalizzato la propria attenzione su Spot, il cane-robot che ormai è da tempo sdoganato nella cultura pop. La sua scocca giallo brillante si è stagliata non poco tra le mimetiche delle truppe francesi, finendo immancabilmente a destare un numero non indifferente di polemiche.

Boston Dynamics si è infatti sempre detta contraria al permettere l’uso bellico delle proprie creazioni. Non solo, le stesse condizioni di vendita del “DigiDog” – questo è il nomignolo affibbiatogli dalla polizia newyorkese – richiedono che gli utenti si impegnino a non adoperare lo strumento per «intimidire o danneggiare alcun essere vivente», un limite che sembrerebbe automaticamente renderli inaccessibili alle forze armate. Intervistato in relazione al caso, Michael Perry, vicepresidente dello sviluppo commerciale di Boston Dynamics, ha sottolineato come Spot sia stato concesso all’esercito francese per decisione del solo distributore europeo, tuttavia ha mostrato anche una certa inclinazione a tollerare l’uso militare di Spot.

«Pensiamo che l’esercito, fintanto che adopera i robot per tenere le persone lontane dai guai, possa applicare in maniera perfettamente valida una simile tecnologia», ha dichiarato Perry. “Per quanto riguarda il caso di un dispiegamento in avanscoperta, dobbiamo ancora comprendere bene come gestire la situazione, in modo da determinare se sia o meno adoperato attivamente per danneggiare le persone”.

Spot ha una batteria che dura a malapena novanta minuti e tende a finire a gambe all’aria se deve camminare su superfici scivolose, tuttavia eserciti e forze di polizia sembrano nondimeno interessate ad adoperare il cane meccanico come strumento di ricognizione con cui mappare le aree su cui intendono intervenire. In questo momento, DigiDog è poco più che un giocattolo costoso e passerà un po’ di tempo prima che possa avere effettivamente un qualche ruolo rilevante nelle dinamiche di sorveglianza, tuttavia rende evidente la necessità di definire il prima possibile dei binari guida che vadano a normare l’uso di robot e delle intelligenze artificiali come strumenti di guerra.

[Walter Ferri]

Iraq: attaccato aeroporto internazionale di Erbil

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Ieri sera ha avuto luogo un attacco missilistico contro l’aeroporto internazionale di Erbil, città situata nel Kurdistan iracheno. È il secondo attacco effettuato dalla milizia filoiraniana denominata «Saraya Awlia al-Dam», letteralmente i «Guardiani delle Brigate di Sangue», che esattamente due mesi fa aveva colpito tale aeroporto. L’attacco, secondo il Ministero dell’Interno del Kurdistan, è stato fatto per colpire le forze della coalizione internazionale a guida Usa presenti all’interno dell’aeroporto. Esso ha danneggiato una sola struttura e, al momento, non sono state riportate vittime.

Usa: rinviata decisione su vaccini Johnson&Johnson

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Dopo la sospensione cautelativa da parte degli Usa dei vaccini Johnson&Johnson per alcuni rari casi di trombosi, avvenuta nella giornata di martedì, gli esperti del Centers for Disease Control and Prevention (Cdc), l’agenzia sanitaria americana, hanno deciso di rinviare la decisione sulla ripresa della somministrazione dei vaccini in questione ed hanno ritenuto necessario analizzare ulteriori dati. Secondo i media statunitensi, gli esperti si riuniranno nel giro di 7-10 giorni.

Il Senato vota la cittadinanza a Zaki, ma il governo continua a vendere armi all’Egitto

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Mentre il Senato ha approvato nella giornata di ieri l’ordine del giorno che impegna il governo a concedere la cittadinanza italiana a Patrick Zaki, l’attivista per i diritti umani e studente dell’Università di Bologna detenuto in Egitto da più di un anno, la seconda fregata Fremm venduta dall’Italia al regime egiziano di Al Sisi è pronta per la consegna.

L’aula del Senato si è espressa favorevolmente sulla proposta in questione con 208 sì, 33 astenuti e nessun voto contrario. Quest’ultima chiede al governo italiano non solo di conferire la cittadinanza a Zaki ma anche di intraprendere alcune azioni, tra cui sollecitare la sua liberazione nonché attivarsi a livello europeo per la tutela dei diritti umani nei Paesi dove essi sono violati, tra cui appunto l’Egitto. Tuttavia questa forte presa di posizione risulta essere in contrasto con l’operato del governo, i cui ministri fanno parte degli stessi partiti che hanno votato l’ordine del giorno. Infatti la seconda fregata multimissione Fremm sta per essere consegnata all’Egitto, come previsto dall’accordo di vendita di due navi militari del 2020. Nello specifico si tratta di due navi Fincantieri, un’azienda pubblica italiana controllata per il 71,6% da Fintecna S.p.A., finanziaria della Cassa Depositi e Prestiti, una società per azioni a sua volta controllata per l’83% dal Ministero dell’economia e delle finanze.

