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La Russia ha lanciato l’attacco più massiccio di sempre contro Kiev

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Mosca ha lanciato uno dei più potenti attacchi militari di sempre contro Kiev come nuova risposta all’offensiva ucraina contro le infrastrutture energetiche russe. L’offensiva russa ha provocato almeno trenta vittime e ferito circa una novantina di persone, mentre sono stati danneggiati 130 edifici della capitale ucraina. Il capo dell’amministrazione militare della capitale, Tymur Tkachenko, ha dichiarato che «le squadre di soccorso lavoreranno senza interruzioni finché non saranno rimosse tutte le macerie» aggiungendo che «potrebbero essere ritrovate altre vittime». Il sindaco di Kiev, Vitali Klitschko, ha proclamato, invece, una giornata di lutto nazionale per la giornata di oggi, venerdì 3 luglio, affermando che i danni sono stati registrati in tutta la città, che conta circa tre milioni di abitanti. Migliaia di persone si sono riparate nei rifugi antiaerei o nelle stazioni della metropolitana. La portata della distruzione nella capitale ucraina non ha precedenti negli ormai cinque anni di conflitto, anche se paragonata a un altro dei più letali attacchi russi contro Kiev avvenuto a maggio, che aveva registrato ventiquattro vittime.

È stata immediata la reazione del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, il quale ha subito accusato gli “alleati” di non fare abbastanza per difendere il Paese in guerra contro Mosca, chiedendo quindi più difese aeree: «Se i nostri partner avessero mantenuto le loro promesse nei tempi previsti, credo che oggi avremmo potuto salvare più case e più vite» ha affermato, chiarendo anche che «le forniture per la difesa aerea dell’Ucraina sono una priorità assoluta e critica. Contiamo molto anche su una decisione degli Stati Uniti riguardo alle licenze per i Patriot e ad altre forme di cooperazione». L’escalation del conflitto e la richiesta di nuove armi non poteva che alimentare il business della guerra, con le principali aziende belliche che stanno registrando ottimi risultati in borsa. Da parte sua, il Cremlino ha dichiarato che continuerà a esercitare pressioni sull’ex Stato sovietico per raggiungere i suoi obiettivi.

Nel dettaglio, Mosca ha lanciato 74 missili e 496 droni nella notte di giovedì. Il portavoce dell’aeronautica ucraina, Yuri Ihnat, ha affermato che il numero di missili balistici lanciati era insolitamente elevato e il tasso di intercettazione basso a causa della carenza dei famigerati Patriot, i missili terra-aria di produzione americana indispensabili per difendere il territorio dagli attacchi missilistici russi. A riguardo, il presidente ucraino, durante l’abituale videomessaggio serale alla nazione, ha spiegato che quello della difesa aerea sarà «uno dei temi chiave» del vertice NATO della prossima settimana in Turchia, rilanciando il suo appello per lo sviluppo di una difesa aerea europea. «L’Europa deve avere una capacità sufficiente per difendersi da ogni tipo di minaccia, compresa questa: quella dei missili balistici russi», ha asserito. Da parte sua, il ministero della Difesa russo, in un messaggio su Telegram, ha fatto sapere che il suo «attacco massiccio» condotto con armi a lungo raggio ad alta precisione, lanciate da aria, terra e mare, e con droni, ha colpito installazioni militari ed energetiche, nonché aeroporti a Kiev e in altre località. L’offensiva rappresenta una rappresaglia per gli assalti di droni ucraini contro le infrastrutture di approvvigionamento di carburante della Russia delle ultime settimane. In particolare, il 28 giugno droni ucraini hanno colpito una raffineria di petrolio nella regione meridionale di Krasnodar. Tali offensive hanno causato una parziale crisi del carburante in uno dei principali paesi produttori di gas e petrolio.

