sabato 7 Febbraio 2026
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Gli Stati Uniti stanno ammassando mezzi militari al largo dell’Iran

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«L’Abraham Lincoln Carrier Strike Group è attualmente dispiegato in Medio Oriente per promuovere la sicurezza e la stabilità regionale». È il Comando centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) a confermare che il gruppo d’attacco navale guidato dalla portaerei USS Abraham Lincoln, richiamato all’ordine dal suo pattugliamento nel Mar Cinese Meridionale, è arrivato lunedì in Medio Oriente. Secondo fonti ufficiali di Washington, lo spostamento degli asset militari mira a «garantire la sicurezza regionale e proteggere le forze statunitensi», ma lascia aperta la possibilità di un’azione offensiva contro Teheran.

A inizio mese, il presidente americano Donald Trump sarebbe stato vicino ad autorizzare un attacco contro il regime iraniano dopo la repressione delle proteste. La scelta sarebbe stata sospesa, ma il rafforzamento militare nella regione è proseguito. Fonti della Casa Bianca, citate da Axios, confermano che l’opzione resta sul tavolo, anche se le rivolte interne sono ormai state in gran parte soffocate. Proprio Trump, di ritorno da Davos, aveva anticipato l’ingente dispiegamento di mezzi militari verso il Medio Oriente: «Abbiamo un’armata che si dirige in quella direzione, e forse non dovremo usarla», aveva sentenziato a bordo dell’Air Force One, sottolineando che la presenza serve principalmente a deterrenza e pressione contro l’Iran. La USS Abraham Lincoln trasporta con sé la sua forza aerea imbarcata di circa 90 velivoli, tra caccia multiruolo F-35C e F/A-18 Hornet e Super Hornet, affiancati dagli E/A-18 Growler per la guerra elettronica e dagli E-2 Hawkeye per il controllo e l’allerta precoce. Oltre alla componente navale, il Pentagono ha redistribuito in Medio Oriente aerei da combattimento, forze di supporto logistico e sistemi avanzati di difesa, con F-15, F-16 e altre unità trasferite alle basi in Giordania, Qatar e Arabia Saudita. La presenza degli F-15 segnala una capacità offensiva profonda: possono trasportare carichi pesanti e colpire a lunga distanza. Israele li ha già impiegati a giugno contro l’Iran insieme agli F-35, con questi ultimi incaricati di neutralizzare le difese aeree e aprire la strada agli attacchi successivi.

Da Teheran arriva un monito netto: il Paese è pronto a un nuovo conflitto con Israele e Stati Uniti in caso di attacco e i vertici militari iraniani promettono una risposta «totale e tale da suscitare rimpianto». Il portavoce del Ministero degli Esteri avverte che l’insicurezza che ne deriverebbe «travolgerebbe tutti». Mentre gli Emirati Arabi Uniti fanno sapere che non consentiranno operazioni contro l’Iran dal proprio territorio, Israele morde il freno, delineando la prospettiva di un nuovo attacco, a soli sei mesi di distanza dalla cosiddetta “guerra dei dodici giorni”. Pur in assenza di segnali ufficiali sulle reali intenzioni di Washington, la stampa israeliana riferisce che l’ipotesi di un’azione militare americana contro Teheran resta concreta e che un dossier sui «preparativi per un attacco» sarebbe già sul tavolo del governo di Israele, i cui vertici si dicono pronti «a tutti gli scenari». In questo contesto si inseriscono anche gli avvertimenti dei gruppi filoiraniani in Iraq, Yemen e Libano. Gli Houthi nello Yemen e Kataib Hezbollah in Iraq hanno indicato di essere pronti a riattivare attacchi, ad esempio contro navi commerciali nel Mar Rosso o installazioni statunitensi, se la tensione dovesse tradursi in un conflitto aperto.

