mercoledì 25 Marzo 2026
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La Puglia stanzia 11 milioni di euro per riqualificare i beni confiscati alla mafia

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Restituire nuova vita agli immobili sottratti alla criminalità organizzata: è a questo obiettivo che sono destinati gli 11 milioni di euro stanziati dalla Regione Puglia con il supporto della Sezione Sicurezza del Cittadino, Politiche per le Migrazioni e Antimafia Sociale. L’iniziativa punta infatti a riconsegnare parte degli oltre 1500 beni attualmente confiscati alla comunità, trasformandoli in spazi di aggregazione e servizi a sostegno delle fasce più vulnerabili della popolazione. I Comuni assegnatari di beni confiscati, che spaziano da masserie a capannoni industriali, fino a fabbricati r...

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USA-Filippine, esercitazioni militari congiunte

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I soldati dell’esercito filippino e statunitense hanno iniziato ampie esercitazioni militari congiunte. A dare l’annuncio è l’esercito filippino, che ha spiegato che le esercitazioni, che coinvolgeranno circa 5.000 soldati, saranno incentrate sulla difesa del territorio, sulla cooperazione tra gli eserciti e sull’organizzazione di possibili schieramenti di forze su larga scala, prevedendo simulazioni di combattimenti. Le esercitazioni, denominate Salaknib, si svolgeranno in due «fasi», di cui la seconda è prevista per la fine dell’anno. Il programma Salaknib è iniziato nel 2016 e prevede una serie di esercitazioni annuali tra USA e Filippine.

Serbia, la popolazione chiede un’indagine sull’uso di armi soniche durante le proteste

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Quasi 600mila persone hanno firmato una petizione per chiedere che sia aperta un’indagine internazionale indipendente sulla polizia serba, la quale viene accusata di aver impiegato, sabato 15 marzo, un’arma sonica contro un gruppo di manifestanti. Secondo i dimostranti, la protesta era stato disturbata da un suono sibilante emesso ad alta frequenza. Ivica Dacic, Ministro dell’Interno, ha negato che la polizia serba abbia utilizzato questo tipo di arma. Tuttavia, online sono comparse foto e video che mostrano veicoli delle Forze dell’ordine dotati di quelli che sembrerebbero essere dispositivi acustici ad alta frequenza. I cannoni sonori rientrano in quella categoria chiamata “armi a energia diretta”, ovvero armi letali e non letali che utilizzano l’energia per colpire a distanza le menti e i corpi degli obiettivi contro cui sono dirette.

Una petizione firmata da quasi 600mila persone, indirizzata alla Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui diritti alla libertà di riunione pacifica e di associazione, Gina Romero, alla Relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla libertà di opinione e di espressione, Irene Kahn, al Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Michael O’Flaherty, e al rappresentante dell’OSCE, chiede un’indagine internazionale indipendente sull’uso di un cannone sonoro contro i manifestanti pacifici a Belgrado, che sarebbe stato utilizzato durante la protesta del 15 marzo. Con la petizione viene chiesto che si identifichino i responsabili delle istituzioni e gli individui che avrebbero ordinato l’utilizzo di simili apparecchi, nonché di sondare quali possano essere gli aspetti medici, legali e tecnici del loro impatto sulla salute e sui diritti umani.

«Questo non è solo un attacco al diritto di protestare, ma anche una violazione dei diritti umani fondamentali garantiti dalle convenzioni internazionali. Secondo la Dichiarazione universale dei diritti umani delle Nazioni Unite, il Patto internazionale sui diritti civili e politici (ICCPR) e la Convenzione europea dei diritti dell’uomo, di cui la Serbia è firmataria, ogni individuo ha il diritto inalienabile di riunirsi pacificamente e di esprimere la propria opinione senza timore di repressione», viene espresso nella petizione. «La Serbia, in quanto membro delle suddette istituzioni internazionali e firmataria di trattati internazionali, è tenuta a garantire ai propri cittadini il diritto alla libertà di riunione e di espressione delle proprie opinioni. L’uso di mezzi illeciti contro i civili costituisce una grave violazione dei diritti dei cittadini riconosciuti a livello costituzionale e internazionale, che richiede una risposta urgente da parte degli organismi internazionali», prosegue il testo.

