I controlli effettuati da parte dei carabinieri del Nas in 572 strutture sanitarie e socio-assistenziali per anziani in tutta Italia hanno determinato la chiusura di 6 di esse per abusivismo e gravi criticità. È stata anche rilevata la presenza di irregolarità in 141 strutture, e sono state contestate 197 violazioni penali ed amministrative, per un valore totale di 43 mila euro. Inoltre, sono state denunciate 36 persone, mentre altre 136 sono state segnalate alle autorità amministrative.
Da un anno viviamo quasi senza germi: è un bene o un male?
Tra le conseguenze del Covid c’è stato anche un effetto meno evidente ad una prima analisi: ha colpito il nostro sistema immunitario e in particolare il nostro rapporto con germi e batteri. Come spiega l’immunologo e microbiologo Brett Finlay a The Atlantic, in un articolo ripreso da Internazionale, i nostri corpi sono delle megalopoli di batteri. Sulla nostra pelle e nei nostri organi albergano diversi trilioni di microbi, collettivamente chiamati il nostro “microbiota.” Questi microbi interagiscono con le nostre cellule immunitarie, insegnando loro a rispondere alle minacce proveninenti dall’esterno. L’isolamento improvviso a cui siamo stati sottoposti potrebbe aver interrotto questa importantissima catena di reazioni, impoverendo, a lungo termine, il nostro microbiota.
Ad avere un impatto sul nostro microbiota sono il cibo che consumiamo, i saponi con cui ci laviamo, le cose che tocchiamo e in generale tutto l’ambiente esterno con cui entriamo in contatto. È da più di un anno ormai che disinfettiamo tutto con gel a base d’alcol e che viviamo semi-rinchiusi nelle nostre abitazioni (almeno nei periodi di lockdown più duri). Soprattutto, abbiamo ridotto moltissimo l’intensità e la frequenza dei nostri rapporti sociali, smettendo di baciarci, stringerci la mano e limitandoci a innocui contatti di gomito. Molti scienziati si sono interrogati sugli effetti a lungo termine di questa condizione, in cui l’ambiente che ci circonda è reso così asettico (e per ottime ragioni) da mettere in pericolo la diversità del nostro microbiota.
In quanti si sono presi anche solo un raffreddore nell’ultimo anno? Insieme al Covid, stiamo evitando anche tutti gli altri patogeni esistenti. L’isolamento però non è l’unico fattore. Ci sono anche gli antibiotici a fare la loro parte nella riduzione di diversità del nostro microbiota. Proprio per questa ragione, alcuni scienziati hanno suggerito che, al contrario, meno malanni uguale meno antibiotici, e che questo potrebbe addirittura essere un bene per la nostra salute. Oltretutto, sembra che i cambiamenti negativi non siano del tutto irreversibili, almeno nel caso di bambini più grandi e adulti, con un microbiota già ben formato. Ci sono poi fattori che possono aiutare a contrastare gli effetti negativi: la dieta, per esempio, se ricca di fibre, può aiutare a mantenere la diversità del microbiota, come anche passare del tempo all’aria aperta o in compagnia di animali.
Non solo rispetto al Covid, quindi, ma anche rispetto a questi particolari effetti a lungo termine del Covid, sembra esserci una condizione di disuguaglianza. Già le persone più stressate, che lavorano di più, e povere, con meno possibilità di seguire una dieta sana, hanno un microbiota meno diversificato. Ovviamente sono le stesse persone che non sono uscite molto di casa durante la pandemia, o che non hanno una seconda casa a disposizione per cambiare aria e riposarsi un po’.
[di Anita Ishaq]
Egitto: trovate 250 tombe di 4200 anni fa
In seguito ad una missione del Consiglio supremo delle antichità egiziane condotta nel governatorato di Sohag, sono state rinvenute 250 tombe rupestri risalenti a 4200 anni fa. Precisamente, sono state scoperte tombe “a pozzo” e tombe con “una rampa che termina con una camera funeraria”. Le tumulazioni appartengono, nello specifico, ad un periodo che va dalla fine dell’Antico Regno alla fine del periodo tolemaico. Inoltre, sono stati trovati anche molti vasi di ceramica, di alabastro e resti di ossa umane ed animali. A renderlo noto è stato il ministero delle Antichità egiziano tramite la sua pagina Facebook.