Questa combinazione di minacce, movimenti armati e incertezza diplomatica sta creando uno dei momenti più delicati nelle relazioni tra Washington e Teheran degli ultimi anni, con implicazioni che vanno ben oltre il Medio Oriente. In un’intervista rilasciata lunedì sera, Trump ha affermato che la situazione con l’Iran è “in evoluzione”, aggiungendo che la diplomazia rimane sul tavolo: «Vogliono raggiungere un accordo. Lo so. Ci hanno contattato in numerose occasioni. Vogliono parlare», ha precisato il tycoon. In attesa delle prossime mosse, diversi analisti fanno notare che un “regime change” rischierebbe di innescare una guerra civile in un Paese da 92 milioni di abitanti, fortemente armato, ricco di risorse energetiche e incastonato tra aree esplosive: il Belucistan al confine con il Pakistan e l’Afghanistan dei talebani. Un attacco degli Stati Uniti contro l’Iran rischierebbe, inoltre, di trasformarsi in una guerra di logoramento: eroderebbe la capacità di proiezione americana, già impegnata in operazioni come quella in Venezuela e sotto la pressione di sfide globali, potrebbe drenare risorse militari ed economiche, favorire il riequilibrio globale a favore della Cina e consolidare una resistenza internazionale all’egemonia statunitense.

Nigeria, attacco di milizie: 7 morti

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Un gruppo di milizie armate ha lanciato un attacco su un convoglio di soldati nigeriani attivo nello Stato nordorientale del Borno, uccidendo 7 persone e rapendone 13, tra cui il loro comandante. Nessun gruppo ha reclamato l’attacco, ma secondo fonti di sicurezza sarebbe stato condotto da militanti del gruppo islamista di Boko Haram, vicino ad Al Qaeda. L’attacco arriva in una situazione tesa per la Nigeria: sempre oggi, l’esercito ha liberato 11 ostaggi rapiti nell’area di Kaduna, città situata nell’omonimo Stato centrosettentrionale. In generale, gli episodi di attacchi e rapimenti da parte di gruppi armati ai danni di militari e popolazione civile stanno aumentando.

3.744 arresti in 119 Paesi: la più grande operazione di sempre contro la tratta di umani

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Un’imponente operazione di polizia coordinata a livello globale dall’Interpol ha inflitto un duro colpo ai network criminali dediti alla tratta di esseri umani e al traffico di migranti. Come comunicato dalla stessa organizzazione, nell’ambito della più vasta azione del suo genere mai condotta, oltre 14.000 agenti hanno operato in 119 Paesi tra il 10 e il 21 novembre, portando all’arresto di 3.744 sospetti e alla protezione di 4.414 potenziali vittime. L’operazione, denominata “Liberterra III”, ha inoltre permesso di identificare quasi 13.000 persone coinvolte in schemi di migrazione illegale e di avviare 720 nuove indagini, segnando un punto di svolta nella lotta contro tale crimine transnazionale.

L’Organizzazione internazionale di polizia criminale, con sede a Lione, ha reso noti i risultati dell’operazione, sottolineando la portata e la complessità dello sforzo congiunto. «Le reti criminali si evolvono, sfruttando nuove rotte, piattaforme digitali e popolazioni vulnerabili», ha dichiarato in un comunicato il segretario generale dell’Interpol Valdecy Urquiza, aggiungendo che «identificare questi schemi permette alle forze dell’ordine di anticipare le minacce, distruggere le reti prima e proteggere meglio le vittime». Dei 3.744 arresti effettuati, oltre 1.800 sono specificamente legati a reati di tratta e traffico di migranti. Un aspetto particolarmente significativo emerso dall’operazione riguarda l’evoluzione delle dinamiche criminali. L’Interpol ha evidenziato un cambiamento emergente nei flussi, con casi che coinvolgono vittime sudamericane e asiatiche trafficate verso o attraverso l’Africa: si tratta di un’inversione rispetto ai modelli storici che vedevano principalmente il trasferimento di vittime africane verso l’estero. Lo sfruttamento sessuale rimane la forma più diffusa, ma si registra un forte aumento dei casi di lavoro forzato, criminalità organizzata, servitù domestica e persino traffico di organi.

