L’Ospedale San Giovanni Bosco di Napoli sarebbe nelle mani del clan camorristico Contini. È quanto emerge dall’indagine condotta da carabinieri e guardia di finanza, conclusasi all’alba con l’arresto di quattro persone. Attraverso uno schema di complicità e minacce, il clan avrebbe gestito i servizi di bar e distributori automatici, nonché gli accessi in ospedale e il trasporto delle salme. Una parte dell’indagine si concentra sulle «numerose truffe ai danni di compagnie assicurative, simulando incidenti stradali con falsi testimoni e perizie mendaci», con l’aiuto di medici compiacenti.
Ucraina, l’Assemblea Generale dell’ONU vota la risoluzione per la pace, gli USA si astengono
La guerra tra Ucraina e Russia è entrata nel quinto anno di ostilità. Mentre le delegazioni portano avanti un lavoro diplomatico finora privo di risultati, sul campo di battaglia si registra uno stallo. La linea del fronte oscilla da mesi senza particolari vittorie per uno o per l’altro schieramento, comportando come unico risultato l’aumento delle vittime. Ieri l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato una nuova risoluzione che chiede «una pace giusta e duratura, lo scambio dei prigionieri di guerra e il ritorno dei civili trasferiti con la forza, compresi i bambini». Diverse le astensioni, tra cui Stati Uniti e Cina, segno di una divisione che si è riproposta qualche ora dopo durante una riunione del Consiglio di Sicurezza sul tema.
Con 107 voti a favore, 12 contrari e 51 astenuti, l’Assemblea Generale dell’ONU ha adottato una risoluzione, promossa da Kiev, sulla fine della guerra in Ucraina, entrata ieri nel quinto anno di ostilità. Gli Stati Uniti, che si sono astenuti, avevano proposto di votare separatamente su due paragrafi della risoluzione. Questi facevano riferimento all’integrità territoriale dell’Ucraina e al rispetto del diritto internazionale. L’obiettivo della mozione di Washington (poi bocciata) era quello di votare una risoluzione politicamente “neutra”, in linea col Piano Trump presentato a novembre.
Dopo il voto si è riunito il Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Anche in questa sede sono emerse le spaccature sulla risoluzione della guerra tra Mosca e Kiev. I Paesi europei spingono per nuove sanzioni, mentre da USA e Cina viene invocata maggiore cautela in nome della realpolitik. «Alla luce delle divisioni – si legge nel comunicato stampa – il percorso verso la pace dipende da un cessate il fuoco e da percorsi diplomatici esterni, piuttosto che da un’azione unificata del Consiglio di Sicurezza». Al momento i tavoli negoziali tra le parti sono mediati da Washington, mentre sul campo di battaglia si registra da diverse settimane uno stallo. Il bilancio delle vittime si aggrava: secondo quanto dichiarato dall’ONU, il 2025 è stato l’anno più mortale per la popolazione civile dall’inizio del conflitto.
Soltanto pochi giorni fa le divisioni sulla guerra in Ucraina erano emerse anche in seno all’Unione europea, la grande esclusa dai negoziati nonostante il sostegno incondizionato verso Kiev profuso negli ultimi 4 anni. L’UE, a causa del veto di Slovacchia e Ungheria, non è infatti riuscita ad approvare il ventesimo pacchetto di sanzioni alla Russia, che tra le altre cose prevedeva l’attivazione dello “strumento anti-elusione”. L’obiettivo, dichiarato dall’Alta Rappresentante dell’UE Kaja Kallas, era quello di «impedire che prodotti sensibili raggiungano la Russia». Ungheria e Slovacchia hanno anche bloccato l’accordo per erogare un prestito da 90 miliardi di euro a Kiev, minacciando di porre il veto sull’ingresso del Paese nell’UE.
Esplode palazzina a Verona: tre feriti e un disperso
Oggi attorno alle 18:30, in una frazione di Negrar, a pochi chilometri a nord di Verona, un’esplosione ha fatto crollare una palazzina. Da un primo bilancio pare che vi siano tre feriti lievi e una quarta persona che dovrebbe ancora essere intrappolata nelle macerie. Ignote le cause dell’esplosione, che dovrebbe essere stata causata da una bombola di gas. Lo scoppio si è verificato nel primo dei tre piani dell’edificio, che è collassato. Sul posto sono attivi i vigili del fuoco.