In questo contesto, l’Ue non ha esitato a ribadire il suo sostegno a Kiev, confermando così la strategia di voler armare Kiev alla ricerca di una soluzione che metta pressione militare su Mosca, piuttosto che intraprendere la via diplomatica: la responsabile della politica estera dell’UE, Kaja Kallas, infatti, ha affermato che solo un sostegno militare costante all’Ucraina e una maggiore pressione su Mosca potrebbero contribuire a fermare gli attacchi russi. «Oggi proporrò di sanzionare altre entità che sostengono il complesso militare-industriale russo in risposta agli attacchi», ha dichiarato in un post su X. «Più Mosca attacca i civili, più sanzioni devono essere imposte». In risposta, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha dichiarato che «La Russia continuerà a intensificare la pressione sul regime di Kiev per raggiungere gli obiettivi che si è prefissata» e che nel Paese è in corso una discussione su come proteggere la propria sicurezza.

Al solito, a festeggiare per il raggiungimento di un nuovo grado di escalation nel conflitto tra Russia e Nato sono gli azionisti delle aziende del comparto militare, che sono velocemente schizzati in borsa: in particolare, Fincantieri e Leonardo hanno guadagnato rispettivamente il 6,3 e il 4,7 per cento. Stesso effetto si è verificato per le aziende più importanti del resto d’Europa, quali Saab (+5,5 per cento), Rheinmetall (+3,9 per cento), BAE Systems e Thales entrambe a +3,1 per cento. Si tratta di una tendenza che appare destinata a perdurare nella misura in cui il conflitto non vede una prospettiva di risoluzione nel breve termine, ed anzi sta scivolando su un piano inclinato sempre più distruttivo, in un circolo vizioso che ad ogni azione ucraina – diventate negli ultimi mesi militarmente più efficaci rispetto al passato – vede contrapporsi un attacco di maggiore intensità rispetto al precedente da parte russa.

Libano, UNICEF: a rischio il diritto allo studio per 100mila bambini

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Almeno 100mila bambini in Libano rischiano di non poter riprendere la scuola a settembre. Lo denuncia l’UNICEF, sostenendo che soltanto delle misure urgenti da intraprendere già nei prossimi giorni potrebbero salvaguardare il diritto allo studio, minacciato dai recenti attacchi israeliani. Sono 340 le scuole pubbliche e private e ad aver subito danni, tra cui 17 istituti completamente distrutti. Di fronte a una mancata ripresa degli studi, l’UNICEF denuncia conseguenze durature per i bambini, sottolineando l’impatto negativo su salute mentale e opportunità future.

Da quando è tornato al potere Trump ha guadagnato 2,2 miliardi, quasi tutti in criptovalute

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Oltre 2,2 miliardi di dollari in un solo anno. È quanto ha incassato Donald Trump nel 2025, secondo la dichiarazione patrimoniale depositata presso l’Ufficio federale per l’etica governativa, un documento che tutti i presidenti statunitensi sono tenuti a presentare ogni anno e che, nel caso del tycoon, consta di ben 927 pagine, contro le appena 11 dell’ultima dichiarazione di Joe Biden e le 8 di Barack Obama. A fare la differenza dei ricavi complessivi non è più il tradizionale impero immobiliare, ma il business delle criptovalute, settore che la sua amministrazione ha contribuito a rilanciare fin dai primi mesi del secondo mandato.

