giovedì 5 Febbraio 2026
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È vero che Donald Trump ha fatto finire otto guerre in nove mesi?

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«In nove mesi alla Casa Bianca ho risolto sette guerre» aveva dichiarato il presidente USA Donald Trump parlando ai vertici militari americani riuniti a Quantico, in Virginia, per poi ripeterlo in occasione del suo discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Ora diventerebbero otto, alla luce della tregua a Gaza dove, secondo sé stesso, Trump ha posto fine a un conflitto «vecchio di tremila anni». Ma, mentre il nobel per la Pace gli è sfuggito di mano (è andato alla golpista venezuelana Maria Corina Machado, per capire la serietà del premio), resta da capire un punto. È vero che Donal...

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Nobel per la pace alla leader dell’opposizione venezuelana

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Il comitato norvegese per il Nobel ha dato il premio Nobel per la pace a Maria Corina Machado, la leader dell’opposizione in Venezuela. Tra le motivazioni, il suo presunto «instancabile lavoro nella promozione dei diritti democratici per il popolo venezuelano» e «la sua lotta per una transizione giusta e pacifica dalla dittatura alla democrazia». Maria Corina Machado è la principale esponente dell’opposizione venezuelana al presidente Maduro. In occasione delle ultime elezioni, Corina Machado, sostenuta dagli USA e dall’UE, ha denunciato presunti brogli e rivendicato la vittoria delle elezioni da parte del suo partito; dopo le sue accuse erano scoppiati violenti scontri nel Paese.

Perù: destituita la presidente Boluarte

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Il parlamento peruviano ha destituito la presidente Dina Boluarte. La rimozione della presidente è avvenuta tramite un voto di impeachment che ha ricevuto un sostegno trasversale. Contro Boluarte erano state presentate 4 diverse mozioni di censura, ognuna delle quali accusava la presidente di non essere in grado di gestire la crescita delle violenze da parte della criminalità organizzata peruviana. Non è la prima volta che il parlamento peruviano prova a destituire la presidente; in generale, Boluarte risulta sotto inchiesta da mesi, accusata di corruzione e di reprimere il dissenso nel Paese. Non essendoci un vicepresidente, al suo posto è subentrato il presidente del Congresso Jose Jeri.

Il governo israeliano ha ratificato il cessate il fuoco a Gaza

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Il governo israeliano ha ratificato l’accordo siglato con Hamas per dare avvio alla prima fase del piano di pace di Trump per Gaza. Con l’approvazione formale da parte di Israele, l’accordo dovrebbe entrare in vigore entro 24 ore. La prima fase del piano istituisce un cessate il fuoco permanente e prevede l’apertura dei corridoi umanitari a Gaza; lunedì tutti gli ostaggi israeliani verrebbero riconsegnati alle famiglie, mentre Israele rilascerebbe dalle carceri 1.950 palestinesi, di cui 250 ergastolani. Le truppe israeliane, intanto, hanno iniziato a ritirarsi dalle proprie posizioni, ma durante questa prima fase manterrebbero il controllo di oltre la metà della Striscia. Non è ancora chiaro se e quanto questo accordo reggerà: i punti più delicati del piano Trump devono infatti venire ancora discussi, ma i leader di Hamas hanno dichiarato che gli Stati Uniti e i negoziatori avrebbero fornito garanzie che Israele non riprenderà i bombardamenti.

L’approvazione della prima fase del piano Trump per Gaza è arrivata nella tarda serata di ieri, e dà alle parti 24 ore di tempo per abbassare le armi; questo implica che il cessate il fuoco dovrebbe entrare ufficialmente in vigore entro le 22 circa di oggi. Dall’annuncio dell’approvazione da parte del governo israeliano, Israele ha continuato i bombardamenti nella Striscia, ma si è registrato un calo nell’intensità degli attacchi; intanto, testimonianze e fonti locali riportano che l’esercito israeliano starebbe iniziando a ritirarsi dietro la cosiddetta “linea gialla”, il primo perimetro di controllo entro cui è previsto che le truppe dello Stato ebraico retrocedano per dare spazio ai civili palestinesi. Secondo i media israeliani, in questa prima fase l’esercito manterrebbe il controllo del 53% della Striscia, mentre alcuni media arabi sostengono che i soldati occuperebbero il 58% del territorio.

