Nella notte, l’esercito russo ha sferrato un massiccio attacco su Kiev. Missili e droni hanno preso di mira la capitale ucraina, distruggendo diversi edifici residenziali. Colpito anche un hotel nel centro della città. Il bilancio provvisorio è di almeno 13 persone uccise, cui si aggiungono oltre 80 feriti, come dichiarato dalle autorità locali. In corso operazioni di ricerca e soccorso nei luoghi colpiti.
La commissione Covid sta diventando l’ennesimo teatrino politico senza senso
Forniture di mascherine non idonee, consulenze d’oro, il ruolo dell’allora commissario straordinario Domenico Arcuri e le responsabilità del governo guidato da Giuseppe Conte. Tra audizioni, documenti, testimonianze e scambi d’accuse, sono questi i principali filoni su cui si stanno concentrando i lavori della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla gestione dell’emergenza Covid, entrata in questi giorni nella fase più delicata. Mentre il confronto politico si concentra sempre più sul duello politico e sulla ricerca di responsabilità amministrative e penali, rischiano di restare sullo sfondo le questioni che hanno segnato la vita di milioni di italiani: lockdown, Green Pass, obblighi vaccinali, limitazioni delle libertà costituzionali e gestione degli effetti avversi dei vaccini.
L’ultimo colpo di scena riguarda Galeazzo Bignami. Il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera ha annunciato le proprie dimissioni dalla Commissione per poter essere ascoltato come testimone, superando l’incompatibilità prevista per i suoi componenti e invitando Giuseppe Conte a fare altrettanto. L’ex presidente del Consiglio ha replicato dichiarandosi disponibile a essere audito, ma senza rinunciare definitivamente al proprio posto, accusando Fratelli d’Italia di costruire una «narrazione falsa» nei suoi confronti: «Da quasi due anni chiedo di essere ascoltato e continuo a non ricevere risposta», si è giustificato l’ex premier sui social. Al centro del dibattito vi sono le forniture di mascherine contraffatte provenienti dalla Cina, il presunto utilizzo di documentazione irregolare e le consulenze da 454 mila euro riconducibili all’avvocato Luca Di Donna, all’epoca collega di studio di Conte. Secondo alcune testimonianze rese davanti alla Commissione, Luca Di Donna avrebbe prospettato ad alcuni imprenditori la possibilità di agevolare i rapporti con la struttura commissariale e ottenere nuove commesse in cambio di consulenze professionali. Ricostruzione che Giuseppe Conte respinge, sostenendo di non aver mai avuto alcun ruolo nella gestione delle forniture né di essersi occupato dei contratti relativi all’acquisto di mascherine e respiratori
Il cosiddetto “affare mascherine” continua intanto ad arricchirsi di nuovi elementi. Le audizioni della Commissione stanno ricostruendo le procedure che portarono all’acquisto di circa 880 milioni di mascherine, per un valore di oltre 1,25 miliardi di euro, ottenute a 3-4 volte il prezzo di mercato, con testimonianze e documenti, facendo emergere interrogativi sulla qualità delle forniture e sui controlli cui sarebbero state sottoposte. Se tocca alla magistratura accertare eventuali responsabilità, sul piano politico il caso alimenta uno scontro sempre più acceso. Fratelli d’Italia definisce quella commessa «il più grande affidamento diretto della storia della Repubblica» e continua a chiedere che venga ricostruito ogni passaggio della gestione emergenziale e accertate eventuali responsabilità; Conte denuncia, invece, un’offensiva orchestrata per colpirlo sul piano politico, definendosi «ostaggio di una campagna denigratoria». Così, ogni nuovo documento, anziché contribuire a chiarire quanto accaduto durante la pandemia, finisce per essere assorbito nella contrapposizione tra schieramenti.
Lo stesso schema si ripropone sul fronte sanitario. L’audizione del 30 giugno del virologo Matteo Bassetti ha riacceso il confronto sui danneggiati da vaccino, dopo che il medico ha cercato di minimizzare la portata del fenomeno, suscitando la dura reazione delle associazioni che rappresentano chi denuncia effetti avversi in seguito alla vaccinazione anti-Covid. Per anni, queste persone hanno lamentato di essere rimaste senza ascolto, mentre ogni richiesta di approfondimento scientifico veniva spesso liquidata come “disinformazione”. Tra le testimonianze più significative figura quella del dirigente di ricerca dell’Istituto Superiore di Sanità Maurizio Federico, che ha denunciato pressioni interne all’ISS e la censura di studi sistematici sugli eventi avversi da parte dell’ISS.
