Il Tribunale di Sorveglianza di Venezia ha concesso a Chico Forti il permesso di lavorare fuori dal carcere di Verona, applicando l’articolo 21 dell’ordinamento penitenziario. Forti potrà uscire per frequentare un corso di formazione professionale per pizzaioli, svolgere attività di volontariato con anziani e insegnare windsurf a persone con disabilità. La decisione arriva dopo che una precedente richiesta di liberazione condizionale era stata respinta a settembre. Già nei mesi scorsi aveva ottenuto permessi per frequentare le aule studio e visitare la madre a Trento.
Perù, scontro tra treni per Machu Picchu: un morto e 30 feriti
Un grave incidente ferroviario ha colpito la tratta turistica che porta a Machu Picchu, in Perù: due treni passeggeri si sono scontrati frontalmente nel martedì pomeriggio nei pressi di Pampacachua, lungo la linea tra Ollantaytambo e la celebre cittadella Inca. La vittima è il macchinista di uno dei convogli, un uomo di 61 anni. Almeno 30 persone, tra cui numerosi turisti stranieri, sono rimaste ferite e sono state trasportate in ospedali della regione di Cusco; circa 20 sarebbero in condizioni serie secondo le autorità. La collisione ha interrotto il traffico ferroviario sulla tratta. Le cause dell’incidente sono ora oggetto di indagine da parte della polizia e delle autorità locali.
Come è andato L’Indipendente nel 2025: resoconto ai lettori
Come ogni anno condividiamo con voi i risultati del 2025 e vi raccontiamo com’è andata per L’Indipendente. Lo facciamo per trasparenza verso chi ci legge e soprattutto verso i nostri abbonati: siete voi, ogni giorno, a rendere possibile la crescita di questo progetto nato meno di cinque anni fa come un’utopia – un media senza padroni e senza sponsor. In un panorama fatto di crisi di bilancio, dismissioni e chiusure, rivendichiamo con orgoglio che L’Indipendente continua a essere una realtà solida e controcorrente, che lavora ogni giorno sia per diventare una realtà giornalistica sempre più forte e completa, sia per effettuare scelte coerenti con l’attività di denuncia e creazione di consapevolezza che porta avanti.
I numeri, per quanto freddi, dicono molto. Il 2025 si chiude con quasi 4.000 articoli pubblicati e oltre 20 milioni di lettori raggiunti, più di 200 focus di approfondimento, decine di inchieste esclusive, interviste e reportage da tutto il mondo. Siamo tra i pochissimi media italiani con un corrispondente fisso dalla Palestina occupata, oltre che in altre aree del mondo.
Quest’anno abbiamo anche lanciato nuovi progetti. Il primo è il nuovo mensile de L’Indipendente: 80 pagine di contenuti esclusivi in una rivista rilegata da leggere e conservare. Dentro ci sono inchieste che svelano i lati oscuri del potere e dell’industria, guide per un consumo critico, reportage e approfondimenti per capire meglio il mondo che ci circonda.

Abbiamo poi rafforzato la collana dei libri con due pubblicazioni importanti: Manuale di autodifesa alimentare e Boicottare Israele. Due guide di consumo critico diverse ma complementari: la prima per riconoscere le bugie del marketing e nutrirsi con consapevolezza; la seconda per dare peso politico alle scelte quotidiane e contribuire a porre fine all’occupazione della Palestina. Boicottare Israele ha ottenuto un risultato notevole nella saggistica italiana, superando le 10 mila copie vendute.
Infine, abbiamo portato a termine due iniziative di cui siamo particolarmente orgogliosi perché rappresentano quello che vogliamo essere: un giornale libero e autorevole e anche un’azienda responsabile che prova a mettere in pratica il cambiamento. Siamo diventati soci di Banca Etica, trasferendo i nostri conti nell’unica banca italiana che non investe nel settore bellico, nell’industria fossile e in attività che violano i diritti umani e dei lavoratori. E dal 16 al 22 giugno abbiamo destinato tutti i proventi dei nuovi abbonamenti all’ospedale Al-Awda di Gaza: la vostra risposta è stata straordinaria e ci ha permesso di raccogliere oltre 52 mila euro, utilizzati per salvare vite in uno dei pochi ospedali rimasti in funzione durante il massacro israeliano.