A differenza dei suoi predecessori, Trump non ha separato i propri interessi economici dall’incarico presidenziale ricorrendo a un blind trust indipendente, continuando a mantenere la proprietà del suo impero attraverso un trust revocabile gestito dalla famiglia. Secondo la dichiarazione patrimoniale, Trump ha incassato circa 635 milioni di dollari in royalties legate alla memecoin $TRUMP, il token speculativo che porta il suo nome, ai quali si aggiungono circa 500 milioni derivanti dalla vendita di criptovalute e token attraverso World Liberty Financial, la società fondata dalla famiglia Trump per operare nel mercato degli asset digitali. Il business del presidente USA non si esaurisce nel comparto crypto. Nel 2025, ha ottenuto anche 86,5 milioni di dollari da accordi transattivi che hanno chiuso alcune controversie legali, tra cui 24,5 milioni versati da Meta e 16 milioni ciascuno da Paramount e Disney. A questi si sommano i profitti realizzati sui mercati finanziari, con investimenti concentrati soprattutto nei colossi tecnologici Amazon, Meta, Nvidia e Tesla. Continua, inoltre, a crescere il rendimento dell’impero immobiliare e dei golf club, sempre più frequentati da imprenditori, donatori e personalità interessate a coltivare rapporti con il presidente: il resort di Mar-a-Lago ha generato 77 milioni di dollari, mentre il Trump National Doral ne ha incassati 122. Completano il quadro le royalties derivanti dalla concessione del marchio Trump perprogetti immobiliari in Romania, India e Medio Oriente, 4,7 milioni di dollari ottenuti dalla vendita degli orologi con il suo brand, quasi due milioni di royalties per il libro Save America e perfino la pensione mensile da 6.484 dollari al mese come ex membro del sindacato degli attori statunitensi, Screen Actors Guild. La disclosure include anche doni istituzionali, rimborsi per eventi sportivi e altri benefit ricevuti durante il mandato, come previsto dalla normativa federale.

Complessivamente, emerge il profilo di una presidenza nella quale le attività economiche della famiglia continuano non solo a sopravvivere, ma a espandersi durante l’esercizio del mandato. Proprio questo intreccio costituisce il punto più controverso. Da quando è tornato alla Casa Bianca, Trump ha promosso una politica apertamente favorevole alle criptovalute, sostenendo un alleggerimento della regolamentazione federale e presentandosi come il presidente destinato a fare degli Stati Uniti la capitale mondiale degli asset digitali. Una strategia che coincide, però, con gli interessi economici della sua stessa famiglia. Organizzazioni che si occupano di etica pubblica, giuristi e osservatori hanno denunciato il rischio che decisioni di governo possano incidere direttamente sul valore di imprese e strumenti finanziari riconducibili al presidente, soprattutto considerando la partecipazione di investitori stranieri nei progetti crypto legati al marchio Trump. Interpellato sulle accuse di chi lo ritiene beneficiario diretto della sua permanenza alla Casa Bianca, Trump ha respinto ogni contestazione sostenendo di non gestire personalmente il proprio patrimonio e attribuendo i guadagni all’andamento dei mercati: «Sapete perché sto guadagnando? Perché la Borsa sta salendo, tutti stanno guadagnando», ha dichiarato ai giornalisti.

Resta un dato senza precedenti nella storia americana: mai un presidente aveva incrementato il proprio patrimonio in misura così consistente durante il mandato, e mai una parte tanto rilevante di quei profitti era dipesa da un settore direttamente interessato dalle scelte della sua amministrazione. Testate come il Financial Times, il Wall Street Journal e The Guardian hanno dedicato inchieste all’intreccio tra l’offensiva pro-cripto della Casa Bianca e gli affari della famiglia Trump, mentre le autorità federali stanno verificando alcune maxi-operazioni speculative da 2,6 miliardi di dollari sul mercato petrolifero, eseguite poco prima degli annunci presidenziali sulla crisi tra Israele e Iran. Sebbene Trump non risulti indagato, il susseguirsi di questi episodi non può che riaccendere il dibattito sui confini tra interesse pubblico e potere presidenziale.