Covid, nuovo studio mette in dubbio mascherine e distanziamento in ambienti chiusi
Un nuovo studio condotto da due professori del Massachusetts Institute of Technology ha dimostrato che la possibilità di contrarre il Covid-19 in ambienti chiusi in cui l’aria è «ben miscelata» non dipenda dalla distanza tra le persone. Si tratta di Martin Z. Bazant, professore di ingegneria chimica e matematica applicata, e John WM Bush, insegnante di matematica applicata, i quali hanno sviluppato un metodo per calcolare il rischio di esposizione all’interno, dal quale emerge che una distanza di 1,8 metri così come una di 18 metri non incida sulla possibilità di contrarre il virus, e tutto ciò a prescindere dall’utilizzo della mascherina. Anzi, gli studiosi sono arrivati alla conclusione che, specialmente quando le persone indossano il dispositivo di protezione, la distanza di 1,8 metri non produca vantaggi in quanto l’aria che l’individuo respira mentre indossa la mascherina tende a «salire e scendere in altre parti della stanza», esponendo le persone distanziate al contagio. Ciò non significa, però, che le mascherine siano sempre inutili: secondo gli studiosi esse servono in generale a prevenire la trasmissione poiché bloccano le goccioline più grandi, motivo per cui tali goccioline non costituiscono la causa della maggior parte delle infezioni da Covid quando le persone indossano i dispositivi di protezione.
In pratica, gli studiosi hanno semplicemente sottolineato come, quando si è al chiuso, oltre alla distanza e all’utilizzo della mascherina debbano essere considerati altri fattori, tra cui il tempo di permanenza, i sistemi di filtraggio e la circolazione dell’aria. Infatti, proprio in base alla valutazione di tali fattori i professori sono arrivati alla conclusione secondo cui il tempo trascorso nei luoghi chiusi giochi un ruolo fondamentale: più a lungo qualcuno resta in un luogo chiuso con una persona infetta, maggiore è la possibilità di trasmissione. Quest’ultima, poi, secondo quanto emerso dallo studio può essere scongiurata non tanto tramite la distanza di sicurezza, bensì tramite la ventilazione dei locali: aprire finestre o installare dei ventilatori per mantenere l’aria in movimento ridurrebbe infatti il rischio di contrarre il virus.
Dunque, sulla base di quanto rilevato dallo studio, i professori hanno criticato le politiche sul distanziamento sociale attuate dall’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità) e dal Cdc (Centers for Disease Control and Prevention). «La distanza non aiuta più di tanto e dà anche un falso senso di sicurezza, perché se si è al chiuso e l’aria viene mantenuta in movimento si è al sicuro ad 1,8 metri così come lo si è a 18 metri. Quindi questa enfasi sulla distanza è stata davvero fuori luogo sin dall’inizio. Il Cdc o l’Oms non hanno mai realmente fornito una giustificazione, hanno solo detto che questo è ciò che devi fare e l’unica giustificazione di cui sono a conoscenza si basa su studi di tosse e starnuti, in cui si osservano le particelle più grandi che potrebbero sedimentare sul pavimento, ma anche in questo caso è tutto molto approssimativo, ci può certamente essere un raggio più lungo o più corto», ha dichiarato Bazant.
Altra diretta conseguenza della ricerca dei professori è che non vi sia la reale necessità di chiudere alcuni luoghi, cosa che tuttavia è stata fatta in questi mesi. Ad esempio, riferendosi alle aule universitarie, Bazant ha affermato che in alcune di esse lo spazio sia sufficientemente grande, la ventilazione abbastanza buona e la quantità di tempo che le persone trascorrono insieme sia tale da far sì che esse «possono essere gestite in sicurezza anche a capienza piena». Infine, «anche il supporto scientifico che giustifica la riduzione della capienza in spazi del genere non è molto valido», ha aggiunto il professore.
[di Raffaele De Luca]
Ue: nuova azione legale contro AstraZeneca
Una seconda azione legale è stata avviata da parte della Commissione Ue nei confronti di AstraZeneca. Secondo quanto dichiarato da un portavoce dell’Unione europea, infatti, Bruxelles sostiene che la società non abbia rispettato gli obblighi previsti dal contratto. Nello specifico, si tratta del mancato rispetto della consegna delle dosi stabilite. «Chiediamo ad AstraZeneca la consegna entro giugno delle 90 milioni di dosi che sarebbero dovute arrivare alla fine del primo trimestre, visto che ne abbiamo ricevuto solo 30 su 120», ha aggiunto il portavoce.
Un ragazzo croato ha studiato il modo per salvare i mari dalla plastica
Tutto è iniziato nel 2013 quando, a soli diciotto anni, Boyan Slat ha lanciato la startup The Ocean CleanUp, basata sull’idea rivoluzionaria che lo ha reso famoso in tutto il mondo: edificare un raccoglitore di plastiche per ripulire il Pacifico. Il progetto è stato spiegato e illustrato in uno studio di oltre 500 pagine, pubblicato proprio da The Ocean CleanUp nel 2014. Con il suo team, Slat ha elaborato un sistema di ripulitura dell’acqua, consistente in un cordone galleggiante a forma di U, in grado di muoversi per mezzo delle correnti oceaniche e di filtrare anche le microplastiche millimetriche, senza danneggiare l’ecosistema marino.
