lunedì 23 Febbraio 2026
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Il Galles sta discutendo una legge per punire i politici bugiardi

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Il Parlamento del Galles ha approvato in prima lettura un disegno di legge volto a punire i politici che mentono o diffondono notizie false e “fuorvianti” in campagna elettorale. Maggioranza e opposizione sono ora al lavoro per la stesura degli emendamenti che verranno discussi nelle prossime settimane, con l’approvazione definitiva della legge prevista tra fine febbraio e inizio marzo. L’obiettivo dell’intervento — inedito a livello mondiale — è quello di ricostruire la fiducia negli elettori, traditi da promesse mancate e notizie che distorcono la realtà. La discussione apre tuttavia una serie di quesiti, a partire dalla compressione del diritto di parola, destinati a infiammare il dibattito pubblico gallese.

Di fronte a quello che un recente sondaggio di IPSOS ha certificato essere il punto più basso degli ultimi 40 anni per quanto riguarda la fiducia dei britannici verso la classe politica, il Galles ha deciso di criminalizzare i politici bugiardi. La versione attuale del disegno di legge prevede sanzioni crescenti per i candidati che in campagna elettorale fanno affermazioni “fuorvianti”, “ingannevoli” o false per ottenere voti, non intaccando invece la condotta durante il mandato. Si inizia con la ritrattazione di quanto dichiarato fino ad arrivare alla sospensione dalla corsa elettorale e quindi alla sostituzione con un altro membro della lista in caso di vittoria alle urne. L’intervento amplierebbe la legislazione vigente, che fa capo al Representation of the People Act (1983) e vieta ai politici di diffondere dichiarazioni false relative ad azioni e condotte (quindi fatti oggettivi) di un altro candidato.

Il disegno di legge in discussione alla Senedd, il Parlamento monocamerale del Galles, gode di un certo sostegno tra le fila del Partito Laburista e del Plaid Cymru, che fornisce al primo sostegno esterno nel suo governo di minoranza. Gli interrogativi aperti dalla norma sono tanti, a partire dal come verrà definita la “verità”. Se il legislatore dovesse continuare lungo la strada tracciata dal Representation of the People Act, la risposta porterebbe all’intervento di un tribunale elettorale, chiamato però a decisioni più delicate perché riguardanti opinioni in un mondo di dati e informazioni in continua mutazione. Lo sottolineano i comitati sorti contro il progetto di legge, secondo cui quest’ultimo rischierebbe di scoraggiare i dibattiti e favorire l’autocensura. «Molte questioni non hanno risposte chiare e le statistiche e la ricerca qualitativa possono essere interpretate in tanti modi», dice Vian Bakir, docente di giornalismo e comunicazione politica, che individua un’alternativa: «lasciare ai politici carta bianca sulla parola, ma garantire che l’intero ecosistema della sfera pubblica sia sufficientemente sano da esaminare attentamente le false dichiarazioni e di evidenziare gli errori fattuali, in modo che i politici siano tenuti a renderne conto pubblicamente». Intervenire dunque su educazione politica e pensiero critico, magari già in età scolare, piuttosto che ampliare la repressione, creando precedenti potenzialmente pericolosi per la libertà di parola.

Gli USA bloccano i voli in Texas

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La Federal Aviation Administration (FAA), agenzia federale che regola l’aviazione civile statunitense, ha disposto un blocco di dieci giorni su tutti i voli – commerciali e civili – da e per l’aeroporto texano di El Paso. Il blocco sarà valido fino alla sera del 20 febbraio. La misura, comunicata senza preavviso, è stata motivata con «speciali questioni di sicurezza», senza fornire ulteriori dettagli.