L’Italia continua a essere il Paese europeo con più morti per smog

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Nonostante i progressi registrati negli ultimi anni nella riduzione dell’inquinamento atmosferico, l’Italia continua a detenere un primato negativo: è il Paese dell’Unione europea con il maggior numero di morti premature attribuibili alla scarsa qualità dell’aria. Il Lo ha attestato il nuovo Rapporto di valutazione sulla qualità dell’aria in Europa del 2025, pubblicato dal Servizio di monitoraggio atmosferico di Copernicus (Cams), che sottolinea come a pesare sia soprattutto la situazione della Pianura Padana, che si conferma una delle aree più critiche del continente per concentrazione di polveri sottili e biossido di azoto. I miglioramenti ottenuti grazie alla diminuzione delle emissioni non sono infatti sufficienti a colmare il divario con il resto d’Europa né ad avvicinare il Paese ai livelli raccomandati dall’Organizzazione mondiale della sanità.

I dati parlano chiaro. In base alle ultime rilevazioni dell’Agenzia europea dell’ambiente (Eea), le polveri sottili Pm2,5 causano ogni anno 43.083 morti premature in Italia, l’ozono troposferico (O3) ne provoca 11.230 e il biossido di azoto (NO2) 9.064. Un triste primato che si trascina ormai da anni e che colloca il nostro Paese in cima alla classifica europea per decessi legati allo smog. Dal 2005 al 2023, mentre il Pil cresceva del 32%, i decessi prematuri attribuibili al Pm2.5 sono scesi del 57% nell’Unione europea, ma in Italia il dato si ferma a -43,4%. Un miglioramento, certo, ma molto più lento rispetto alla media europea e ancora lontanissimo dai limiti raccomandati dall’Organizzazione mondiale della sanità.

A pesare è soprattutto la conformazione del territorio. L’area più inquinata d’Italia – e tra le più inquinate d’Europa – è la Pianura Padana, dove le condizioni orografiche e meteorologiche favoriscono l’accumulo di inquinanti. Le principali fonti di emissione per le polveri sottili sono il riscaldamento degli edifici, gli allevamenti e i trasporti stradali; per il biossido d’azoto, il traffico veicolare; per l’ozono, il trasporto su strada, il riscaldamento e la produzione di energia. Settori ben noti, quindi, sui quali sarebbe urgente intervenire. Eppure, la volontà politica tarda ad arrivare: i nuovi limiti sull’inquinamento atmosferico, che entreranno in vigore nel 2030, restano oggi difficilmente raggiungibili, dato che nel Paese stanno rallentando i miglioramenti sulla qualità dell’aria.

Nel frattempo, il cambiamento climatico complica ulteriormente il quadro. Il 2025 è stato il terzo anno più caldo mai registrato in Europa. Temperature elevate, irraggiamento solare intenso e aria stagnante hanno favorito la formazione di ozono durante l’estate, mentre le condizioni più fredde della media invernale, associate alle emissioni degli impianti di riscaldamento, hanno contribuito a concentrazioni elevate di PM2,5. L’inquinamento atmosferico uccide in molti modi: cardiopatie ischemiche in primis, ma anche cancro al polmone, ictus, diabete mellito, broncopneumopatia cronica ostruttiva.

A confermare la situazione assai critica in Pianura Padana era già stato, lo scorso aprile, l’aggiornamento del progetto Cambiamo aria, realizzato da ISDE Italia insieme all’Osservatorio Mobilità Urbana Sostenibile di Kyoto Club e Clean Cities Campaign, che ha monitorato 58 centraline di traffico e di fondo urbano in 27 città italiane utilizzando i dati delle reti regionali ARPA/APPA. Milano, Verona, Modena, Padova, Torino, Parma, Brescia, Vicenza e Bologna risultavano aver registrato concentrazioni di polveri sottili e biossido di azoto ben oltre le soglie raccomandate per la salute umana. A Milano, nella stazione MI-Marche, si sono contati 48 giorni con valori superiori a 45 µg/m³, quasi tre volte il limite consentito. A seguire Verona e Modena con 43 e 40 giorni. Ancor più grave la situazione per il PM2,5, l’inquinante più pericoloso perché penetra in profondità nell’apparato respiratorio: Padova, Milano, Torino, Modena, Parma, Brescia, Verona, Vicenza e Bologna avevano già superato i 30 giorni con concentrazioni sopra i 25 µg/m³, mentre il limite annuo europeo è di soli 18 giorni. Il quadro non migliora se si guarda al biossido di azoto, fortemente legato alle emissioni del traffico veicolare. A fine marzo, il numero massimo di superamenti consentiti dalla direttiva europea risultava già ecceduto a Palermo, Torino, Genova, Milano e Napoli.