Una conferma magnifica di come attorno a L’Indipendente si sia creata una straordinaria comunità di lettori che sanno ragionare criticamente e agire nel senso della giustizia.. Tutto questo è possibile solo grazie a voi. Con il vostro sostegno possiamo esistere, crescere, migliorare. Auguriamoci insieme un 2026 ricco di soddisfazioni: noi speriamo di condividerlo con ognuno di voi, perché ogni giorno rendete concreto un progetto che in Italia sembrava impossibile: costruire un grande giornale libero e senza padroni.
E per l’anno nuovo sono già diverse le novità molto importanti che stiamo preparando, ma per ora niente anticipazioni…
Soldi dai palestinesi italiani ad Hamas? Le tante cose che non tornano
Sono oltre trent’anni che la solidarietà al popolo palestinese finisce nel mirino degli inquirenti italiani. Per Mohammed Hannoun, presidente dell’Associazione Palestinesi in Italia (API) e fondatore dell’Associazione Benefica di Solidarietà con il Popolo Palestinese (ABSPP), quello attuale costituisce il terzo procedimento nel quale si trova coinvolto con l’accusa di aver sostenuto, in un modo o nell’altro, il terrorismo. Le indagini precedenti si sono concluse in un nulla di fatto, con due richieste di archiviazione. E quelle attuali, che hanno portato lo scorso 28 dicembre al suo arresto, insieme ad altre nove persone, sembrano poggiare sul terreno scivoloso del “caso politico”, come lo ha definito uno degli avvocati di Hannoun. Le accuse, infatti, provengono tutte da Israele e dal suo esercito, l’IDF. Non vi è alcun riferimento, nelle centinaia di pagine del tribunale di Genova, al fatto che si tratti di uno Stato accusato di genocidio presso la Corte Internazionale di Giustizia, fattore che dovrebbe come minimo inficiare l’affidabilità delle affermazioni. Allo stesso modo, non vi è traccia di prove schiaccianti contro Hannoun e l’ABSPP.
La criminalizzazione della solidarietà con il popolo plaestinese è una carta che Israele ha cercato di giocarsi in più occasioni, con risultati scarsi, se non nulli. Dall’ottobre 2023, sono molteplici le occasioni in cui organizzazioni che operano a favore dei palestinesi sono state accusate da Tel Aviv di complicità con il terrorismo. Il governo israeliano ci ha provato con l’UNRWA, ma ci ha poi pensato l’ONU ha stroncare ogni accusa, sottolineando come non esistessero prove al riguardo. Era stata anche diffusa la teoria secondo la quale gli ospedali di Gaza fossero in realtà basi terroristiche utilizzate da Hamas, anche questa non supportata da alcuna prova al riguardo. È successo anche con la Global Sumud Flotilla, che Israele ha accusato di avere legami diretto con Hamas – accuse mai dimostrate. E nella giornata di oggi Tel Aviv ha fatto sapere che per il 2026 non saranno rinnovati i permessi di decine di ONG straniere operanti a Gaza, proprio per problematiche relative a trasparenza riguardo la provenienza dei fondi.
In questo contesto si inserisce il procedimento contro Hannoun. Le prime accuse di complicità con Hamas (nata nel 1987) gli vengono rivolte già nel 1991. Ma i due procedimenti penali nei quali si troverà coinvolto, nel 2006 e nel 2010, si chiuderanno entrambe le volte in un nulla di fatto e due richieste di archiviazione. Eppure, il 18 ottobre 2023, pochissimi giorni dopo l’attacco di Hamas e l’inizio dell’offensiva militare israeliana a Gaza, la Digos ricomincia a indagare. Le ipotesi di reato sono di finanziamento con finalità di terrorismo e istigazione a delinquere, con l’aggravante di istigazione o apologia di delitti di terrorismo. La teoria è che i soldi raccolti tramite ABSPP, invece che finire ai palestinesi bisognosi, finiscano in realtà in mano al braccio armato di Hamas, il quale li impiegherebbe per compiere azioni terroristiche. Il materiale viene raccolto tramite intercettazioni telefoniche, ambientali, informatiche, acquisizione di immagini di videosorveglianza, analisi patrimoniali e finanziarie. Sono state condotte anche attività “sotto copertura”, che hanno permesso di estrarre 4 terabyte di informazioni dai computer di ABSPP. Nel frattempo, ad indagare sono anche gli Stati Uniti. Nel 2024, il Dipartimento del Tesoro USA designa Hannoun come membro di Hamas e dichiara l’ABSPP «organizzazione benefica fittizia», il cui vero scopo sarebbe quello di raccogliere soldi per finanziare l’ala militare di Hamas.
