giovedì 19 Marzo 2026
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Nuova Zelanda: stop ai finanziamenti a Isole Cook per legami con la Cina

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La Nuova Zelanda ha sospeso milioni di dollari di finanziamenti alle Isole Cook, territorio scorporato legato politicamente al Paese, a causa degli accordi che il piccolo Stato del Pacifico ha stipulato con la Cina. A dichiararlo è il portavoce del ministro degli Esteri neozelandese, che ha spiegato che la Nuova Zelanda, il principale finanziatore delle Isole Cook, ha bloccato 18,2 milioni di dollari neozelandesi (circa 9,5 milioni), perché essi si fondano su un «rapporto bilaterale di elevata fiducia». Inoltre, il Paese «non prenderà in considerazione nuovi finanziamenti significativi finché il governo delle Isole Cook non adotterà misure concrete per riparare i rapporti e ripristinare la fiducia».

In due anni la Giamaica ha dimezzato il tasso di povertà tra la popolazione

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Giamaica

Nel corso degli ultimi anni, la Giamaica ha fatto importanti passi avanti nel miglioramento delle condizioni di vita della sua popolazione, con un calo significativo della povertà. Secondo i dati diffusi dal Planning Institute of Jamaica (PIOJ) e dallo Statistical Institute of Jamaica (STATIN), il tasso di povertà è sceso dal 16,7% del 2021 all'8,2% nel 2023, segnando il valore più basso mai registrato dal 1989, anno in cui sono iniziate le misurazioni ufficiali.
La riduzione della povertà ha riguardato diverse aree del Paese, inclusi sia i centri urbani che le zone rurali. Nella capitale King...

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Netanyahu, 30 anni di menzogne e allarmismo sul programma nucleare iraniano

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Da oltre trent’anni Benjamin Netanyahu recita ossessivamente lo stesso copione: l’Iran è sul punto di sviluppare un’arma nucleare, e il mondo – sotto la regia degli Stati Uniti – deve intervenire per fermarlo. Un disco rotto che ha accompagnato ripetute crisi internazionali, elezioni israeliane e operazioni militari, ma che, alla prova dei fatti, si è puntualmente infranto contro la mancanza di prove.

Oggi il mondo è sull’orlo del precipizio dietro al pretesto che l’Iran avrebbe già le capacità per costruire nove bombe nucleari. L’AIEA ha formalmente stabilito che l’Iran non sta rispettando i suoi obblighi sul Trattato di non proliferazione nucleare (l’accordo internazionale a cui, paradossalmente, Israele – che possiede circa 200 testate – non aderisce) per la prima volta in venti anni. Il ministero degli Esteri iraniano e l’Organizzazione Nazionale per l’Energia Atomica hanno replicato che la decisione è «politica per eccellenza e riflette un chiaro pregiudizio». Alcuni media iraniani hanno pubblicato una serie di documenti che dimostrerebbero le pressioni che il direttore Rafael Grossi avrebbe ricevuto da Israele, finendo per seguire le direttive di Tel Aviv. Secondo le agenzie di stampa Fars e Iran Press, citando rappresentanti dell’intelligence iraniana, l’AIEA avrebbe trasmesso segretamente la corrispondenza riservata che l’Agenzia intratteneva con Teheran ai servizi segreti israeliani.

Il tormentone politico della minaccia nucleare iraniana comincia nel lontano il 1992, quando Netanyahu, allora parlamentare, iniziò a puntare il dito contro l’Iran, accusando Teheran di essere a tre o cinque anni dal possedere un’arma nucleare, sottolineando la necessità di un’azione internazionale guidata dagli Stati Uniti per fermare il programma. Nel 1995, durante un discorso contraddistinto dalla tipica retorica tutt’altro che misurata, Netanyahu ribadì il concetto, insistendo che la minaccia dovesse essere «sradicata». Nel suo libro del 1995, Lotta al terrorismo, Netanyahu mise nero su bianco il concetto che l’Iran avrebbe avuto un’arma nucleare «entro tre o cinque anni». Nel 1996, parlando al Congresso degli Stati Uniti, Netanyahu avvertì che se l’Iran avesse acquisito armi nucleari, ciò avrebbe avuto «conseguenze catastrofiche» non solo per Israele e il Medio Oriente, ma per il mondo intero, aggiungendo che la scadenza per raggiungere questo obiettivo era «estremamente vicina». 