Iran, esposta la salma di Ali Khamenei in vista dei funerali

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È iniziata la settimana della cerimonia funeraria dell’ex Guida Suprema, Ali Khamenei, ucciso il 28 febbraio scorso dagli attacchi israelo-americani. La salma di Khamenei, insieme a quelle di diversi familiari, è stata esposta nella Moschea Imam Khomeini. Nei prossimi giorni è prevista un’affluenza di circa 15-20 milioni di cittadini iraniani, cui si aggiungono le delegazioni straniere. La Grande Moschea resterà aperta giorno e notte fino a lunedì. Il giorno seguente, dopo una processione per le strade di Teheran, la salma di Ali Khamenei verrà trasferita nella città santa di Qom.

Albania, la protesta assedia il Parlamento: la polizia arresta e usa cannoni ad acqua

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Le proteste in Albania non accennano a fermarsi. Ieri centinaia di persone si sono riunite sotto al Parlamento a Tirana per bloccare l’accesso ai deputati e avere un confronto diretto con loro. Di fronte hanno trovato un imponente schieramento della polizia, con cui sono presto scoppiati degli scontri. Per rompere il blocco della protesta e disperdere la folla, gli agenti hanno fatto ricorso a spray urticanti, lacrimogeni e idranti. Diverse le persone arrestate. Di fronte alla repressione, i manifestanti hanno rilanciato gli obiettivi della protesta, nata a maggio contro il resort di Kushner-Trump e ora diventata rivolta nei confronti del sistema politico albanese. Si chiedono trasparenza, tutela ambientale e rispetto della sovranità popolare, invocando le dimissioni del primo ministro Rama e del suo governo.

La Rivoluzione dei fenicotteri continua a suon di proteste quotidiane e partecipate. L’ultima si è consumata ieri tra le strade della capitale Tirana, mettendo nel mirino Parlamento e deputati. Centinaia di persone hanno tentato di bloccare i lavori della plenaria, riunitasi per discutere alcuni disegni di legge e varie interpellanze ai ministri del governo Rama. Mentre la seduta disertata dalle opposizioni andava avanti, all’esterno si riunivano i manifestanti, che chiedevano proprio un confronto diretto coi parlamentari di maggioranza. Il Partito Socialista al potere ha invece risposto con la repressione. I manifestanti sono stati caricati dalla polizia a suon di spray al peperoncino, gas lacrimogeni e cannoni ad acqua. Chi è rimasto in zona ha risposto lanciando uova sui deputati scortati dagli agenti, poi una parte del blocco si è mossa verso il commissariato dove erano state trasferite le persone arrestate durante le cariche.

Trasparenza, lotta alla corruzione e tutela ambientale sono le direttrici lungo le quali si snoda, da ormai due mesi, la Rivoluzione dei fenicotteri. Gli albanesi scesi in piazza chiedono il ritiro delle norme sugli “investimenti strategici”, considerate il grimaldello delle mire speculative sui beni comuni del Paese. L’esempio invocato, nonché la prima pietra della mobilitazione popolare, è il progetto del resort turistico sull’isola di Sazan, promosso da Jared Kushner, consigliere nonché genero del presidente USA Donald Trump. Kushner metterebbe le mani su un avamposto strategico, stravolgendone l’ecosistema abitato da decine di specie protette, inclusi i fenicotteri, da cui il nuovo moto popolare prende il nome.

