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Lavoro, in Italia cresce ancora il tasso degli inattivi: è al 33,6%

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Secondo i dati Istat di maggio, cresce il numero degli inattivi, che raggiungono il 33,6% della popolazione tra i 15 e i 64 anni, con 190mila persone in più rispetto a un anno fa (+1,5%). L’aumento interessa quasi tutte le fasce d’età, soprattutto i giovani tra i 15 e i 24 anni, il cui tasso di inattività sale al 79,8%. Nello stesso periodo, però, calano i disoccupati di 399mila unità e il tasso di disoccupazione scende al 5%, con un forte miglioramento tra i giovani. Su base annua aumentano anche gli occupati (+228mila), trainati dai contratti a tempo indeterminato e dal lavoro autonomo. Calano di 224mila posizioni i contratti a termine (-9,3%).

In Cina c’è stato uno strano incidente aereo su cui il governo non sta dando spiegazioni

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Nella giornata di venerdì 26 giugno a Pechino, un piccolo velivolo monomotore si è schiantato sulla facciata della CITIC Tower, il grattacielo che sorge nel distretto affaristico nel cuore della capitale cinese. L’impatto ha portato alla morte del pilota, ha causato tredici feriti e il danneggiamento di alcune vetrate dell’edificio, evacuato immediatamente dopo l’incidente.

Secondo le testimonianze dei passanti e della stampa internazionale, la polizia avrebbe rapidamente contingentato l’area e avrebbe imposto alle persone presenti di non filmare, né fotografare le conseguenze dell’incidente. Da allora, dai principali social media cinesi è sparito ogni contenuto sull’accaduto e su RedNote ogni post che fa riferimento alla CITIC Tower è fermo a giovedì, giorno precedente all’incidente. Per quanto il silenzio e le precauzioni prese dal governo non siano una novità, non è ancora possibile escludere tra le cause dell’accaduto l’attentato terroristico. Eventi del genere nella capitale della Repubblica Popolare sono estremamente rari: l’ultimo si verificò nel 2013, quando un’automobile entrò in Piazza Tienanmen e portò alla morte di cinque persone (tre cui gli autori del gesto) e ne ferì una quarantina. Mentre le indagini proseguono nel silenzio mediatico, sorgono irrimediabilmente due quesiti essenziali in merito alla questione, che tra gli analisti hanno dato spazio ad ogni tipo di speculazione.

Secondo le ricostruzioni, intorno alle 17.30 il velivolo Sunward Aurora SA60L della scuola di volo Dongshi Shuangyue General Aviation è decollato dall’aeroporto di Shifosi, nella periferia nordorientale della capitale per compiere un’esercitazione di volo nell’area circostante. Inizialmente, l’aereo avrebbe dovuto procedere con le manovre di atterraggio intorno alle 17.40, ma dai radar si può osservare come repentinamente abbia virato verso ovest, dirigendosi verso il centro della città. Alle 17.55, dopo essere scomparso temporaneamente dai radar, il velivolo si è schiantato sul grattacielo, in un’area particolarmente frequentata della città e a pochi chilometri da Zhongnan Hai, cuore della politica istituzionale cinese e residenza di Xi Jinping. Secondo le autorità, l’autore del gesto sarebbe stato un uomo di 66 anni, identificato solo con il cognome “Liu”. L’uomo, un lavoratore autonomo che viveva da solo, avrebbe sofferto d’ansia e nel suo diario privato sono stati ritrovati ripetuti riferimenti al suicidio.  

In ogni caso, il gesto non viene esplicitamente definito come “attentato terroristico” e le autorità lo hanno classificato come «un caso di messa in pericolo della pubblica sicurezza causata da motivi personali». Secondo l’analisi di Davide Martinotti (divulgatore attivo con il progetto Dazibao), l’accaduto potrebbe rientrare nel contenitore del “献忠” (xiànzhōng), il termine con il quale vengono definiti gli “attacchi di massa”. Ogni volta che in Cina si verificano episodi di questa portata, una parte della comunità online rapidamente li cataloga con questa terminologia, evidenziando le ragioni che possono soggiacere a gesti così estremi. Così, se il governo si impegna a cancellare rapidamente i contenuti dalle piattaforme online e riconduce le ragioni a semplici casi isolati, la comunità on-line sottolinea la sistemicità del fenomeno, risultato della pressione sociale e dell’abbandono istituzionale.