Nel 2020, l’inventore ha annunciato che il progetto, dopo essere stato testato tra il 2016 e il 2018 nei mari del Nord, ha concluso la prima raccolta di spazzatura nell’oceano Pacifico, in particolare nei pressi della Great Pacific Garbage Patch, l’isola di plastica grande quanto il doppio della stato del Texas, che galleggia tra la California e le Hawaii. Non solo. Sempre l’anno scorso, Slat ha dichiarato l’intenzione di costruire una nuova versione del raccoglitore, più robusta e potente, in grado così di trattenere i rifiuti inquinanti anche fino ad un anno prima che una nave cargo li prelevi. Per finanziare tale evoluzione, il giovane ha annunciato alla stampa di voler riciclare la plastica raccolta, per trasformarla e immetterla nel mercato sotto forma di gadget e oggetti da regalo ecosostenibili.
Oggi, il giovane inventore e la sua The Ocean CleanUp – diventata ormai un’associazione non-profit al cui interno lavora un team di oltre ottanta persone, compresi due italiani, l’ingegnere Roberto Brambini e il biologo marino Francesco Ferrari – hanno annunciato un’altra importantissima ideazione, questa volta per ripulire i fiumi. Si tratta di Interceptor, una barca ad energia solare in grado di raccogliere e trattenere i rifiuti galleggianti all’interno di una grande gola. Ciascuna chiatta sarebbe in grado di inghiottire, quotidianamente, trenta tonnellate di plastica, preservando i fiumi e, di conseguenza, i nostri mari. Per Boyan Slat infatti, è questa la chiave di tutto, poiché i fiumi costituiscono il percorso principale attraverso cui le plastiche e le microplastiche raggiungono i mari e gli oceani. Stando infatti ad uno studio pubblicato su Science Advances, l’80% dei rifiuti di plastica (tra gli 0.8 e i 2.7 milioni di tonnellate annue) riversati negli oceani, deriva da più di 1000 fiumi.
Dallo scorso novembre, Interceptor naviga sulle rive di Klang, in Malesia, e ogni giorno raccoglie tonnellate di rifiuti. Nei prossimi mesi, nuove imbarcazioni verranno messe in azione nel Rio Ozama (Repubblica Dominicana) e uno nel Vietnam del Sud.
[di Eugenia Greco]
Camorra: 12 misure cautelari a Napoli
I Carabinieri del Comando Provinciale di Napoli hanno eseguito 12 misure cautelari nei confronti di altrettante persone ritenute affiliate al clan «Cutolo», radicato nel Rione Traiano, nella periferia occidentale della città. Tra loro vi sono, però, anche alcuni esponenti del clan «Sorianiello». Gli indagati sono accusati di: associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, detenzione e vendita delle stesse, porto abusivo di armi e tentato omicidio.
Divorzio Bill e Melinda Gates: oltre il gossip, i rapporti con Epstein
Melinda ha chiesto il divorzio da Bill: stiamo parlando dei coniugi Gates. Ciò di cui scriveremo però non riguarda la questione in sé. Infatti, le motivazioni addotte da Melinda per la fine del matrimonio con Bill Gates, fanno tornare alla cronaca anche la storia di Jeffrey Esptein, amico del fondatore di Microsoft.
Epstein, dopo essere stato nuovamente arrestato il 6 luglio 2019 – con l’accusa federale per traffico sessuale di minori in Florida e New York – è stato trovato morto nella sua cella il 10 agosto 2019. Seppur Epstein fosse sorvegliato a vista da due guardie per scongiurare l’ipotesi di suicidio, la versione ufficiale dice che il miliardario si è suicidato. Epstein aveva creato una specie di circolo con clientela di personaggi appartenenti alla più alta élite del mondo occidentale, procurando giovani ragazze – anche minorenni – poi abusate sessualmente da Epstein e i suoi sodali.
Quando Bill Gates e Jeffrey Epstein divennero amici, quest’ultimo era già stato arrestato e condannato nel 2008 – da un tribunale dello stato della Florida – per aver procurato delle ragazze minorenni ad alcuni politici: scontò solamente 13 mesi di detenzione a seguito di un controverso patteggiamento che coinvolse l’allora procuratore distrettuale della Florida, Alexander Acosta, e futuro Segretario del Lavoro nel governo Trump, il quale dovette dimettersi in seguito al nuovo arresto di Epstein nel 2019. Nel 2008, i funzionari federali avevano identificato 36 ragazze, alcune di appena 14 anni, di cui Epstein e soci avrebbero abusato sessualmente.
