sabato 14 Febbraio 2026
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672 istituzioni finanziarie europee finanziano l’occupazione israeliana

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Sono più di 670 le istituzioni finanziarie europee che sostengono economicamente circa altre 50 imprese che contribuiscono alla costruzione e allo sviluppo degli insediamenti israeliani collocati nei Territori palestinesi occupati in Cisgiordania e a Gerusalemme Est e ritenuti per legge illegali. Una parte dei fondi proviene anche dall’italiana Unicredit (al decimo posto per quantitativo di utili forniti). Secondo DBIO, (Don’t buy into occupation), la coalizione costituita da 25 ong palestinesi, regionali ed europee con sede in Irlanda, Francia, Olanda, Norvegia, Spagna, Belgio e Regno unito e che ha stilato il report in questione, Unicredit ha messo a disposizione 3,58 miliardi di dollari: ha, a tutti gli effetti, finanziato un’attività internazionalmente considerata illegale.

Banche, gestori patrimoniali, assicurazioni e fondi pensione: sono queste, più in generale, le categorie a cui le 672 imprese appartengono e che tra il 2018 e il maggio 2021 hanno fornito direttamente o indirettamente attraverso prestiti o acquisti di azioni e obbligazioni circa 255 miliardi di dollari (218 miliardi di euro). Coinvolte anche BNP Paribas e Deutsche Bank, Crédit Agricole e Santander, Airbnb e Trip Advisor, complici di aver fornito fondi per diverse finalità. Comprare dispositivi di sicurezza volti a controllare la popolazione civile palestinese e a limitarne i movimenti, ad esempio, acquistare attrezzature per demolire case palestinesi e i materiali per l’espansione delle colonie. E più in generale, continuare a costruire insediamenti abusivi nei Territori palestinesi di Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est, occupati militarmente nel 1967, durante la Guerra dei sei giorni. Per il diritto internazionale, però, costruirne ancora significa continuare a violare la Convenzione di Ginevra e lo Statuto di Roma della Corte penale internazionale.

Willem Staes, uno dei firmatari del rapporto, ha detto che “Nonostante la natura illegale degli insediamenti israeliani secondo il diritto internazionale, le istituzioni finanziarie europee continuano a fornire un’ancora di salvezza finanziaria alle società che operano nelle colonie mentre dovrebbero seguire l’esempio di alcune istituzioni norvegesi che hanno interrotto il loro coinvolgimento”.

Eppure le prove ci sono. E ce ne sono tante, tutte raccolte negli anni soprattutto dalle Ong israeliane e internazionali che operano in questi territori: i palestinesi subiscono continue violazioni dei diritti umani, abusi e soprusi. Ma gli investimenti, prestiti bancari, contratti di fornitura di attrezzature e prodotti continuano ad arrivare, fornendo l’ossigeno vitale “di cui gli insediamenti hanno bisogno per crescere e prosperare”, dice Michael Lynk, delegato delle Nazioni Unite.

Ma non si tratta solo di soldi, di sostegno economico, di aiuti finanziari. Ogni singolo dollaro offusca la voce di tutti quei palestinesi arrestati senza un motivo, di solito di notte, mentre sono nelle loro case, per mano delle autorità israeliane. Offusca la voce di tutte quelle torture e maltrattamenti, rivolti anche ai minori, e che includono percosse, schiaffi, incatenamenti dolorosi, privazione del sonno, posizioni di stress e minacce. A volte anche l’isolamento prolungato. Per mesi. E l’Europa è indirettamente lì con loro, ma dalla parte sbagliata: quella dei carnefici.

La coalizione Don’t Buy Into Occupation, autrice del rapporto, ha dichiarato che ora queste società europee “hanno la responsabilità di garantire che non siano coinvolte in violazioni del diritto internazionale e non siano complici di crimini internazionali”. Sarà difficile confutare prove schiaccianti.

[di Gloria Ferrari]

La plastica può essere rimossa dagli oceani: riuscito il primo esperimento

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Un nuovo sistema ideato con il fine di rimuovere la plastica dagli oceani è stato recentemente testato nel Great Pacific Garbage Patch, un enorme accumulo di rifiuti galleggiante situato nell’Oceano Pacifico, ed ha dato ottimi risultati a detta dell’Ocean Cleanup, l’organizzazione che lo ha messo a punto. Quest’ultima infatti ha dichiarato che “Jenny”, il soprannome con cui viene chiamato il sistema, ha raccolto 9.000 chilogrammi di plastica presenti nell’Oceano Pacifico ed ha aggiunto che per tale motivo ora è chiaro che «è possibile pulire il Great Pacific Garbage Patch». Anche Boyan Slat, il fondatore di Ocean Cleanup, ha accolto con grande entusiasmo la notizia ed ha affermato: «Ha funzionato tutto».