A darne notizia sono state la Rete Italiana Pace e Disarmo ed Amnesty International, che in una nota congiunta del 9 Aprile hanno sottolineato come l’Italia stesse continuando a fornire armamenti al regime di al Sisi ed hanno affermato che la nave militare Bernees fosse ormai pronta a salpare. «Questa notizia conferma in maniera evidente come non ci sia stato alcun cambio di rotta rispetto alle decisioni dello scorso anno e che anche il Governo Draghi, cui è in capo la responsabilità dell’autorizzazione finale alla consegna dopo la concessione della licenza di vendita nel 2020 da parte del Governo Conte, ha deciso di continuare a sostenere il regime egiziano con forniture militari», hanno aggiunto. Inoltre, va ricordato che le due navi sono costate 1,2 miliardi di euro all’Italia e, secondo quanto riportato dalle organizzazioni, l’accordo di rivendita avrebbe un valore di soli 990 milioni di euro.

Ma questo atteggiamento ambivalente da parte dello Stato si era già verificato in passato. Infatti, in seguito al caso Regeni l’Italia aveva fermato l’export di armi verso l’Egitto, ma a partire dal 2018 questo è ripreso a pieno ritmo. In tal senso, l’Egitto negli ultimi 4 anni si è affermato come il primo paese per numero di armi acquistate in Italia, con una cifra pari a 871 milioni di euro.

[di Raffaele De Luca]

‘Ndrangheta: arrestate 23 persone

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I carabinieri della Toscana, su disposizione della Dda di Firenze, hanno eseguito 3 ordinanze di custodia cautelare nei confronti di 23 persone. Le ordinanze sono connesse a 3 indagini collegate tra loro in materia di inquinamento ambientale, narcotraffico internazionale, estorsione ed illecita concorrenza con l’aggravante dell’agevolazione e del metodo mafioso a favore di potenti cosche della ‘Ndrangheta. Inoltre, sono stati sequestrati beni per un valore di 20 milioni di euro.

Danimarca: stop definitivo a vaccino AstraZeneca

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L’Agenzia del farmaco danese ha emanato nuove linee guida sui vaccini anti-Covid che escludono il siero prodotto da AstraZeneca da quelli utilizzati. Lo ha annunciato la direttrice dell’ente in una conferenza stampa. Il vaccino AstraZeneca in Danimarca era stato sospeso lo scorso 11 marzo per accertamenti sulle possibili correlazioni con casi, rari ma molto gravi, di coaguli del sangue.

Torino, scrittore messo sotto sorveglianza dal Tribunale per un romanzo anarchico

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Per il militante anarchico e scrittore torinese Marco Boba, all’anagrafe Marco Bolognino classe 1968, il prossimo 21 aprile ci sarà l’udienza del Tribunale di Torino per decidere, su richiesta del PM, se applicare la misura cautelativa di sorveglianza speciale, a causa del suo libro considerato di stampo anarchico «Io non sono come voi» uscito nel 2015 per Eris edizioni. Si fa principalmente riferimento alla frase riportata nella quarta di copertina e detta dal protagonista del libro in un dialogo:

«Io odio. Dentro di me c’è solo voglia di distruggere, le mie sono pulsioni nichiliste. Per la società, per il sistema, sono un violento, ma ti assicuro che per indole sono una persona tendenzialmente tranquilla, la mia violenza è un centesimo rispetto alla violenza quotidiana che subisco, che subisci tu o gli altri miliardi di persone su questo pianeta».