Nel 2002, in un’altra testimonianza al Congresso, Netanyahu si concentrò inizialmente sull’Iraq, per poi tornare a sottolineare il pericolo dell’Iran, sostenendo che il programma nucleare iraniano fosse così avanzato che il Paese stava utilizzando «centrifughe grandi come lavatrici». Affermazioni che si sono rivelate sfacciatamente false come le previsioni del decennio precedente. 

Nel 2009, come rivelato da un cablogramma di WikiLeaks, Netanyahu – allora candidato premier – informò una delegazione del Congresso USA che l’Iran era probabilmente a uno o due anni dal raggiungere la capacità di sviluppare armi nucleari. Nelle interviste rilasciate ai giornalisti in quel periodo – ricordiamo quella a Jeffrey Goldberg di The Atlantic –, Netanyahu continuò ad agitare lo spauracchio su questa presunta imminente minaccia “apocalittica”.

Nel 2012, tornò alla carica, dichiarando in colloqui privati riportati dai media israeliani, che l’Iran era a pochi mesi dal raggiungere capacità nucleari. Nello stesso anno, durante un discorso alle Nazioni Unite, utilizzò un cartello con il disegno in stile cartoon di una bomba sferica e tracciò una riga sotto la miccia, per illustrare che l’Iran sarebbe stato in grado di costruire un’arma nucleare entro un anno. Tali affermazioni furono clamorosamente smentite dalle analisi della stessa intelligence israeliana, che indicavano che l’Iran non stava attivamente sviluppando un’arma nucleare.

Nel 2018, all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Netanyahu accusò l’Iran di mantenere un «magazzino atomico segreto» a Teheran, mostrando foto e sostenendo che ciò dimostrava l’intento di sviluppare armi nucleari, nonostante l’accordo nucleare del 2015 (JCPOA). I funzionari dell’intelligence USA confermarono che queste informazioni erano già note e non cambiavano il giudizio che l’Iran non stesse riavviando un programma nucleare militare. Nel 2019 Netanyahu continuò a lanciare avvertimenti sull’Iran, sostenendo che il Paese fosse vicino a un punto di svolta nel suo programma nucleare, anche se non fornì dettagli specifici.

Quest’anno, in un’intervista a News Max, Netanyahu ha ammesso che Israele ha «ritardato ma non fermato» il programma nucleare iraniano, e che Teheran a “giorni” sarebbe riuscita ad arricchire abbastanza uranio per una bomba. In seguito, ha sostenuto che l’Iran avrebbe ottenuto abbastanza uranio arricchito per nove bombe nucleari. Queste accuse ufficiali sono state contestate dall’intelligence USA, secondo cui l’Iran sarebbe ancora ad anni di distanza dalla capacità di produrre un’arma nucleare. La direttrice dell’intelligence nazionale statunitense, Tulsi Gabbard, al Congresso ha spiegato ai legislatori che l’Iran non stava costruendo un’arma nucleare e la sua Guida suprema non aveva riautorizzato il programma inattivo, nonostante avesse arricchito l’uranio a livelli più elevati. Il 17 giugno, il presidente americano Donald Trump ha respinto la valutazione delle agenzie di spionaggio statunitensi durante un volo notturno di ritorno dal G7 a Washington. Senza motivare le sue dichiarazioni ha liquidato il report dei suoi 007, limitandosi a un commento laconico: «Non mi interessa cosa ha detto». Sconfessando di fatto Gabbard.

A partire dall’amministrazione Reagan, l’ostracismo americano nei confronti del programma nucleare iraniano si è evoluto nei decenni, consolidandosi in una piena demonizzazione sotto la presidenza Clinton, sempre più ostaggio delle lobby sioniste. Al contempo, per oltre tre decenni, Netanyahu ha diffuso false dichiarazioni sui programmi di armi nucleari che contraddicevano le analisi dei suoi stessi consulenti di intelligence, senza che le sue ripetute previsioni si siano mai concretizzate nei tempi indicati. Il suo allarmismo ciclico riemerge puntualmente quando serve a coprire tensioni interne, distrarre l’opinione pubblica da negoziati internazionali scomodi o dal genocidio a Gaza, garantirsi la sopravvivenza politica o a rilanciare le sue fortune politiche. L’Iran come spauracchio eterno, utile leva di pressione geopolitica.

