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Isole Faroe: prosegue la “Grindadrap”, uccise 52 balene pilota

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Secondo quanto riportato dal tabloid tedesco Bild, 52 balene pilota sono state uccise durante la cosiddetta “Grindadrap”, la tradizionale caccia nei confronti di vari tipi di cetacei che da secoli viene effettuata presso le Isole Faroe. Tale mattanza si è consumata a soli dieci giorni da un altro massacro, ossia quello che ha coinvolto i delfini, con 1428 esemplari che sono stati uccisi.

 

Il Chiapas a rischio guerra civile, l’EZLN avvisa il governo: la pazienza è finita

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«Smettete di giocare con il fuoco perché state per bruciare», sono parole scritte nel comunicato reso pubblico il 19 settembre da parte dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN). «Dalle montagne del Messico sud-orientale. A nome del CCRI-CG dell’EZLN; Subcomandante Insurgente Galeano», si legge in calce. Il gruppo rivoluzionario indigenista e anarco-socialista dello stato messicano del Chiapas mette in guardia dal possibile scoppio di una guerra civile nel paese. Gli accusati principali sono chiari e sono due, otre al sistema generale di oppressione capitalista e di tutte le sue ramificazioni contro cui l’EZLN si batte da sempre: Rutilio Escandón e Victoria Cecilia Flores Pérez, rispettivamente Governatore del Chiapas e Segretario Generale del medesimo. Anche l’accusa è molto netta: ostacolo al processo di pace e continua oppressione delle comunità zapatiste del Chiapas tramite sabotaggi, rapimenti e uccisioni di membri del movimento di liberazione, di associazioni e organi di governo autonomi, tramite l’utilizzo di gruppi paramilitari e alle alleanze e amicizie con i cartelli narcos.

L’ultimo episodio in ordine di tempo è il rapimento di Sebastián Núñez Pérez e José Antonio Sánchez Juárez, autorità autonome della Junta de Buen Gobierno de Patria Nueva, durato otto giorni, dall’11 settembre al 19 settembre – giorno della liberazione e della pubblicazione del comunicato da parte dell’EZLN. Il sequestro, come denunciato dagli zapatisti, è avvenuto per mano di un’organizzazione politico-militare chiamata ORCAO, che sarebbe al soldo del governo dello Stato del Chiapas, finanziata tramite i “programmi sociali” organizzati dal governo regionale e che permettono loro di avere uniformi, armi, equipaggiamento e mezzi coi quali attaccano ogni giorno le comunità zapatiste del Chiapas.

«Il crimine di rapimento è punibile dalle leggi del malgoverno e dalle leggi zapatiste. Mentre il governo dello Stato del Chiapas si sovrappone e incoraggia questi crimini, e non fa nulla, l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale ha proceduto a prendere le misure necessarie per liberare i rapiti e arrestare e punire i responsabili del crimine», si legge nel comunicato.

Il movimento zapatista lancia un preciso monito e rende noto che la corda è stata troppo, e troppo a lungo, tesa e che adesso sta per spezzarsi. L’EZLN si dice pronto a difendere in ogni modo le comunità zapatiste della regione, prendendo atto che le vie del dialogo sono ormai giunte a termine poiché il governo dello Stato del Chiapas non ha intenzione di modificare il proprio operare violento e oppressivo.

Allo stesso tempo, viene comunicato che prosegue, nonostante il tentativo di sabotaggio da parte delle istituzioni messicane, l’opera movimentista che l’EZLN sta portando avanti fuori dai propri confini territoriali. Il 13 settembre scorso, dall’aeroporto di Città del Messico, è partita alla volta dell’Europa la delegazione zapatista La Extemporánea per continuare la “lotta per la vita” iniziata lo scorso maggio. La spedizione aviotrasportata prosegue infatti la missione movimentista inaugurata con la traversata oceanica compiuta dallo Squadrone 421 – di cui vi abbiamo parlato – a bordo della nave battezzata per l’occasione La Montaña, in una simbolica quanto concreta contro-invasione dell’Europa da parte di coloro che furono invasi cinquecento anni prima, nel tentativo di risvegliare l’animo degli oppressi del “vecchio continente”.

