Nella sera di ieri, 18 dicembre, migliaia di cittadini bulgari hanno protestato contro il governo uscente, chiedendo elezioni eque e una riforma giudiziaria per contrastare quello che descrivono come un sistema di corruzione endemico. La protesta si è concentrata nella capitale Sofia, ma è stata svolta in diverse altre città del Paese. Quella di ieri, è solo l’ultima manifestazione che il popolo bulgaro porta avanti negli ultimi giorni. Lo scorso 11 dicembre, i cittadini si sono mobilitati per contestare l’adozione della legge di bilancio, organizzando un ampia protesta che ha causato la caduta dell’esecutivo.
La Puglia sarà la prima regione ad avere un salario minimo nei lavori pubblici
In Puglia il salario minimo nei lavori pubblici diventa legge. Con la sentenza n. 188 del 16 dicembre, la Corte costituzionale ha respinto il ricorso del governo contro la legge regionale che fissa a nove euro lordi l’ora la soglia minima di retribuzione negli appalti pubblici. Le censure sollevate da Palazzo Chigi sono state dichiarate inammissibili, consentendo l’entrata in vigore di una norma che lega l’accesso alle gare al rispetto di un livello salariale minimo. Un passaggio che assegna alla Puglia un primato nazionale e riporta al centro il tema del lavoro povero, sullo sfondo di un vuoto legislativo statale che continua a pesare come una frattura politica e istituzionale.
La legge regionale n. 30 del 2024 entra così a pieno titolo tra le misure di contrasto al lavoro sottopagato, stabilendo che le imprese aggiudicatarie di appalti regionali debbano garantire ai lavoratori una retribuzione minima tabellare non inferiore a nove euro l’ora. Il cuore della decisione della Consulta sta proprio qui: la Regione non interviene sulla disciplina generale dei rapporti di lavoro, materia riservata allo Stato, ma fissa criteri di qualità sociale per l’uso di risorse pubbliche. In altre parole, la Puglia decide come spendere i propri fondi e a quali condizioni, legando l’accesso agli appalti al rispetto di una soglia salariale ritenuta dignitosa. Una scelta che, secondo i giudici, non viola la contrattazione collettiva né l’assetto costituzionale delle competenze.
Dal punto di vista politico, la sentenza viene rivendicata come una vittoria simbolica e sostanziale. Il presidente uscente della Regione Puglia, Michele Emiliano ha definito la sentenza una “vittoria importantissima”. Per la giunta regionale è la conferma di una linea che punta a contrastare il lavoro povero, particolarmente diffuso proprio nel settore degli appalti, dove la competizione al ribasso sui costi spesso si traduce in salari insufficienti. La Puglia si presenta in tal modo come laboratorio di una politica del lavoro alternativa all’inerzia nazionale, dimostrando che esistono margini di intervento anche senza una legge statale sul salario minimo, tema da anni al centro del dibattito ma sistematicamente rinviato.
Nei Paesi dell’Unione Europea la maggior parte degli Stati membri dispone di un salario minimo nazionale, mentre in Italia la materia è rimasta appannaggio della contrattazione collettiva tra parti sociali e non vi è una soglia minima generale stabilita per legge. La scelta pugliese mostra una strada possibile: usare la leva degli appalti pubblici per fissare standard minimi e impedire il dumping salariale. Nei prossimi mesi la sfida sarà l’applicazione concreta della norma, tra controlli, adeguamenti contrattuali e resistenze del mondo imprenditoriale. Intanto, il segnale è stato lanciato: se lo Stato non decide, le Regioni possono cominciare a farlo.
BCE mantiene tassi di interesse invariati
La Banca Centrale Europea ha mantenuto invariati i tassi di interesse per la quarta volta di fila dopo otto riduzioni consecutive. «I tassi di interesse sui depositi presso la banca centrale, sulle operazioni di rifinanziamento principali e sulle operazioni di rifinanziamento marginale rimarranno invariati al 2,00%, al 2,15% e al 2,40%, rispettivamente», si legge in un comunicato della Banca. La BCE ha inoltre valutato che l’inflazione dovrebbe stabilizzarsi sull’obiettivo del 2% a medio termine.
I trattori contro la Commissione UE: in diecimila bloccano Bruxelles
Le proteste degli agricoltori sono tornate a Bruxelles. Oggi in occasione dell’avvio dell’ultimo consiglio europeo dell’anno, migliaia di lavoratori hanno invaso le strade della capitale belga e si sono scontrati con la polizia, per contestare le politiche agricole comunitarie e l’accordo dell’UE con Mercosur, l’unione economica degli Stati sudamericani, a ora in fase di discussione per la ratifica finale. La Francia guida il fronte contrario all’accordo, e ha raccolto il sostegno della presidente Meloni che ha affermato che firmarlo così come scritto ora sarebbe «prematuro». La manifestazione è stata organizzata da Copa-Cogeca, un’alleanza tra le maggiori associazioni di categoria europee, e ha radunato circa diecimila agricoltori, oltre 1.000 dei quali arrivati a Bruxelles a bordo degli ormai simbolici trattori con cui da tre anni sfilano per le strade di tutta Europa. Giunti nel quartiere europeo, dove si trovano le istituzioni comunitarie, gli agricoltori hanno paralizzato le strade, incendiato copertoni, e ingaggiato scontri con le forze dell’ordine.