Gates e Epstein, come riportato dal New York Times, si incontrarono la prima volta il 31 gennaio 2011 nella lussuosa casa del magnate, nell’Upper East Side di New York City, accanto a Central Park. Quella sera erano presenti anche Eva Andersson-Dubin, ex Miss Svezia, suo marito Glenn Dubin, miliardario degli hedge fund nonché amico e socio in affari di Epstein, con la loro figlia di 15 anni. Erano presenti anche James E. Staley, all’epoca dirigente senior di JP Morgan, oltre all’ex segretario al Tesoro, Lawrence Summers, e l’allora consigliere scientifico della Bill and Melinda Gates Foundation, Boris Nikolic. In quell’anno, furono almeno tre gli incontri tra Epstein e Gates che si protrassero fino a tarda notte nella casa newyorkese. Un altro degli incontri tra i due avvenne nel 2013, quando Gates volò sull’aereo di Epstein da un aeroporto del New Jersey fino a Palm Beach, in Florida. I rapporti continuarono negli anni seguenti e sono la causa alla base della volontà di Melinda Gates di voler divorziare. Già dal giorno del suicidio di Epstein, Melinda Gates aveva avviato contatti con gli avvocati per studiare le mosse giuste per il divorzio.
Giustamente, un articolo de La Stampa dell’agosto 2019, recitava: «Il caso Epstein è uno di quei casi destinati a far parlare i media per mesi». Infatti, nel “libro nero” di Epstein c’erano nomi importantissimi dell’élite statunitense e occidentale. Eppure, nonostante la portata della faccenda, per gravità e importanza di coloro che frequentavano Epstein, se ne parlò veramente poco se non affatto.
D’altronde, il perché lo si capisce da chi fossero i frequentatori questa cerchia creata da Epstein: l’imprenditore Leslie Wexner; il finanziere Leon David Black; l’ex Presidente USA, Bill Clinton; l’ex governatore del New Mexico, Bill Richardson, nonché ministro dell’Energia sotto la presidenza di Bill Clinton e ambasciatore americano all’Onu; l’ex senatore George Mitchell, inviato speciale per il Medio Oriente sotto l’amministrazione Clinton; i premi Nobel per la fisica Murray Gell-Mann e Frank Wilczek; l’appartenente alla famiglia reale britannica, il principe Andrea.
[di Michele Manfrin]
Trasformare il 30% del pianeta in area protetta non è per forza una buona idea
Dal 17 al 30 maggio 2021, a Kunming in Cina, si terrà il vertice della Convenzione sulla diversità biologica dove i principali leader delle potenze mondiali si accorderanno per trasformare il 30% della terra in «aree protette» entro l’anno 2030. Secondo le organizzazioni a favore del progetto, la conversione limiterà i cambiamenti climatici, ridurrà la perdita della fauna selvatica, aumenterà la biodiversità, salvaguarderà gli ecosistemi e di conseguenza salverà il nostro pianeta.
Ma la realtà potrebbe essere diversa, non tenendo conto dei potenziali rischi verso le popolazioni indigene. Secondo Survival International, la “Convention” è una «grande bugia verde» poiché le così dette «aree protette» – previste soprattutto in Africa, Asia e Sud America – non salveranno il nostro pianeta, daranno solo modesti risultati nella salvaguardia della biodiversità e non avranno alcun impatto reale sulla mitigazione dei cambiamenti climatici. Risultati modestissimi, per conseguire i quali – denuncia l’associazione che si occupa di salvaguardare i diritti dei popoli indigeni – si rischia una grande violazione dei diritti umani e il più grande accaparramento di terreni della storia, che potrebbe ridurre circa 300 milioni di persone a vivere senza terra e quindi in estrema povertà. I popoli indigeni che abitano in queste zone verranno cacciati dalle loro terre perché si possa attuare in realtà un modello coloniale ispirato alla creazione dei primi parchi nazionali degli Stati Uniti che nel 19° secolo furono realizzati nelle terre sottratte ai Nativi Americani, è la denuncia di Survival International.
