sabato 29 Novembre 2025
Home Blog Pagina 16

INPS: donne retribuite -29% rispetto agli uomini

0

Nel 2024, su una platea di 17,7milioni di persone con almeno un giorno di lavoro retribuito nel settore privato non agricolo, le donne sono state retribuite in media con 19.833 euro. Il dato indica che la retribuzione femminile si attesta al 29% in meno degli uomini, che invece vengono pagati 27.967 euro in media. Il calcolo è stato effettuato dall’Osservatorio Inps del settore. Le giornate medie lavorate sono 247: 251 per gli uomini, 11 in meno per le donne. Sulla retribuzione, evidenzia l’Osservatorio, pesano il maggior ricorso femminile al part-time, la precarietà del lavoro e la qualifica inferiore.

Il governo Meloni approva: altre armi all’Ucraina e ok al riarmo europeo

0

Il governo Meloni conferma il suo sostegno a Kiev nonostante le tensioni nella maggioranza, approvando il dodicesimo pacchetto di aiuti militari all’Ucraina. La decisione, confermata al termine di una lunga riunione del Consiglio supremo di difesa presieduto dal Presidente della Repubblica, rilancia la partecipazione italiana alle iniziative di Unione Europea e NATO verso l’Ucraina e segna al contempo una spinta decisa al riarmo e all’adeguamento delle capacità europee alle nuove minacce. Secondo quanto programmato, il pacchetto verrà illustrato dal ministro della Difesa Guido Crosetto al Copasir il prossimo 2 dicembre. Sembrano dunque essere rientrati i malumori del capo della Lega Matteo Salvini, che nei giorni scorsi – in seguito allo scoppio dello scandalo sulla corruzione in Ucraina – si era detto scettico su nuovi invii di armi.

Nel comunicato finale si legge che il Consiglio «osserva con preoccupazione l’accanimento della Russia nel perseguire, ad ogni costo, i propri obiettivi di annessione territoriale». Viene sottolineato come «Kiev resta bersaglio di continui bombardamenti contro infrastrutture critiche e civili, con gravi interruzioni energetiche e numerose vittime» e che «il prezzo sostenuto dalla popolazione è sempre più pesante e iniquo». Da questa analisi discende la conferma del sostegno militare: «In questo senso si inquadra il dodicesimo decreto di aiuti militari. Fondamentale rimane la partecipazione alle iniziative dell’Unione Europea e della NATO di sostegno a Kiev e il lavoro per la futura ricostruzione del Paese». Il conflitto ha inoltre spinto il governo a riflettere sulla necessità di un adeguamento delle capacità difensive europee. «Il conflitto ha mostrato una trasformazione nella condotta delle azioni militari soprattutto per quanto riguarda l’impiego di droni, che la Russia utilizza anche violando lo spazio areo della NATO e dei Paesi dell’Unione Europea» si legge nel documento. «Se da un lato tali azioni hanno confermato la prontezza dell’Alleanza Atlantica, dall’altro evidenziano anche la necessità per l’Europa di adeguare le capacità ai nuovi scenari attraverso la definizione di progetti d’innovazione come quelli contenuti nel Libro bianco per la difesa 2030».

Guardando alla situazione sul campo, l’Ucraina sta affrontando una situazione sempre più critica sui fronti di Donetsk e Zaporizhzhia, dove l’intensificarsi degli attacchi russi ha costretto le truppe ucraine alla ritirata in diversi punti. Nell’oblast di Zaporizhzhia, l’esercito di Kiev si è ritirato da cinque insediamenti, mentre a Pokrovsk i russi sono riusciti a penetrare nella città approfittando della fitta nebbia, che ha favorito l’ingresso di circa trecento soldati. Il comandante in capo Oleksandr Syrskyi ha ammesso che le forze russe godono di una posizione «dominante», con la situazione notevolmente peggiorata specialmente nelle direzioni di Oleksandrivsky e Gulyaipol, dove il vantaggio numerico e di mezzi ha permesso a Mosca di conquistare tre villaggi. Combattimenti con pesanti perdite ucraine si sono verificati anche a Rivnopillia e Yablukove. A complicare ulteriormente la situazione politica interna di Kiev è esploso uno scandalo per corruzione che ha travolto il ministero dell’Energia: l’anticorruzione ha arrestato cinque persone — tra dirigenti e un imprenditore — accusate di aver intascato tangenti per circa 100 milioni di dollari, sottraendo fondi destinati a proteggere i civili dai blackout.