I trattori sono iniziati ad arrivare a Bruxelles da tutta Europa sin dall’alba. Da quanto comunicano i maggiori giornali belgi diverse linee di trasporto urbano su superficie sono state interrotte, mentre la polizia ha chiuso altrettante strade, specialmente quelle che circondano le sedi istituzionali nel quartiere europeo. I manifestanti si sono radunati in presidio alla Gare du Nord (la stazione ferroviaria); sin dalla mattina gruppi di agricoltori hanno provato a sfondare cordoni delle forze di polizia, che hanno fatto ricorso agli idranti; attorno alle 12:30, i manifestanti si sono mossi in corteo in direzione del quartiere europeo. Un folto gruppo si è fermato a Piazza Lussemburgo, piazza centrale nel quartiere, dove ha stabilito una sorta di centro di raduno permanente: qui i presenti hanno incendiato copertoni, danneggiato vetrine e ingaggiato scontri con la polizia provando ad avvicinarsi ai palazzi europei. I manifestanti hanno lanciato pietre, petardi e patate alla polizia che ha risposto con i gas lacrimogeni. Dopo ore di presidio, la polizia è entrata in piazza caricando i manifestanti.
La protesta di oggi è stata una delle maggiori manifestazioni di categorie degli ultimi anni. Gli agricoltori e gli allevatori contestano i tagli alla politica agricola comune previsti nel nuovo bilancio UE (stimati al 20%/25%), il suo programmato accorpamento con i fondi di coesione, i vincoli burocratici giudicati eccessivi e l’accordo con il blocco Mercosur. Quest’ultimo prevedrebbe una drastica riduzione dei dazi reciproci per diverse categorie di prodotti, tra cui proprio quelli del settore agricolo: secondo gli agricoltori l’accordo non contiene abbastanza tutele per i lavoratori del settore europeo, e finirebbe per avvantaggiare i prodotti esteri – soggetti a norme e controlli meno rigidi – sul mercato. Gli agricoltori chiedono maggiori finanziamenti al settore agricolo, una revisione degli accordi commerciali in vigore con gli altri Paesi e una riduzione delle importazioni dall’Ucraina, e deroghe alle norme ambientali; per quanto riguarda l’accordo con il blocco Mercosur, gli agricoltori chiedono maggiori tutele al settore con l’istituzione di meccanismi di salvaguardia in caso il mercato finisca per favorire i prodotti sudamericani, e l’istituzione di un meccanismo di reciprocità che permetta di importare solo i beni che seguono le medesime norme che si seguono in Europa.
La manifestazione di Copa-Cogeca non è l’unica che ha interessato l’Europa e le istituzioni europee nell’ultimo periodo. Ieri, gli agricoltori della Via Campesina, movimento dal basso che punta a raggiungere gli obiettivi di sostenibilità e sovranità alimentare, hanno organizzato una protesta presso l’aeroporto di Liegi per analoghi motivi. Gli agricoltori della Via Campesina, contrariamente alle corporazioni come Copa-Cogeca o l’italiana Coldiretti, chiedono uno stop alle deregolamentazioni dei meccanismi che regolano i mercati agricoli e gli standard di qualità, tracciabilità e sostenibilità, ritenendo che lo smantellamento di questo sistema sia un pretesto per promuovere nuovi accordi di libero scambio. Piuttosto che una riduzione dei vincoli, chiedono norme per regolamentare il mercato e maggiori sussidi e investimenti per i piccoli e medi imprenditori.
Accordo India-Oman: zero dazi su quasi tutti i beni
India e Oman hanno firmato un accordo di partenariato economico per rilanciare il commercio bilaterale e gli investimenti, fronteggiando al contempo le tariffe statunitensi. L’Oman ha offerto all’India l’accesso a zero dazi su quasi tutti i prodotti in entrata, tra cui gemme, gioielli, prodotti tessili, farmaceutici e automobili. L’India taglierà a sua volta le tariffe su circa l’80% delle categorie di prodotti, in una mossa che interesserà il 95% dei beni provenienti dall’Oman. L’accordo è il primo patto commerciale dell’Oman dal 2006 e rafforza i rapporti tra l’India e il Golfo Persico.