Le autorità dei Paesi dell’Africa occidentale e centrale, tra cui Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Ghana, Senegal e Sierra Leone, hanno riferito di azioni di grande impatto, comunicando che le forze dell’ordine hanno salvato centinaia di vittime e smantellato «molteplici centri di reclutamento e sfruttamento». In queste regioni, le vittime vengono spesso adescate con la falsa promessa di un impiego all’estero. I trafficanti applicano tariffe elevatissime e, in una modalità che ricorda uno schema piramidale, costringono le vittime a reclutare a loro volta amici e familiari in cambio di condizioni migliori. L’operazione ha intercettato migranti su rotte pericolose lungo le coste di Senegal, Guinea-Bissau, Marocco e Algeria, nonché all’interno di reti terrestri in Perù, Brasile e altri Paesi. Le attività investigative hanno anche rivelato operazioni su vasta scala in altri continenti. In Asia, ad esempio, le autorità hanno scoperto 450 lavoratori in un unico raid in un complesso in Myanmar.

A porre la lente di ingrandimento sui numeri della tratta di esseri umani è stato, recentemente, il Rapporto Globale sulla Tratta di Persone 2024 dell’UNODC. L’analisi ha fotografato un peggioramento del fenomeno, alimentato da povertà, conflitti armati e crisi climatiche che aumentano la vulnerabilità allo sfruttamento. La ricerca ha coperto 156 Paesi e i casi rilevati tra il 2019 e il 2023. Nel 2022 le vittime di tratta sono risultate aumentate del 25% rispetto al 2019, con un incremento del 31% nel traffico di minori, fenomeno presente anche nei Paesi più ricchi. Donne e ragazze rappresentano il 61% delle vittime, prevalentemente sfruttate sessualmente, mentre per i ragazzi prevalgono il lavoro forzato e altre forme di sfruttamento, come criminalità forzata e accattonaggio. Un focus specifico è stato dedicato all’Africa, evidenziando flussi complessi e un forte aumento del traffico di minori nell’Africa subsahariana.

Tempesta negli USA: 30 morti, ancora disagi nei trasporti

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La violenta tempesta che sta colpendo gli USA, oltre a blackout diffusi e pesanti disagi, ha causato 30 morti. Circa due terzi del Paese sono interessati da temperature sotto lo zero, con Midwest, Sud e Nord-Est tra le aree più colpite. A New York almeno 8 persone sono state trovate morte all’aperto; due persone sono state investite da spazzaneve in Massachusetts e Ohio, alcuni adolescenti sono morti in incidenti con lo slittino in Arkansas e Texas e una persona è morta assiderata in Kansas. Le nevicate hanno paralizzato trasporti e scuole. Oltre 12mila i voli cancellati o in ritardo, più di 560mila utenze senza elettricità.

 

 

Grifone: dall’estinzione al ritorno nei cieli, la rinascita di una specie chiave

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Grifone Italia

Il grifone si era estinto dall’Italia continentale circa 300-500 anni fa a causa di caccia, sfruttamento delle penne e cambiamenti nelle pratiche di allevamento. In Sicilia è scomparso all’inizio del ‘900 ed è sopravvissuto solo in Sardegna, dove però la popolazione era drasticamente diminuita negli anni ’90. Proprio in quegli anni sono stati avviati diversi progetti di reintroduzione e ad oggi si stima che sull’Appenino centrale ne volino tra i 300 e i 350 esemplari, in costante crescita grazie al progetto di Rewilding Appennines, con un lavoro di tutela durato anni e che viene portato avanti con cura e costanza. Ma anche in Sardegna stiamo assistendo al ritorno di questo gigante dei cieli, visto che, secondo l’ultimo censimento diffuso da Life Safe for Vultures, gli esemplari sarebbero oltre 500, in crescita del 20% rispetto al 2024. Sulle Alpi liguri invece sta tornando in modo naturale, grazie a un processo naturale di ricolonizzazione, favorito dai progetti di reintroduzione avviati in Francia. Gli altri due progetti di reintroduzione invece sono Sicilia (Parco dei Nebrodi) e Calabria (Parco del Pollino).