È questo il vero banco di prova della Commissione. Se i lavori si ridurranno all’ennesimo scontro tra maggioranza e opposizione, il rischio sarà quello di lasciare irrisolte le questioni che hanno segnato la vita di milioni di italiani. La pandemia non è stata soltanto una vicenda di appalti e forniture, ma anche la stagione dei Dpcm, dei lockdown, del Green Pass, degli obblighi vaccinali, della compressione delle libertà costituzionali, della censura del dissenso e del mancato ascolto di chi denunciava gli effetti avversi dei vaccini. Limitarsi ad accertare le responsabilità politiche, senza interrogarsi sulle decisioni che hanno ridefinito il rapporto tra Stato e cittadini, significherebbe consegnare al Paese una ricostruzione parziale di una delle stagioni più drammatiche della storia repubblicana.
Germania, perquisita la Federcalcio: indagine sui biglietti di Euro 2024
Le autorità tedesche hanno effettuato una serie di perquisizioni in tutto il Paese, compresa la sede della Federazione calcistica tedesca (DFB), nell’ambito di un’inchiesta su presunte irregolarità nell’assegnazione dei biglietti per gli Europei di calcio del 2024. Secondo il quotidiano Bild, l’indagine coinvolge almeno un cittadino tedesco e uno francese. Polizia e procura hanno confermato le operazioni in diverse località della Germania senza citare esplicitamente la DFB. Gli investigatori puntano a fare luce su possibili violazioni legate alla distribuzione dei tagliandi della manifestazione.
Le banche centrali di tutto il mondo stanno riducendo le riserve in dollari americani
La maggior parte delle banche centrali del mondo ha espresso l’intenzione di ridurre l’esposizione in dollari americani nel prossimo decennio, proseguendo e accelerando quel processo di de-dollarizzazione che è in corso da tempo, in particolare da quando nel 2022 è esploso il conflitto russo-ucraino. A rilevarlo è un sondaggio di uno dei più importanti think tank indipendenti che si occupa di banche centrali e investimenti pubblici: l’Official Monetary and Financial Institutions Forum (OMFIF). Si tratta della prima volta che l’indagine condotta dal Forum rileva un tale allontanamento dal dollaro, sebbene da diversi anni le banche centrali abbiano iniziato ad aumentare le loro riserve in oro sostituendo progressivamente la valuta statunitense. Inoltre, secondo l’indagine, il 79% delle banche centrali e il 60% dei fondi pubblici ritengono che il sistema monetario globale stia passando a un sistema “multipolare”, cosa che riflette i mutamenti geopolitici in corso.
In particolare, secondo l’indagine, è l’oro l’asset più gettonato al momento dalle banche centrali: il metallo giallo, infatti, «è diventato centrale nella strategia di gestione delle riserve» e, nel breve periodo, è il bene in cui gli istituti centrali prevedono maggiormente di incrementare le proprie posizioni, con il 30% degli intervistati che intende aumentare la propria allocazione nei prossimi uno o due anni. Per questi motivi il metallo giallo, che attualmente è detenuto dall’82% delle banche, ha raggiunto negli ultimi anni prezzi record. Subito dopo l’oro, l’attrattiva principale è rappresentata dall’euro e dallo yuan cinese, sebbene, secondo gli intervistati del sondaggio, le sfide strutturali attuali abbiano ridotto l’attrattiva di entrambe le valute. In ogni caso, quasi tutti i partecipanti del sondaggio considerano la valuta cinese un valido strumento di diversificazione del portafoglio. Un altro aspetto interessante da sottolineare è che le valute diverse dalle prime otto stanno gradualmente guadagnando spazio come riserve valutarie: in particolare, le banche hanno cercato di aumentare la loro esposizione in corone norvegesi e dollari neozelandesi. Il sondaggio ha anche rilevato un maggiore interesse nei confronti dei mercati emergenti: il 38% dei fondi pubblici globali prevede, infatti, di aumentare l’allocazione di risorse verso le economie emergenti, rispetto al 27% dello scorso anno. L’interesse per un aumento degli investimenti nei mercati emergenti ha superato, inoltre, la domanda per un aumento degli investimenti nelle economie sviluppate, che è scesa al 25% rispetto al 47% dell’anno scorso.