L’altro quesito fondante sulla questione, invece, riguarda specificamente i sistemi di sicurezza della capitale. Tra le ragioni che motiverebbero il silenzio cinese sulla questione ha preso piede il presunto imbarazzo istituzionale che un simile evento può generare. Com’è possibile che un piccolo velivolo possa entrare liberamente nel centro della città più importante del paese e schiantarsi non solo in una zona affollata, ma anche in un’area a pochi chilometri dal cuore della politica della Repubblica Popolare?
Pechino gode di un apparato di difesa all’avanguardia, composto da barriere missilistiche a lungo raggio e intercettazione a medio e corto raggio, finalizzate ad abbattere attacchi provenienti dall’esterno, oltre ai piani di risposta aerea per tutti i velivoli non identificati che stanno facendo ingresso nell’area interna della capitale. Per volare sullo spazio aereo pechinese è necessaria la doppia autorizzazione dell’Aviazione civile e dell’Aeronautica militare e inoltre, dal primo maggio del 2026 è entrata in vigore una normativa che stringe ulteriormente le maglie sul cielo pechinese impedendo la vendita e l’utilizzo di droni e velivoli senza pilota, se non con previa autorizzazione, in tutto il territorio della capitale.

I dubbi sulle ragioni reali dietro l’accaduto e l’ammissione di una falla nei sistemi di sicurezza non possono che preoccupare il partito, che intanto fa silenzio intorno alle speculazioni. Una parte della popolazione, però, tra i meandri della rete cinese non sembra essere particolarmente stupita.

Amnesty International contro il Dl Sicurezza: “minaccia diritti e libertà democratiche”

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Libertà e sicurezza della persona, libertà di movimento, equo processo, vita privata, libertà di espressione e di opinione, libertà di riunione pacifica e di associazione e non discriminazione. Sono questi tutti i diritti con i quali, secondo Amnesty, si pone in contrasto la legge 54/2026, l’ultima in materia di sicurezza pubblica approvata dall’esecutivo Meloni. Ad essere particolarmente preoccupante, secondo la ONG per i diritti umani, è il fatto che molte delle norme contenute nel testo siano formulate in maniera vaga e generica, garantendo alla polizia ampio margine discrezionale per la loro applicazione. La loro natura preventiva, inoltre, espone i cittadini al rischio di sanzioni del tutto arbitrarie, motivo per il quale, secondo l’organizzazione, il provvedimento andrebbe del tutto abrogato.

La ONG mette nero su bianco come la formulazione delle norme conferisca «poteri sproporzionati» alle autorità, rischiando di «colpire in maniera arbitraria» cittadini, attivisti e «chiunque eserciti il diritto di manifestare pacificamente». Ad essere problematico è, in particolare, l’art. 7 della legge, che introduce il fermo preventivo nel contesto delle manifestazioni. La misura è stata impiegata per la prima volta lo scorso 29 marzo, quando a 91 cittadini afferenti a varie realtà dell’area anarchica fu impedito di partecipare a una veglia commemorativa al Parco degli Acquedotti, a Roma. Sono stati fermati, identificati e tradotti in questura dalla polizia, dove sono stati emessi alcuni fogli di via obbligatori. Secondo Rete di Assistenza Legale, la misura è stata applicata «in modo indiscriminato» e «basate unicamente sulla presunta adesione ideologica dei partecipanti».