Assange denuncia la Fondazione Nobel: da simbolo di pace a strumento di guerra
Il Premio Nobel per la Pace non è più un simbolo di riconciliazione, ma una leva di potere. A sostenerlo è Julian Assange, il fondatore di Wikileaks, che ha denunciato la Fondazione Nobel accusandola di aver trasformato uno dei riconoscimenti più prestigiosi al mondo in uno strumento di legittimazione geopolitica. Secondo Assange il fatto che il premio nell’ultima edizione sia stato assegnato a María Corina Machado – ritenuta responsabile di aver incoraggiato l’escalation militare degli Stati Uniti contro il Venezuela – significa che il Nobel non celebra più la fine delle guerre, ma ne diventa uno strumento di legittimazione.
«Il fondo di dotazione per la pace di Alfred Nobel non può essere speso per promuovere la guerra. Né può essere utilizzato come strumento per un intervento militare straniero. Il Venezuela, qualunque sia lo status del suo sistema politico, non fa eccezione», scrive infatti nella denuncia evidenziando che il testamento di Nobel, vincolante per la legge svedese, «stabilisce chiaramente che ogni anno il denaro del premio per la pace sarà assegnato alla persona che durante l’anno precedente “ha apportato il massimo beneficio all’umanità” svolgendo “il maggior o il migliore lavoro per la fratellanza tra le nazioni, per l’abolizione o la riduzione degli eserciti permanenti e per l’organizzazione e la promozione di congressi per la pace”». E quindi, siccome «qualsiasi esborso in contrasto con questo mandato costituisce un’appropriazione indebita del fondo di dotazione, il trasferimento in sospeso di 11 milioni di corone svedesi (circa 1 milione di euro) e l’attuale consegna, il 10 dicembre 2025, della medaglia del premio a María Corina Machado, in violazione di questa restrizione all’erogazione, sembrano costituire atti di grave criminalità».
Secondo l’esposto: «Esistono numerose dichiarazioni pubbliche, accessibili ai sospettati, che dimostrano che il governo degli Stati Uniti e María Corina Machado hanno sfruttato l’autorità del premio per fornire loro un casus moralis per la guerra con l’obiettivo di insediarla con la forza al fine di saccheggiare 1,7 trilioni di dollari in petrolio venezuelano e altre risorse». E, per Assange, non si può prescindere «dall’enorme accumulo di forze militari statunitensi al largo delle coste del Venezuela, iniziato ad agosto e che ora conta oltre 15mila effettivi, e ha già commesso innegabili crimini di guerra, tra cui l’attacco letale a imbarcazioni civili e sopravvissuti in mare, che ha ucciso almeno 95 persone». A sostegno della tesi riporta anche la dichiarazione dell’Ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, che ha definito gli attacchi statunitensi contro imbarcazioni civili come «esecuzioni extragiudiziali».
L’accusa di Assange ha lo scopo di bloccare immediatamente i fondi rimanenti e di avviare un’indagine penale, in un quadro condiviso da 21 organizzazioni pacifiste norvegesi che avevano boicottato la cerimonia di assegnazione. La denuncia penale, rivolta a 30 persone legate alla Fondazione Nobel, inclusi i vertici come la presidentessa Astrid Söderbergh Widding e la direttrice esecutiva Hanna Stjärne, è stata depositata presso le autorità svedesi competenti, in particolare l’Autorità Svedese per i Reati Economici e l’Unità Svedese per i Crimini di Guerra, con richieste che includono il congelamento dei fondi del Premio Nobel per la Pace assegnato a Machado e un’indagine penale completa sui dirigenti coinvolti.
UE: sanzionate 41 presunte navi russe
L’Unione Europea ha imposto nuove sanzioni alle navi che farebbero parte della cosiddetta “flotta ombra” russa, la flotta di navi che Mosca utilizzerebbe per eludere le sanzioni europee sugli idrocarburi. Le nuove sanzioni colpiranno 41 navi, che vanno ad aggiungersi alle oltre 500 già designate. Sarà loro vietato l’ingresso nei porti UE e l’accesso ai servizi legati di trasporto marittimo. Finora l’UE ha imposto 19 pacchetti di sanzioni contro la Russia, coinvolgendo tra gli altri proprio il settore petrolifero.
Cipro diventerà il primo paese europeo a comprare gas da Israele
L’isola di Cipro, un tempo nota solo per le spiagge e per il conflitto congelato dai tempi della guerra fredda, sta assumendo oggi un ruolo chiave nel Mediterraneo orientale. Il governo riconosciuto a livello internazionale, quello della metà greco-cipriota dell’isola, si sta consolidando come hub diplomatico-energetico regionale grazie alla vicinanza con Libano, Israele e Palestina. Il presidente cipriota Nikos Christodoulides ha siglato pochi giorni fa a Beirut uno storico accordo con il Libano sulla delimitazione della Zona Economica Esclusiva (ZEE). L’accordo, definito dal presidente «un traguardo di importanza strategica», mette fine a vent’anni di negoziati e apre la strada a progetti di cooperazione energetica, inclusa la possibile interconnessione elettrica tra i due Paesi. Ma a questo si aggiunge anche il recente accordo che l’isola ha siglato con Israele, che rifornirà Cipro di gas naturale.