Siamo di fronte al solito schema, volto a creare un diversivo e a strumentalizzare una minaccia per ottenere un casus belli e a legittimare un regime change. Si tratta della stessa narrazione che permise agli Stati Uniti, nel 2003, di trascinare il mondo in una guerra disastrosa contro l’Iraq, fondata sul pretesto delle armi di distruzione di massa mai esistite. Ieri la fialetta con l’antrace agitata da Colin Powell, oggi il copione si ripropone, stavolta con l’Iran come nemico designato. 

Netanyahu continua a gridare al lupo. Il lupo, ancora una volta, non c’è, ma ci troviamo tutti sul ciglio del precipizio a contemplare inebetiti il burrone sotto di noi, mentre il pifferaio israeliano continua a suonare il suo canto di guerra.

Antitrust: multa da tre milioni per Virgin Active

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L’Autorità garante della concorrenza e del mercato ha erogato una multa di tre milioni di euro per la catena di palestre Virgin Active Italia accusandola di condurre pratiche commerciali scorrette. L’Antitrust, di preciso, accusa Virgin di non avere informato per tempo e adeguatamente i propri clienti sulle condizioni e sui termini di adesione, disdetta e recesso degli abbonamenti. Virgin Active Italia gestisce 40 palestre in tutta Italia, e nel 2024 ha raggiunto i 100mila abbonamenti.

“Giù le armi, su i salari”: per Gaza e contro l’economia di guerra venerdì sarà sciopero generale

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Il prossimo venerdì 20 maggio, si terrà uno sciopero generale contro il riarmo e il genocidio in Palestina. Lo sciopero è stato annunciato lo scorso maggio, mettendo al centro proprio la questione palestinese: «Il governo Meloni continua a girarsi dall’altra parte di fronte ad un genocidio conclamato ed ormai sfacciatamente rivendicato dal governo Netanyahu», si legge nel comunicato di lancio. In generale, i lavoratori che scenderanno in piazza venerdì protesteranno per gli aumenti di salario e contro le politiche di riarmo della NATO, del governo Meloni e dell’Europa. Malgrado debba ancora iniziare, lo sciopero sta già sortendo i primi effetti: la compagnia aerea Ita Airways ha infatti annunciato la cancellazione di oltre 30 voli, invitando i clienti che hanno acquistato un biglietto per la giornata dello sciopero a verificare lo stato del proprio volo prima di recarsi in aeroporto. Previsti, in generale, ritardi e cancellazioni in tutto il settore dei trasporti.

Lo sciopero generale contro il riarmo e il genocidio è stato annunciato lo scorso 22 maggio dalla Unione Sindacale di Base (USB) congiuntamente ad altri sindacati di base tra cui Cub, Sgb, Fisi, Flai e Si-Cobas. USB ha deciso di dedicare le prime parole proprio alla Palestina, per chiedere al governo Meloni di interrompere le relazioni diplomatiche e commerciali con Israele. In generale, lo sciopero intende «opporsi alle politiche belliciste del Governo Meloni» e contestare «la corsa al riarmo, per la difesa comune europea e l’aumento della spesa per la NATO fino al 5% del PIL», che starebbero «portando il nostro Paese al collasso». I rinnovi contrattuali, si legge nell’ultimo comunicato, «non coprono l’inflazione, le crisi industriali si aggravano e moltiplicano, le lavoratrici ed i lavoratori sono sempre più poveri». Lo sciopero di venerdì precederà di un giorno una manifestazione nazionale per la Palestina che si terrà a Roma, e alla quale hanno aderito gli stessi sindacati di base, ma anche altre sigle sindacali, partiti politici, movimenti sociali e associazioni culturali.