Quando la prima fase prenderà formalmente piede, Israele dovrebbe riaprire i corridoi umanitari. Non è ancora chiaro quanti aiuti dovrebbero entrare nella Striscia, ma in una intervista all’emittente Al Araby TV, il diplomatico palestinese Osama Hamdan ha parlato di 400 camion di aiuti al giorno nei primi due giorni e di un minimo di 600 camion al giorno a partire dal terzo. Sempre nella prima fase, avverrebbe lo scambio degli ostaggi: lunedì, i gruppi palestinesi consegnerebbero tanto le persone ancora in vita quanto i corpi dei defunti, mentre lo Stato ebraico consegnerebbe 1.950 persone, di cui 250 ergastolani. Non sono ancora noti i nomi dei palestinesi che dovrebbero rientrare in questa prima fase: sui media israeliani iniziano a circolare delle liste, e pare certo che Israele abbia negato il rientro di alcune tra le più eminenti figure politiche palestinesi, tra cui il leader Marwan Barghouti e i corpi dei defunti fratelli Sinwar. Secondo fonti non ufficiali, se i gruppi palestinesi non dovessero trovare i corpi degli ostaggi israeliani defunti, entrerebbero in scena attori internazionali.

Non è noto cosa succederebbe una volta effettuato lo scambio degli ostaggi. La ratifica da parte del governo israeliano è avvenuta in presenza del braccio destro diplomatico di Trump Steve Witkoff e del suo genero ed inviato speciale durante la sua vecchia amministrazione Jared Kushner; entrambi hanno giocato un ruolo importante durante la fase di negoziati e sembra siano coinvolti nei dialoghi per le successive fasi del piano. Netanyahu ha chiesto a Trump di parlare alla Knesset, il parlamento monocamerale israeliano, e sembrerebbe che il presidente degli USA stia valutando di accettare l’invito. Mentre Israele continua le discussioni con il proprio principale alleato, da parte palestinese, tanto Hamdan, quanto il leader politico di Hamas Khalil al-Hayya hanno affermato che l’accordo così come siglato includerebbe un «cessate il fuoco permanente»; le loro affermazioni fanno eco al comunicato rilasciato ieri notte, dopo la prima firma tra i mediatori avvenuta a Sharm el-Sheikh. Sembra insomma che, secondo i piani, i dialoghi continuerebbero sullo sfondo di una tregua.

A tal proposito, i vertici politici del gruppo hanno affermato di avere ricevuto garanzie da parte dell’amministrazione statunitense e delle squadre di mediatori che Israele non riprenderà gli attacchi. Secondo indiscrezioni apparse sull’agenzia di stampa Reuters gli Stati Uniti dovrebbero inviare 200 soldati come forze di pace per assicurarsi che le parti rispettino il cessate il fuoco; altre fonti avrebbero confermato tale indiscrezione all’emittente Al Jazeera, aggiungendo che le truppe statunitensi stazionerebbero all’esterno della Striscia. Con la presenza statunitense sul posto, continuerebbero i dialoghi per le successive fasi del piano Trump: la seconda fase prevede l’istituzione di un «corpo di pace» internazionale con a guida lo stesso Trump e la partecipazione dell’ex premier britannico Tony Blair. Hamdan ha affermato che tale condizione non può venire imposta dall’alto né essere accettata dalla sola Hamas, rivendicando il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese. In Palestina, ha spiegato Hamdan, ci sono diversi attori: «Hamas non ha il diritto di esprimersi per tutti su queste questioni».

La terza fase, invece, prevedrebbe la consegna di Gaza a una amministrazione politica palestinese: se il piano della Casa Bianca fa esplicito riferimento a un’ANP riformata, Trump e Netanyahu sono stati ben più vaghi, affermando che nessun gruppo palestinese attualmente attivo, ANP compreso, governerebbe Gaza. In ogni caso, al termine del processo, il piano vedrebbe una Gaza completamente smilitarizzata, mentre la gestione della sicurezza verrebbe affidata nelle mani dell’esercito israeliano, che nel frattempo istituirebbe una zona di controllo interna alla Striscia. Solo allora si potrebbe parlare a tutti gli effetti di pace. Tutti i punti della seconda e della terza fase devono ancora essere discussi: Hamas ha già affermato di essere pronta a cedere il controllo di Gaza a un gruppo di palestinesi eletti dalla popolazione, ma sembra riservare maggiori dubbi sul tema del disarmo della Striscia e chiede il ritiro completo di Israele dal territorio palestinese.

USA: bloccato lo schieramento della Guardia Nazionale in Illinois

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Un giudice federale di Chicago ha temporaneamente bloccato l’invio dei soldati della Guardia Nazionale texana in Illinois. Il presidente Trump aveva disposto l’invio di 200 soldati nella stessa città di Chicago. Il fermo avrà effetto fino al 23 ottobre. Parallelamente, un altro giudice ha temporaneamente limitato la possibilità per gli agenti federali di usare la forza nelle manifestazioni. Nelle ultime settimane, Trump sta disponendo l’invio di soldati della Guardia Nazionale in sempre più città democratiche: lo ha fatto a Washington e a Los Angeles, e conta di farlo a Portland e a Memphis. Con lo schieramento degli agenti, Trump federalizza le forze di polizia locali, affidandone l’amministrazione alla stessa Guardia Nazionale.