La Serbia è attraversata da forti tensioni sociali e proteste da quando 15 persone sono morte a seguito di un crollo alla stazione ferroviaria di Novi Sad, il 1° novembre 2024. Quella vicenda è considerata il simbolo più tangibile della corruzione e dell’incuria delle istituzioni serbe e ha acceso la miccia di una protesta popolare senza precedenti. Da allora, il movimento studentesco e sociale serbo non si è fermato, portando in strada e in piazza centinaia di migliaia di persone. L’enorme, e ininterrotta, protesta dei cittadini serbi ha portato il Primo Ministro, Miloš Vučević, a rassegnare le proprie dimissioni il 28 gennaio scorso. Lo stesso Sindaco di Novi Sad, Milan Đurić, si è dimesso lo stesso giorno in cui si è dimesso il Primo Ministro serbo.

Le manifestazioni non si sono però arrestate. Anzi, per certi versi hanno aumentato la propria portata, sentendo di poter aumentare la pressione sulle istituzioni politiche. Il 15 marzo scorso, giorno in cui sarebbe stata utilizzata l’arma sonica contro i manifestanti, 300mila persone sono scese in strada per protestare utilizzando lo slogan “15 per 15” in ricordo dei morti alla stazione ferroviaria. Gli studenti hanno così alzato la posta in gioco, chiedendo le dimissioni dello stesso Presidente serbo, Aleksandar Vučić. In quella giornata di protesta, il Presidente ha rilasciato un messaggio televisivo in cui ha parlato della necessità di un «cambiamento», aprendo alla possibilità di nuove elezioni, senza tuttavia annunciare le proprie dimissioni, come chiesto dagli studenti e dai manifestanti.

[di Michele Manfrin]

Milano, incendio al carcere minorile Beccaria: 5 intossicati

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Un rogo è divampato oggi al secondo piano del carcere per minori Cesare Beccaria di Milano. Lo hanno reso noto i vigili del fuoco, intervenuti con sette mezzi per domare le fiamme, che sarebbero state causate dall’incendio di alcuni materassi. Sarebbero cinque – due detenuti, due agenti e un medico – le persone rimaste intossicate, che non si troverebbero in gravi condizioni. Le squadre dei Vigili del fuoco stanno completando la bonifica dell’area. Nella stessa struttura, dove la situazione legata al sovraffollamento è fuori controllo, lo scorso 13 marzo cinque persone erano rimaste lievemente ferite in un altro incendio appiccato da alcuni detenuti.

Tra massacri e diplomazia: il difficile cammino verso la pace in Siria

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«Nel Nord Est della Siria non cambia ancora niente. Stesse forze armate, stesse istituzioni. Stessi bombardamenti delle milizie mercenarie controllate dai turchi. La guerra continua», riferisce S., giornalista del Rojava Information Centre a L’Indipendente. Il riferimento è all’accordo, potenzialmente decisivo, siglato nella serata di lunedì 10 marzo tra il governo ad interim di Damasco e le Syrian Democratic Forces (SDF), coalizione militare a trazione curda che controlla un terzo del Paese, volto a integrare queste ultime con le istituzioni dello Stato centrale. «Sarà messo a terra entro non...

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Gaza, raid israeliani uccidono almeno 61 palestinesi in 24 ore

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Secondo il Ministero della Salute di Gaza, i massicci attacchi dell’esercito israeliano hanno ucciso nelle ultime 24 ore almeno 61 palestinesi nella Striscia, mentre altri quattro corpi sono stati recuperati tra le macerie. Le autorità palestinesi hanno inoltre riferito che, negli ultimi giorni, sono stati ricoverati negli ospedali di Gaza 134 feriti. «Un certo numero di vittime rimane sotto le macerie e sulle strade, irraggiungibili dalle ambulanze e dai mezzi della protezione civile», si legge in una nota del ministero. Il bilancio delle vittime a Gaza dall’inizio della guerra israeliana ha raggiunto quota 50.082, mentre i feriti sono 113.408.