In base a quanto previsto dal testo, infatti, la norma autorizza la polizia a portare in questura una persona e trattenerla fino a 12 ore al solo scopo di identificarla o prevenire eventuali reati. Alla base vi è il presupposto che esistano «fondati motivi» che la persona possa compromettere lo svolgimento pacifico di una manifestazione. Oltre a violare vari standard internazionali in materia di diritti umani (quali il divieto di detenzione arbitraria), la norma impiega categorie giuridiche «ampie e flessibili» (es. «minaccia per l’ordine e la sicurezza pubblica»), permettendo agli agenti di avere un’ampio margine di possibilità nel definire cosa sia “pericoloso” e cosa no. A questo si aggiunge il fatto che «gli Stati sono tenuti a garantire che la partecipazione a un’assemblea pacifica non costituisca un motivo per procedere a controlli di identità», soprattutto quando effettuati «al solo fine di raccogliere informazioni» sull’evento e sui suoi partecipanti. Lo stesso articolo estende inoltre i poteri di perquisizione, in modo di includere non meglio precisati «strumenti o oggetti atti a offendere» che possono presentare un «pericolo attuale per la sicurezza o per l’incolumità pubblica o individuale» – ma che sembrano avere l’unico fine di dissuadere le persone dal partecipare a una manifestazione.

La nuova legge estende poi gli ambiti di applicazione del daspo urbano (art. 4), incidendo «in modo significativo sulla libertà di circolazione attraverso un’esclusione preventiva dallo spazio pubblico disposta in assenza di controllo giurisdizionale». Anche in questo caso, fa notare Amnesty, la misura è scritta in maniera vaga, non definendo adeguatamente il proprio ambito di applicazione. L’art. 10 prevede poi il cosiddetto “daspo giudiziario”, che può essere disposto da un’autorità giudiziaria come pena accessoria a una sentenza di condanna. Questo, tuttavia, impedisce alla persona di partecipare alla vita collettiva prolungandone l’isolamento pubblico e politico «ben oltre l’esecuzione della pena detentiva». Per quanto riguarda le “zone rosse”, introdotte dal medeismo articolo, esse si fondano su di una «valutazione discrezionale» della “pericolosità sociale” di una persona, fatto che si somma all’ampia discrezionalità garantita alla polizia nel definire le persone destinatarie e le aree interessate. Ulteriori critiche sono poi rivolte alla possibilità di arresto in flagranza differita, che introduce un regime eccezionale di arresto per il reato di danneggiamento aggravato solo per il fatto che il danno è commesso nel corso di una manifestazione.

«A soli due mesi dall’entrata in vigore delle nuove norme, si registrano già centinaia di procedimenti e misure applicati nei confronti di sindacalisti, attiviste e attivisti e persone che hanno partecipato a manifestazioni pacifiche», riporta la ONG. Parallelamente, sono già diverse le istituzioni che ne hanno messo in dubbio la legittimità. Tra queste vi sono il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), che ha messo in dubbio la compatibilità della legge con la Costituzione e con l’art. 5 della CEDU (Convenzione Europea sui Diritti Umani), relativo al diritto alla libertà e alla sicurezza personale, e la Corte di Cassazione, che ha espresso analoghe perplessità.

Damasco, esplode una bomba: 5 morti e feriti

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L’esplosione di una bomba ha colpito il quartiere di al-Hijaz a Damasco, in un bar a pochi metri dal Palazzo di Giustizia. L’agenzia di stampa Sana e la televisione di Stato riportano i numeri del bilancio provvisorio dell’esplosione: 5 morti e 16 feriti. Sul posto sono arrivati i soccorsi. Le forze di sicurezza hanno isolato la zona, in attesa delle indagini per chiarire l’accaduto.

 

Macchine, algoritmi e IA: la guerra del futuro è già tra noi

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L'innovazione tecnologica segue un moto lineare che spesso si forgia nel sangue dei teatri di guerra per poi espandersi nei mercati commerciali della società civile. I campi di battaglia contemporanei, pur riflettendo gli archetipi più antichi del conflitto umano e dando sfogo agli istinti più bassi, sono chiaramente dei grandi laboratori per la sperimentazione. Oggi assistiamo a un passaggio epocale: la transizione dalla guerra analogica alla "guerra algoritmica". Non si tratta più solo di una competizione basata sulla potenza di fuoco o sul numero di effettivi schierati (quindi sull’hardware...