La questione del gas, che coinvolge anche l’ENI e prosegue da oltre un quarto di secolo, è tornata al centro dell’attenzione a causa delle tensioni regionali e delle iniziative promosse dagli Stati Uniti per rompere l’isolamento relativo di Israele. In questo contesto, due accordi assumono un ruolo chiave: quello già citato tra Cipro e Libano e un altro, quello tra Cipro e Israele. Non è un caso che l’accordo sulla ZEE con Beirut arrivi ora: parallelamente al negoziato ventennale con il Libano, Cipro ha gettato le basi per l’accordo con Israele attraverso il gasdotto di Energean, un progetto destinato a collegare giacimenti già operativi come Karish e Karish North. Questi due elementi renderebbero possibile una “triangolazione” per evitare di accendere tensioni tra Israele e Libano, in un momento delicato come quello attuale. Anche se, va detto, nel 2022 Beirut e Tel Aviv avevano siglato un’intesa mediata dagli USA che definiva le rispettive zone marittime e la ripartizione dei giacimenti, sebbene Israele avesse ottenuto condizioni più favorevoli.
Il progetto del gasdotto di Energean rappresenta oggi l’opzione più rapida e concreta per fornire gas naturale all’isola, dice il CEO, Mathios Rigas, alla stampa cipriota: l’infrastruttura potrebbe essere completata entro 12 mesi dal rilascio delle licenze governative necessarie, con un costo stimato tra 350 e 400 milioni di dollari. Il progetto è interamente privato, potenzialmente finanziato da Energean stessa, con possibilità di coinvolgere partner in futuro.
In un contesto geopolitico complesso come questo, l’incognita principale rimane la Turchia: Ankara e il governo della Repubblica turco-cipriota non hanno un ruolo nei progetti siglati dalla Nicosia greco-cipriota e hanno sottolineato come le due iniziative unilaterali rappresentino una violazione degli accordi tra le due comunità, garantiti dall’ONU. Per dirla in breve: cosa tornerebbe ai turco-ciprioti dell’iniziativa del presidente del sud, Nikos Christodoulides? La repubblica secessionista considera sotto la sua giurisdizione gran parte della ZEE della Repubblica di Cipro. E questo è tutt’altro che un problema da poco.
Gli USA non sono rimasti a guardare e, per evitare un’escalation improvvisa, hanno aperto un negoziato con la Turchia, sperando di trovare anche una combinazione per affrontare la divisione dell’isola che perdura da oltre 50 anni. Gli incentivi europei non hanno convinto Erdoğan e, se le voci di collegare il ritiro delle truppe turche dall’isola ad accordi energetici fossero fondate, il compromesso sarebbe complesso: le linee tracciate dalla Turchia su sovranità, diritti territoriali e diritto internazionale non sono negoziabili per i greco-ciprioti, ma Ankara non vuole correre il rischio di essere esclusa dai progetti energetici del Mediterraneo orientale.
Per ora, l’accordo in vista tra Nicosia (sud) e Tel Aviv sul gasdotto viene denunciato dai turchi come una violazione, collegata alla crescente presenza di cittadini israeliani a Cipro. Intanto, Energean ha firmato una lettera di intenti con il gruppo industriale ed energetico cipriota Cyfield, per fornire gas alla futura centrale elettrica del gruppo. Il gasdotto avrebbe una capacità di 1 miliardo di metri cubi all’anno, sufficiente a coprire il fabbisogno della centrale e a fornire ulteriori volumi al mercato cipriota. Rigas ha sottolineato che il progetto è immediatamente realizzabile, basandosi su giacimenti già operativi in Israele, Karish e Karish North, attivi da oltre tre anni e che coprono circa il 50% della domanda israeliana. Dal 2027, la produzione aumenterà ulteriormente grazie al nuovo giacimento Katlan.
La proposta non sostituisce ma integra la strategia energetica di Cipro: terminale di Vasilikos, progetto FSRU e sviluppo dei giacimenti ciprioti sono tutti elementi necessari per trasformare l’isola in un hub energetico regionale, come vorrebbe il suo governo in carica. In questo modo, Cipro diventerebbe il primo Stato dell’UE a importare gas israeliano tramite gasdotto, all’interno di un piano sostenuto dagli USA volto a rafforzare l’asse Cipro–Grecia–Israele e la cooperazione strategica “3+1”. Lasciando in sospeso, tuttavia , mille questioni politiche e giuridiche,