Trump e il Regno Unito stanno litigando per delle minuscole isole nell’Oceano Indiano

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Dopo il caso della Groenlandia, si sono ulteriormente acuite le tensioni tra USA e Regno Unito per la disputa su un accordo internazionale che riguarda le isole Chagos, delle minuscole, ma a quanto pare strategiche, isole nell’Oceano Indiano. Considerate le ultime colonie della Gran Bretagna nella regione, il governo inglese si era impegnato recentemente a cederle a Mauritius, ma il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, si è opposto duramente alla decisione, salvo poi ammorbidire le sue posizioni in seguito a un colloquio col primo ministro inglese Keir Starmer. In un post sul suo social Truth, il capo della Casa Bianca aveva descritto la decisione britannica come «una grande stupidaggine». Il motivo? Sull’atollo più grande dell’arcipelago, denominato Diego Garcia, si trova un’importante base aeronavale, gestita congiuntamente da Regno Unito e Stati Uniti, sebbene l’influenza statunitense risulti preminente in termini di personale e infrastrutture.

La reazione di Trump ha così sospeso l’iter parlamentare per ratificare la restituzione dell’arcipelago a Mauritius: il governo inglese aveva firmato un accordo per la restituzione a maggio 2025, il quale, tuttavia, deve ancora essere ratificato dal parlamento britannico. Un passaggio che è stato rinviato agli inizi di febbraio proprio per via delle proteste del capo della Casa Bianca. Quest’ultimo in un suo post su X aveva ancora una volta chiamato in causa Russia e Cina, sostenendo che le due potenze «potrebbero trarre vantaggio da questa presunta debolezza» e affermando che la questione delle Chagos sarebbe solo «l’ennesimo esempio di una lunga serie di ragioni legate alla sicurezza nazionale per cui la Groenlandia deve essere acquisita». In altre parole, il tycoon sostiene che gli alleati siano inaffidabili e questo richiederebbe la sovranità diretta degli Stati Uniti su determinate aree strategiche. Secondo alcune ricostruzioni, inizialmente Trump non si era opposto all’intesa, ma in seguito – a causa delle tensioni con Londra per quanto riguarda la questione della Groenlandia – avrebbe cambiato atteggiamento e opinione circa le sorti delle Chagos. Tuttavia, nell’ultimo colloquio tenuto con il primo ministro inglese Keir Starmer, avvenuto il 5 febbraio scorso, sembra che Trump abbia accettato l’accordo raggiunto per la restituzione dell’arcipelago.

Ciò che al tycoon interessa particolarmente è la base militare presente sull’atollo Diego Garcia. La sua posizione nell’Oceano Indiano, infatti, è strategica: da lì sono partite operazioni e attacchi aerei statunitensi contro l’Afghanistan e l’Iraq, e recentemente contro il gruppo degli Houthi in Yemen. Inoltre, la base è relativamente vicina all’Iran, che gli USA stanno minacciando anche militarmente: i bombardieri B-2 Spirit – gli stessi usati negli attacchi ai siti del programma nucleare iraniano l’estate scorsa – possono colpire e poi tornare indietro senza bisogno di rifornimenti. Una nota di Downing Street ha chiarito che l’accordo – negoziato nel 2022 sotto il governo Biden – «garantisce il mantenimento delle operazioni della base congiunta USA-UK per generazioni e che gli avversari restino fuori». Il tutto è possibile perché l’intesa con Maurtius prevede che il Regno Unito mantenga il controllo su Diego Garcia per 99 anni, prorogabile per altri 40, in cambio di un pagamento annuale a Mauritius di 101 milioni di sterline (120 milioni di euro). Tale intesa era stata approvata da tutti gli alleati del gruppo dei Five Eyes – Australia, Canada, Nuova Zelanda, Regno Unito e Stati Uniti – e, secondo Londra, non mette a rischio il controllo statunitense sulla base.

Il Regno Unito aveva sottratto le Chagos a Mauritius nel 1965, tre anni prima di concedere l’indipendenza alla colonia, e le aveva sottoposte a uno sfollamento forzato. L’atto britannico aveva dato vita a una disputa territoriale decennale con Mauritius, sulla quale si erano espresse sia la Corte internazionale di giustizia sia l’Assemblea generale delle Nazioni Unite dando ragione all’isola. Attualmente, l’atollo di Diego Garcia è inaccessibile ai comuni visitatori e anche ai giornalisti. L’accesso è riservato esclusivamente al personale militare o ai lavoratori civili autorizzati. Dopo il colloquio con Starmer, Trump ha affermato di aver capito che «l’accordo raggiunto dal Primo Ministro Starmer, secondo molti, è il migliore che potesse fare». Tuttavia, il presidente statunitense ha aggiunto che «se in futuro l’accordo di locazione dovesse mai fallire, o se qualcuno minacciasse o mettesse in pericolo le operazioni e le forze statunitensi nella nostra base, mi riservo il diritto di garantire e rafforzare militarmente la presenza americana a Diego Garcia».