[di Michele Manfrin]

Green Pass bis: Senato approva fiducia sul dl

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Il Senato ha dato il via libera al cosiddetto decreto “Green Pass bis”, il quale regola l’utilizzo del lasciapassare sanitario nelle scuole, nelle università e nei mezzi di trasporto. La fiducia posta dal governo sullo stesso è stata infatti approvata dal Senato con 189 voti a favore, 31 contrari e nessun astenuto, il tutto dopo l’approvazione di ieri da parte della Camera. In questo modo, dunque, è stato dato il via libera definitivo alla conversione in legge del decreto.

Confermato il carcere per la No Tav Nicoletta Dosio: una vicenda vergognosa

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Nicoletta Dosio si rifiutò di rispettare i domiciliari che le erano stati imposti dal Tribunale di Torino, condanna che aveva vissuto come una ingiustizia e una persecuzione per essere uno dei membri più attivi del movimento No Tav. Per questo è stata arrestata per una lunga scia di “evasioni”. Ieri sera la Corte d’Appello ne ha confermato la condanna a 8 mesi di carcere, a darne notizia un comunicato della rete NoTav.info.

I fatti: nel 2012 Nicoletta Dosio venne arrestata. Per cosa? Perché ai primi di marzo di quell’anno insieme ad alcune centinaia di manifestanti in Valle Susa presidiò per trenta minuti il casello dell’autostrada ad Avigliana. Non ci fu alcun blocco del traffico, i manifestanti sollevarono le sbarre dei caselli e fecero passare gratis gli automobilisti, mentre veniva detto da un megafono: oggi paga Monti (allora presidente del Consiglio). Nel 2016 per questi fatti arrivò la condanna: 8 mesi da scontare ai domiciliari. La militante, che nella vita faceva l’insegnante di greco e latino e già all’epoca aveva 70 anni, rifiutò di accettare la condanna. Sul suo blog scrisse: «voglio evadere dal loro arbitrio, dalle loro norme che tutelano i potenti e criminalizzano i deboli negando diritti umani e naturali e devastando il futuro di tutti e di ognuno, significa lottare per un mondo diverso, più giusto e vivibile : esserci, contro».

E così fece: iniziò ad evadere dai domiciliari. Per partecipare alle attività del movimento, per vedere le amiche, per passeggiare nella “sua” Val di Susa. La polizia iniziò gli appostamenti e nel 2020 venne arrestata e tradotta in carcere, con l’accusa di essere evasa almeno 130 volte dagli arresti. La Dosio, all’età di 75 anni, si ritrovò così tra le mura della prigione Le Vallette di Torino come una criminale. Ieri il processo di Appello ha confermato la condanna a 8 mesi per aver violato ripetutamente i domiciliari. E non è finita. «Lunedì 27/09 è prevista la seconda puntata – comunica il movimento No Tav – continuerà il processo di primo grado per le 130 “evasioni” che le vengono addebitate. Sfileranno ancora i testimoni della accusa per confermare i giorni, le ore, i minuti in cui i controlli a casa sua restavano senza risposta».

Quella di Nicoletta Dosio non è una vicenda isolata, ma è la rappresentazione di quanto accadde quotidianamente in Val di Susa, dove gli apparati dello stato hanno scelto da tempo la repressione, poliziesca e giudiziaria, come unica via per cercare di imporre un’opera che i cittadini non vogliono e contrastano con ogni mezzo da ormai 30 anni. E la situazione sta peggiorando. È in atto una evidente strategia di logoramento del movimento popolare contro l’opera che nelle ultime settimane si è rafforzata lungo più direttrici: dalla mobilitazione di 10.000 agenti contro le proteste, allo stanziamento di 8 milioni di euro di fondi pubblici per l’attuazione di campagne di comunicazione in favore dell’opera. Fino all’ultimo tassello: l‘utilizzo delle restrizioni pandemiche come arma contro i manifestanti, colpiti da centinaia di multe per aver violato le norme sul distanziamento.