Il 2024 è stato l’anno più mortale di sempre per i migranti nel mondo

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Con 8.938 decessi registrati nelle rotte migratorie, il 2024 è stato l’anno più mortale di sempre per i migranti. A dirlo è l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), che ha sottolineato come, vista l’assenza di documentazione e in alcuni casi addirittura di segnalazioni su diversi incidenti, il numero di decessi attestati costituisca inevitabilmente una stima al ribasso. Da quanto riporta l’OIM, la quantità di morti nel tentativo di attraversare i confini continua a crescere: è infatti la quinta volta di fila che il numero di decessi supera il precedente record. L’Asia è stata la regione con il maggior numero di vittime, con 2.788 decessi, seguita dal Mar Mediterraneo, dove sono morte 2.452 persone.

Il bilancio dell’anno passato ha così confermato un trend quinquennale di aumento dei decessi. Un record a livello globale era già stato toccato nel 2023, con 8.747 migranti morti, ma il 2024 ha registrato un incremento di quasi 200 unità rispetto ai 12 mesi precedenti.  Spostando lo sguardo sulle singole regioni del mondo, le statistiche dell’OIM attestano come il 2024 abbia rappresentato l’anno più mortale mai registrato nella maggior parte di esse, tra cui l’Asia (2.778 persone decedute), l’Africa (2.242) e l’Europa (233). Le statistiche definitive non sono ancora disponibili per le Americhe, ma sulla base dei dati in archivio si può affermare come nel 2024 si siano verificati almeno 1.233 decessi. Nel computo è incluso un record senza precedenti di 341 morti nei Caraibi e di 174 decessi di migranti che attraversavano il Darién. A ogni latitudine, le morti dovute alla violenza sono rimaste prevalenti: dal 2022, questa causa ha rappresentato almeno il 10% di tutti i decessi di migranti registrati. Nel 2024, ciò è stato dovuto in gran parte alla violenza contro le persone in transito nel continente asiatico, con quasi 600 vite perse sulle rotte migratorie attraverso l’Asia meridionale e sud-orientale. «La tragedia del crescente numero di morti di migranti in tutto il mondo è inaccettabile e prevenibile: dietro ogni numero c’è un essere umano, qualcuno per il quale la perdita è devastante», ha dichiarato il vicedirettore generale per le operazioni dell’OIM, Ugochi Daniels, aggiungendo che «l’aumento dei decessi in così tante regioni del mondo dimostra perché abbiamo bisogno di una risposta internazionale e olistica che possa prevenire ulteriori tragiche perdite di vite umane».

«I 2.452 decessi documentati nel Mar Mediterraneo nel 2024 rappresentano la necessità di adeguati sistemi di ricerca e soccorso, nonché la necessità di rotte migratorie sicure e regolari come alternative a questo viaggio rischioso», ha sottolineato l’OIM diramando le statistiche. Come già aveva attestato lo scorso dicembre nel Missing Migrant Project (Progetto per i migranti dispersi), la maggior parte delle vittime (1.689) sono morte nella sola rotta del Mediterraneo Centrale, quella che porta principalmente verso l’Italia, mentre altri 410 sono morti nella rotta del Mediterraneo Occidentale, e 172 in quella Orientale. Nel 2024, secondo i dati forniti da Frontex, l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, i tentativi di attraversamento dei confini europei via mare da parte di migranti irregolari sono calati rispetto al 2023, specialmente grazie a una riduzione dei viaggi sulla rotta del Mediterraneo Centrale pari al 59%. Questo è il risultato dell’inasprimento delle politiche migratorie europee – tra cui spicca l’approccio italiano – fatta di maggiori controlli e, soprattutto, molteplici accordi siglati con i Paesi nordafricani per impedire le partenze. Nel frattempo, la Commissione UE ha da poco presentato il nuovo piano per favorire il rimpatrio dei migranti irregolari, aprendo alla possibilità di trasferirli in Paesi terzi. Definite «return hub», le strutture esterne all’UE ospiterebbero i migranti per cui è già in vigore un decreto di espulsione, senza necessariamente rispettare l’obbligo di consenso sancito dall’attuale regolamento. Il piano dell’UE prevede inoltre l’istituzione di una sorta di ordine di espulsione comune, che permetterebbe agli Stati membri di allontanare migranti già respinti da un altro Paese comunitario.