Rettifica: il titolo di questo articolo è stato corretto perchè riportava erroneamente il nome dell’Oceano Pacifico anzichè quello dell’Oceano Indiano.

Heineken: annunciati più di 5mila licenziamenti

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Il colosso della birra Heineken taglierà tra i 5mila e i 6mila posti di lavoro nei prossimi due anni con l’obiettivo di ridurre i costi. L’annuncio della multinazionale è avvenuto durante la presentazione dei risultati del 2025, che hanno visto una riduzione dei volumi di vendita e ricavi in calo rispetto all’anno precedente. Come spiegato dall’amministratore delegato Dolf van den Brink, la maggior parte dei licenziamenti avverrà al di fuori dei Paesi Bassi, dove il gruppo impiega quasi 4mila persone e ha il suo quartier generale.

Cinque modi per migliorare la scuola italiana, a partire da domani

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Si parla spesso dei problemi della scuola italiana. Mancano risorse, gli edifici sono vecchi, le classi sovraffollate e i programmi faticano a stare al passo con la complessità del presente. È una narrazione che conosciamo bene, ripetuta nei dibattiti pubblici e nelle cronache. Eppure, in mezzo a questa lunga lista di criticità, una verità rimane spesso in ombra: la scuola italiana sta in piedi grazie ai docenti. Non grazie allo Stato, ma nonostante lo Stato.

Ogni mattina, migliaia di insegnanti entrano in aula con un obiettivo semplice e potentissimo: fare del proprio meglio per i ragazzi che hanno davanti. Sono tutti così? No. Sarebbe ingenuo dirlo. Ma sono molti di più di quanti pensiamo. Se è vero che i problemi strutturali non si risolvono con la buona volontà individuale, è altrettanto vero che esistono azioni concrete che ogni docente può compiere per migliorare la scuola dall’interno. Ne proponiamo cinque, immediatamente applicabili.

1. Rivoluzionare l’aula

Non importa quanto l’aula sia spoglia, buia o trascurata: il primo vero atto educativo è trasformare lo spazio. Spostare i banchi, creare gruppi di lavoro, rompere la disposizione frontale significa comunicare agli studenti che lì dentro non si è solo destinatari di contenuti, ma protagonisti di un processo. Un’aula organizzata in modo flessibile diventa uno spazio di confronto, ricerca e scoperta, in cui le idee circolano e l’apprendimento prende forma attraverso le relazioni. Questa pratica genera una diversa forma di ordine, più viva e partecipata, capace di generare coinvolgimento autentico e risultati profondi. 

2. Lo studente al centro

Passiamo all’organizzazione della lezione: per l’insegnante rinunciare a esserne il centro costante è una scelta pedagogica coraggiosa e necessaria. La sfida è parlare solo per 8–10 minuti fornendo un input iniziale su un concetto, come un evento storico o un fenomeno scientifico, lasciando poi gli studenti esplorare l’argomento in autonomia. Fondamentale è poi il tutoring tra pari: gli studenti che hanno compreso un contenuto lo spiegano ai compagni in piccoli gruppi, con il docente che osserva e supporta. Questo approccio favorisce non solo la comprensione dei contenuti, ma anche lo sviluppo di sicurezza, empatia e senso di appartenenza al gruppo.

3. La classe come laboratorio

Creare stazioni di apprendimento rende la didattica più inclusiva e rispettosa delle differenze. Nella stazione di elaborazione, ad esempio, gli studenti osservano e analizzano materiali concreti, immagini, o esperimenti, mentre in quella di produzione possono creare un proprio elaborato. La stazione di riflessione è il luogo di approfondimento e di confronto, mentre nella stazione digitale possono concentrarsi sulla ricerca utilizzando tablet e pc. Questo approccio diversifica le attività e avvicina gli studenti ai contenuti, secondo i propri tempi, modalità e inclinazioni. 