Al tavolo del Quirinale, convocato per tre ore, hanno partecipato i principali esponenti dell’esecutivo e i vertici militari: la premier, i ministri competenti e il Capo di Stato maggiore della difesa. La scelta italiana arriva in un clima politico non privo di tensioni: la Lega aveva espresso negli scorsi giorni pesanti riserve sui nuovi invii, sottolineando la portata di «fatti nuovi di assoluta gravità e grande rilevanza». Lo stesso Matteo Salvini aveva dichiarato: «Mi sembra che stiano emergendo gli scandali legati alla corruzione, poi coinvolgono il governo ucraino, quindi non vorrei che con quei soldi dei lavoratori, dei pensionati italiani si andasse ad alimentare ulteriore corruzione». Eppure, come attesta il via libera dell’esecutivo, la linea ufficiale resta il pieno supporto a Kiev.

Vicenza, maxi-operazione contro mafia nigeriana: 20 arresti

0

Nelle prime ore del mattino è scattata una vasta operazione dei Carabinieri di Vicenza, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Venezia, contro un’organizzazione criminale nigeriana radicata nel capoluogo berico. Sono state eseguite 20 misure di custodia cautelare in carcere e avviate numerose perquisizioni domiciliari in tutto il Paese, con interventi concentrati soprattutto in Veneto, Frosinone e Viterbo. All’operazione partecipano 300 militari provenienti da tutto il Veneto, supportati da reparti speciali, unità cinofile antidroga e un elicottero del 14° elinucleo di Belluno.

Stop al cambio d’ora? Avviato l’iter per rendere permanente l’ora legale

1
ora legale permanente

Il cambio dell’ora, che per 2 volte all’anno costringe i cittadini a riprogrammare le proprie abitudini, potrebbe essere abolito. Se ne parla da anni, in Italia e in Europa, senza che però venga presa nessuna decisione. Nel 2018 l’Unione europea avviò una consultazione pubblica per capire cosa ne pensassero i cittadini e il risultato, con l’84% dei partecipanti che chiese di abolire il cambio, non lasciò spazio ad interpretazioni, ma siccome non fu trovato un accordo tra i vari Paesi membri, si risolse tutto in un nulla di fatto. Ora in Italia le cose potrebbero cambiare: alla Camera dei Deputati si è tenuto un appuntamento promosso dalla Società Italiana di Medicina Ambientale (Sima), da Consumerismo No profit e dal deputato Andrea Barabotti (Lega), con l’obiettivo di avviare un iter parlamentare per rendere permanente l’ora legale. Le due organizzazioni hanno consegnato 352 mila firme dei cittadini a supporto della petizione e, se tutto filerà liscio, la legge potrebbe essere pronta per essere discussa nel giugno del 2026.

L’ora solare è l’orario “naturale”, basato sul mezzogiorno astronomico. L’ora legale, invece, prevede lo spostamento delle lancette dell’orologio un’ora avanti, per sfruttare meglio la luce nelle giornate più lunghe della primavera–estate. Nella pratica, passando dall’ora solare all’ora legale, oltre a dormire un’ora in meno nella notte del cambio, si “guadagna” un’ora in più di luce alla sera. È un’operazione dovuta principalmente al risparmio energetico, in passato più pronunciato, oggi meno evidente grazie ad esempio alla grande diffusione di luci a led, che consumano meno, e la migliore sicurezza stradale e pubblica. Sul risparmio energetico le associazioni che hanno lanciato la petizione ricordano che: “Dal 2004 al 2025 l’ora legale ha consentito risparmi in bolletta per complessivi 2,3 miliardi di euro, pari a minori consumi di energia per oltre 12 miliardi di kWh (dati Terna), e ha ridotto le emissioni di CO2 in atmosfera tra le 160mila e le 200mila tonnellate in meno all’anno, pari a quella assorbita piantando dai 2 ai 6 milioni di nuovi alberi”. Oltre a questi aspetti, l’avere più luce nelle ore serali aumenta la produttività delle attività economiche correlate, e permette alle persone di avere più luce naturale per attività quotidiane, spostamenti, sport e vita sociale. E non è una cosa da poco, perché la luce naturale aumenta la socialità e il benessere percepito delle persone.