La resistenza di Cuba all’assedio USA, tra blackout e scarsità di risorse
Blackout, scarsità di cibo, ospedali in affanno. L’inasprimento del bloqueo da parte degli Stati Uniti sta stritolando Cuba e spingendo il suo popolo ai limiti della sopravvivenza. Nonostante ciò, l’isola non sembra intenzionata a piegarsi: insieme alle misure straordinarie che riguardano sanità e servizi fondamentali, contenute nel pacchetto varato pochi giorni fa, la resistenza isolana passa anche per quella forma “creativa” che da decenni accompagna l’immagine di Cuba nel mondo. Così, l’espressione artistica e l’ingegno diventano un mezzo per opporsi a un contesto segnato dalle difficoltà e dalle ingiustizie. Non è certo la soluzione definitiva, ma un mezzo per andare avanti, in attesa che la solidarietà internazionale faccia il suo corso. Tra un blackout e l’altro, i teatri, i cinema, le sale da ballo, le palestre restano aperti, offrendo svago e socialità in uno dei momenti più bui per il popolo cubano.
A inizio febbraio il presidente Miguel Díaz-Canel, nel lanciare un allarme globale contro l’assedio USA, fece innanzitutto appello al popolo cubano, chiedendo di rispondere alle minacce di Washington con l’atavica “resistenza creativa”, quella dell’espressione artistica, delle manifestazioni al limite tra sacro e profano, dell’ingegno. Così è stato. Gli eventi sportivi, i concerti, gli spettacoli non si fermano, ma si adattano al nuovo ritmo dettato dall’inasprimento delle sanzioni americane. L’associazione Hermanos Saiz, «la giovane avanguardia artistica e intellettuale di Cuba», continua ad esempio a organizzare dibattiti e concerti al Vedado, quartiere dell’Avana. Si punta, coi limitati mezzi a disposizione, a mitigare gli effetti della crisi, che tra le altre cose ha messo a dura prova gli spostamenti e lo svago, impattando sulla qualità della vita.
Per diminuire la pressione sugli ospedali vengono tenuti aperti anche gli ambulatori di base, che oggi sono in grado di fornire prestazioni minime esclusivamente grazie alle donazioni. Nelle farmacie pubbliche gli scaffali sono quasi vuoti. A compensare — e qui torna l’ingegno della resistenza creativa — c’è la medicina naturale, una tradizione secolare che ha reso Cuba un laboratorio, un caso di studi, basato sull’uso terapeutico di circa 2000 piante medicinali facente capo alla Santeria.
Quelle messe in campo dal popolo cubano sono risposte emergenziali, di resistenza verso l’imperialismo USA che da fine gennaio ha praticamente azzerato i rifornimenti energetici dell’isola. Cuba resiste, ma attende la solidarietà internazionale. Mentre vengono tenute aperte le porte del dialogo tra l’Avana e Washington, una coalizione di movimenti e associazioni ha lanciato la “Nuestra América Flotilla“. Seguendo l’esempio della Global Sumud Flotilla, che proprio in questi giorni sta preparando una nuova spedizione per Gaza, un convoglio di navi umanitarie salperà a marzo dai Caraibi, direzione Cuba. Se la solidarietà dal basso prende forma, nella comunità internazionale si registrano posizioni ambigue e un generale stato di inerzia. Il Messico ha inviato due navi con viveri e medicinali (ma su pressione americana ha interrotto le esportazioni energetiche), mentre dal Cremlino fanno sapere di «star aiutando Cuba» ma di non voler rivelare ulteriori dettagli. Dall’Italia arriva invece un endorsement ai progetti di Trump e quindi a un’implosione senza intervento militare. «È meglio cambiare senza violenza, ma un cambiamento è necessario. Cuba è un regime comunista», ha dichiarato il Ministro degli Esteri Antonio Tajani.