4. Il legame tra studio e vita reale 

È fondamentale mostrare che le conoscenze non sono fini a sé stesse, ma strumenti per comprendere il mondo. In che modo? Affrontando ad esempio problemi autentici, come la gestione di un budget o la lettura di una bolletta, oppure simulando ruoli e contesti, come quello del giornalista o dello scienziato, per applicare conoscenze disciplinari. Quando gli studenti percepiscono un legame tra ciò che accade in classe e l’esperienza quotidiana, nasce il desiderio di approfondire, fare domande, continuare a cercare anche oltre il tempo scolastico. E questo incoraggia la loro curiosità.

5. Focus sulle competenze trasversali

Da ultimo, ma non per importanza, ogni progettazione didattica dovrebbe interrogarsi sulle competenze trasversali che sta promuovendo. Questo si può fare esplorando ad esempio il lavoro cooperativo, in cui a ogni studente è assegnato un ruolo diverso, oppure insegnando la gestione del conflitto, attraverso il confronto e la mediazione. Anche l’autovalutazione è di grande importanza: gli studenti sono così chiamati a riflettere su come hanno lavorato e non solo su cosa hanno imparato. Queste abilità permetteranno loro di orientarsi poi nella complessità della vita reale.

Albania: violente proteste, molotov e scontri davanti al palazzo del governo

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Migliaia di persone hanno affollato le strade di Tirana per chiedere le dimissioni del governo, partecipando alla manifestazione indetta dal leader di opposizione Sali Berisha. La guida del Partito Democratico ha canalizzato il malcontento esploso in Albania dopo i casi di corruzione che hanno travolto l’esecutivo, in particolare la vicepremier Belinda Balluku, esponente del Partito Socialista, lo stesso del primo ministro Edi Rama. È proprio quando la folla si è radunata vicino ai cancelli della sua residenza che i manifestanti hanno realizzato un fitto lancio di molotov e fuochi d’artificio. La polizia schierata in tenuta antisommossa ha risposto a suon di lacrimogeni e idranti. Al termine della manifestazione si sono contate decine di persone arrestate nonché diversi feriti in entrambi gli schieramenti.

«Edi, smettila di rubare i nostri soldi» è una delle tante scritte apparse tra la folla scesa in piazza a Tirana. Nel mirino dei manifestanti è finito il governo, al centro di una bufera giudiziaria riguardante casi di corruzione. A dicembre, infatti, la vicepremier Belinda Balluku è stata incriminata e sospesa con l’accusa di aver usato fondi pubblici con l’obiettivo di favorire alcune società private nell’aggiudicamento di diverse gare d’appalto, per un giro d’affari da diversi milioni di euro. Nelle scorse ore la Procura di Tirana aveva chiesto al Parlamento di revocare l’immunità a Balluku ma il voto non è stato ancora calendarizzato. Nel frattempo migliaia di albanesi sono scesi in strada per far sentire la propria voce e chiedere le dimissioni del governo, nella terza manifestazione organizzata da dicembre. Chi sta provando ad approfittare della situazione è il leader dell’opposizione nonché ex premier Sali Berisha, che da anni intrattiene con Rama un fitto scambio di accuse reciproche su corruzione, legami con la criminalità organizzata e nepotismo. Un fenomeno che appare radicato e trasversale all’interno dello scacchiere politico, in un Paese in fondo alle classifiche europee per trasparenza e diffusione della corruzione, rappresentando uno dei maggiori ostacoli all’ingresso dell’Albania nell’UE.

Una volta radunatosi nei pressi del palazzo governativo, un gruppo di manifestanti ha lanciato fuochi d’artificio e molotov, provocando incendi localizzati e ferendo una decina di agenti. I lanci hanno illuminato la notte albanese per diversi minuti, nonostante gli inviti alla calma ripetuti dai megafoni degli organizzatori. La polizia, che ieri nella capitale poteva contare su un dispiegamento di 1300 agenti, ha risposto con idranti e lacrimogeni, allontanando la folla dalla residenza di Edi Rama. Alla fine della protesta si sono contate decine di arresti tra i manifestanti e diversi feriti, parlamentari compresi, come denunciato da Berisha che in vista della manifestazione del 20 febbraio lancia un messaggio al governo: «non provocate la nostra moderazione».