Le problematiche invece, derivano tutte dalla necessità di cambiare l’ora. Oltre a perdere un’ora di sonno (quando il passaggio è dall’ora solare a quella legale in primavera) il rischio è quello di subire uno sfasamento dei ritmi circadiani che può durare giorni, o addirittura settimane, con problematiche come stanchezza, irritabilità e calo dell’attenzione fino ad arrivare a rischio di aritmie e addirittura infarti, come testimoniato da alcuni studi scientifici. Secondo altri studi ci sarebbe invece un aumento di incidenti stradali e infortuni sul lavoro nelle 24-72 ore successive al cambio. Inoltre genera spesso problemi di sincronizzazione internazionale degli orari, ad esempio per i voli internazionali. Ad oggi infatti Europa, Canada e buona parte degli Stati Uniti effettuano ancora il cambio d’ora, ma molti Paesi asiatici e quasi tutti quelli africani, non lo effettuano più.

La prima applicazione concreta del cambio d’ora avvenne nel 1916, durante la Prima Guerra Mondiale, in Paesi europei come Grand Bretagna, Germania e Italia. Dopo la fine della guerra è stata poi abolita e reintrodotta più volte, fino alla crisi petrolifera degli anni ’90, che portò molti Paesi a reintrodurre l’ora legale per contenere i consumi energetici. L’Unione europea ha regolato il processo definitivamente nel 2001, con una direttiva che stabilisce che il periodo dell’ora legale in tutti gli Stati membri inizia l’ultima domenica di marzo e termina l’ultima domenica di ottobre.

Frana e allagamenti in Friuli: due morti e oltre 300 evacuati

0

Un’improvvisa frana di fango ha travolto tre abitazioni nella frazione di Brazzano di Cormons, in provincia di Gorizia, durante l’ondata di maltempo che ha colpito il Friuli Venezia Giulia. Un uomo è stato estratto vivo, mentre i due dispersi, un 32enne di origine tedesca e una 83enne a cui stava prestando soccorso, sono stati ritrovati senza vita. Contemporaneamente è esondato il fiume Torre nella zona di Romans d’Isonzo: circa 300 persone sono state evacuate e alcune si sono rifugiate sui tetti. La situazione ha spinto la regione a dichiarare lo stato di emergenza ed è stato attivato il supporto del Dipartimento della Protezione Civile nazionale per i soccorsi. Le precipitazioni hanno superato i 150-200 mm nelle aree colpite in poche ore, aggravando la criticità del terreno.

L’ONU ha approvato il piano USA per Gaza: astensioni decisive di Russia e Cina

1

Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato ieri sera la risoluzione presentata dagli Stati Uniti per la Striscia di Gaza, raccogliendo 13 voti favorevoli dei 15 Stati membri e le astensioni di Russia e Cina che hanno evitato l’uso del veto. Il piano in 20 punti, elaborato dal presidente americano Donald Trump, prevede la creazione di un’autorità transitoria nella Striscia e l’invio di una forza internazionale di stabilizzazione incaricata di supervisionare la sicurezza, la ricostruzione e il disarmo di Hamas. Sul campo, la tregua resta fragile: il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ribadisce il suo no alla creazione di uno Stato palestinese, mentre Hamas respinge l’invio di forze internazionali a Gaza.

La risoluzione approvata dall’ONU incorpora il piano Trump, che punta a stabilire nella Striscia un organismo chiamato “Board of Peace”, un organo di “governance transitoria” a Gaza fino al 31 dicembre 2027, presieduto da Trump e sostenuto da Paesi partner, con l’obiettivo di assumere funzioni di governo, coordinare la ricostruzione e garantire una transizione verso una forma di autogoverno palestinese tecnocratico. Il mandato della forza internazionale autorizzata comprende il controllo delle frontiere, la smilitarizzazione dell’area e il monitoraggio della gestione delle armi. Il testo prevede anche che, una volta realizzati gli obiettivi iniziali, si possa promuovere una “via credibile” verso l’autodeterminazione palestinese. La fumata bianca dell’ONU conferisce al piano una legittimazione internazionale significativa: l’azione sarà ora accompagnata da una serie di scadenze tecniche e politiche che dovranno tradursi rapidamente in passi concreti. Mentre Trump ha celebrato il voto sulla sua piattaforma Truth Social come «un momento storico», Hamas invece si è opposto alla risoluzione, giudicandola “pericolosa” e sostenendo che non soddisfa «le richieste e i diritti politici e umanitari del popolo palestinese».