Il ritorno del grifone nei cieli italiani non è solo un’ottima notizia di per sé, lo è anche per ciò che può mostrare a chi, come lui che è in grado di individuare una carcassa a chilometri di distanza, è capace di vedere oltre. Questo gigante di cieli, che in volo è tra i più grandi uccelli europei con una maestosa apertura alare che può arrivare a 3 metri, è infatti considerato un “termometro ecologico” perché è un indicatore di ecosistemi in salute: dove scompaiono il pascolo tradizionale e l’allevamento estensivo, il grifone non trova più spazio.

La particolarità di questo maestoso volatile è che si tratta di un “necrofago obbligato”, che si ciba esclusivamente di carcasse. Questo ruolo ecologico è ricoperto da due famiglie di uccelli evolutivamente distanti (avvoltoi del Vecchio Mondo e condor del Nuovo Mondo), che dal punto di vista scientifico rappresentano un esempio di “convergenza evolutiva”. Accade quando due specie molto lontane tra loro, che però vivono in contesti simili e affrontando le stesse problematiche, finiscono per essere molto simili da un punto di vista morfologico.
È un animale di grandi dimensioni (8-10 kg di peso, quasi 3 metri di apertura alare) che utilizza un “volo veleggiato”, sfruttando correnti termiche e ascensionali per percorrere lunghe distanze, anche decine i chilometri, senza sbattere le ali e con minimo dispendio energetico. È una specie sociale che comunica sia con vocalizzazioni sia attraverso il volo, ad esempio per segnalare la presenza di una carcassa. Inoltre sono “spazzini” estremamente efficienti: individuano e consumano le carcasse molto rapidamente, riducendo la diffusione di potenziali patologie e aiutando a tenere sotto controllo le popolazioni di “necrofagi facoltativi” (lupi, volpi, cinghiali), visto che competono per la stessa risorsa. In India, negli anni ‘90, l’uso veterinario del diclofenac ha causato il crollo di circa il 95% delle popolazioni di avvoltoi: la loro scomparsa ha favorito l’aumento di cani rinselvatichiti e la diffusione di malattie, tra cui la rabbia, mostrando il ruolo cruciale dei necrofagi nel controllo sanitario degli ecosistemi.

“In Appennino nel ’94 l’allora Corpo Forestale dello Stato, adesso Carabinieri Forestali, iniziò un progetto di reintroduzione con 93 grifoni in tutto, provenienti dalla Spagna, che sono stati portati qua”, racconta Nicolò Borgianni, che coordina le attività che riguardano gli avvoltoi per Rewilding Apennines. “Dopo un periodo passato nelle voliere che si trovano nella zona di Magliano dei Marsi, sono stati poi rilasciati con una tecnica che si chiama soft release: dopo un primo periodo di adattamento, le porte delle voliere vengono aperte per consentire agli animali, quando sono pronti, di tornare in libertà”. In poco più di 30 anni “la popolazione fortunatamente è cresciuta e ha raggiunto i circa 300-350 individui attualmente stimati, divisi in sei colonie riproduttive che stanno più o meno tutte intorno alla Piana del Fucino”.

Rewilding Appenines collabora con i Carabinieri forestali per le attività di monitoraggio e ricerca scientifica. La cattura rappresenta, per così dire, l’inizio di tutto: “Avviene ogni anno tra ottobre e dicembre, al termine della stagione riproduttiva, quando i giovani si sono già involati e prima dell’avvio del ciclo successivo, così da ridurre al minimo il disturbo”, spiega Nicolò. Le operazioni si svolgono presso le voliere dei Carabinieri Forestali e la cattura serve principalmente al monitoraggio. “I grifoni vengono marcati con anelli della rete Euring e colorati, che permettono l’identificazione individuale, la determinazione dell’età e del sesso (tramite analisi genetica) e lo studio della struttura demografica della popolazione. Su alcuni individui vengono inoltre installati GPS solari, leggeri e di lunga durata, utili per seguire gli spostamenti, studiare il comportamento e individuare rapidamente ferimenti o avvelenamenti, consentendo interventi tempestivi”.