L’UE si avvicina all’euro digitale per ridurre la dipendenza da Visa e Mastercard

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La Banca Centrale Europea (BCE) ha sollecitato il Parlamento europeo a far avanzare il progetto dell’euro digitale, considerato uno strumento cruciale per ridurre la dipendenza dell’Unione dai circuiti di pagamento stranieri, in particolare Visa e Mastercard, che nel 2022 hanno gestito da sole due terzi delle transazioni nell’eurozona. Pur mantenendo toni istituzionali, da Francoforte emerge un messaggio sempre più esplicito: la necessità di un’alternativa europea è ormai “urgente”. Un messaggio che è stato accolto.

L’appello più accorato è arrivato direttamente dalla Presidente Christine Lagarde, intervenuta lunedì 9 febbraio alla sessione plenaria del Parlamento europeo riunita a Strasburgo per sostenere due emendamenti legati proprio all’euro digitale. «Siete voi a detenere le chiavi della velocità con cui può essere realizzato: vi imploro di andare avanti con la proposta della Commissione», ha dichiarato. Lagarde ha ribadito che «l’euro digitale non è stato pensato per sostituire il contante, assolutamente no», ma ha avvertito che senza una soluzione europea «continueremo a rimanere sui binari offerti da fornitori di servizi non europei. E questo non è indipendenza, non è sovranità europea».

Ieri sera il Parlamento europeo ha approvato la posizione negoziale del Consiglio, aprendo alla possibilità di un euro digitale utilizzabile sia offline che online. Si tratta di un voto che rappresenta più un passo avanti che un vero e proprio punto di arrivo, tuttavia gli esiti hanno evidenziato il supporto di una maggioranza convinta composta da partiti di ogni direzione politica. La decisione, inoltre, ha avuto la forza di contraddire di fatto la linea sostenuta dallo spagnolo Fernando Navarrete (PPE), relatore del dossier che dal canto suo chiedeva di trasformare il progetto in una forma di “e‑cash” limitata ai pagamenti fisici nei negozi e nelle transazioni dal vivo. 

La BCE, che per poter emettere l’euro digitale necessita del via libera del Parlamento, si è trovata impantanata per anni in resistenze che hanno bloccato per anni il progetto, solo il deterioramento del quadro geopolitico ha contribuito a sbloccare l’impasse, riportando la nuova valuta al centro dell’agenda istituzionale. Il primo segnale d’allarme è arrivato nella primavera del 2022, quando le sanzioni statunitensi contro la Russia, lanciate in risposta all’invasione dell’Ucraina, hanno mostrato quanto Visa e Mastercard siano in grado di destabilizzare l’intero sistema dei pagamenti di un Paese sospendendo servizi che, fino a quel momento, erano stati considerati ovvi e indispensabili. Le preoccupazioni europee si sono poi acuite con il progressivo peggioramento dei rapporti transatlantici, soprattutto quando l’amministrazione Trump ha iniziato a ridefinire le relazioni con gli alleati europei in termini sempre più ricattatori e coercitivi. 

Nell’aprile del 2025 Lagarde ha assunto dunque una posizione particolarmente esplicita, sottolineando in un’intervista al programma radiofonico The Pat Kenny Show quanto i sistemi di pagamento europei dipendano in larga misura da operatori statunitensi e, nel caso di Alipay, cinesi. Una vulnerabilità che, per estensione, riguarda anche i dati finanziari dei cittadini europei, i quali finiscono indirettamente nelle mani di aziende extra‑UE. «Sono sicura che lo fanno in conformità con i regolamenti europei», aveva dichiarato allora la presidente della BCE, sorvolando però sul fatto che gli accordi per il trasferimento dei dati tra Stati Uniti e Unione Europea si sono storicamente basati su presupposti giuridici rivelatisi più volte inadeguati.