Un altro aspetto interessante rilevato dell’indagine dell’OMFIF riguarda l’uso dell’intelligenza artificiale (IA): secondo il rapporto, oltre il 66% delle banche centrali prevede di incrementare l’integrazione dell’IA nel breve termine, soprattutto per affrontare il problema della volatilità, che ormai considerano una condizione permanente del sistema finanziario a causa degli sconvolgimenti geopolitici, ma anche per gestire l’analisi dei dati e le funzioni di back-office. In questo contesto, si osserva una disparità tra le banche centrali dei paesi sviluppati e quelle delle nazioni emergenti: oltre l’89% delle prime, infatti, utilizza l’IA contro il 60% delle seconde, che prevedono di aumentare gli stanziamenti nei prossimi uno o due anni.
Già un rapporto del 2024 del World Gold Council attestava come il 2023 fosse stato il secondo anno di fila in cui gli acquisti netti del metallo giallo da parte delle banche centrali avevano superato le 1.000 tonnellate: nel 2023, infatti, gli acquisti di oro sono stati pari a circa 1.030 tonnellate, dopo il record di 1.082 tonnellate nel 2022. Nel secondo trimestre del 2024, invece, gli acquisti netti sono stati pari a circa 183 tonnellate, con un aumento del 6% su base annua. Anche l’amministratore delegato di JP Morgan Asset Management ha dichiarato recentemente che il dollaro statunitense si sta indebolendo, soprattutto a causa delle preoccupazioni per gli elevati livelli di debito della più grande economia mondiale. Proprio l’aumento incontrollato del debito pubblico statunitense e le tensioni geopolitiche che si stanno registrando a livello globale hanno determinato non solo la svalutazione del dollaro e la volatilità di altre valute, ma hanno reso anche più instabili altri prodotti finanziari come azioni, obbligazioni, contratti derivati e altri titoli di debito. Questo ha indotto gli investitori e le banche centrali a cercare una base finanziaria solida proprio nel metallo giallo che mantiene stabile il suo valore nel tempo senza risentire delle fluttuazioni del mercato o delle turbolenze economiche e geopolitiche. Inoltre, l’uso del dollaro come arma di ricatto finanziario ha contribuito a erodere la fiducia del biglietto verde di molte nazioni, in particolare delle economie emergenti. Tutti questi fattori stanno determinando una riduzione delle riserve in dollari e un aumento delle riserve di oro e di altre valute, dando nuova linfa al fenomeno della de-dollarizzazione. Quest’ultimo, a sua volta, risulta cruciale per il cambiamento dei rapporti di forza e degli equilibri economico-politici a livello internazionale, decretando in modo sempre più evidente il tramonto dell’egemonia finanziaria occidentale.
I lefebvriani consacrano quattro vescovi: il Vaticano dichiara il nuovo scisma
«Vi esorto a considerare attentamente il bene spirituale dei fedeli, perché l’atto scismatico che compireste li priverebbe della ricezione lecita e in taluni casi persino valida dei sacramenti». A 38 anni dalla storica consacrazione episcopale che nel 1988 costò a monsignor Marcel Lefebvre la scomunica e aprì una delle più profonde lacerazioni nella Chiesa cattolica del secondo dopoguerra, papa Leone XIV ha inviato una lettera al superiore generale della Fraternità sacerdotale San Pio X, don Davide Pagliarani, chiedendogli di desistere da un possibile “atto scismatico”. Un appello rimasto inascoltato: nonostante i ripetuti richiami della Santa Sede, nel seminario di Écône, in Svizzera, sono stati consacrati quattro nuovi vescovi senza il mandato pontificio. Per il Vaticano, il gesto costituisce un «peccato di estrema gravità», destinato a produrre la scomunica automatica dei consacranti e dei nuovi presuli, secondo il diritto canonico.