Il virgolettato che nella richiesta giudiziaria viene fatto passare per pensiero dell’autore, è stato estrapolato dal romanzo per far capire al lettore la storia, l’atmosfera e lo stile narrativo. Il romanzo infatti è scritto in prima persona e tutto ciò che viene detto è da attribuirsi al personaggio e non all’autore. Anna Matilde Sali della casa editrice Eris afferma: «Troviamo davvero pericoloso e allarmante che in questi atti ci sia finito un romanzo» e ha aggiunto: «Non possiamo accettare che diventi una prassi, se no qualsiasi libro potrebbe diventare un’aggravante. Questa volta è capitato in ambito di movimento, domani chissà». Anche lo scrittore ha dichiarato: «Ho iniziato a fare politica a 15 anni ora ne ho 53 e non mi sono mai ravveduto. Ed è quello che mi viene imputato nella richiesta di sorveglianza speciale, che mi pare quasi un reato di opinione. Ero, sono e resto anarchico. La Procura mette insieme di tutto e di più, le mie condanne e denunce, la mia partecipazione a Radio Blackout e altro»

Il Tribunale di Torino non è nuovo nell’applicare la sorveglianza speciale in un modo che pare sconfinare nel reato di opinione. Uno dei casi più recenti è quello di Eddi Marcucci, che è stata riconosciuta come socialmente pericolosa e ha subito pesanti restrizioni alla libertà personale in quanto attivista NoTav e per essersi unita nel 2018 alla YPJ (Unità di protezione delle donne), milizia formata da donne che si battono contro il fondamentalismo islamico e sostengono il diritto alla libertà della popolazione curda in Rojava (il Kurdistan siriano). Stesso destino anche per l’attivista Dana Lauriola che, nel 2012, è sta condannata a due anni di carcere per “violenza privata” e “interruzione di servizio di pubblica necessità” per aver partecipato a una dimostrazione pacifica sull’autostrada Torino-Bardonecchia e aver espresso al megafono le motivazioni del movimento NoTav.

La misura cautelativa della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza, norma risalente al periodo fascista istituita da Mussolini nel 1931 e modificata nel 2011, è una misura di prevenzione attiva sia in Italia che in Europa. Si è più volte discusso sulla sua legittimità costituzionale e sulla conformità ai principi contenuti nella Cedu (Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali), in quanto può essere applicata anche solo sulla base di indizi e senza nessuna prova di commissione di illeciti.

[di Federico Mels Colloredo]

Come si affronta la deforestazione? Garantendo i diritti dei popoli indigeni

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I tassi di deforestazione sono più bassi nelle foreste protette e gestite dai popoli indigeni. A rivelarlo, un nuovo report della Fao. In particolare, la scoperta deriva dall’analisi di oltre 300 studi scientifici condotti sulle foreste dei territori indigeni e tribali dell’America Latina e dei Caraibi. Infatti in questi territori, in media negli ultimi vent’anni, le foreste sono state conservate molto meglio di altre presenti nel resto della regione. Dal 2006 al 2011, inoltre, nelle foreste sorvegliate dagli indigeni nell’Amazzonia peruviana, la deforestazione si è ridotta del doppio rispetto ad altre aree protette della stessa regione. Le comunità indigene – secondo il rapporto – hanno una solida esperienza nella salvaguardia dell’ecosistema forestale. In genere, prediligono un’agricoltura più diversificata e su scala ridotta, che è meno impattante rispetto alle pratiche industriali.

Le foreste sono enormi serbatoi di carbonio, nonché strumenti vitali per frenare la crisi climatica, stabilizzare le temperature regionali e la piovosità. Le foreste situate nei territori indigeni stoccano circa un terzo di tutto il carbonio immagazzinato nelle foreste dell’America Latina e caraibica. Ma anche, il 14% del carbonio delle foreste tropicali globali. Nonostante ciò, le comunità indigene sono costantemente minacciate dagli effetti del cambiamento climatico e dalle incursioni di industrie, nonché dall’estrazione mineraria e dal disboscamento. Queste minacce sono aumentate man mano che la costruzione di strade ha reso le foreste più accessibili e i progressi tecnologici hanno facilitato l’estrazione di risorse e l’agricoltura anche in aree remote.

Il Senato ha votato la cittadinanza a Patrick Zaki

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Il Senato ha approvato a larghissima maggioranza l’ordine del giorno che impegna il governo a concedere la cittadinanza italiana a Patrick Zaki, l’attivista e studente dell’Università di Bologna detenuto in Egitto da oltre un anno senza processo. L’Odg è passato con 208 sì, nessun no e 33 astenuti. L’ordine impegna il governo anche ad altre 4 azioni: sollecitare la liberazione di Zaki; attivarsi a livello Ue per i diritti umani in Egitto e altrove; monitorare le udienze al Cairo; farsi portatore attivo del rispetto dei diritti umani all’interno del G7. La votazione dovrà ora passare dal Consiglio dei Ministri prima della ratifica da parte del Presidente della Repubblica.