Nel corso delle settimane la protesta ha assunto i contorni della rivolta anti-governativa, pretendendo le dimissioni del primo ministro Edi Rama e dell’esecutivo da lui guidato, accusati di corruzione e di aver rotto il legame di rappresentanza col popolo. Per domani è stata annunciata una nuova giornata di mobilitazione nazionale: la Rivoluzione dei fenicotteri continua.

Papua Nuova Guinea: scoperta una nuova specie di squalo

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squalo Dudgeon

La buona notizia è che un gruppo di ricercatori ha appena scoperto una nuova specie di squalo, quella cattiva è che sarebbe già minacciata. In uno studio pubblicato sul Journal of the Ocean Science Foundation, è stato presentato ufficialmente al mondo lo squalo epaulette – noto anche a come squalo dalle spalline o squalo camminatore – di Dudgeon (Hemiscyllium dudgeonae). È stato avvistato per la prima volta durante diverse campagne di ricerca marina tra il 2023 e il 2025 nella provincia di Milne Bay, in Papua Nuova Guinea, e si tratta del decimo membro dell’esclusivo genere degli squali epaulette della Papua Nuova Guinea.

È un piccolo squalo caratterizzato da una colorazione a macchie marroni, punti bianchi e una vistosa macchia a forma di occhio dietro la testa, che ha ricevuto il nome in onore della dottoressa Christine Dudgeon dell’Università della Sunshine Coast. L’entusiasmo per la nuova scoperta si è però affievolito davanti al fatto che la sua sopravvivenza sarebbe già minacciata. L’area in cui vive è infatti molto ristretta, e, in aggiunta, le uova che depone sul fondale marino sono altamente vulnerabili.

La speranza per il futuro arriva però da un altro studio recente, pubblicato su Frontiers in Fish Science, che fornisce la prova definitiva che le politiche di conservazione efficaci funzionano. Nelle acque dello stretto di Dampier, a Raja Ampat, il monitoraggio della popolazione locale di squali camminatori ha fatto emergere un dato senza precedenti: mai prima d’ora era stata rilevata una concentrazione così alta per questo genere in nessuna parte del mondo. Al largo del villaggio di Sawinggrai, i ricercatori hanno contato 2.462 esemplari per chilometro quadrato. L’incremento arriva a distanza di appena tre anni dal 2023, anno in cui l’Indonesia ha inserito la specie tra quelle protette.

Le comunità indigene locali sono state il segreto di questo successo nella conservazione. A Raja Ampat, gli abitanti del villaggio hanno percorso le barriere coralline con la bassa marea insieme agli scienziati per raccogliere dati. Ronald Mambrasar, residente del villaggio di Arborek e addetto al monitoraggio degli animali ha infatti spiegato che: «Per noi, questo squalo non è solo un animale raro che ha bisogno di protezione. Sono i nostri vicini che vivono nel nostro cortile».

 

 

Si espandono i roghi nel sud della Francia: 1.500 evacuati

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Millecinquecento persone sono state evacuate nel sud della Francia a causa di incendi alimentati da caldo e forte vento, che hanno distrutto campeggi e minacciano una zona industriale. La situazione più grave si registra nei Pirenei orientali, a Canet-en-Roussillon, vicino al confine spagnolo, dove le fiamme hanno devastato i camping “Le Brasilia” e “La Marina”, estendendosi verso la zona nautica e un terzo campeggio. Secondo il prefetto, sono stati distrutti 250 bungalow. Evacuati residenti e lavoratori di 35 imprese del polo nautico, mentre il fronte del fuoco avanza verso l’area industriale.