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Commissione Vigilanza RAI, si dimettono le opposizioni

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Tutti i membri in forza all’opposizione presenti in Commissione parlamentare di Vigilanza RAI si sono dimessi. A partire dalla presidente, la pentastellata Barbara Floridia, che ha definito il gesto “un atto politico necessario, conseguenza della paralisi che da mesi impedisce alla Commissione di svolgere il suo ruolo di garanzia, per divisioni interne della maggioranza e una gestione che ne ha svuotato le funzioni”.

Google, l’UE conferma la multa da 4 miliardi di euro

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La Corte di Giustizia dell’UE ha respinto il ricorso di Google, confermando in via definitiva la multa da 4,125 miliardi di euro inflitta per abuso di posizione dominante nel mercato dei dispositivi Android. Secondo i giudici di Lussemburgo, la multinazionale americana avrebbe imposto condizioni troppo stringenti ai produttori di smartphone. La prima sentenza era arrivata nel 2022, a sostegno della decisione originaria presa dalla Commissione europea contro Google.

Cala Finanza, la mobilitazione ferma il governo: stop al resort di lusso

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LOIRI PORTO SAN PAOLO — La statale 125, arteria della Sardegna Orientale, è un mosaico di auto parcheggiate ai lati. Il blocco delle forze dell’ordine all’imbocco di via Cala Finanza costringe a un cammino prima sulla statale e poi lungo il sentiero che conduce al tratto di costa più vicino all’isola di Tavolara, al centro dell’omonima area marina protetta. Proprio tra i luoghi designati per il maxi resort di lusso di Tavolara Bay, centinaia di persone si sono date appuntamento per manifestare a sostegno di una «Sardegna libera da speculazione e mentalità coloniale», che si tratti di turismo, transizione energetica o militarizzazione. Così, la piazza mattutina si trasforma in presidio permanente da portare avanti almeno fino al prossimo 8 luglio, data dell’udienza del TAR sull’annullamento dell’autorizzazione unica ZES n. 74/2026. La precede, in serata, l’intervento di Palazzo Chigi, che torna sui suoi passi e ritira il via libera al resort di lusso, segnando una prima vittoria per la mobilitazione popolare.

Il sole è alto sulla costa gallurese quando il viavai di persone affolla il sentiero di Cala Finanza. C’è chi, 4 mori sulle spalle, si dirige al presidio e chi invece fa ritorno. Un signore con il capo avvolto nella bandiera della Sardegna mi spiega le ragioni che hanno portato una parte dei manifestanti ad abbandonare anzitempo la manifestazione, non condividendo gli attacchi frontali allo Stato italiano, in particolare alla Regione guidata oggi dalla pentastellata Alessandra Todde, il cui operato viene invece giudicato positivamente. L’ente regionale ha portato il governo in tribunale, contestando la legittimità dell’autorizzazione unica ZES n. 74/2026.

Le centinaia di persone che restano al presidio applaudono quando dal megafono arriva l’attacco al «governo coloniale italiano», in quanto espressione di un «potere imperialista, lo stesso che opprime gli altri popoli in giro per il mondo, dal Libano alla Palestina». Una linea che viene rilanciata anche nel pomeriggio, quando la manifestazione si sposta nel cuore di Porto San Paolo, nel prato antistante al palazzo comunale.

Negli interventi che si susseguono al megafono vengono tracciate le coordinate della lotta sarda contro le mire speculative di diversa natura, da quella turistica, che porta a progettare resort di lusso in zone dall’alto pregio naturalistico e a fare della Sardegna un ricettacolo per soldati israeliani in vacanza, a quella energetica, con i territori trasformati dalla proliferazione di pale eoliche e impianti agrivoltaici. C’è poi la militarizzazione, tra poligoni di tiro diffusi ed esercitazioni militari costanti. Mentre a Porto San Paolo, come denunciato dai promotori, il corteo da Cala Finanza al centro cittadino veniva vietato per non mandare in tilt la Statale 125 e arrecare danni ai turisti, a qualche chilometro più a nord, tra l’isola della Maddalena, quella di Caprera e la costa gallurese, era in corso l’esercitazione della Marina militare, in piena stagione turistica.