Venerdì i lavoratori protesteranno Bologna, Catania, Firenze, Frosinone, Genova, Livorno, Milano, Napoli, Pescara, Pisa, Roma, Torino e Trieste. A Milano e Roma sono previsti due diversi raduni; nella capitale, di preciso, uno dei due presidi si terrà sotto la sede di Leonardo SPA. Come Roma, anche Catania, Firenze, Napoli e Torino scenderanno in piazza contro Leonardo davanti alle rispettive sedi dell’azienda bellica. A Genova, invece, la manifestazione inizierà dal porto, dove i lavoratori si sono già mobilitati contro il traffico di armi destinate all’esercito israeliano. In generale, il settore che dovrebbe essere maggiormente colpito è quello dei trasporti: dalle 21 di giovedì alle 21 di venerdì potrebbero verificarsi ritardi e cancellazioni di treni, mentre dalle 22 di giovedì alle 21:59 di venerdì potrebbero esserci interruzioni nei servizi autostradali. Verranno coinvolti anche i mezzi pubblici delle maggiori città, il trasporto merci, il settore marittimo e quello aeroportuale: per ora, Ita Airways ha annunciato la cancellazione di 34 voli nazionali e internazionali.

“Nuovi Campioni”: l’appuntamento cinese del World Economic Forum che nessuno conosce

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Mentre l'attenzione globale spesso converge sul più blasonato vertice di Davos in Svizzera, sede del Wolrd Economic Forum, in Cina si svolge l'Annual Meeting of the New Champions, meglio noto come "Summer Davos". Dal 2007 questo evento si presenta come un faro per l'innovazione, l'imprenditorialità e le economie emergenti, anticipando le tendenze che plasmeranno il futuro economico mondiale. L'edizione 2025, che sarà il 16° incontro, si terrà a Tianjin dal 24 al 26 giugno. Per i “Nuovi Campioni” sarà momento di incontri, tavole rotonde, dibattiti e costose cene e cocktail party.
I "Nuovi Campi...

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Gli Stati Uniti si preparano ad attaccare l’Iran?