[di Stefano Baudino]

Stop ReArm Europe: nasce la campagna pacifista europea contro il riarmo

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«Ci opponiamo ai piani dell’UE di spendere altri 800 miliardi di euro in armi. Saranno 800 miliardi di euro rubati. Rubati ai servizi sociali, alla sanità, all’istruzione, al lavoro, alla costruzione della pace, alla cooperazione internazionale, a una giusta transizione e alla giustizia climatica». Sono queste le parole con cui si apre l’appello “Stop ReArm Europe”, lanciato da otto sigle pacifiste europee, che evidenziano come il piano di riarmo europeo, presentato dalla presidente della Commissione UE Ursula von der Leyen e recentemente appoggiato dal Consiglio Europeo e dall’Eurocamera, «andrà solo a beneficio dei produttori di armi in Europa, negli Stati Uniti e altrove». Nella loro chiamata, le realtà firmatarie invitano tutte le organizzazioni a sottoscrivere un modulo di iscrizione per unirsi alla campagna del movimento, in vista di manifestazioni ed eventi coordinati.

Nell’appello, ad oggi sottoscritto da Transnational Institute, Women’s International League for Peace and Freedom, Attac Italia, Arci, Transform Europe, International Peace Bureau, Ferma il riarmo e Stop the war coalition, si legge che il piano di riarmo europeo «renderà la guerra più probabile e il futuro meno sicuro per tutti», generando «più debito, più austerità, più confini», intensificando il razzismo e alimentando il cambiamento climatico. «Non abbiamo bisogno di più armi; non abbiamo bisogno di prepararci ad altre guerre – mettono nero su bianco le associazioni che hanno firmato la petizione –, abbiamo bisogno di un piano totalmente diverso: una sicurezza reale, sociale, ecologica e comune per l’Europa e per il mondo». Invitando associazioni e movimenti a unirsi alla campagna, i firmatari annunciano che presenteranno presto un calendario di eventi correlati in tutta Europa, organizzati dal movimento anti-riarmo e dalle sigle ad esso aderenti.

Il piano ReArm, che ha recentemente ottenuto il via libera del Consiglio Europeo e il sostegno della maggioranza dell’Europarlamento, prevede una serie di misure volte a rafforzare la capacità militare degli Stati membri attraverso un aumento degli investimenti nel settore della difesa. I Paesi UE avranno infatti la possibilità di incrementare in modo significativo la spesa militare senza essere soggetti ai vincoli imposti dal Patto di stabilità e crescita, consentendo di generare fino a 650 miliardi di euro di investimenti nei prossimi quattro anni. Un’altra misura chiave è l’istituzione di un fondo da 150 miliardi di euro destinato a fornire prestiti agli Stati membri per finanziare progetti nel settore della difesa. Inoltre, il piano apre alla possibilità di utilizzare il bilancio dell’Unione Europea per stimolare investimenti militari, puntando altresì a coinvolgere il settore privato nella produzione e nello sviluppo di tecnologie per la difesa.

[di Stefano Baudino]

Corea del Sud annullato l’impeachment del presidente Han

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La Corte costituzionale della Corea del Sud ha reintegrato il Primo Ministro Han Duck-soo alla carica di presidente ad interim, annullando il procedimento di impeachment approvato lo scorso 27 dicembre dal parlamento. Han, primo ministro della Corea del Sud, era diventato presidente ad interim il 12 dicembre dopo che il parlamento aveva approvato l’impeachment del presidente Yoon Suk-yeol, che aveva tentato di imporre la legge marziale nel Paese. Era stato poi destituito a sua volta perché non aveva risposto alle richieste dell’opposizione di nominare rapidamente i giudici della Corte Costituzionale mancanti per convalidare l’impeachment contro Yoon.