Le astensioni della Russia e della Cina si sono rivelate decisive. La loro astensione ha consentito l’approvazione della risoluzione senza un voto contrario, che avrebbe potuto bloccare il testo. Nei giorni scorsi la Russia aveva presentato una bozza alternativa. Mosca e Pechino, pur non opponendosi formalmente, hanno sollevato riserve riguardo alla definizione del ruolo dell’ONU nella futura governance della Striscia e sulle modalità di implementazione del piano. L’ambasciatore cinese Fu Cong ha motivato la sua astensione dichiarando che la bozza è «carente sotto molti aspetti», mentre l’ambasciatore russo Vassily Nebenzia ha affermato che la risoluzione «semplicemente non si poteva sostenere», lamentando l’assenza della formula fondamentale dei due Stati e l’indeterminatezza sui tempi per il trasferimento del controllo di Gaza all’Autorità Nazionale Palestinese. Per gli Stati Uniti è una vittoria diplomatica che rafforza la loro presenza nell’arena mediorientale; per Israele e i partner arabi che sostenevano l’iniziativa è un segnale forte, sebbene questi ultimi avessero richiesto un linguaggio più forte a favore del riconoscimento palestinese.

Con la risoluzione entrata in vigore, i prossimi passi riguardano la nomina dei componenti del Board of Peace, la mobilitazione della forza internazionale, la ridefinizione del controllo su Gaza e l’avvio della ricostruzione infrastrutturale su vasta scala. Restano sul tavolo nodi tutt’altro che risolti: il disarmo di Hamas, la gestione del ritorno dei rifugiati, la ricostruzione in condizioni di emergenza e, soprattutto, la natura e i tempi della governance palestinese futura. Intanto, Netanyahu ha ribadito che Israele si oppone alla creazione di uno Stato palestinese «in qualsiasi territorio a ovest del Giordano», affermando che Gaza dovrà essere «smilitarizzata e Hamas disarmata, nel modo più facile o nel modo più difficile». Dello stesso avviso il capo dell’IDF, Eyal Zamir, secondo cui le forze israeliane devono essere pronte a una transizione rapida verso un’offensiva su vasta scala per occupare ulteriori aree della Striscia di Gaza «oltre la Linea Gialla». Tra le continue violazioni della tregua da parte di Israele, le tensioni tra l’IDF e il contingente internazionale dell’UNIFIL e la situazione drammatica sul campo per la popolazione palestinese, la linea di Tel Aviv, impermeabile a pressioni internazionali, rende ancora più incerto il percorso verso una pace duratura e rischia di svuotare la stessa risoluzione ONU della sua capacità di incidere sul terreno.

In Italia sono diminuite le vittime di incidenti stradali

2
sicurezza stradale

Nel primo semestre del 2025, sulle strade italiane si è registrato un calo delle vittime da incidente stradale. Lo dicono i dati provvisori diffusi da Automobile Club d'Italia (ACI) e Istat: da gennaio a giugno sono morte 1.310 persone a causa di incidenti, il 6,8% in meno rispetto allo stesso periodo del 2024. Meno anche i feriti (111.090, -1,2%) e gli incidenti con lesioni (82.344, -1,3%). È una tendenza che conferma, pur con lentezza, un percorso avviato da tempo. Rispetto al 2001, infatti, il numero dei decessi si è ridotto di oltre il 60%.
il miglioramento dei numeri si deve a una combina...

Questo è un articolo di approfondimento riservato ai nostri abbonati.
Scegli l'abbonamento che preferisci 
(al costo di un caffè la settimana) e prosegui con la lettura dell'articolo.

Se sei già abbonato effettua l'accesso qui sotto o utilizza il pulsante "accedi" in alto a destra.

ABBONATI / SOSTIENI

L'Indipendente non ha alcuna pubblicità né riceve alcun contributo pubblico. E nemmeno alcun contatto con partiti politici. Esiste solo grazie ai suoi abbonati. Solo così possiamo garantire ai nostri lettori un'informazione veramente libera, imparziale ma soprattutto senza padroni.
Grazie se vorrai aiutarci in questo progetto ambizioso.