A supportare le indagini del tribunale di Genova vi sono documenti che sono stati forniti da Tel Aviv e dall’IDF, l’esercito israeliano che sta conducendo un genocidio nella Striscia di Gaza e supportando le violenze dei coloni in Cisgiordania. La normativa italiana non regola espressamente l’acquisizione, nei procedimenti penali, di atti extraprocessuali acquisiti grazie ai canali della cooperazione. Tuttavia, si ritiene “significativa” la raccomandazione del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa, secondo la quale le informazioni raccolte nelle zone di conflitto sono utilizzabili nei processi se raccolte “in modo conforme allo Stato di diritto e ai diritti umani”. Non è specificato in che modo l’IDF, esercito di uno Stato coinvolto in un processo per genocidio presso la Corte di Giustizia Internazionale, abbia raccolto le informazioni che avrebbe a disposizione sul sostegno di Hannoun al “terrorismo”.
Secondo le accuse, “pare possibile affermare” che oltre il 70% dei soldi raccolti da ABSPP siano stati devoluti ad associazioni collegate ad Hamas. Ed è la stessa pm Carpanini a scrivere che Hamas è “un’organizzazione unitaria”, dove l’ala politica non è separabile nettamente da quella militare. I finanziamenti provenienti dall’estero, dunque, “non possono essere sicuramente distinti”: ovvero, non è possibile sapere con certezza se eventuali soldi versati ad Hamas siano effettivamente andati al “braccio armato” del gruppo.
Il contesto nel quale il tribunale inserisce i fatti è quello dell’attacco del 7 ottobre, sul quale tuttavia non esiste ancora una verità giudiziaria, in quanto Israele ha annunciato indagini ufficiali al riguardo solamente una settimana fa, ad oltre due anni dagli eventi. E i documenti del tribunale, infatti, citano informazioni ricavate da “organi di stampa” e tutto quanto è stato ricostruito, dalla “ingente disponibilità di uomini” alle “capacità superare difficoltà di pianificazione e strategica”, fino alla disponibilità di “ingenti risorse finanziarie” che “presuppongono importanti canali di finanziamento”, è tutto frutto di ricostruzioni giornalistiche israeliane. E se da un lato, nelle trenta pagine di ricostruzione della storia del movimento di Hamas – ovviamente non utili ai fini processuali – viene sottolineato come l’obiettivo del gruppo sarebbe quello di “distruggere Israele”, vengono ampiamente sorvolate le innumerevoli e ampiamente documentate dichiarazioni pubbliche di esponenti dell’attuale governo di Tel Aviv che invocano il massacro dei civili palestinesi, inclusi i bambini, a prescindere dal loro coinvolgimento nei fatti del 7 ottobre.
Imam di Torino, i giudici nisseni confermano il no all’espulsione
La Corte d’Appello di Caltanissetta ha confermato il no all’espulsione immediata di Mohamed Shahin, imam di Torino colpito da un provvedimento del ministro dell’Interno. I giudici hanno respinto il ricorso dell’Avvocatura dello Stato, ribadendo che Shahin deve essere considerato richiedente asilo e non può quindi essere rimpatriato in attesa della definizione della sua posizione. L’espulsione era stata disposta per dichiarazioni in cui definiva Hamas un movimento di resistenza e contestualizzava i fatti del 7 ottobre. Già a dicembre la Corte d’Appello di Torino ne aveva ordinato la liberazione dal CPR, giudicando le sue affermazioni legittime espressioni di pensiero.
Eurostar, treni sospesi nel tunnel della Manica per guasto elettrico
La circolazione dei treni Eurostar tra Londra e Parigi è stata sospesa oggi per un guasto al sistema di alimentazione nel tunnel della Manica, che ha provocato l’arresto di un convoglio al suo interno. Il treno è stato rimosso e, secondo Eurostar, il traffico riprenderà gradualmente nelle prossime ore dopo i controlli. Il blocco arriva in uno dei periodi di massima affluenza: centinaia di passeggeri sono fermi nelle stazioni. Oltre venti treni sono stati cancellati in entrambe le direzioni. Sospesi anche i servizi LeShuttle per il trasporto delle auto, con code a Folkestone e Calais.