La colonia israeliana in Valsesia e la scomodità del giornalismo che fa il suo mestiere

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Quando il giornalismo prova a scardinare una narrazione lineare per metterne in luce le contraddizioni sistemiche, la reazione difensiva segue quasi sempre un copione fisso: spostare il focus e lanciare accuse. È quanto accaduto a seguito del nostro articolo sul “Progetto Baita” in Valsesia. Le critiche apparse su Hakol – La realtà di Israele (inserto de Il Riformista) ci accusano di aver “criminalizzato” o guardato con pregiudizio un gruppo di cittadini israeliani che hanno scelto le Alpi piemontesi come rifugio. Stessa cosa da parte di alcuni lettori che hanno posto domande o, anch’essi, lanciato accuse. Si rende quindi necessaria una replica: non per amore di polemica, ma per rigore giornalistico e per rifiuto della semplificazione.

Innanzitutto respingiamo le accuse di razzismo e antisemitismo. Nell’articolo si parla di israeliani, non di ebrei o di semiti. Si parla di cittadinanza, di economia, di classi sociali e diritti asimmetrici, non di religione o di fattezze umane. Una lettrice chiede se chi migra debba avere “un bollo politico sulla fronte”. La risposta è no. Il giornalismo non distribuisce patenti ma ha il dovere di analizzare l’impatto oggettivo e le contraddizioni strutturali dei fenomeni politici, sociali, economici.

Siamo stati incalzati sulla parola “dissidenti” e sul fatto che queste persone, in effetti, lo siano. In questa vicenda il cortocircuito è innanzitutto storico. Ascoltando le dichiarazioni dei promotori del progetto, la scelta di lasciare Israele viene presentata come una reazione alla riforma della giustizia di Netanyahu, apostrofata come colpo di Stato e fine della democrazia, e agli eventi successivi al 7 ottobre. Emerge una rimozione di fondo: prima, quindi, tutto bene? L’occupazione militare, le politiche di colonizzazione e il regime di apartheid denunciato dalle principali organizzazioni umanitarie internazionali non sono iniziati con l’attuale esecutivo di estrema destra. Dissentire solo quando la deriva autoritaria porta il conto in casa, minacciando il benessere della classe colta e agiata, rivela un dissenso parziale. Una reazione che sembra ignorare una violenza strutturale attiva da decenni, ben prima di Netanyahu.

Alla parzialità storica si sovrappone, e si accompagna, la contraddizione economico-politica. Non si tratta di sindacare sulla coerenza personale dei singoli, ma di guardare al dato, al fatto. Mai sentito parlare di dissidenti che lavorano in smartworking per il Paese governato dal regime da cui sarebbero fuggiti. Continuare a lavorare da remoto, come sostenuto dai promotori del progetto, significa, volenti o nolenti, alimentare la spina dorsale di Israele, oggi sotto accusa formale di genocidio davanti alle corti internazionali. Cosa direste di dissidenti russi o iraniani o venezuelani che continuano a lavorare in smartworking nel Paese da cui sono fuggiti? Sarebbe quantomeno strano, no? Evidenziare questo doppio binario, fuggire dagli effetti di un sistema, criticandone solo l’ultimo gestore e continuando contemporaneamente a foraggiare l’ecosistema economico a distanza, non è un attacco ad personam: è l’analisi, complessa ma necessaria, di un paradosso strutturale.

Hakol ha contestato l’uso del termine “colonia” nel titolo, ritenendolo suggestivo e ideologico. Tuttavia, l’arrivo pianificato di una comunità omogenea che si muove in blocco configura una vera e propria gentrificazione geopolitica. Oltretutto, quando una comunità si insedia mantenendo il proprio baricentro economico, fiscale e produttivo altrove, non si sta parlando di una “normale immigrazione” o di integrazione, ma della creazione di una sorta di enclave d’élite. Discutere di come i capitali globali ridefiniscano i territori locali è legittimo, oltre che doveroso, anche quando sembrano compiere una funzione apparentemente positiva come il ripopolamento dei borghi montani.