Canada, 185 milioni all’Ucraina
Il Canada erogherà all’Ucraina un pacchetto di aiuti da 300 milioni di dollari canadesi, corrispondenti a oltre 185 milioni di euro. A dare la notizia è stato il ministro della Difesa del Paese David McGuinty che ha spiegato che il Canada imporrà anche sanzioni a 100 navi della cosiddetta “flotta ombra” della Russia, la supposta flotta di navi battenti falsa bandiera che la Federazione utilizzerebbe per eludere le sanzioni agli idrocarburi. I nuovi aiuti canadesi rientrano nell’ambito di un pacchetto da 2 miliardi di dollari canadesi (circa 1,25 miliardi di euro) presentato dallo stesso McGuinty lo scorso novembre.
Omicidio Youns el Boussettaoui, l’ex assessore di Voghera condannato a 12 anni di carcere
Sono trascorsi oltre quattro anni da quando, la sera del 20 luglio 2021, l’allora assessore leghista di Voghera Massimo Adriatici uccise con un colpo di pistola in pieno petto Youns el Boussettaoui, dopo una lite di fronte a un bar. Oggi, nel tribunale di Pavia è arrivata la sentenza in primo grado (contro la quale, dunque, Adriatici potrà fare ricorso), ridotta di un terzo per il rito abbreviato: l’ex assessore dovrà scontare 12 anni di carcere e pagare un risarcimento di 90 mila euro ai genitori di Boussettaoui e di 50 mila euro a ciascuno dei fratelli.
Adriatici, avvocato ed ex funzionario di polizia, aveva dichiarato di aver sparato in un momento di “blackout”, per difendersi da Boussettaoui che, ubriaco, stava importunando alcune persone di fronte a un bar – anche se i video delle telecamere della piazza avevano mostrato come l’ex assessore stesse in realtà pedinando Boussettaoui. Il colpo di pistola era giunto dopo che quest’ultimo aveva colpito Adriatici in faccia, con uno schiaffo o un pugno, ma era stato esploso in un punto non raggiunto dalle telecamere. I fatti erano risultati poco chiari sin da subito: l’autopsia fu effettuata in appena 12 ore (un tempo record), senza che a famiglia o gli avvocati di Boussettaoui fossero presenti; Debora Piazza, l’avvocato di Boussettaoui, scoprì dell’omicidio dai giornali; il capo d’imputazione venne presto riconvertito da omicidio volontario a eccesso colposo di legittima difesa, prima ancora che la dinamica fosse ricostruita in modo chiaro. Tuttavia, nel novembre 2024 il tribunale di Pavia era riuscito a ottenere che la procura formulasse l’accusa di omicidio volontario. L’attuale vicepremier Matteo Salvini aveva immediatamente preso le difese dell’assessore, parlando di “legittima difesa”. “Prima di condannare una persona per bene che si è vista aggredita e avrebbe reagito, aspettiamo” aveva detto Salvini, “non ci sono cittadini che con il legittimo possesso delle armi vanno in giro a sparare”: l’attesa è durata cinque anni, ma la verità giudiziaria è finalmente arrivata.
Censis: 3 italiani su 5 insoddisfatti del proprio salario
Per il 57,7% degli occupati (3 su 5), la retribuzione percepita in Italia non è adeguata al lavoro svolto. Soltanto il 36% si dice invece soddisfatto. Lo rivela il IX Rapporto Censis-Eudaimon sul welfare aziendale. Nello studio emerge che un occupato su tre cambia spesso lavoro, in cerca di stipendi più alti, mentre il 68% degli intervistati ammette di aver sperimentato forme di stanchezza psicofisica legata all’occupazione.
Lo sport in Norvegia: da bambini non si compete, ecco perché da grandi si vince
In Norvegia, fino ai 13 anni, nello sport non si vince e non si perde: non c’è competizione, solo crescita. Non esistono classifiche ufficiali, non si pubblicano graduatorie, non si fanno selezioni che etichettano precocemente i “bravi” e i “meno bravi”. Si gioca. Si cresce. Si prova. L’obiettivo non è individuare il campione, ma allenare tutti il più a lungo possibile, praticando diverse discipline. È da qui che comincia il paradosso norvegese: una nazione di poco più di cinque milioni di abitanti che si è trasformata in una potenza sportiva globale, dentro e fuori la neve.