Nigeria, attacco di uomini armati: rapite 25 studentesse

0

Un gruppo di uomini armati ha lanciato un attacco in un collegio femminile a Maga, nello Stato nigeriano di Kebbi, uccidendo un lavoratore e rapendo 25 studentesse. La notizia è stata data dalla polizia nigeriana. L’aggressione non è stata reclamata da alcun gruppo, ma l’area è sede di diverse milizie armate, tra cui l’organizzazione islamista Boko Haram, che nel 2014 e nel 2018 ha rapito quasi 400 studentesse a Chibok, nello Stato del Borno. Dal 2014, sono state rapiti in totale 1.500 studenti. Quello di oggi, è il maggior rapimento da marzo 2024, quando oltre 200 studenti erano stati rapiti in una scuola di Kuriga, nello Stato di Kaduna.

Hebron: dentro la festa dei coloni che mostra l’apartheid costruita da Israele

1

AL-KHALIL, CISGIORDANIA OCCUPATA – Sono migliaia i coloni israeliani e i sionisti da tutto il mondo che si sono radunati per lo Shabbat Chayei Sarah, nel cuore della città di Hebron (Al-Khalil per i palestinesi), per un weekend di festeggiamenti in onore di Sara, la moglie di Abramo, sepolta nella famosa tomba dei patriarchi. Hebron è infatti uno dei cuori pulsanti del nazionalismo religioso di estrema destra israeliano. Nella città sacra ad ebrei, cristiani e musulmani, i palestinesi non possono muoversi liberamente e durante lo Shabbat Chayei Sarah l’apartheid si mostra in tutta la sua violenza. L’esercito ha imposto il coprifuoco da venerdì mattina in diversi quartieri della città vecchia, chiudendo numerosi check-points e impedendo ogni ingresso e uscita. Molti residenti palestinesi non hanno potuto tornare alle loro case e sono stati costretti a pernottare presso parenti in altri quartieri. Venerdì e sabato, migliaia di coloni hanno sfilato per Al-Shuhada street, la strada dei martiri, preclusa ai palestinesi ormai da 25 anni, molti intonando cori e slogan anti-arabi. Giovani sionisti hanno attaccato alcune case palestinesi con pietre, gettando oggetti e liquidi dalle colonie della città vecchia. Ma le forti piogge hanno forse impedito un aggravarsi delle violenze che in molti temevano.

Hebron, la città divisa

«La situazione qui è sempre più difficile», mi dice Qusay, un uomo sulla quarantina, pochi secondi dopo che sei soldati dell’IDF, fucili in braccio, ci passano davanti in uno dei loro quasi quotidiani raid. Siamo nel cuore della città vecchia di Hebron. La “città divisa”, la Palestina in miniatura. Spaccata a metà da muri, check-points, telecamere con armi semi-automatiche, militari. «Ho paura per mia figlia. [I militari] vengono quasi tutti i giorni. Non è più sicuro qui». È il giorno prima del Shabbat Chayei Sarah, la ricorrenza religiosa ebraica che si tiene ogni anno a Hebron per promuovere la narrazione della presenza storica ebraica nella città. Una ronda di soldati israeliani sorprende la mia colazione mattutina, ma nessun altro per strada è stupito: ormai le divise e le armi israeliane fanno parte del panorama della città vecchia.

«Vogliono mandarci via» continua un uomo, mentre chiude il suo negozio a poche decine di metri da uno dei cancelli che divide Al-Khalil e che blocca l’accesso ad Al-Shuhada, la strada che una volta era il cuore pulsante del mercato cittadino. E che dalla Seconda Intifada è preclusa ai palestinesi. «L’economia è sempre più difficile, molti negozi hanno chiuso. Vogliono prendersi tutto. Ma questa è la nostra terra. Non la lasceremo mai».
Al-Khalil è la città-apartheid: tornelli, filo spinato, muri e grate controllano e limitano gli spostamenti dei circa 35 mila palestinesi che abitano la cosiddetta zona H2, costretti a continui controlli di identità, violenze e abusi da parte dei militari israeliani e dei numerosi coloni che si sono installati nell’area. Hebron/Al-Khalil è l’unica città oltre a Gerusalemme ad avere colonie al suo interno; vere e proprie enclavi circondate da torrette di avvistamento, mura e soldati, che come nel resto della Cisgiordania occupata, stanno cercando di espandersi. Le strade palestinesi – così come molte finestre e porte – che confinano con gli insediamenti israeliani sono protette da grate, per proteggere i passanti dal lancio di immondizia e oggetti da parte dei coloni.