Per quanto concerne la Comunità Ebraica milanese abbiamo tentato di far emergere una contraddizione: da un lato, i vertici comunitari alimentano da mesi una narrazione emergenziale, dipingendo l’Italia come un Paese quasi ostile, antisemita, quando invece è il dissenso politico verso lo Stato di Israele ad essere sistematicamente equiparato a un pericoloso sentimento antiebraico “da anni ’30”. Dall’altro lato, però, quegli stessi ambienti applaudono e promuovono il Progetto Baita con toni bucolici e rassicuranti, arrivando a definire la Valsesia come una nuova “Terra Promessa”. Il cortocircuito è evidente: se l’Italia stesse davvero scivolando in un clima di intolleranza sistemica e pericolosa per l’incolumità delle persone, come si può contemporaneamente sponsorizzare il trasferimento felice e l’acquisto di proprietà da parte di decine di famiglie israeliane in una valle isolata della provincia piemontese? E anche la vicenda della flottiglia è contraddittoria. Da una parte si condanna Ben-Gvir e il venir meno dei principi democratici (mentre è in corso un genocidio) ma si contesta la flottiglia come provocatori. Dunque chi si oppone a chi svilisce e colpisce la democrazia è un provocatore. Prendiamo atto.

Riguardo alla notizia del proiettile e della lettera di minacce recapitata al sindaco di Varallo, Pietro Bondetti, due giorni prima del nostro articolo, non abbiamo niente da dire, se non la condanna di un simile gesto. Il fatto però non cambia di una virgola quanto detto.

Veniamo infine a quella che Hakol definisce “un’omissione fatale”: il fatto che l’ideatore del progetto, Ugo Luzzati, insieme alle istituzioni pubbliche e a parte della comunità locale (comprese alcune famiglie israeliane), avesse attivamente firmato e sostenuto la richiesta per portare in Italia una famiglia palestinese intrappolata sotto le bombe a Gaza. Prendiamo atto di questo elemento, non presente nel primo articolo. Tuttavia, contrariamente a quanto sostengono i critici, ciò non indebolisce affatto la questione di fondo; al contrario, la stringe in una morsa di tragica verità. Il fatto che persino con il sostegno esplicito di cittadini israeliani e delle istituzioni locali quella famiglia palestinese sia rimasta bloccata a Gaza dimostra esattamente l’asimmetria che denunciavamo: il privilegio strutturale della mobilità. Un passaporto e un reddito occidentale o israeliano garantiscono il diritto di fuga, di smart working e di ricollocamento (magari in attesa di tornare); al contrario, un passaporto palestinese equivale a una condanna a restare prigionieri sotto i bombardamenti.

Accostare la critica delle dinamiche di potere globali all’antisemitismo è un’operazione retorica logora. Questo dibattito non parla di ebrei, parla di cittadini israeliani. Non parla di religione, parla di economia, visti, classi sociali e diritti asimmetrici. Il “Modello Varallo” rimane lo specchio di un mondo in cui c’è chi può scegliere una baita sulle Alpi per proteggere i propri figli, e chi non ha nemmeno un metro quadro di terra sicuro in cui nascondersi. Raccontarlo non è pregiudizio: è cronaca.

Lavoro, in Italia cresce ancora il tasso degli inattivi: è al 33,6%

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Secondo i dati Istat di maggio, cresce il numero degli inattivi, che raggiungono il 33,6% della popolazione tra i 15 e i 64 anni, con 190mila persone in più rispetto a un anno fa (+1,5%). L’aumento interessa quasi tutte le fasce d’età, soprattutto i giovani tra i 15 e i 24 anni, il cui tasso di inattività sale al 79,8%. Nello stesso periodo, però, calano i disoccupati di 399mila unità e il tasso di disoccupazione scende al 5%, con un forte miglioramento tra i giovani. Su base annua aumentano anche gli occupati (+228mila), trainati dai contratti a tempo indeterminato e dal lavoro autonomo. Calano di 224mila posizioni i contratti a termine (-9,3%).