Ucraina, al via a Riad i colloqui con gli USA per il cessate il fuoco

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Funzionari ucraini e statunitensi si sono incontrati ieri sera in Arabia Saudita per discutere un possibile cessate il fuoco parziale tra Ucraina e Russia. Il vertice si inserisce nel nuovo indirizzo diplomatico voluto dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, per mettere fine a tre anni di guerra. L’incontro precede i colloqui previsti per oggi, sempre in Arabia Saudita, tra le delegazioni statunitense e russa. Nel frattempo, l’inviato speciale americano Steve Witkoff ha espresso ottimismo sulla possibilità di raggiungere una soluzione per porre fine al conflitto. La scorsa settimana, il presidente russo Vladimir Putin ha accettato la proposta di Trump di fermare per 30 giorni gli attacchi alle infrastrutture energetiche di entrambi i Paesi. Tuttavia, il possibile cessate il fuoco sarebbe stato compromesso da reciproci attacchi, denunciati sia da Kiev che da Mosca.

All’inizio degli incontri, tenutesi ieri a Riyad, il ministro della Difesa ucraino Rustem Umerov ha annunciato che la delegazione del Paese, guidata da lui in persona, avrebbe implementato «la direttiva del Presidente dell’Ucraina per avvicinare una pace giusta e rafforzare la sicurezza». Al vertice si sarebbe dovuto parlare di una proposta per il raggiungimento di un cessate il fuoco, anche solo parziale, che escludesse dai combattimenti «le strutture energetiche e le infrastrutture critiche». Al termine del vertice, Umerov ha detto che la conversazione con la controparte statunitense, guidata da Steve Witkoff, è stata «produttiva e mirata» e che si è parlato di «temi chiave, tra cui quello dell’energia». Anche Witkoff si è mostrato soddisfatto dei colloqui. Prima dell’incontro, l’inviato speciale statunitense aveva rilasciato un’intervista a Fox News in cui affermava che i colloqui di questi giorni potrebbero portare a una svolta e mettere sul piatto la possibilità di un cessate il fuoco navale nel Mar Nero, a cui farne seguire uno generalizzato. Witkoff, inoltre, ha bocciato la proposta di inviare delle forze di pace europee a guida britannica e francese, sottolineando che «Putin non vuole invadere l’Europa».

L’incontro tra Steve Witkoff e Rustem Umerov ha preceduto quellio di oggi, che si terrà sempre a Riad, dove le delegazioni russe e ucraine si incontreranno separatamente con quella statunitense. Il contenuto preciso dell’agenda odierna non è noto, ma anche l’agenzia di stampa russa TASS, riprendendo le dichiarazioni della Casa Bianca, cita un possibile negoziato per un cessate il fuoco sul Mar Nero. Nelle ultime settimane, le trattative per un cessate il fuoco si sono fatte sempre più serrate. Il 18 marzo, dopo una telefonata di oltre due ore, Donald Trump e Vladimir Putin si sono accordati per implementare un cessate il fuoco parziale che coinvolgesse le infrastrutture energetiche, proposta verso cui Volodymyr Zelensky si è mostrato parzialmente aperto. Entrambi i Paesi, tuttavia, continuano a denunciare reciproci attacchi alle infrastrutture energetiche, accusandosi l’un l’altro di violare la tregua ancora informale.

In generale, l’Ucraina sostiene che la Russia starebbe intensificando gli attacchi sul Paese — e non solo quelli contro le infrastrutture energetiche —, sottolineando l’importanza di raggiungere un cessate il fuoco il più rapidamente possibile. «Solo questa settimana, più di 1.580 bombe aeree guidate, quasi 1.100 droni d’attacco e 15 missili di vario tipo sono stati usati contro il nostro popolo», ha detto Volodymyr Zelensky. «Sono necessarie nuove soluzioni, con nuove pressioni su Mosca per fermare sia questi attacchi che questa guerra». Anche la Russia denuncia attacchi ucraini: il Ministero della Difesa russo ha affermato che, ieri notte, le sue forze hanno «distrutto e intercettato» 59 droni ucraini diretti verso le regioni di Rostov e Astrakhan.

[di Dario Lucisano]