Il ritorno del grifone nei cieli italiani racconta una storia più ampia: quella di ecosistemi che, se messi nelle condizioni giuste, sanno rigenerarsi. È la dimostrazione che tutela, conoscenza scientifica e pratiche tradizionali possono convivere, restituendo spazio a specie chiave e ai delicati equilibri di cui fanno parte.

Cosa sappiamo sulla presunta presenza dell’ICE a Cortina

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«Di sicuro ICE sul territorio nazionale italiano non opererà». Con queste parole il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha tentato di spegnere le polemiche attorno alla presunta presenza di agenti dell’ICE alle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026. Un caso divenuto in poche ore terreno di scontro politico, nato da una catena di dichiarazioni contraddittorie: il governatore lombardo Attilio Fontana aveva parlato di «agenti ICE a Milano-Cortina per la sicurezza di Vance e Rubio», lasciando intendere un coinvolgimento diretto dell’agenzia federale statunitense. Il Viminale ha poi smentito: nessun accordo, nessuna operatività in Italia. A sua volta, però, fonti dell’ambasciata USA in Italia e portavoce dell’ICE hanno corretto il tiro, ricordando che, come in altri eventi olimpici, agenzie federali supporteranno la sicurezza diplomatica, con la Homeland Security Investigations – la componente investigativa dell’ICE – impegnata nel monitoraggio dei rischi criminali transnazionali.

Nei giorni in cui Milano e Cortina d’Ampezzo si preparano ad accendere i fuochi olimpici dei Giochi invernali 2026, la vicenda si è aperta con una dichiarazione del presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana, che ha affermato che agenti dell’ICE sarebbero stati presenti «soltanto per controllare il vicepresidente J.D. Vance e il segretario di Stato Marco Rubio». La frase, se isolata, suonava come una conferma di un accordo internazionale del ruolo “difensivo” dell’agenzia federale: «Ice sarà qui solo per controllare… e io sono convinto che non succederà niente». A ridimensione le critiche generate da queste dichiarazioni è intervenuta la Regione, che ha precisato che il presidente aveva risposto “in via ipotetica” e non aveva confermato la presenza certa degli agenti federali sul territorio italiano. Dalle stanze del Viminale è arrivata una puntualizzazione netta. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha ribadito che «Quella dell’ICE a Milano-Cortina è una polemica sul nulla», specificando che l’«ICE, in quanto tale, non opererà mai in Italia». Piantedosi ha spiegato che, come avviene in qualsiasi grande evento internazionale, la delegazione americana potrà essere accompagnata da propri addetti alla sicurezza, ma questi non opereranno come forze di polizia sul territorio nazionale e che l’evento resterà una responsabilità esclusiva delle forze dell’ordine italiane. Sabato scorso, a margine del Forum internazionale del turismo, il ministro era stato meno perentorio: «Le delegazioni straniere all’interno del loro ordinamento scelgono loro a chi rivolgersi per assicurare la sicurezza alle delegazioni stesse. Non vedo quale problema ci sia». Nell’ipotesi di una presenza americana, aveva aggiunto, gli agenti «si coordinerebbero con le nostre forze dell’ordine», lasciando intendere un quadro di collaborazione ordinaria. E aveva chiuso commentando: «Ogni occasione è importante per testare metodologie, tecnologie e quant’altro».