Trump e Netanyahu parlano a una voce sola: la fase 2 per Gaza, di fatto, non esiste
L’incontro di lunedì tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu a Mar-a-Lago sancisce una convergenza politica orientata a ribadire una linea comune sui teatri di guerra e i “nemici” da affrontare. Un vertice presentato come decisivo per la seconda fase della tregua non ha chiarito il futuro di Gaza, ma si è concentrato su Hamas, Iran, Siria e sull’ipotesi di una forza internazionale, senza produrre impegni né dettagli concreti. I due leader si muovono come un fronte unico, sincronizzati su tempi, obiettivi e linguaggio, dettando richieste unilaterali difficilmente realizzabili. Il messaggio che emerge è inequivocabile: quanto promesso sulla carta – la fase due del piano per Gaza – viene accantonato nei fatti, consolidando lo status quo voluto da Tel Aviv e rinviando sine die qualsiasi passo che possa ridurne il controllo operativo sulla Striscia.
La visita si inserisce mentre ambienti statunitensi lavorano alla presentazione di un Consiglio per la Pace presieduto da Donald Trump, pensato per affiancare una forza di stabilizzazione internazionale e un governo tecnico palestinese. Il progetto si scontra, però, con un nodo politico evidente: la riluttanza di Israele ad andare oltre la prima fase dell’accordo su Gaza. Un ostacolo che Trump non sembra intenzionato a rimuovere, sconfessando nei fatti il suo stesso Piano di pace. Nonostante le tensioni emerse negli ultimi mesi tra Netanyahu, settori dell’amministrazione americana e la basa MAGA, il tycoon ha ribadito pubblicamente la sua piena fiducia nel premier, celebrando un rapporto definito «straordinario» e fondato sulla forza e sulla vittoria militare comune. Nel corso della conferenza stampa congiunta, Trump ha rivolto parole di grande stima verso Netanyahu, definendolo un «eroe di guerra» e asserendo, con una nota che è stata subito smentita da fonti ufficiali israeliane, che l’attuale presidente di Israele Isaac Herzog avrebbe garantito un’imminente grazia presidenziale per il premier contro le accuse di corruzione in patria.
In questo quadro di teatralizzazione della politica, la “fase due” del piano su Gaza viene di fatto accantonata, limitandosi a dire che «inizierà molto presto». Trump ha sottolineato con forza che Hamas deve disarmarsi subito attribuendo al gruppo l’onere della responsabilità prima di intraprendere ulteriori passi nell’attuazione della seconda fase del cessate il fuoco. Se Hamas non si disarmasse, «sarebbe orribile per loro», ha minacciato il presidente statunitense. Parole dure, senza un effettivo calendario politico negoziale, che suonano come un ultimatum. Netanyahu, dal canto suo, ha indicato che l’avanzamento dipende dal ritorno della salma dell’ultimo ostaggio ancora nelle mani di Hamas e dal raggiungimento di condizioni che Israele stesso giudica accettabili. Parlando della possibilità di trasferire i palestinesi dalla Striscia di Gaza in altre località del mondo, Trump ha affermato gli è stato detto che «metà di Gaza se ne andrà», spiegando che «sarebbe una grande opportunità» per loro se si presentasse l’occasione. L’allineamento tra i due leader è tanto netto che, secondo il quotidiano israeliano Haaretz, le parole di Trump sembrano un «copione scritto direttamente da Netanyahu».
Al di là della questione palestinese, il vertice ha toccato altri temi caldi. Trump ha lanciato un messaggio molto duro contro l’Iran, minacciando ulteriori azioni militari qualora Teheran dovesse riprendere lo sviluppo di programmi nucleari o missilistici, rivendicando una conoscenza dettagliata delle attività iraniane. Se ciò dovesse avvenire, «Lo abbatteremo. Lo faremo a pezzi. Ma speriamo che questo non accada», ha dichiarato Trump. La possibile partecipazione di una forza di pace turca e il ruolo di altri attori regionali sono stati citati, ma senza che venissero definite nuove tappe concrete. Sul fronte siriano e libanese, il dossier resta complesso: le tensioni con Hezbollah e i rapporti con il nuovo governo siriano sono stati menzionati, ma senza passi avanti tangibili. Il presidente USA ha accennato al fatto che lui e Netanyahu non sono pienamente d’accordo sulla questione della Cisgiordania occupata da Israele. Secondo Axios, Trump e i suoi principali consiglieri avrebbero sollecitato Netanyahu a rivedere le politiche in Cisgiordania, invitando il premier israeliano a evitare mosse provocatorie e a “calmare le acque”. Al di là delle possibili divergenze, il vertice di Mar-a-Lago consegna un esito netto: senza impegni né scadenze, l’asse Trump-Netanyahu mostra che la seconda fase, nei fatti, è stata al momento accantonata, sostituita da un’agenda dettata da Tel Aviv che congela ogni ipotesi di transizione politica o di reale autonomia palestinese per mantenere il controllo nella Striscia.











