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lunedì 20 Settembre 2021

Val di Susa: lo Stato schiera altri 10.000 agenti contro i No Tav

Ancora una volta il governo italiano sceglie la strada della militarizzazione del territorio per far fronte alle proteste dei cittadini della Val di Susa che si oppongono alla costruzione della linea Tav Torino-Lione. In occasione del question time alla Camera dei Deputati – interpellata su quali misure fossero state prese per garantire la tranquillità dei lavori contro le proteste No Tav – la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese ha annunciato che nei prossimi giorni aumenteranno il numero di forze dell’ordine a difesa del cantiere con lo schieramento di 10.000 unità supplementari. Una forza militare degna di una guerra, dove solo “come rinforzo” verranno schierate due volte e mezzo le 4.000 unità complessive che l’intera Nato impiega in Iraq. Il tutto per proteggere la costruzione di una linea ferroviaria per le merci che la popolazione locale osteggia giudicandola superflua e dannosa per il territorio.

Il dispositivo messo in piedi dal ministero dell’interno prevede attualmente 180 unità tra poliziotti e soldati in permanenza a presidiare il cantiere di Chiomonte e 170 sul fronte San Didero, presenze fisse che aumenteranno appunto fino a 10.000 agenti in occasione di “specifiche iniziative di protesta”. La misura è stata così commentata dal movimento No Tav attraverso le pagine social: «Mentre i giornali si riempivano di lacrime di coccodrillo per l’anniversario del G8 di Genova non si può fare altro che prendere atto che la strategia dello Stato per gestire il dissenso è sempre la stessa. Le questioni sociali sono trattate come materia di ordine pubblico e l’esercito viene regolarmente schierato contro la popolazione civile. Dovremo aspettare altri 20 anni per intendere qualche vagito dai sinceri democratici a scoppio ritardato? Perché qui in Val di Susa il silenzio è assordante».

La misura si inserisce in un contesto di progressiva e crescente attività da parte dello stato per imporre l’avanzamento dei lavori. Una tattica che si basa tanto sulla repressione delle proteste (in modi anche brutali come testimonia il grave ferimento di una attivista colpita da un lacrimogeno lanciato ad altezza d’uomo lo scorso aprile), quanto sulla attività di propaganda, promossa sia attraverso fondi pubblici utilizzati dall’azienda costruttrice dell’opera (la Telt, posseduta al 50% dalle Ferrovie dello Stato) per attività di marketing, sia attraverso una capillare campagna di informazione a senso unico, spesso accompagnata da vere e proprie fake news, portata avanti dai media mainstream.

 

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