Rimpatri e “modello Albania”: il Parlamento UE approva la stretta sui migranti

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La Fortezza Europa alza ulteriormente le proprie barricate esterne. L’Europarlamento ha infatti approvato una nuova stretta sulla gestione della migrazione, che allarga la lista dei Paesi “sicuri”, facilitando le pratiche di respingimento ed espulsione. Allo stesso tempo, sono state aggiornate le norme sui cosiddetti Paesi terzi sicuri. Gli Stati europei potranno ora più agilmente spedirvi i richiedenti asilo, anche nel caso in cui questi non abbiano alcun legame con quel Paese, aprendo contemporaneamente la strada al “modello Albania” – ovvero alla costruzione, in questi Stati, di hub per la gestione della migrazione, su modello dell’accordo tra Roma e Tirana. Ad essere calpestati sono, ancora una volta, i diritti delle persone migranti, mentre il 2026 potrebbe potenzialmente già configurarsi come uno degli anni più letali per le persone che cercano di giungere ai nostri confini.

La nuova lista approvata dal Parlamento UE comprende ora anche Bangladesh, Colombia, Egitto, Kosovo, India, Marocco e Tunisia. I cittadini provenienti da questi Paesi che presentino domanda di asilo potranno ora essere respinti o rimpatriati più rapidamente grazie a procedure semplificate, in caso non riuscissero a dimostrare di trovarsi in pericolo e di provare un fondato timore di persecuzione. In aggiunta a ciò, vengono approvati anche i nuovi criteri di definizione di Paese terzo. Un migrante potrebbe essere infatti spedito in un Paese terzo considerato “sicuro” dalla UE nel caso in cui: abbia non meglio specificati «legami culturali» con quel Paese, ne parli la lingua o vi sia presente un parente; esistano accordi bilaterali o multilaterali tra la UE e il Paese terzo per l’ammissione di richiedenti asilo (criterio che non si applica ai minori non accompagnati); la persona vi sia semplicemente transitata prima di giungere nella UE. Se sussiste una sola di queste condizioni, insomma, il migrante può essere respinto verso un Paese che non è nè quello in cui intendeva arrivare, nè tantomeno il proprio Paese di origine, ma una terza opzione considerata dall’UE la migliore. I due regolamenti dovranno ora essere adottati dal Consiglio e andranno a modificare il Patto su migrazione e asilo adottato dal Parlamento ad aprile 2024, che entrerà in vigore a partire dal 12 giugno di quest’anno.

Paesi sicuri solo sulla carta

In generale, l’UE definisce «sicuro» un Paese dove non ci sono persecuzioni, rischio di tortura e trattamenti inumani o degradanti, dove sia garantito lo Stato di diritto e una protezione effettiva dei diritti fondamentali. La Tunisia, tanto per citare uno tra i Paesi inseriti nell’elenco di quelli sicuri, sfugge del tutto a questa definizione. Certo, trattandosi di uno dei principali punti di partenza verso l’Europa del Mediterraneo, è uno dei Paesi con i quali l’UE si è premurata di sottoscrivere accordi per il controllo della migrazione, sulla scia di quanto fatto alcuni anni prima con la Libia. Solamente nel mese di gennaio 2026, dalle coste Tunisia sono partite in gran fretta un numero imprecisato di imbarcazioni, cariche di migranti che, secondo testimoni e ONG, stavano cercando di sfuggire in fretta ai rastrellamenti sempre più frequenti da parte delle autorità tunisine. Nel pieno del viaggio, tuttavia, le imbarcazioni si sono scontrate con l’uragano Harry e nessuna di esse è arrivata alle nostre coste. Il numero accertato di dispersi, al 24 gennaio, è di 380 persone, cifra che include anche donne e bambini molto piccoli. Tuttavia, si stima che siano oltre mille le persone uccise dalla furia del mare e dai ritardi nelle operazioni di soccorso, in una delle più grandi tragedie del bacino mediterraneo degli ultimi decenni.