Jenny è essenzialmente una costa galleggiante artificiale: si tratta di una lunga barriera a forma di U che riesce a portare la plastica in una zona di ritenzione posizionata alla sua estremità. Due navi la trainano, e così la corrente oceanica spinge i rifiuti galleggianti verso la rete gigante. Una volta che la rete si riempie di plastica, un equipaggio la tira fuori dall’acqua e svuota la spazzatura su una delle due navi. La plastica raccolta, poi, viene riciclata: al momento, infatti, essa viene utilizzata per produrre occhiali da sole, ed i soldi guadagnati dalla loro vendita vengono usati per migliorare le operazioni di pulizia degli oceani.

Bisogna dire, però, che vi sono ancora alcuni dubbi legati a tale sistema. Innanzitutto esso cattura solo la plastica che galleggia vicino alla superficie degli oceani e non anche quella situata sul fondo. Inoltre Jenny ovviamente non impedisce alla plastica di entrare negli oceani, e dunque non è proprio un sistema perfetto. In tal senso Miriam Goldstein, direttrice della politica oceanica presso il think tank Center for American Progress, il mese scorso ha rilasciato un’intervista alla Reuters in cui ha affermato che «una volta che la plastica è entrata in mare aperto, diventa molto costosa e richiede molti combustibili fossili per estrarla di nuovo». E, infatti, le barche che trainano Jenny richiedono carburante, il che significa che c’è un costo ambientale legato a questo sistema.

Tuttavia, Ocean Cleanup ha affermato che sta «cercando modi per limitare e compensare le emissioni di carburante» che al momento è impossibile non utilizzare, ed anche lo stesso Slat ha ammesso che «ci sono ancora molte cose da migliorare». L’organizzazione, insomma, è consapevole delle criticità legate a tale sistema ma sembra intenzionata a porre rimedio ad esse e, dunque, continuare a perseguire il suo obiettivo, che è quello di arrivare a ripulire «il 90% della plastica galleggiante dagli oceani entro il 2040».

[di Raffaele De Luca]

I 18enni voteranno per eleggere il Senato: Mattarella promulga la legge

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La legge di riforma costituzionale che prevede che l’età minima per eleggere il Senato sia di 18 anni, è stata promulgata dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Nello specifico, tramite quest’ultima si va a modificare l’articolo 58 della Costituzione, il quale stabilisce che l’età minima per poter eleggere il Senato sia di 25 anni. La riforma, approvata lo scorso luglio da Palazzo Madama, interessa dunque i giovani tra i 18 ed i 24 anni, che sono quasi 4 milioni. Essa entrerà in vigore a partire dalle prossime elezioni politiche.

Roma: corteo lavoratori Elica e Whirlpool in occasione dei tavoli al Mise

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A Roma, circa 500 lavoratori della Whirlpool di Napoli e dell’Elica di Ancona hanno sfilato in corteo dalla Stazione Termini verso il ministero dello Sviluppo economico, in occasione dei due tavoli. Sono 340 i lavoratori della Whirlpool che rischiano di perdere il lavoro dopo la conferma da parte dell’azienda della chiusura della procedura di licenziamento collettivo. In tal senso Barbara Tibaldi, segretario nazionale Fiom-Cgil, ha affermato: «Ci hanno detto che oggi avrebbero illustrato un provvedimento straordinario per traghettarli dalla Whirlpool al Consorzio. Ci aspettiamo la serietà del governo, che deve spiegarci come possiamo proseguire». Sono invece 400 i lavoratori Elica a rischio: come denunciato dai sindacati, «la proprietà ha annunciato 400 esuberi perché vogliono portare il lavoro in Polonia».

Piatto unico bilanciato: il modello di alimentazione corretta per tutti

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Il Piatto del Mangiar Sano, chiamato anche piatto unico bilanciato da noi in Italia (Healthy Eating Plate il nome in lingua originale), creato dagli esperti di nutrizione della Harvard School of Public Health, è una guida per insegnare alle persone a creare pasti salutari e bilanciati, sia che siano serviti su un piatto a casa, sia che siano confezionati in un cestino da portare in ufficio o al lavoro come pranzo al sacco. Una soluzione semplice, adatta per tutte le tasche a prescindere dal tempo a disposizione e dall'abilità culinaria. Una soluzione valida per mangiare sano e vario, senza imp...

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Grecia, terremoto magnitudo 6 avvertito in tutto il Mediterraneo orientale

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Un terremoto di magnitudo 6 con epicentro a 128 km dall’isola greca di Karpathos e profondità di circa 38 km ha avuto luogo questa mattina ed ha coinvolto tutti i Paesi affacciati sul Mediterraneo orientale. La scossa è stata percepita in diverse isole greche, in varie parti di Israele e dei territori palestinesi, in Turchia e in Siria. In Egitto, la terra ha tremato sino alla città del Cairo. Non vi è allarme tsunami, ne’ feriti o edifici danneggiati, secondo quanto rilevato al momento, né sembrerebbe esserci il rischio di scosse di assestamento, vista la profondità cui è avvenuta.