La Spagna approva l’embargo totale sulle armi a Israele e i prodotti delle colonie

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La Camera dei Deputati spagnola ha approvato il decreto legge 10/2025 dello scorso 23 settembre, con il quale Madrid chiedeva di adottare misure urgenti contro il genocidio a Gaza e in supporto alla popolazione palestinese. In particolare, il decreto autorizza il controllo dell'introduzione e della commercializzazione dei prodotti provenienti dalle colonie illegali israeliane in Cisgiordania, oltre a imporre un embargo totale sul commercio di armi con Israele.
Il decreto è stato approvato con 178 voti a favore, 169 contro e un astenuto. In particolare, il testo prevede il divieto di trasferime...

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Regno Unito-India: accordo da 468 milioni di dollari in missili

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Il Regno Unito ha annunciato di aver firmato un contratto da 468 milioni di dollari per la fornitura di missili leggeri all’esercito indiano. L’annuncio è arrivato in occasione di una visita del Primo Ministro britannico Keir Starmer all’omologo indiano Narendra Modi, a Mumbai, dove i due hanno elogiato il potenziale dei legami derivanti dall’accordo commerciale firmato mesi fa. A tale contratto si aggiunge anche la firma di un ulteriore accordo dal valore di 250 milioni di dollari per la fornitura di motori elettrici per navi militari.

Como, i bambini appendono lo striscione “Pace” a scuola: il sindaco lo fa rimuovere

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In provincia di Como anche la semplice parola “Pace” è divisiva. Il sindaco di Inverigo –  Francesco Vincenzi, leghista eletto a capo di una coalizione di centro-destra – ha infatti fatto rimuovere uno striscione fatto appendere dai bambini della Scuola primaria “Don Gnocchi” recante proprio la scrittaPace” in bianco su sfondo rosso. Lo striscione era stato fatto dagli stessi studenti ed esposto in occasione della giornata della pace lo scorso 4 ottobre. Lo striscione è stato rimosso per «motivi di sicurezza», e perché «tutte le idee e tutti i pensieri dovrebbero comunque trovare spazio», ha affermato il primo cittadino. Il lavoro dei bambini è stato rimosso anticipatamente dagli insegnanti, che lo hanno recuperato ed esposto presso la rotonda della Fondazione Don Gnocchi che si occupa di bambini con disabilità. Nei giorni seguenti, il caso ha fatto discutere, arrivando anche ai banchi del Parlamento, dove è stata depositata un’interrogazione ai ministri dell’Interno e dell’Istruzione.

Lo striscione degli alluni della scuola Don Gnocchi era stato appeso lo scorso 3 ottobre, mentre in parallelo in tutta Italia si stava svolgendo lo sciopero generale per la Palestina e la Global Sumud Flotilla, la missione umanitaria che intende rompere l’assedio marittimo israeliano su Gaza, le cui navi sono state intercettate dalla marina dello Stato ebraico a inizio mese. La composizione era stata fatta dagli stessi studenti, in occasione della giornata della pace del 4 ottobre, ma è durata poco. In una manciata di ore è arrivato l’ordine di rimuovere lo striscione per «motivi di sicurezza» e per «evitare polemiche»; gli insegnanti hanno anticipato l’intervento della polizia e hanno recuperato lo striscione per spostarlo altrove e salvare il lavoro dei bambini. Dopo essere stato interrogato dai genitori, il sindaco Francesco Vincenzi avrebbe fornito i propri chiarimenti sulla vicenda, che sono stati ripresi dai media.

La scelta di rimuovere lo striscione, ha assicurato Vincenzi, non sarebbe in alcun modo legata a «motivazioni politiche» e non vorrebbe «censurare» le idee degli alunni; essa sarebbe piuttosto stata mossa da questioni di «sicurezza», perché le recinzioni della scuola avrebbero il solo scopo di garantire la tutela degli alunni. L’esposizione di uno striscione è consentito, ma solo «all’interno degli spazi scolastici a ciò preposti»; autorizzarlo, ritiene il sindaco, avrebbe creato «un precedente che renderebbe difficile negare future richieste di affissione di qualsiasi natura, anche di contenuti non condivisibili o non attinenti all’attività didattica». La risposta riportata dai media termina con un auspicio che la scuola rimanga «un ambiente neutrale, dedicato all’educazione e all’insegnamento, evitando così di generare inutili polemiche». La parola “Pace”, insomma, rischia di creare polemiche.

L’insolito caso di Inverigo ha fatto rapidamente il giro del Paese, arrivando anche in Parlamento. I deputati Devis Dori e Luana Zanella di Alleanza Verdi e Sinistra hanno infatti depositato una interrogazione ai ministri dell’Interno e dell’Istruzione chiedendo loro se siano a conoscenza dei fatti e se ritengano legittimo l’intervento delle forze dell’ordine per rimuovere uno striscione con la scritta “Pace” priva di simboli e colori di sorta dai cancelli di una scuola. I deputati propongono inoltre di mandare una nota alle amministrazioni territoriali «affinché la parola “Pace” sia considerata valore fondante e non un problema d’ordine pubblico», richiamando l’articolo 11 della Costituzione.