La sequenza di conferme, smentite e dietrofront ha rapidamente fatto esplodere un dibattito ben al di là della mera sicurezza sportiva. L’opposizione ha criticato duramente tanto le esitazioni del Governo quanto la presunta superficialità delle dichiarazioni di Fontana. Alcuni esponenti di centrosinistra hanno definito “intollerabile” e “senza pudore” l’ipotesi che agenti di un’agenzia straniera, al centro delle proteste che dilagano in tutti gli Stati Uniti per i metodi violenti e per l’uccisione di due cittadini americani disarmati, Renee Good e Alex Pretty, possano operare sul suolo italiano. Parallelamente, AVS, il partito guidato da Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, ha lanciato una petizione su Mettilafirma.it, “Non vogliamo le squadracce di Trump alle Olimpiadi di Milano Cortina”. Negli scorsi giorni, si è mossa anche Azione Milano sulla piattaforma Change.org, raccogliendo già oltre 9.000 sottoscrizioni. Destinatari dell’appello, sempre governo e Comitato organizzatore dei Giochi, a cui si chiede di prendere una «posizione su questa fondamentale questione».

Sul fronte diplomatico, un portavoce dell’Ice all’AFP ha confermato che agenti dell’ICE contribuiranno a sostenere le operazioni di sicurezza USA in occasione dei Giochi Olimpici Invernali in Italia, mentre fonti dell’ambasciata americana a Roma hanno rassicurato che, «come in precedenti eventi olimpici, diverse agenzie federali supportano il Servizio di Sicurezza Diplomatica, tra cui Homeland Security Investigations, la componente investigativa dell’ICE», ma che tale supporto sarebbe mirato solo alla «verifica e mitigazione dei rischi provenienti da organizzazioni criminali transnazionali», con ogni operazione sotto autorità italiana. Un chiarimento che, almeno per ora, tenta di ridimensionare il caso, senza archiviarlo del tutto, ricollocando la sicurezza dei Giochi nel perimetro delle responsabilità che restano, formalmente, solo italiane.

Francia, Camera approva stop ai social per i minori di 15 anni

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L’Assemblea nazionale francese ha approvato un disegno di legge che vieta l’accesso ai social media ai minori di 15 anni, con 130 voti favorevoli e 21 contrari. Il provvedimento, sostenuto dal governo, passa ora al Senato. Se confermato, farà della Francia il primo Paese europeo a introdurre un limite d’età così restrittivo. Emmanuel Macron ha definito il voto un passaggio decisivo, richiamando le indicazioni degli studiosi e il sostegno dell’opinione pubblica. Il presidente ha chiesto una procedura accelerata per rendere il divieto operativo da settembre, con l’obiettivo di tutelare salute mentale, sviluppo cognitivo e autonomia dei minori dall’influenza degli algoritmi.

Giovani e chatbot: dall’amicizia simulata alla dipendenza emotiva

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Ogni anno il dizionario di Cambridge individua una parola che, più di altre, riesce a condensare lo Zeitgeist del presente, diventando una sorta di specchio linguistico delle trasformazioni culturali e sociali in corso. Per il 2025 la scelta è ricaduta su “parasociale”, un aggettivo che descrive la percezione di un legame con una celebrità mai incontrata, con un personaggio di finzione o, sempre più spesso, con un chatbot. Con lo sdoganamento delle intelligenze artificiali generative, infatti, stanno emergendo con forza applicazioni “relazionali” di IA, progettate non solo per fornire risposte...

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UE-India: firmato accordo di libero scambio a Nuova Delhi

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Dopo un ventennio di negoziati, UE e India hanno firmato un accordo di libero scambio che ridurrà in maniera sostanziale le barriere tariffarie e non tariffarie, tagliando dazi per 4 miliardi di euro e riducendo tariffe per le esportazioni dell’agroalimentare europeo. L’intesa copre circa il 25% del PIL mondiale e un terzo del commercio globale, con benefici previsti soprattutto per auto, vino, macchinari e servizi. Soddisfatta la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen che ha commentato: Abbiamo fatto la storia. Anche il primo ministro indiano Narendra Modi ha salutato l’accordo come un nuovo capitolo nei rapporti bilaterali. Il trattato deve ancora essere ratificato dagli organi competenti.