Si riapre, così, una vicenda mai del tutto risolta, che investe non soltanto l’autorità del Papa, ma anche il difficile equilibrio tra tradizione e riforma all’interno del cattolicesimo contemporaneo. La decisione della Fraternità non rappresenta, però, un fulmine a ciel sereno. Da settimane, il superiore generale don Davide Pagliarani aveva ribadito l’intenzione di procedere comunque alle consacrazioni, sostenendo l’esistenza di uno “stato di necessità”, che renderebbe moralmente obbligatorio garantire la successione apostolica del movimento, in vista dell’età avanzata degli unici due presuli rimasti tra quelli ordinati nel 1988. La Santa Sede aveva risposto con toni inequivocabili, attraverso il prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, il cardinale Víctor Manuel Fernández.
Il nodo irrisolto resta quello del Concilio Vaticano II. È dal rifiuto delle riforme conciliari che nasce il lungo confronto tra la Fraternità San Pio X e la Santa Sede, un dissenso mai ricomposto che, nel corso degli anni, ha attraversato pontificati e aperture reciproche, senza mai approdare, però, a una soluzione condivisa. Fondata nel 1970 dall’arcivescovo francese Marcel Lefebvre, ex arcivescovo di Dakar e già delegato apostolico in gran parte dell’Africa francofona, la Fraternità San Pio X ha sempre contestato aspetti centrali del rinnovamento conciliare, dalla riforma liturgica al dialogo ecumenico, fino alla concezione della libertà religiosa. Il 9 giugno 1988, Giovanni Paolo II scrisse a Lefebvre una lettera che rappresentava l’ultimo tentativo per fermarlo dall’ordinare quattro nuovi vescovi senza mandato pontificio, invitando a «ritornare, con umiltà, alla piena obbedienza al Vicario di Cristo». La missiva non fece retrocedere Lefebvre dai suoi intenti, che tirò dritto contro quella che considerava una “deriva modernista” e, dopo la consacrazione illecita dei quattro vescovi – i monsignori Bernard Fellay, Bernard Tissier de Mallerais, Richard Williamson e Alfonso de Galarreta – il pontefice dichiarò consumato lo scisma con il motu proprio Ecclesia Dei.
La Fraternità raggruppa oggi molti dei continuatori della Chiesa preconciliare che desiderano conservare la messa tridentina e si oppongono all’ecumenismo e al dialogo interreligioso. Per questo, nel 2007, Papa Benedetto XVI, tentò un passo di riconciliazione con la decisione di liberalizzare la messa Tradizionale latina e nel 2009 revocò la scomunica personale ai quattro vescovi, senza però sanare la posizione canonica della Fraternità né risolvere le profonde divergenze dottrinali. I successivi colloqui con Roma non hanno mai prodotto un accordo definitivo. L’arrivo di Leone XIV sembrava aver riaperto uno spiraglio di dialogo, ma la scelta di Écône segna oggi un’inversione drastica, riportando la situazione al punto di massima tensione degli anni Ottanta. Se sul piano numerico la Fraternità rappresenta una realtà minoritaria, la sua influenza nel mondo del tradizionalismo cattolico è tutt’altro che marginale, con 733 sacerdoti, circa 700 chiese e quasi mezzo milione di fedeli in tutto il mondo.
Le consacrazioni di Écône riaccendono uno dei nodi più delicati del cattolicesimo contemporaneo, destinato a produrre effetti che vanno ben oltre la sola galassia lefebvriana e assumono, pertanto, un valore altamente simbolico: riaffermano l’esistenza di una struttura ecclesiastica autonoma, dotata di una propria successione episcopale, e sanciscono la volontà di proseguire indipendentemente dal riconoscimento romano. Per il Vaticano, non si tratta soltanto di una questione disciplinare, ma di un problema ecclesiologico, che investe il principio stesso dell’unità della Chiesa attorno al successore di Pietro. Per i lefebvriani, invece, la fedeltà alla tradizione precede l’obbedienza a un’autorità ritenuta responsabile di avere tradito l’eredità dottrinale precedente al Concilio.
Anversa, incendio in un condominio: almeno 6 morti
Sono oltre duecento le persone che risiedono nel condominio di dieci piani andato in fiamme in queste ore ad Anversa, in Belgio. Sei di queste sarebbero morte, mentre diverse altre sono rimaste ferite. Al momento non è chiaro che cosa abbia innescato l’incendio e le squadre di soccorso starebbero riscontrando difficoltà nel portare a termine le operazioni di salvataggio per via della portata dell’incendio. I residenti nelle zone circostanti sono stati invitati a tenere porte e finestre chiuse e, se necessario, spegnere gli impianti di ventilazione, in ragione della presenza di fumo ad elevata concentrazione.