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Dopo circa una settimana dal lancio dell’attacco israeliano sulla Repubblica Islamica, Israele e Iran continuano a scambiarsi missili con cadenza giornaliera, ma l’attenzione dei siti di informazione è rivolta altrove, precisamente verso gli Stati Uniti. Col passare dei giorni, sempre più segnali suggerirebbero che Washington stia valutando l’opzione di entrare direttamente nel conflitto schierandosi al fianco di Israele, e sui media specializzati hanno iniziato a proliferare ipotesi e speculazioni. A far suonare i primi campanelli d’allarme sarebbero le stesse dichiarazioni di Trump, come al solito caratterizzate da un linguaggio particolarmente esplicito: proprio ieri, il presidente degli USA ha condiviso un post in cui sostiene di sapere dove si rifugia il leader iraniano Khamenei, ma di non avere intenzione di assassinarlo, almeno «per ora». A destare sospetti sono anche i presunti movimenti degli USA, che secondo alcune delle maggiori agenzie di stampa internazionali avrebbero trasferito altri aerei da guerra nella regione e che starebbero pianificando di attaccare uno degli stabilimenti nucleari più importanti del Paese. Le speculazioni circa un potenziale coinvolgimento degli Stati Uniti nel conflitto in corso tra Israele e Iran sono iniziate a comparire sin dal lancio dell’attacco unilaterale da parte di Israele, nella notte tra giovedì 12 e venerdì 13 giugno. Malgrado abbia inizialmente invitato alla moderazione, il presidente statunitense ha gradualmente cambiato i toni, usando sempre più minacce e allusioni. Già il 13 giugno, Trump scriveva che se l’Iran non avesse raggiunto un accordo, gli attacchi si sarebbero intensificati. È tuttavia solo negli ultimi giorni che i media di tutto il mondo hanno iniziato a chiedersi con maggiore insistenza se gli Stati Uniti abbiano intenzione di partecipare direttamente al conflitto. A fare scattare i dubbi è stato l’atteggiamento di Trump in occasione del G7 in Canada. Lunedì 16 giugno, mentre Israele parlava chiaramente del suo obiettivo di rovesciare il regime di Teheran, Trump lasciava gli incontri del vertice mondiale a Kananaskis per dedicarsi a «ciò che sta succedendo in Medio Oriente». Il fatto che Trump sia tornato a Washington con un giorno di anticipo rispetto a quanto programmato ha fatto sorgere i primi sospetti, poi alimentati dallo scambio indiretto che il presidente USA ha avuto con Macron: dopo la partenza prematura di Trump, il presidente francese ha infatti sottolineato l’importanza di un cessate il fuoco nella regione, venendo smentito da Trump che ha affermato di non stare tornando alla Casa Bianca per lavorare a una eventuale tregua tra Israele e Iran: «[Macron] non ha idea del perché io sia ora in viaggio per Washington, ma di certo non ha nulla a che fare con un cessate il fuoco. È molto più importante». Ieri, Trump ha ribadito con toni accesi che «l’Iran non può dotarsi di un’arma nucleare» invitando «tutti» a «evacuare immediatamente Teheran», facendo crescere ancora più i sospetti. Sempre ieri, nel tardo pomeriggio, è arrivata la dichiarazione più cruda, in cui Trump minaccia non troppo velatamente il capo iraniano Khamenei e chiede a Teheran di arrendersi «incondizionatamente». Secondo alcuni commentatori, l’escalation nei toni di Trump, le sue parole allusive, le dichiarazioni volutamente criptiche, l’invito ad abbandonare Teheran, e gli atteggiamenti ambigui del presidente sarebbero il segnale di un imminente attacco diretto degli USA alla Repubblica Islamica. I sospetti, tuttavia, non si limitano alla condotta del presidente statunitense. Secondo delle fonti anonime citate ieri dall’agenzia di stampa Retuers, Washington starebbe trasferendo aerei da guerra nella regione mediorientale, tra cui caccia F-16, F-22 e F-35. Sempre ieri, il trasferimento di aerei è stato confermato anche da Euronews che ha condotto una analisi su siti di tracciamento dei movimenti aerei. Oltre ai caccia, gli Stati Uniti starebbero iniziando a trasferire diversi aerei da rifornimento: il sito di tracciamento di voli Flight Radar ha infatti notato il trasferimento dagli USA all’Europa di 30 aerei KC-135 e KC-46 dell’aeronautica militare statunitense, che sarebbe avvenuto nella notte tra il 15 e il 16 giugno. Lo spostamento di questi ultimi è stato confermato autonomamente dall’agenzia di stampa britannica BBC e dalla rivista specializzata The Aviationist; quest’ultima scrive che la maggior parte dei velivoli sarebbe atterrata ieri mattina presso la base aerea di Ramstein in Germania e le basi aerea di Morón e di Rota in Spagna, due sarebbero atterrati ad Aviano, in Italia, e almeno uno a Prestwick nel Regno Unito; sarebbero poi stati trasferiti a est, verso la Grecia o la Turchia, e la loro destinazione finale rimane ancora ignota. Infine, gli USA starebbero trasferendo anche portaerei: lunedì, riporta l’US Naval Institute, la portaerei USS Nimitz ha deviato dal Mar Cinese Meridionale verso il Medio Oriente, informazione confermata anche da alcuni analisti. Un funzionario anonimo avrebbe successivamente confermato il trasferimento della portaerei al quotidiano Newsweek. A tutto ciò si aggiungono i movimenti, ripresi da diversi quotidiani internazionali, della base Whiteman – situata nello Stato del Missouri – delle forze aeree statunitensi, che ha detto di stare aumentando le proprie misure di sicurezza proprio a causa del conflitto in corso tra Israele e Iran. Essa è infatti sede dei Northrop Grumman B-2 Spirit, bombardieri strategici subsonici statunitensi in grado di trasportare armi convenzionali e termonucleari da oltre 1.000 chili; il B-2 Spirit, sostengono le forze aeree statunitensi, è l’unico aereo al mondo capace di trasportare rapidamente, in sicurezza e con discrezione la GBU-57 MOP una bomba guidata anti-bunker da molti ritenuta l’arma più efficace contro lo stabilimento nucleare iraniano di Fordo. Quello di Fordo è il secondo sito nucleare iraniano (il primo è quello di Natanz, che sta già venendo preso di mira da Israele), e il più difficile da colpire, perché sotterraneo e ben coperto dalle montagne. Lo Stato ebraico ha chiesto più volte agli USA di aiutarlo a distruggere lo stabilimento di Fordo, che è ritenuto il più probabile bersaglio di un eventuale attacco statunitense; esso risulta attualmente al centro delle speculazioni della maggior parte dei media, tanto che c’è chi, come il New York Times sostiene che Trump, se coinvolto, colpirebbe proprio lì.