Un mormorio attraversa la piazza pomeridiana quando gli attacchi allo Stato italiano diventano rivendicazioni indipendentiste, a dimostrazione di un presidio ampio ed eterogeneo, che torna poi alla convergenza sul contrasto al progetto Tavolara Bay. Dopo aver ottenuto il giorno precedente il ritiro della delibera comunale n. 50/2025, con cui l’amministrazione guidata da Francesco Lai ha rimosso la tutela integrale dell’area per permettere la realizzazione di insediamenti turistici, i manifestanti rilanciano con la delibera n. 58, che ha introdotto un’ulteriore variante urbanistica a favore del progetto turistico. Quello di Tavolara Bay — come sottolinea il presidio — potrebbe rappresentare un progetto pilota, da replicare altrove, in Sardegna e non solo.

Alle richieste di dimissioni, Lai tira dritto, esprimendo soddisfazione per un altro dietrofront, proveniente invece da Roma. Alla vigilia dell’udienza dell’8 luglio, la Struttura di missione ZES, che fa capo alla presidenza del Consiglio, ha revocato in via di autotutela l’autorizzazione unica ZES con cui aveva approvato il progetto della Tavolara Bay Srl. Il Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG), schieratosi al fianco della Regione Sardegna nella causa contro il governo, l’ha definita «una grande vittoria della legalità ambientale e del buon senso». Fa eco l’assessore regionale dell’Urbanistica Francesco Spanedda: «la revoca dell’Autorizzazione Unica per noi costituisce una conferma. La pianificazione urbanistica non è un passaggio formale e le procedure straordinarie non possono trasformarsi in scorciatoie».

In Germania una cooperativa di attivisti produce energia pulita per 30mila abitanti

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Energeno Germania cooperativa

Era il 2010 quando quarantasei cittadini di Heilbronn, città industriale da 126mila abitanti sul fiume Neckar nel Baden-Württemberg, decisero di fare qualcosa di concreto contro il nucleare. Non si limitarono a una petizione o un presidio, ma fondarono una cooperativa energetica, la EnerGeno Heilbronn-Franken eG, e l’anno seguente cominciarono ad installare i primi pannelli solari sui tetti degli edifici locali. Sedici anni dopo, quella cooperativa conta 2.400 soci, gestisce circa 30 milioni di euro di capitale proprio, impiega 16 persone e produce energia pulita per oltre 30mila abitanti: è diventata una delle più grandi cooperative energetiche della Regione.

Il modello è semplice: EnerGeno individua i tetti degli edifici – scuole, municipio, capannoni industriali, condomini, stalle – e propone ai proprietari, pubblici o privati, un accordo: il tetto in affitto, in cambio di elettricità a prezzo stabile e inferiore a quello di mercato. La cooperativa pensa al resto: progettazione, finanziamento, costruzione, assicurazione e manutenzione, e l’energia in eccesso viene rivenduta in rete. Il comune di Heilbronn ha aderito tra i primi, cedendo i tetti degli edifici comunali. Con il tempo il rapporto si è formalizzato: oggi esiste un vero e proprio accordo di partenariato climatico ed energetico che vincola la cooperativa agli obiettivi di decarbonizzazione della città, che sarà Capitale Verde Europea nel 2027 con la cooperativa tra i partner ufficiali.

I numeri attuali raccontano di 140 impianti solari operativi per un totale di 43 megawatt-picco di capacità installata su 150 siti. A questo si aggiunge la partecipazione a 10 turbine eoliche, per una produzione eolica complessiva di 50 gigawattora l’anno. Ogni socio ha diritto a un voto nelle assemblee, indipendentemente dal numero di quote possedute e una quota costa 100 euro, una soglia bassa che consente a pensionati, famiglie e persino bambini di partecipare. Ogni anno, attorno al Natale, EnerGeno lancia una campagna che porta molte famiglie a regalare quote ai figli e il risultato è una base sociale molto giovane.