I popoli indigeni sono importantissimi per l’ecosistema in cui vivono, poiché la conoscenza della loro terra e il loro stile di vita li rendono i migliori custodi del territorio. Circa 80% della biodiversità del pianeta si trova in territori asiatici, africani e sudamericani, dove le popolazioni autoctone ottengono risultati di conservazione pari, se non migliori, di qualsiasi programma convenzionale e ad un costo molto inferiore dei 140 miliardi di dollari l’anno previsti per finanziare il progetto. L’obiettivo della trasformazione del 30% dei territori in aree protette, risulterebbe quindi inutile e dannoso a meno che non vengano implementate inattaccabili misure di tutela per i popoli indigeni e per le altre comunità locali, da applicarsi in tutte le aree previste, nuove o già esistenti. I diritti territoriali dei popoli indigeni e tribali devono essere rispettati, per ottenere la modifica della proposta Survival International ha organizzato una petizione popolare.
[di Federico Mels Colloredo]
Italia, il Senato riceve in pompa magna i golpisti venezuelani
Nei giorni scorsi si è tenuto in Senato un incontro tra la delegazione del governo golpista venezuelano presieduto da Juan Guaidó e parlamentari appartenenti all’Unione interparlamentare per il Venezuela, presieduta dal senatore Pier Ferdinando Casini. La componente venezuelana era composta da Isadora de Zubillaga, vice ministro degli Esteri di Juan Guaidó, Mariela Magallanes, rappresentante in Italia dell’Assemblea nazionale del Venezuela e Leopoldo Lopez, Commissario rappresentante di Juan Guaidó. L’obiettivo della visita era quello di avvicinare il governo italiano alla posizione del governo illegittimo autoproclamato da Guaidó, sostenuto da USA e Unione Europea, con anche l’appoggio della Colombia.
Il perché l’incontro sia avvenuto proprio adesso, è presto detto: la strategia del presidente venezuelano Maduro di riappacificazione con i partiti dell’opposizione di destra sta dando i suoi frutti. Al contrario di quanto spesso venga raccontato o fatto intendere, in Venezuela le elezioni sono frequenti – da quelle municipali a quelle nazionali – e nessun partito viene escluso se partecipa in maniera corretta al processo elettorale. Alle ultime elezioni, tenutesi nel dicembre scorso, oltre 300 osservatori indipendenti ne certificarono la correttezza. Ciò nonostante Guaidó continua a proclamarsi presidente con l’approvazione dell’Occidente. Il tutto senza ottenere risultati concreti nel Paese che pretenderebbe di governare. Anzi ora Maduro ha intrapreso un processo di distensione e dialogo con le forze di opposizione. Risultato: la spaccatura del fronte golpista. Alcuni dei partiti di opposizione si sono staccati dall’alleanza e sono ritornati nell’alveo della legalità e hanno deciso di partecipare nuovamente alle elezioni. Infatti, i partiti di destra non erano esclusi ma avevano deciso di non partecipare.
Dunque, ecco il perché della frettolosa visita in Italia della componente golpista venezuelana che ha paura che il fuoco da loro acceso nel paese si spenga per effetto di una politica tutt’altro che repressiva di Maduro nei confronti delle opposizioni.
Durante la visita, Lopez ha espresso il rifiuto degli «abusi di Maduro» e il sostegno a «negoziati internazionali che portino a elezioni presidenziali libere e trasparenti». Dopo la conferenza stampa, Lopez si è poi lasciato andare alle dichiarazioni di sostegno alla repressione dell’amico Duque, in Colombia, con il quale – prima di fuggire in Spagna – minacciò il Venezuela di un’invasione dalla Colombia, con tanto di concertone al confine. Dietro il sostegno italiano alla destra liberista venezuelana ci sono motivazioni di carattere economico che coinvolgono grandi imprenditori italiani o italo-venezuelani – che hanno fatto fortuna in Venezuela, soprattutto nel settore dei costruttori – rappresentati da un arco trasversale di partiti uniti nella “paura del socialismo”. Stessa cosa vale per la Spagna: 100.000 venezuelani vivono a Madrid, principalmente in aree ricche, dove una casa costa 500.000 euro o più. Di questi venezuelani che vivono lì, almeno 50.000 hanno diritto di voto e questo va alla destra e all’estrema destra spagnola.
Anche Leopoldo Lopez, il Commissario rappresentante di Guaidò, vive adesso a Madrid, nel lusso che può permettersi grazie alla ricchezza della sua famiglia. Anche lui è entrato a far parte di quel potente gruppo di pressione che ha acquistato in Spagna 7.000 appartamenti di lusso e che spende milioni di euro all’anno all’Hotel Riz. Sono coloro che, grazie al supporto delle ambasciate statunitensi, manipolano l’informazione e cercano di dominare l’opinione pubblica dentro e fuori il Venezuela.
[di Michele Manfrin]