Il Sudafrica è in rivolta contro gli immigrati: migliaia costretti alla fuga
La scadenza era fissata per ieri, 30 giugno. Si trattava di una deadline non ufficiale (e del tutto illegale), l’ultimatum dato dai gruppi xenofobi ai migranti presenti in Sudafrica. È la linea d’arrivo delle violente proteste che durano da settimane, animate da un unico movente: cacciare dal Paese tutti gli immigrati, poco importa se dotati di permesso di soggiorno o non regolarmente soggiornanti. Sono già 25 mila, secondo quanto dichiarato dalle autorità, le persone che hanno abbandonato il Paese. Migliaia di persone messe in fuga dal clima di paura e violenza diffuse di queste settimane. Alle quali si aggiungono le centinaia che sono state rimpatriate dalla polizia.
Il presidente Cyril Ramaphosa ha dichiarato che «per la maggior parte» le proteste sono state pacifiche, salvo «qualche raro incidente» che avrebbe potuto essere anche «molto peggio». «Il diritto alla protesta è garantito dalla nostra Costituzione», ha detto Ramaphosa. Anche se il governo ha ammesso che «diverse persone» sono state arrestate per saccheggio in varie cittadine, mentre si sono verificati occasionali lanci di pietre. In tutto, riferisce la polizia stessa, 900 persone sono state arrestate. Affrettandosi poi a specificare che per la maggior parte si trattava di «stranieri irregolari» e «arresti paralleli alle proteste». L’iniziativa di ieri ha coinvolto una ventina di città in tutto il Paese, ed è stata il culmine di settimane di tensione e violenza nei confronti degli stranieri. Almeno quattro persone provenienti da altri Paesi africani sarebbero rimaste uccise, secondo la polizia, citata da media locali.
Sui giornali, si moltiplicano le testimonianze dei migranti, regolari o meno, oggetto della persecuzione xenofoba. «Hanno detto che gli stranieri devono tornare da dove sono venuti. Non abbiamo i soldi per tornare in Malawi» ha dichiarato una migrante del Malawi ai media. «La gente ha abbandonato le proprie case», ha raccontato un uomo della Repubblica Democratica del Congo a France 24. Secondo quanto riportato dalla BBC, molti Paesi africani si sarebbero dichiarati disponibili a organizzare il rientro in patria dei propri connazionali, proprio in ragione degli episodi di violenza diffusa. A fare da testimonianza, alcuni video circolati online – che il governo sudafricano si è affrettato a definire falsi.
Le proteste sono state guidate dall’organizzazione xenofoba March and March e hanno visto la partecipazione di decine di altri gruppi analoghi, quali Operation Dudula, collegata a violenti attacchi razzisti contro i migranti. Ad animarle: la percezione che i migranti siano oggetti di trattamenti di favore da parte del governo. A tal proposito, il governo ha cercato di rassicurare i cittadini – e placare gli animi – assicurando di star mettendo in atto misure per gestire il fenomeno migratorio al meglio. Il Comitato Interministeriale sulla Migrazione ha dichiarato che la priorità rimangono «confini sicuri e comunità al sicuro», oltre alla tutela «della dignità umana e valori costituzionali». «Chiediamo a tutti i sudafricani di mantenere la calma, di respingere la disinformazione e la xenofobia e di continuare a collaborare con il governo e le forze dell’ordine per costruire comunità sicure, stabili e coese» ha dichiarato il Comitato, secondo il quale le preoccupazioni della popolazione in merito alla migrazione sono «legittime». Il governo ha fatto sapere di aver elaborato un piano in cinque punti che si concentra su rafforzamento della legge in materia di immigrazione e lavoro, sicurezza delle frontiere, miglioramento dei sistemi di gestione della migrazione, colmare lacune legislative e politiche e collaborare con i Paesi di tutto il continente per «affrontare le sfide migratorie in modo coordinato».
Le iniziative non si fermano alla marcia di ieri. Le proteste continueranno a ripetersi, il giovedì di ogni settimana, fino alle prossime elezioni amministrative, in programma per il novembre di quest’anno.