Washington Post: l’Italia è un laboratorio mondiale per la gestione della pandemia

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In un articolo pubblicato sabato 16 ottobre il quotidiano statunitense Washington Post analizza la situazione italiana con occhio critico. Offrendo una visione esterna di quanto sta avvenendo dopo l’introduzione dell’obbligo del green pass, sottolinea come l’Italia si sia “spinta in un nuovo territorio per le democrazie occidentali“.

La misura introdotta dal Governo Draghi, che vede l’imposizione della certificazione verde sul posto di lavoro, è “uno degli obblighi vaccinali sul posto di lavoro più severo al mondo“. Altri Paesi europei hanno infatti preso misure meno severe, alcuni rifiutando del tutto l’adozione del green pass. Negli Stati Uniti l’amministrazione Biden ha reso il vaccino obbligatorio per i dipendenti del governo, mentre sta cercando di spingere le compagnie private alla stessa soluzione con i propri dipendenti. La percentuale di vaccinati in Italia è del 70%, di molto superiore a quella degli Stati Uniti, che si aggira intorno al 57%. Come fa notare il Washington Post, questo dato unito all’obbligo di utilizzo delle mascherine in luoghi chiusi, “ha aiutato ad evitare una violenta ondata della variante Delta”.

Tuttavia per raggiungere tali obiettivi l’Italia non ha esitato a prendere misure drastiche, spingendosi spesso in territori inesplorati dalle democrazie occidentali. È stata il primo Paese europeo a introdurre il lockdown duro, l’obbligo di vaccinazione per i lavoratori della sanità e ora ad imporre l’obbligo di green pass per tutta la popolazione sul luogo di lavoro. L’unica ad aver adottato restrizioni simili è la Grecia. Il Governo Draghi “ha persino suggerito la possibilità di essere il primo Paese al mondo a introdurre l’obbligo universale del vaccino, una mossa che andrebbe oltre le misure adottate sino ad ora”, scrive il Washington Post.

In tal senso l’Italia si è figurata, in questi mesi, come un enorme laboratorio politico, dove le conseguenze di azioni intentate da altri Paesi sono per la prima volta sperimentate sulla popolazione. “L’Italia si trova in una nuova fase, provare a capire che cosa significhi vivere con il virus, e che livello di controllo la società sia disposta ad accettare“. Le nuove regole introdotte a partire dal 15 ottobre hanno “diviso la società in diversi livelli di libertà”. Quelle che un anno fa sembravano soluzioni “altamente improbabili” da prendere in considerazione oggi sono accettate come realtà all’ordine del giorno, spingendo a riflettere su quanto sia adattabile e ridimensionabile la capacità critica di ciascuno. “Il gruppo di ricerca Teneo ha stimato che in Italia tra i 2.2 e i 2.5 milioni di lavoratori, sui 23 milioni totali, sono senza vaccino” riporta il giornale americano. I vaccinati “possono riprendere le loro vite”, mentre “i non vaccinati devono affrontare una scelta: venire immunizzati, o rischiare di perdere lo stipendio”.

[di Valeria Casolaro]

Germania, probabile fine dell’emergenza Coronavirus dal 25 novembre

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Il ministro federale della sanità Jens Spahn si è detto favorevole a una graduale eliminazione dello stato di emergenza in Germania: le alte percentuali di vaccinazione raggiunte hanno al momento eliminato il sovraccarico del sistema sanitario. Casi di infezioni gravi si sono verificati solamente in persone non vaccinate. Il 25 novembre rappresenterebbe quindi una probabile data di fine emergenza, iniziata il 28 marzo 2020. Le misure di sicurezza di base (distanziamento e mascherine) saranno mantenute. La decisione finale spetta al Parlamento federale, che a fine agosto ha esteso l’emergenza per altri tre mesi. Attualmente il numero dei casi è in salita, soprattutto in zone come il sudest della Germania, dove i tassi di vaccinazione sono più bassi.

Ecuador, Lasso dichiara stato di emergenza per i crimini legati alla droga

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Il presidente dell’Ecuador Guillermo Lasso ha dichiarato lo stato di emergenza in seguito all’alto numero di crimini legati al traffico e al consumo di droga. In una diretta televisiva nazionale diffusa lunedì sera, Lasso ha affermato che le strade di tutta la nazione saranno pattugliate dall’esercito e dalla polizia per garantire la sicurezza. L’Ecuador è passato dall’essere uno stato di traffico di stupefacenti a uno di consumo, fattore che, secondo Lasso, ha portato all’aumento di omicidi, furti e rapimenti. Recentemente, l’Ecuador ha anche affrontato una grave crisi carceraria, con 118 detenuti morti nel solo carcere di Guayaquil durante una rivolta lo scorso settembre.