[di Francesca Naima]

Tunisia: il presidente rafforza i propri poteri

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Tunisia: il presidente Kais Saied ha dichiarato ieri di avere accresciuto i proprio poteri presidenziali. Ci sono delle nuove “disposizioni eccezionali” volte a rafforzare il potere del presidente ma che vanno a indebolire l’influenza del Governo e del Parlamento. Nel decreto presidenziale di Kais Saied viene specificato che i poteri del Parlamento rimarranno ancora in stasi. Inoltre, le misure straordinarie introdotte da circa due mesi – e che hanno causato una grande confusione politica in Tunisia – rimarranno in vigore.

Domani il sesto sciopero mondiale per il clima: “ultima chiamata per il pianeta”

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Il 24 Settembre si terrà il sesto Global strike, sciopero globale per il clima, evento su scala mondiale che coinvolge 180 città solo in Italia. Gli scioperi, iniziati dal movimento Fridays For Future nel novembre del 2018, hanno posto l’attenzione sulla necessità di azioni concrete per salvaguardare l’ambiente, coinvolgendo sempre più paesi del mondo ed un numero sempre maggiore di persone, toccando il picco di 7milioni e 600mila nell’ultima manifestazione globale. Non è casuale la scelta di questa data, in vicinanza alla PreCOP 26 a Milano, che si terrà dal 30 Settembre al 2 Ottobre, ed alla COP26 a Glasgow in Novembre.

La Climate Change Conference (COP) delle Nazioni Unite, unisce tutti gli stati membri dell’Ue ed i firmatari del Protocollo di Kyoto, decidendo la linea da adottare nel futuro prossimo per contrastare i cambiamenti climatici. Linea che, a differenza delle 25 precedenti edizioni, non dovrà lasciare spazio a dubbi: i combustibili fossili vanno eliminati. E’ quanto emerge dall’ultimo rapporto dell’IPCC (Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico), il foro scientifico delle Nazioni Unite, firmato da 234 scienziati di 66 paesi. I dati del rapporto, uscito il 9 Agosto, sono allarmanti; la terra si è già riscaldata di 1,1 gradi, provocando effetti irreversibili, come la desertificazione, lo scioglimento dei ghiacciai, del permafrost, a cui occorreranno millenni per riformarsi, e l’innalzamento dei mari. Su questi dati la Nasa ha creato il “Sea Level Projection Tools”, una proiezione che mostra cosa accadrebbe con l’aumento della temperatura media terreste. Con un aumento pari a 1,5°C ed uno scenario socioeconomico sostenibile, città costiere come Venezia e Cagliari andranno sott’acqua, con un margine che va dai 60 centimetri agli 1,30 metri. Prendendo invece come riferimento lo scenario superiore ai 2 gradi ed una situazione socioeconomica di diseguaglianze e consumo eccessivo delle risorse, la proiezione Nasa-Ipcc è inquietante: le città costiere del Mediterraneo andranno sott’acqua di almeno un metro, e spariranno anche paradisi d’oltreoceano come Acapulco, in Messico, sotto di quasi due metri, le Hawaii di 1,5, le Maldive di oltre 1,30 metri.

La causa di tutto? Antropica. E’ necessario fermare le emissioni di CO2 in atmosfera, per assicurarsi che la terra non superi la soglia di 1,5 gradi, provocando l’innalzamento delle acque insieme a fenomeni atmosferici sempre più intensi ed imprevedibili, con conseguente impossibilità di coltivazione.

Gli incendi, le inondazioni, che hanno interessato il globo nel 2020 sono stati nettamente superiori a tutti gli anni in precedenza. Continuando con le politiche attuali, permissive verso l’industria del fossile, la soglia sarà superata in meno di 20 anni. In tale situazione risulta dissonante la partecipazione alla COP26 di aziende come Eni, Shell, Snam, responsabili delle maggior parte delle emissioni industriali del mondo, come rappresentanti dei rispettivi stati. Il rischio evidente è che queste aziende difendano la propria economia a discapito del futuro del pianeta.