Ungheria, maxi esercitazione della NATO

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In Ungheria, è iniziata l’esercitazione Saber Guardian, che coinvolgerà un totale di 3.000 soldati provenienti da Ungheria, USA e Spagna. Inaugurata il 9 giugno in Germania, Saber Guardian si terrà a Veszprem, nella regione di Bakoni, nell’area occidentale del Paese. Durante la giornata di inaugurazione della porzione ungherese dell’esercitazione, sono stati utilizzati jet da combattimento, elicotteri d’attacco e carri armati. L’esercitazione andrà avanti in Ungheria ancora una settimana, e il 24 giugno si sposterà in Romania.

L’invasione delle pubblicità su Whatsapp

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Meta ha annunciato l’arrivo della pubblicità su WhatsApp. La novità, presentata come un modo per “aiutarti a trovare canali e prodotti che ti interessano”, riguarderà esclusivamente la schermata degli Aggiornamenti — l’equivalente delle “stories” dell’app — e promette di non impattare, né profilare, le conversazioni private tra utenti. Nonostante ciò, l’organizzazione no profit noyb ha già iniziato ad approfondire la questione, paventando un possibile intervento legale. Difficile credere che qualcuno sentisse la mancanza di pubblicità in un’app di messaggistica, ma Meta prosegue comunque sulla sua rotta: l’aggiornamento sarà implementato gradualmente nei prossimi mesi. Il comunicato stampa diffuso dall’azienda non chiarisce il motivo di una scelta tanto impopolare, se non evocando un generico desiderio di aiutare le persone a scoprire nuove realtà commerciali.

Negli Stati Uniti, WhatsApp non è particolarmente diffuso — gli utenti favoriscono l’iMessage di Apple —, tuttavia su scala globale Meta rivendica che 1,5 miliardi di utenti consultano quotidianamente la sezione Aggiornamenti. Se i numeri dichiarati sono corretti, circa metà degli utenti presenti sulla piattaforma visitano abitualmente questa sezione dell’app: un bacino di attenzione troppo ghiotto per un’infrastruttura digitale che si mantiene perlopiù con gli introiti ricavati dalle inserzioni.

Anche ammettendo che Meta dica la verità — cosa che, vista la sua storia, non si può dare per scontata — l’introduzione degli spot non dovrebbe influire sulla gestione della privacy. Rischia però quasi certamente di aumentare quel senso di frustrazione tra gli utenti che si è già venuto ad accentuare alla fine di aprile, quando Meta ha introdotto senza possibilità di rifiuto l’assistente Meta AI direttamente nell’app.

Alcuni osservatori sono però preoccupati per le implicazioni concorrenziali della mossa. Secondo noyb, l’introduzione delle pubblicità potrebbe violare il Digital Markets Act (DMA) europeo, contribuendo a rafforzare il potere dominante di Meta. L’organizzazione teme anche che venga applicato il contestato modello del “pay or ok”: o si accetta di essere profilati a fini pubblicitari, oppure si paga un abbonamento mensile per accedere a funzionalità o contenuti.

noyb, organizzazione austriaca guidata dall’avvocato e attivista Max Schrems, non è nuova a scontri con Meta. Dal 2018 — a poche ore dall’entrata in vigore del GDPR — la no profit ha avviato una lunga serie di azioni legali contro la Big Tech, diventandone uno dei principali incubi sul fronte privacy. Ora l’organizzazione attende di vedere come Meta implementerà concretamente le pubblicità su WhatsApp: se lo farà in modo trasparente e rispettoso delle normative, o se, ancora una volta, sarà necessario intervenire per via legale.