Il principio educativo è sancito dalla Carta dei Diritti del Bambino nello Sport. Il documento stabilisce che fino ai 12-13 anni lo sport debba essere inclusivo, multidisciplinare, centrato sul divertimento e puntare alla partecipazione universale, nessuno escluso. Le ragioni sono strutturali, perché la federazione norvegese ha compreso che un sistema selettivo o oneroso rischierebbe di disperdere talenti prima ancora che possano emergere. Mentre dall’altro lato lo Stato finanzia in gran parte la formazione dei giovani atleti sostenendo i club locali, che rischiano di perdere i fondi se non si attengono alle regole stabilite.
In questo modo la specializzazione precoce è scoraggiata, dando il tempo di capire quale possa essere la disciplina migliore per ciascuno; inoltre la pressione è contenuta e si previene l’abbandono precoce delle attività, che spesso è favorito proprio dalla competizione smodata in tenera età. Il riscontro è un bacino di partecipazione amplissimo, visto che il 93% dei bambini norvegesi pratica almeno un’attività. Più bambini praticano sport, e più a lungo lo fanno, maggiore è la probabilità che alcuni, nel tempo, raggiungano alti livelli. Ma senza essere stati spremuti a dieci anni.
Dal punto di vista dei risultati i numeri parlano da soli. Alle ultime Olimpiadi invernali la Norvegia ha vinto 41 medaglie con il record assoluto di 18 ori. Lo sci di fondo è considerato patrimonio nazionale, con generazioni di atleti dominanti, da Marit Bjørgen a Johannes Høsflot Klæbo, talmente identificato nella sua vita totalizzante di sportivo professionista, che in una recente intervista, davanti alla possibilità di smettere di gareggiare, ha confessato: “Presto dovrò imparare la tecnica di stare al mondo”. L’eredità organizzativa dei Giochi di Lillehammer 1994 ha lasciato infrastrutture, competenze e una cultura manageriale che ha rafforzato l’intero sistema. È in quel momento che nel Paese viene creato l’Olympiatoppen, centro di eccellenza che integra la ricerca scientifica per gli atleti di alto livello, dove comunque si allenano insieme, rifiutando l’individualismo sfrenato che caratterizza la competizione a tutti i costi. L’approccio è sistemico: crescita a lungo termine, monitoraggio dei carichi, collaborazione tra federazioni e condivisione dei dati.
C’è poi un elemento meno quantificabile ma decisivo: il Friluftsliv, la filosofia della vita all’aria aperta. Fin dall’infanzia i bambini norvegesi trascorrono tempo nella natura, con qualsiasi clima. Camminano, sciano ed esplorano imparando a muoversi e a fare la fatica necessaria.
La sorpresa è che il successo non si ferma agli sport invernali. Nel calcio, Erling Haaland è diventato uno dei centravanti più prolifici al mondo e la Norvegia si è classificata prima nel girone per partecipare ai mondiali, a scapito proprio della blasonata nazionale italiana. Nell’atletica Karsten Warholm ha riscritto il record mondiale dei 400 ostacoli. I fratelli Ingebrigtsen hanno portato il mezzofondo norvegese in una dimensione globale, rompendo il monopolio tradizionale degli atleti africani o delle grandi federazioni europee. La nazionale femminile di pallamano nell’ultima edizione ha vinto l’oro olimpico. Nel canottaggio la Norvegia ha conquistato medaglie olimpiche e mondiali con continuità, così come accade nella vela dove ha ottenuto numerosi podi olimpici e mondiali in diverse classi. Perfino nel beach volley la coppia guidata da Anders Mol ha conquistato l’oro olimpico. Discipline diverse, contesti climatici opposti, stesso Paese: non è un’anomalia statistica, ma un modello vincente perché collaborativo.
La forza della Norvegia non nasce dunque da un particolare talento genetico né da un nazionalismo sportivo esasperato. La sua ragion d’essere sta in una scelta culturale e politica: allargare la base e ritardare la selezione proteggendo l’infanzia e poi, solo dopo, investire scientificamente sui migliori. In un’epoca in cui molti sistemi inseguono il prodigio precoce, Oslo ha scelto la pazienza. E la pazienza, a quanto pare, vince.