Intanto il progetto continua ad evolversi. Il 9 giugno 2026 è partita la costruzione del parco eolico civico di Künsbach-Etzlinsweiler, tra Kupferzell e Künzelsau, che prevede due turbine Nordex di ultima generazione, interamente in mano a cittadini: 161 soci individuali e quattro cooperative energetiche hanno messo insieme 4,5 milioni di euro di capitale proprio, senza ricorrere a operatori commerciali esterni. EnerGeno è il principale azionista: le turbine entreranno in funzione nella prima metà del 2027 e produrranno circa 22 milioni di kilowattora l’anno, abbastanza per coprire i consumi di 7mila famiglie nella regione dell’Hohenlohe. L’intera catena del valore resterà nel territorio.

Quello della distribuzione del valore è il punto politicamente più rilevante del modello. Studi condotti sulle cooperative energetiche tedesche mostrano che un parco eolico in mano alla comunità locale genera un reddito per l’economia del territorio superiore rispetto a un impianto identico gestito da un operatore commerciale esterno. Uno studio del 2016 dell’Istituto per le tecnologie energetiche decentralizzate ha calcolato che un parco eolico da sette turbine da tre megawatt, sviluppato con attori locali e partecipazione comunale, genera 58 milioni di euro di reddito per il territorio nell’arco di vent’anni. Lo stesso impianto affidato a un operatore esterno ne produce appena 7 milioni: la differenza sta nei profitti che non escono dalla Regione, nelle tasse che restano nei bilanci comunali, nei salari per i dipendenti e i soldi che circolano tra i negozi e i servizi locali. EnerGeno reinveste il surplus in nuovi impianti, finanzia attività ambientali collaterali come riforestazioni, parchi agrivoltaici con pascolo di pecore sotto i pannelli, piantumazione di alberi da frutto, e supporta iniziative sociali nel territorio.

Il comune di Heilbronn ha adottato il modello con convinzione crescente. Inizialmente si era limitato a mettere a disposizione i tetti degli edifici pubblici, ricevendo in cambio elettricità a prezzo calmierato. Col tempo ha firmato un accordo di partenariato formale, ha integrato EnerGeno nella propria strategia climatica e ha incoraggiato i comuni vicini a fare lo stesso. Almeno quattro amministrazioni limitrofe si sono iscritte come socie della cooperativa, aggiungendo trasparenza alla governance e accedendo agli stessi vantaggi.

Non mancano gli ostacoli. Il quadro normativo federale tedesco rende la condivisione energetica tra produttori e consumatori vicini possibile solo in forma virtuale, non fisica: EnerGeno è costretta a costruire sistemi contabili complessi per vendere e riacquistare l’energia che i propri impianti generano in loco. È un paradosso burocratico che rallenta il modello e che la riforma del 2017, che ha sostituito i vecchi incentivi alle rinnovabili con aste competitive sui grandi impianti, ha ulteriormente sbilanciato il campo a favore degli operatori industriali: le procedure di gara sono troppo onerose per cooperative di volontari e piccoli staff professionali.

Secondo gli analisti la transizione energetica europea ha bisogno di grandi impianti offshore, di linee ad alta tensione, di investimenti miliardari da parte di multinazionali. Ma ciò che il mercato centralizzato non riesce a fare – e che EnerGeno fa da sedici anni – è costruire consenso sociale, trattenere il valore economico dove viene prodotta l’energia e coinvolgere decine di migliaia di persone comuni ella produzione di elettricità pulita.

Nonostante le sanzioni, l’UE continua a importare materie prime strategiche dalla Russia

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Quasi 3.900 tonnellate di terre rare acquistate dalla Russia nel 2025, per un valore superiore ai 10,7 milioni di euro. Mentre Buxelles lavora all’approvazione del ventunesimo pacchetto di sanzioni contro Mosca e ribadisce la necessità di ridurre ogni dipendenza economica dal Cremlino, i dati di Eurostat mostrano che la Federazione russa resta il secondo fornitore europeo di questi materiali strategici, dopo la Cina. Le importazioni riguardano elementi indispensabili per la produzione di batterie, componenti elettronici, magneti permanenti, turbine eoliche, veicoli elettrici e sistemi militari. La loro disponibilità è considerata essenziale sia per la transizione energetica sia per lo sviluppo dell’industria tecnologica e della difesa. Per questo motivo, le terre rare non sono mai finite al centro delle misure restrittive adottate dall’UE.