Costretti a pagare per muoversi: Meloni taglia i fondi per le carrozzine elettriche

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Il governo italiano ha deciso di non rifinanziare il capitolo dedicato ai ricambi per le carrozzine elettriche, lasciando migliaia di persone con disabilità motoria costrette a sborsare di tasca propria per garantire la propria mobilità e autonomia. È quanto emerso da numerose denunce di associazioni e diretti interessati, che si sono visti comunicare dalle Aziende Sanitarie Locali che non verranno più rimborsate componenti essenziali quali batterie, motori, joystick e ruote, senza i quali le carrozzine diventano inutilizzabili. Dal 1° gennaio 2025, con l’entrata in vigore del nuovo Nomenclatore Tariffario (DPCM 12/2017) dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), le spese per la riparazione e la sostituzione degli ausili elettrici non sono infatti più coperte dal Servizio Sanitario Nazionale. E ora società civile e opposizioni chiedono all’esecutivo di fare marcia indietro.

Nello specifico, il decreto ha abrogato i codici ISO previsti dal DM n. 332/1999, eliminando le voci dedicate alle componenti delle carrozzine elettriche dagli elenchi dei LEA. I tagli sono dunque entrati in vigore dal primo giorno del 2025, valendo per tutte le Aziende Sanitarie Locali (ASL) su tutto il territorio nazionale. A partire da quella data, le richieste di riparazione o sostituzione dei pezzi di ricambio non vengono più prese in carico dal SSN, costringendo le famiglie a sostenere costi che, nel caso di una batteria per carrozzina, possono superare i 600 euro. La questione è esplosa con le prime delibere regionali: già in Veneto, ad esempio, le Aziende Sanitarie Locali hanno comunicato agli assistiti che non verranno più rimborsate nemmeno le batterie di cui ogni carrozzina necessita per funzionare. Quando la batteria si deteriora – un guasto frequente a causa dell’uso quotidiano intenso – la carrozzina si ferma, e con essa la possibilità di muoversi, lavorare e partecipare alla vita sociale. Molti disabili si sono visti recapitare preventivi di spesa intorno ai 340 € (+ IVA 22%), una cifra superiore a molti assegni di invalidità.

La prospettiva aperta dall’intervento governativo rischia, con tutta evidenza, di minare il principio costituzionale di uguaglianza dei diritti sul territorio nazionale. Dopo le denunce pubbliche da parte delle associazioni e dei disabili, la Regione Veneto, che ha recepito la normativa nazionale attraverso la DGR n. 1587 del 30 dicembre 2024, ha dichiarato in una nota che si starebbe «attivando per affrontare questa problematica» e «definire un percorso regionale che includa anche queste prestazioni essenziali». Il timore è che ora le Regioni si muovano in ordine sparso, provocando una spaccatura normativa che potrebbe condurre a un’Italia a due velocità, in cui i cittadini disabili di “serie A” continueranno a beneficiare di un’assistenza completa e quelli di “serie B” dovranno affrontare spese potenzialmente insostenibili.

La vicenda è approdata in Parlamento con un’interrogazione a risposta orale presentata negli scorsi giorni dai deputati del Movimento 5 Stelle Filippo Quartini, Gilda Sportiello, Valentina Di Lauro e Marianna Ricciardi, che hanno chiesto al Ministro della Salute e a quello dello Sviluppo Economico di ripristinare la copertura SSN per riparazioni e sostituzioni. In assenza di una rapida correzione normativa, dunque, il diritto fondamentale alla libertà di movimento – sancito anche dalla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, ratificata dall’Italia nel 2009 – rischia di rimanere sulla carta. Il governo Meloni, che ha sempre promesso di rafforzare i diritti dei disabili, si trova ora a fronteggiare accuse di contraddizione e di aver scaricato sugli utenti costi che dovrebbero rientrare nella tutela sanitaria pubblica. L’appello di parlamentari, associazioni e cittadini è uno solo: ripristinare i codici perduti e restituire autonomia e dignità a chi, senza questi ausili, non può muoversi.