L’importanza della manifestazione del 24 settembre è storica: una chiamata ai governi ad affrontare realmente l’emergenza climatica. La pressione politica dei precedenti scioperi ha portato a sentenze storiche, condannando compagnie petrolifere e governi per inazione climatica, ad esempio la legge sul clima tedesca, dichiarata anticostituzionale poiché lascia i problemi climatici alle generazioni future, e portando la Francia ad introdurre l’ecocidio come reato. Tuttavia l’obbiettivo non è soltanto critico, bensì propositivo. La campagna “Ritorno al Futuro” lanciata da Fridays For Future Italia, firmata da 25 scienziati, mostra come una transizione ecologica immediata sia possibile, dalla produzione d’energia, ai trasporti, alla gestione dei rifiuti, fino alla filiera alimentare, responsabile del 30% delle emissioni di CO2. E soprattutto come non farla ricadere sulle tasche dei cittadini.

Informazioni su luoghi e orari delle manifestazioni previste nelle varie città italiane disponibili sul sito di Friday for Future Italia.

[a cura di Friday for Future Italia]

Il Senato ha approvato la riforma penale: 177 sì e 24 no

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Con 177 voti favorevoli, 24 voti contrari e nessun astenuto, il Senato ha approvato in via definitiva la riforma del processo penale. La suddetta riforma diventa dunque una legge e rappresenta, tra le altre condizioni (come la riforma del processo civile), uno dei requisiti previsti dall’Unione Europea per potere ricevere i fondi del Recovery Plan.

Australia, non si fermano le proteste contro le restrizioni: oltre 200 arresti

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Da protesta contro obbligo vaccinale e lockdown a “freedom rally” contro ogni restrizione. Negli ultimi giorni, nelle principali città australiane si susseguono proteste piuttosto tese alle quali la polizia sta reagendo con una intensa repressione, con tanto di utilizzo di proiettili di gomma e granate stordenti per disperdere i cortei.

Tutto era iniziato con la resistenza, da parte di alcuni membri del potente sindacato CFMEU (Construction, Forestry, Maritime, Mining and Energy Union), contro un mandato governativo che imponeva l’obbligo vaccinale per i lavoratori del settore delle costruzioni. Una protesta che è sfuggita di mano al sindacato stesso che ha accusato gruppi di estrema destra e “no-vax”, di essersi organizzati sui social media per prendere il controllo della situazione e di essersi «travestiti da muratori» per fomentare gli scontri.  Ancora non è chiaro quanti membri del CFMEU fossero effettivamente coinvolti nelle proteste.

Era il 233esimo giorno di lockdown per Melbourne, la seconda città australiana, e molti cittadini erano ormai insofferenti verso le restrizioni. I manifestanti, travestiti da muratori, si sono ritrovati davanti alla sede del CFMEU. Una parte del corteo ha attaccato la polizia, assaltandone le auto e lanciando qualche sasso e bottiglie di vetro. Parliamo di un numero imprecisato tra i 1000 e i 2000 manifestanti, secondo il quotidiano britannico The Guardian.

La repressione non si è fatta attendere e ha raggiunto il suo massimo sabato scorso, quando più di 200 persone sono state arrestate, e poi multate per violazione delle norme sulla salute pubblica. Sarebbero una decina i poliziotti rimasti feriti, alcuni in modo abbastanza serio, e ci sono anche i casi di alcuni giornalisti picchiati. Lo stesso commissario capo della polizia di Victoria, Shane Patton, ha affermato che «gli agenti hanno usato peperoncino, proiettili di gomma, lacrimogeni e granate stordenti» per controllare la piazza.

Negli ultimi tempi, il lockdown in Australia è stato molto duro. I casi di Covid sono in risalita e moltissime città hanno reagito reintroducendo lockdown particolarmente severi, con multe altissime per chi violasse le restrizioni e un controllo capillare. Il paese, in particolare, ha utilizzato strumenti come l’analisi dei dati biometrici e la geolocalizzazione per monitorare la popolazione sottoposta a quarantena.

[Anita Ishaq]

Stati Uniti: approvata la terza dose del Pfizer

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Ieri negli Stati Uniti, la U.S. Food and Drug Administration (FDA) ha modificato l’autorizzazione all’uso di emergenza (EUA) per il vaccino Pfizer-BioNTech COVID-19, introducendo una terza dose del vaccino Pfizer-BioNtech per le persone dai 65 anni in su e per i soggetti “a rischio”. La somministrazione dovrà avvenire almeno sei mesi dopo aver ricevuto la seconda dose del Pfizer-BioNTech, come specificato dalla FDA. Non ci sarà – per ora – l’introduzione di un terzo richiamo per tutti, come invece aveva annunciato Biden a metà agosto.