Il piano degli USA per la Siria è semplicemente continuare a destabilizzarla

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Il segretario di Stato statunitense Antony Blinken ha affermato, durante una recente conferenza stampa, che non vi è alcuna intenzione da parte degli Stati Uniti di normalizzare i rapporti con la Siria ed il suo presidente Bashar al-Assad, fino a che non vi siano degli «evidenti progressi in direzione di una soluzione politica». Non si specifica quale sia la “soluzione politica” richiesta, ma tutto lascia intendere che secondo la casa bianca l’obiettivo sia sempre lo stesso che dieci anni di guerra non sono riusciti ad ottenere: la cacciata di Al-Assad. Nessuna intenzione di riconoscere il governo come legittimo e nessun piano per la cessazione delle controverse operazioni “anti-terrorismo” dietro le quali, secondo diverse fonti, si nasconde lo sfruttamento delle risorse petrolifere del paese.

Si tratta di un momento complesso per gli equilibri geopolitici statunitensi, in quanto diversi tra i loro alleati nei Paesi arabi stanno riaprendo la via del dialogo e della cooperazione con al-Assad, dopo l’isolamento perdurato durante gli anni di conflitto. Mentre a New York si svolgeva l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il ministro degli esteri egiziano incontrava quello siriano per la prima volta in dieci anni. A fine settembre la Giordania, storica alleata degli USA, ha riaperto la frontiera con la Siria per supportarne la ripresa economica. Accordi economici di futura cooperazione sono stati siglati tra lo Stato siriano e il ministro dell’economia degli Emirati Arabi Uniti. Questi ultimi hanno inoltre sottolineato come le indiscriminate sanzioni imposte dagli USA hanno reso complesso per la Siria, devastata da un decennio di guerra, rientrare nella Lega Araba. In questo contesto, Blinken ribadisce la linea d’azione americana, che punta sostanzialmente alla destabilizzazione del Paese. Si tratta, a tutti gli effetti, di una battaglia combattuta sul campo economico e politico.

L’ulteriore stretta sulla Siria (e sui Paesi terzi che ne supportano la ripresa) è giunta con il Caesar Act del 2020, grazie al quale Washington ha impedito qualsiasi ricostruzione economica o sociale del Paese se non fossero prima avvenuti dei mutamenti sostanziali nella garanzia dei diritti umani. Si tratta a tutti gli effetti di un tentativo, da parte degli Stati Uniti, di riconquistare rilevanza in territorio siriano, rendendo impossibile la ricostruzione. A distanza di un anno le sanzioni imposte dal Caesar Act non hanno tuttavia portato i risultati sperati, trovandosi la Siria ancora in uno stato di conflitto. Andando a colpire, tra gli altri, anche il settore delle costruzioni e impedendo così di fatto la ricostruzione del Paese, le sanzioni hanno inoltre avuto un forte impatto in primo luogo sulla popolazione civile. Blinken ha sottolineato come, dall’inizio della presidenza Biden, vi sia stato un grosso impegno umanitario da parte degli Stati Uniti nei confronti della popolazione, ma è chiaro come questo offra solamente una soluzione temporanea e non definitiva a problematiche strutturali di ben altra portata.

È evidente che la strada dell’autodeterminazione siriana non è prevista dalle politiche degli Stati Uniti. Le elezioni presidenziali tenutesi in Siria nel maggio di quest’anno hanno riconfermato il presidente al-Assad, con una percentuale straordinaria di partecipazione ai seggi. Il risultato è stato fortemente screditato dall’Occidente ed etichettato come illecito e non libero. Per quanto scendere nel merito della legittimità delle elezioni in un Paese fortemente instabile sia questione assai complessa, l’Occidente rinnova un atteggiamento già tenuto in varie occasioni in Medioriente. Il presidente Trump, d’altronde, non ha fatto segreto degli interessi statunitensi in Siria (“I like the oil. We’re keeping the oil” erano state le sue affermazioni durante un’intervista). Nel 2020, inoltre, il ministro degli esteri siriano aveva denunciato l’esistenza di un patto tra una compagnia petrolifera americana e e un gruppo di ribelli curdi che controllavano le riserve petrolifere del nord-est del Paese, in un tentativo di sottrarre illegalmente il petrolio siriano. L’amministrazione Biden è subito corsa ai ripari cercando di prendere le distanze dalle affermazioni di Trump e negando lo sfruttamento del territorio siriano per l’estrazione del petrolio, affermando che la propria presenza è finalizzata alla difesa da eventuali attacchi ISIS. Tuttavia bisognerà attendere prima di capire se la linea politica di Biden si muove in una direzione effettivamente differente.

[di Valeria Casolaro]