Più difficile è proteggersi dagli ormai famosi “tour” provocatori che i settlers organizzano sempre più spesso nella città vecchia, quando quasi settimanalmente decine di sionisti invadono la parte palestinese della città accompagnati e protetti dai soldati delle IDF.

Hebron è il simbolo delle troppe ingiustizie subite. I palestinesi si sono visti sottrarre il 20% della città dopo aver subito un massacro. Era il 25 febbraio 1994 quando Baruch Goldstein, un israeliano-statunitense residente nella colonia illegale di Kiryat Arba, entrò nella moschea di Ibrahim e aprì il fuoco sui fedeli mussulmani in preghiera. Circa 29 persone furono uccise, 129 i feriti. Altri 26 palestinesi morirono per mano dell’esercito israeliano durante le proteste scoppiate in giornata. Il massacro subito dai palestinesi fu il pretesto per dividere la città in due settori, come sancì il Protocollo di Hebron firmato (ma mai ratificato) nel 1997: Hebron 2 (quell’H2 che rappresenta circa il 20% della città), sotto controllo dell’esercito israeliano, e Hebron 1, affidata al controllo dell’Autorità palestinese.
H2 è una grande prigione a cielo aperto per i circa 35 mila residenti palestinesi, costretti ad obbedire – dietro la minaccia delle armi o della prigione – alle regole dei circa 800 coloni israeliani occupanti e degli almeno mille soldati che vi risiedono. Check-point, cancelli, tornelli, ma anche telecamere a riconoscimento facciale impediscono il libero movimento e costringono la popolazione palestinese a continui abusi e violenze.

Il Chayei Sarah dietro le grate delle case palestinesi

La casa di Mohammad è ormai un pezzo della frontiera cittadina. «Anni fa il mio ingresso era di là» ci dice, indicando una porta sprangata con sbarre di metallo. Dietro, le voci di centinaia di persone che parlano e gridano in inglese, francese, ebraico. “Di là” è Al-Shuhada street, invasa negli ultimi due giorni da migliaia di coloni e sionisti da tutto il mondo. «Tre mesi fa una dozzina di militari e coloni hanno sfondato la porta e sono entrati in casa. Ero con mio figlio; ci hanno malmenato e minacciato. Hanno anche spaccato il televisore e altri oggetti. Mio figlio è finito in ospedale». È tranquillo Mohammad, mentre osserviamo gruppi di persone armate, mezzi corazzati della polizia e dei militari passare oltre le grate del balcone. Le finestre e le porte sono chiuse da una fitta rete metallica, peggio di una prigione. «Ho dovuto metterle perché mi lanciavano sassi e bottiglie. Tutti qua ormai viviamo così».

Nella via principale della città vecchia, la rete metallica fa da tetto alla strada. I coloni infatti hanno occupato alcune case nei piani alti delle strutture, e si divertono a lanciare oggetti e immondizia ai palestinesi mentre passano. «Le cose sono peggiorate dal 7 di ottobre. Ma ogni anno è peggio di quello prima», dice. «Molte persone se ne sono andate. Non c’è più economia. Non ci sono turisti, e i palestinesi di Al-Khalil hanno paura a venire nella città vecchia a causa dei militari e dei coloni». Dal 1994 Israele si è infatti prodigato nel soffocare le attività commerciali palestinesi nella zona, emanando ordini militari per obbligare alla chiusura circa 1500 negozi.

Mohammad non ha intenzione di andarsene. In questa casa ci è cresciuto. Ricorda molto bene quando, nonostante l’occupazione israeliana fosse presente, Al-Khalil era una città dove ci si poteva muovere liberamente. E sogna che possa tornare a esserlo. Ci offre un caffè, poi un altro. «Benvenuti. Benvenuti ad Al-Khalil».

[Nota dell’autrice: i nomi all’interno dell’articolo sono stati modificati per tutelare la sicurezza dei soggetti]

 

Bimbi “perfetti” in laboratorio: il progetto segreto dei magnati della Silicon Valley

2

Da mesi, dietro le vetrate di un laboratorio di San Francisco, un gruppo di miliardari della Silicon Valley sta tentando di riscrivere il codice della vita. Secondo un’inchiesta del Wall Street Journal, la startup Preventive, sostenuta da due nomi simbolo della rivoluzione digitale – Sam Altman, CEO di OpenAI, e Brian Armstrong, fondatore di Coinbase – lavora alla creazione di embrioni geneticamente modificati per prevenire malattie e migliorare la specie. L’obiettivo dichiarato è “eliminare la sofferenza”, ma la promessa di un’umanità senza difetti cela un progetto ben più ambizioso: fabbricare bambini “perfetti”. E così, evocando scenari fantascientifici in stile Gattaca, si riapre la porta all’eugenetica, che torna mascherata da progresso: il confine tra cura e controllo si assottiglia, mentre il sogno di prevenire le malattie cede il passo alla selezione degli embrioni e all’editing genetico.