Cingolani e Terna mentono, l’Italia può chiudere subito ogni centrale fossile

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La retorica seconda cui è necessario investire nel gas naturale per evitare il deficit energetico dovuto alla transizione alle rinnovabili è una menzogna. È questa l’accusa mossa da ReCommon verso il ministro Cingolani e l’azienda che gestisce l’elettricità nazionale, Terna. L’Italia, infatti – in accordo con i dati del Center for Research on Energy and Clean Air (Crea) – potrebbe da subito chiudere le centrali a combustibili fossili senza mettere a rischio le forniture di elettricità. Il ministro della Transizione Ecologica, non molto tempo fa, aveva invece ribadito il concetto secondo cui il gas sarà l’ultimo degli idrocarburi ad abbandonare la scena. Questo perché – ha spiegato – rivestirebbe un ruolo da ‘ponte’ tra le fonti più inquinanti e quelle pulite, evitando black out nazionali legati alle fluttuazioni energetiche proprie delle rinnovabili. Ma le cose – secondo quanto evidenziato dal Crea – non stanno proprio così.

Secondo le analisi contenute nel documento, infatti, la nostra penisola potrebbe abbandonare la maggior parte degli impianti legati alle fonti fossili senza rischiare di lasciare al buio i cittadini. Ma non solo. Se lo facesse, in termini economici, ci guadagnerebbe anche. Il Centro di ricerca indipendente, allo scopo, ha pubblicato il rapporto “Ripe for Closure: accelerare la transizione energetica e risparmiare denaro riducendo la capacità in eccesso di combustibili fossili”. In termini assoluti – è emerso – l’Italia occupa il secondo posto, dopo la Spagna, per eccesso di capacità di generazione installata. Un eccesso derivante, per l’appunto, dalle fonti energetiche fossili. Del quale, buona parte, è occupato dal carbone. «Anche considerando un legittimo margine di riserva del 15% per garantire la sicurezza delle forniture – spiegano gli esperti – vi sarebbe comunque un eccesso di 8,7 GW di centrali fossili per soddisfare il picco della domanda». Considerando che quelle a carbone dovrebbero chiudere i battenti entro il 2025, il report sottolinea come questo possa avvenire senza installare nuova capacità di generazione a gas. E inoltre, senza correre rischi, i lucchetti potrebbero andare anche a molte centrali petrolifere. Il tutto, per un risparmio nei costi fissi operativi e di manutenzione di 465 milioni di euro l’anno.

Ampliando lo sguardo a livello europeo, l’Italia potrebbe fare questo importante salto ecologico insieme ad altri otto paesi: Bulgaria, Repubblica Ceca, Germania, Paesi Bassi, Polonia, Romania, Spagna e Turchia. Nel complesso questi Stati – compresa l’Italia – hanno un eccesso di potenza installata di 48,8 GW e, per questo motivo, ad accumunarli è la possibilità che chiudano le centrali fossili senza pericoli. Specie, come dicevamo, per quanto riguarda quella più inquinante: il carbone. Non a caso, il 77% di questo surplus energetico deriva proprio da tale fonte. Bloccando immediatamente le attività implicate nella generazione di questo eccesso, queste nazioni potrebbero poi risparmiare, annualmente, quasi 2 miliardi di euro. Questo perché si tratta di impianti a tutti gli effetti inutili o, comunque, sottoutilizzati. Ciononostante – denuncia ReCommon – «in barba all’emergenza climatica, da noi il 57% dell’energia elettrica è ancora prodotta da fonti fossili, con il gas passato dal 40% del 2015 al 46% attuale. La tendenza è stata accelerata dalla sostituzione di 14 GW di centrali a carbone con impianti a gas, invece che con impianti ad energia rinnovabile e distribuiti sul territorio». Una tendenza confermata dalle decisioni prese ultimamente dallo stesso ministro Cingolani. E sebbene giusto ieri lo stesso abbia dichiarato «puntiamo sul sole e sul vento, siamo gli Emirati del futuro», si spera che alle parole seguano i fatti.

[di Simone Valeri]