Secondo i dati diffusi da Eurostat, nel 2025 l’Unione europea ha importato complessivamente circa 15.100 tonnellate di terre rare, con un incremento del 17,1% rispetto all’anno precedente. La Cina continua a rappresentare il principale fornitore, coprendo quasi la metà delle importazioni europee, mentre la Russia mantiene la quota del 25,9%, davanti alla Malesia. La fotografia dei flussi commerciali evidenzia come Bruxelles continui a dipendere in misura significativa da fornitori esterni per materie prime considerate critiche. Una dipendenza che la stessa Commissione europea ha riconosciuto negli ultimi anni, promuovendo il Critical Raw Materials Act con l’obiettivo di diversificare gli approvvigionamenti, aumentare l’estrazione all’interno dell’Unione e sviluppare filiere europee per la raffinazione e il riciclo.

Le importazioni di terre rare dalla Russia si inseriscono in una dinamica già osservata in altri settori strategici. Anche sul fronte energetico, infatti, l’Unione europea ha continuato per anni ad acquistare gas russo dopo l’inizio della guerra in Ucraina. Secondo la Commissione europea, la quota del gas russo sulle importazioni complessive dell’UE è passata dal 45% del 2021 al 12% nel 2025, ma le forniture non si sono mai interrotte. Lo scorso anno gli Stati membri hanno importato ancora 36 miliardi di metri cubi di gas russo, insieme a 9,7 milioni di tonnellate di petrolio greggio e a quasi 2.900 tonnellate di uranio in forma arricchita o di combustibile nucleare provenienti dalla Federazione Russa. Le importazioni via gasdotto si sono progressivamente ridotte, mentre quelle di gas naturale liquefatto (GNL) hanno continuato a rappresentare una voce rilevante degli acquisti europei. Nel primo trimestre del 2026, le importazioni europee di gas naturale liquefatto dalla penisola siberiana di Jamal sono aumentate del 17% rispetto al medesimo periodo nel 2025, raggiungendo i 5 milioni di tonnellate. Con il regolamento REPowerEU, approvato il 2 dicembre 2025 ed entrato in vigore nel 2026, Bruxelles punta a eliminare le importazioni di GNL russo entro la fine di quest’anno e quelle di gas via gasdotto entro il 30 novembre 2027, mentre per petrolio e nucleare resta l’obiettivo di una progressiva diversificazione delle forniture. Le terre rare seguono oggi una logica analoga: rientrano tra le materie prime considerate critiche per l’industria europea e, in assenza di alternative sufficienti nel breve periodo, continuano a essere acquistate anche dalla Russia.

L’andamento degli ultimi anni conferma questa continuità: l’evoluzione delle importazioni mostra un ridimensionamento degli acquisti, ma non una loro interruzione. Nel 2022, primo anno della guerra, l’Unione europea aveva acquistato terre rare russe per oltre 33 milioni di euro. Il valore delle forniture è poi sceso a circa 15,7 milioni nel 2023 e a 9,6 milioni nel 2024, per tornare sopra i 10,7 milioni nel 2025. Più contenuta la riduzione delle quantità, passate da oltre 4.500 tonnellate a quasi 3.900. Nel frattempo, il regime sanzionatorio europeo si è ampliato fino a comprendere numerosi settori dell’economia russa, dalla finanza all’energia, dall’industria alla tecnologia, senza però includere le terre rare. La loro esclusione riflette la difficoltà dell’Europa nel sostituire, almeno nel breve periodo, forniture considerate essenziali per filiere strategiche come quelle dell’elettronica, della transizione energetica e della difesa. È proprio per ridurre questa vulnerabilità che l’Unione ha varato il Critical Raw Materials Act, con l’obiettivo di incrementare estrazione, raffinazione e riciclo all’interno del mercato europeo. Si tratta, però, di un percorso graduale, destinato a richiedere anni, durante i quali la dipendenza da fornitori esterni continuerà inevitabilmente a condizionare le scelte commerciali dell’Unione.