I motivi per i quali, nonostante il pericolo, le persone hanno scelto comunque di partire sono da anni documentati da video, foto, report, testimonianze, articoli e molto altro materiale, che interroga la scelta di definire la Tunisia un Paese sicuro. Le testimonianze parlano di raid della polizia che brucia gli accampamenti dei migranti, deportazioni nel deserto (che d’altronde, secondo inchieste giornalistiche, avvengono grazie a fondi e mezzi forniti dall’UE), stupri, pestaggi e uccisioni deliberate che si ripetono giorno dopo giorno. Amnesty International riporta come, dalla rielezione di Kais Saied, le autorità abbiano aumentato la persecuzione nei confronti non solo dei migranti, ma anche dei cittadini che esprimono dissenso, degli oppositori politici, di giornalisti, difensori dei diritti umani e ONG, oltre che tentato di ostacolare il lavoro indipendente della magistratura e lo Stato di diritto. Allo stesso modo, è critica la scelta di definire Paese sicuro l’Egitto, dove il regime di al-Sisi ha più volte violato gli obblighi previsti dalla Convenzione contro la tortura tra uccisioni di massa dei manifestanti, detenzioni in condizioni disumane con sistematiche pratiche di tortura, dove i dissidenti politici vengono detenuti e uccisi e dove le condanne a morte dopo sommari processi di massa sono all’ordine del giorno. «Questo elenco è uno strumento per negare l’accesso alla protezione e legittimare la violenza e la persecuzione in questi Paesi», scrivono decine di organizzazioni in un appello congiunto.

L’inganno dei numeri

Lo scorso 15 gennaio, l’Agenzia per il controllo delle frontiere UE Frontex ha diffuso i dati secondo i quali il numero degli ingressi irregolari nel continente sarebbe diminuito del 26%, ovvero di circa 178 mila persone. Il risultato è dovuto agli accordi bilaterali o multilaterali siglati con Paesi esterni, ma anche a maggiori controlli di polizia e di guardie costiere alla frontiera, cui (come nel caso dell’Italia con la Libia) i Paesi UE forniscono mezzi, droni ed ogni sorta di equipaggiamento. I numeri puri, tuttavia, nascondo le vicende di esseri umani in carne ed ossa e il costo del raggiungimento dei traguardi percentuali. Come fa notare il progetto Melting Pot, ad essere escluso dai dati ostentati da Frontex è il costo alle frontiere che permette questo “risultato”, tra violazione di diritti, omicidi, torture, compravendita di esseri umani e violenze di ogni genere. Sui numeri poi pesa anche la delocalizzazione delle procedure (il “modello Albania”, per l’appunto), grazie alla quale le domande di asilo sono gestite all’esterno dei confini europei.

Nel frattempo, la storia insegna che erigere barricate con cecchini armati non ha mai fermato i flussi di persone in cerca di una vita migliore, perseguitati alle frontiere per via di un “reato” amministrativo – ovvero la mancanza di un documento. Frontex stessa ammette che la situazione alle frontiere rimane «incerta», perchè «la pressione migratoria» si sposta rapidamente «da una rotta all’altra». Spesso più lunga e più pericolosa.

Canada, strage in una scuola: almeno 9 morti

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In Canada una persona ha aperto il fuoco all’interno di una scuola a Tumbler Ridge, cittadina della Columbia Britannica. Nel bilancio provvisorio della sparatoria si contano 9 morti e 27 feriti,  due dei quali versano in gravi condizioni. L’assassino, di cui la polizia non ha ancora reso nota l’identità, si è suicidato prima dell’arrivo delle forze dell’ordine. Non è stata diffusa alcuna ipotesi sulle motivazioni della strage.

Amazzonia, le proteste indigene fermano il corridoio della soia sul fiume Tapajós

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Tapajós, Brasile, fiume, Amazzonia

Il governo brasiliano ha annunciato la sospensione del progetto di dragaggio del fiume Tapajós, uno dei principali affluenti dell’Amazzonia, dopo settimane di proteste guidate da comunità indigene della regione. La decisione rappresenta una battuta d’arresto per uno dei corridoi strategici dell’export agricolo del Paese e mette nuovamente in luce il conflitto tra sviluppo infrastrutturale e diritti delle popolazioni native.
Le mobilitazioni sono iniziate il 22 gennaio nello stato amazzonico del Pará, quando centinaia di manifestanti hanno bloccato l’accesso al terminal di Santarém gestito dall...

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