Colono israeliano minaccia e fa inginocchiare i carabinieri, Tajani si limita a protestare

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È accaduto domenica scorsa, nei pressi di Ramallah: due carabinieri stavano effettuando un sopralluogo per preparare la missione degli ambasciatori europei in Cisgiordania, quando sono stati avvicinati da un colono israeliano che li ha fatti inginocchiare e interrogati, tenendoli sotto tiro con un fucile. L’uomo ha riferito ai due militari che si trovavano in area militare, anche se da verifiche successive questa si è rivelata un’affermazione non vera. Un’esperienza che riguarda ogni giorno migliaia di palestinesi della Cisgiordania e che tuttavia rappresenta un incidente diplomatico grave, per il quale la Farnesina ha preannunciato di avanzare «protesta al massimo livello politico». Le dichiarazioni d’intenti, tuttavia, non sembrano essere state seguite dai fatti: il ministro degli Esteri Tajani si è infatti limitato a esprimere «forte disappunto» e «dura protesta» all’ambasciatore israeliano in Italia, convocato dalla Farnesina, reiterando la «preoccupazione» di Roma per i comportamenti dei «coloni violenti», e niente di più.

Di certo, le azioni diplomatiche che sarebbe stato possibile intraprendere sono svariate e molte avrebbero potuto avere un impatto più incisivo, anche solo a livello simbolico. Basti pensare a quanto successo con la Svizzera, in relazione alla strage di capodanno di Crans-Montana. Dopo che le autorità svizzere, nel pieno rispetto della legge, hanno liberato il proprietario del locale previo pagamento della cauzione, lunedì 26 gennaio l’Italia ha pensato bene di richiamare il proprio ambasciatore nel Paese, per disposizione diretta della presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Una decisione evidentemente politica per rispondere a una decisione della magistratura – nella cui attività il governo svizzero non può intervenire. L’ultima volta che è accaduto qualcosa di simile era il 2016, quando il corpo di Giulio Regeni fu ritrovato senza vita in Egitto. Il richiamo di un ambasciatore costituisce una mossa volta a dare un forte segnale politico, collocata a metà tra la convocazione dell’ambasciatore dell’altro Paese (meno grave) e il suo ritiro. Quest’ultima è un’eventualità che si verifica in contesti particolarmente gravi o in caso di guerra – l’ultima volta accadde nel 2021, quando, con il ritorno del governo talebano non riconosciuto a livello internazionale, l’Italia e molti altri Paesi chiusero le proprie ambasciate in Afghanistan.

Dopo che due militari appartenenti all’Arma sono stati fatti inginocchiare e minacciati con un’arma automatica da un cittadino israeliano, insomma, il governo ha optato per la soluzione politica meno incisiva – pur sottolineando la propria «ferma indignazione» e promettendo di inviare lettere di protesta al governo israeliano. D’altronde, non è la prima volta che l’Italia reagisce tiepidamente alle palesi violazioni commesse da Israele. In varie occasioni, Roma ha dimostrato di prediligere posizioni politiche che non intralciassero l’operato del proprio alleato in Medio Oriente, nonostante le violazioni di Tel Aviv del diritto internazionale fossero palesi e innegabili. È il caso, per esempio, del reiterato rifiuto di fermare la fornitura di armi a Israele. Le condanne di Meloni e Tajani si sono pressochè sempre fermate ai richiami verbali.

Israele da sempre concede la piena impunità ai coloni (che, al contrario di quanto più volte sostenuto da Tajani, per loro natura sono tutti violenti), tanto che è stato lo stesso ministro della Sicurezza Ben Gvir a impegnarsi a fornire loro 100 mila fucili. Appena un paio di mesi fa, sempre nei pressi di Ramallah, tre cittadini italiani erano stati violentemente picchiati da coloni israeliani che erano entrati nella loro abitazione con la forza, ma anche in quel caso la reazione delle istituzioni non era andata oltre alla condanna dei fatti.