Fondata nel maggio 2025 e nascosta dagli occhi indiscreti in un coworking di San Francisco, Preventive ha raccolto oltre 30 milioni di dollari con l’intento di creare embrioni sani e ottimizzati, sfruttando la tecnologia di editing genetico CRISPR-Cas9 e lo screening poligenico, un test genetico sugli embrioni che analizza centinaia di varianti del DNA per stimare la probabilità di sviluppare malattie o tratti complessi, come altezza o intelligenza. Il progetto prevede la selezione di gameti sintetici e la mappatura del DNA per “correggere” le mutazioni indesiderate. Fonti interne citate dal WSJ parlano di una coppia che sarebbe già stata contattata per ottenere il primo bambino “perfezionato”, ma il CEO di Preventive, Lucas Harrington, nega qualsiasi sperimentazione in corso e promette «massima trasparenza». Intorno a Preventive si sta formando un ecosistema di startup che usano algoritmi per analizzare il DNA embrionale e prevedere tratti genetici e patologie. Tra gli investitori figurano ancora Armstrong, Peter Thiel – già ossessionato come Altman dalla ricerca nel campo della longevità – e Alexis Ohanian. Siamo alle soglie di una nuova frontiera della biologia predittiva, dove la vita inizia già sotto il segno della selezione. Non si tratta più di curare patologie, ma di programmare la vita. È il sogno di una nuova élite biotecnologica che, dopo aver digitalizzato l’intelligenza, vuole ora perfezionare il codice genetico e creare esseri omologati e perfetti. La comunità scientifica, però, resta scettica: l’American College of Medical Genetics definisce lo screening poligenico privo di valore clinico.

Gli scenari che sembrano futuristici altrove sono già realtà nella Silicon Valley. Diversi esponenti delle Big Tech, tra cui lo stesso Sam Altman ed Elon Musk, avrebbero utilizzato lo screening poligenico per selezionare gli embrioni dei propri figli. Ma è Brian Armstrong a spingersi oltre: punta a usare l’editing genetico per “migliorare” la prole e ottenere meno rischi cardiaci, ossa più forti, prestazioni ottimali. Il fondatore di Coinbase avrebbe persino valutato di lanciare il progetto in segreto per forzare la normativa americana e l’accettazione pubblica, ipotesi che la sua portavoce ha, però, negato. L’editing genetico resta, infatti, vietato in gran parte del mondo per i rischi ereditari e le implicazioni etiche. L’unico precedente noto è quello del genetista cinese He Jiankui, condannato nel 2018 dopo aver creato due gemelle resistenti all’HIV.

Jacques Testart, pioniere della fecondazione assistita, aveva previsto il ritorno dell’eugenetica legittimata dal mercato e mascherata da libertà di scelta: la scienza senza limiti avrebbe generato un «eugenismo dolce, invisibile e democratico». È la selezione dei nascituri in nome dell’amore, del benessere e della perfezione, auspicata dallo scienziato che si fa demiurgo e spezza gli equilibri naturali, che sfida e altera le leggi biologiche, giocando a fare dio. Oggi, genitori e investitori chiedono figli ottimizzati come prodotti di alta gamma. L’embrione diventa un codice da riscrivere, la nascita un atto tecnico, la vita una merce su misura. Non è più la natura a selezionare, ma l’algoritmo. La promessa di libertà si rovescia in uniformità: bambini più sani, più belli, più conformi. Ma anche più fragili, perché privati dell’imperfezione che li rende umani. La corsa alla perfezione genetica s’inserisce nella visione transumanista che sogna di abolire malattia, vecchiaia e morte. È la stessa fede tecnologica che permea la Silicon Valley, dove il progresso è diventato religione e la manipolazione del DNA un nuovo culto prometeico. Questa eugenetica di ritorno rischia di trascinarci in una distopia lucida e disumanizzante, dove la tecnica prende il posto dell’etica e la fragilità viene cancellata in nome di una perfezione solo apparente.