USA: sanzionato il maggior fornitore di petrolio alla Serbia

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Gli Stati Uniti d’America hanno sanzionato Nis, il maggior fornitore di petrolio alla Serbia. L’azienda, al 45% della russa Gazprom e al 30% dello Stato serbo, risponderebbe a circa l’80% della domanda di gasolio e benzina della Serbia e al 90% della domanda di carburante per aerei e olio combustibile pesante. In Serbia, Nis dà lavoro a 5.000 persone, gestisce una raffineria, e possiede 330 stazioni di servizio. La mossa degli USA è volta a costringere Belgrado a trovare un altro fornitore di idrocarburi o a nazionalizzare l’azienda, come forma di pressione contro la Russia.

Cessate il fuoco a Gaza: quali sono i prossimi passi

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Oggi, 9 ottobre, è stato raggiunto un accordo di cessate il fuoco nella Striscia di Gaza che prevede l’accettazione tra le parti della prima fase del piano di Trump e Netanyahu per Gaza. Tra entusiasmo generale e dubbi sull’efficacia del programma, comprendere quali siano i prossimi passi risulta alquanto complicato. Oggi pomeriggio sono previsti degli incontri del gabinetto di sicurezza e del governo israeliani, in seguito a cui l’accordo dovrebbe essere ratificato in via ufficiale. Alla ratifica dovrebbe seguire l’istituzione della effettiva tregua: le truppe israeliane smetterebbero di bombardare e inizierebbero a ritirarsi gradualmente dalla Striscia, mantenendo però una presenza in oltre il 50% del territorio; intanto, gli aiuti tornerebbero a entrare, e i gruppi palestinesi preparerebbero il terreno per lo scambio degli ostaggi. A partire dalla prossima settimana inizierebbero dunque le discussioni per il futuro della Striscia, che dovrebbero avvenire sullo sfondo di un cessate il fuoco permanente.

L’accordo tra Israele e Hamas è stato raggiunto nella notte di oggi, ma deve ancora essere ratificato dalla parte israeliana. Esso porterebbe all’accettazione della prima fase del piano Trump-Netanyahu per Gaza, che prevede l’istituzione di una tregua, l’entrata degli aiuti, un primo ritiro delle truppe dalla Striscia e lo scambio di ostaggi. Alle 17 italiane è previsto un incontro del gabinetto di sicurezza israeliano che, alle 18, verrà seguito da una riunione del governo; nella sera dovrebbe venire annunciata la ratifica ufficiale dell’accordo e, con essa, un iniziale cessate il fuoco. Con la tregua dovrebbe arrivare una fase di preparazione che andrà avanti fino a domenica: nei primi due giorni dovrebbero entrare 400 camion di aiuti umanitari al giorno, mentre a partire dal terzo l’entrata degli aiuti dovrebbe proseguire a pieno regime, con l’entrata di almeno 600 camion al giorno. I valichi di frontiera verrebbero riaperti, e le truppe israeliane si ritirerebbero entro la “linea gialla” del piano Trump-Netanyahu, mantenendo tuttavia il controllo del 53% della Striscia. Tra domenica e lunedì è previsto lo scambio degli ostaggi, che prevede il rientro delle persone vive e dei corpi dei defunti israeliani in cambio di 1.950 palestinesi, tra cui 250 ergastolani.

Hamas sta lavorando a una lista di palestinesi incarcerati da chiedere in cambio degli ostaggi israeliani, e un secondo elenco di corpi dei defunti che vorrebbe rientrassero. Da quanto riportano le fonti israeliane, lo Stato ebraico avrebbe già posto il veto su alcune delle richieste del gruppo palestinese: Israele ha negato la consegna di Marwan Barghouti, politico di spicco incarcerato in Israele dal 2002, e dei corpi dei fratelli Sinwar. Nonostante inizino già a emergere le prime frizioni, la fase critica giungerebbe settimana prossima: una volta effettuati gli scambi di ostaggi si dovrebbe infatti procedere con la discussione per l’istituzione di una pace. In una intervista all’emittente Al Araby TV, il diplomatico palestinese Osama Hamdan ha affermato che Hamas parteciperà alle discussioni e che tutti i gruppi palestinesi dovranno essere coinvolti. La seconda fase del piano Trump-Netanyahu prevede infatti l’istituzione di un «corpo di pace» internazionale con a guida lo stesso Trump e la partecipazione dell’ex premier britannico Tony Blair. Hamdan ha affermato che tale condizione non può venire imposta dall’alto né accettata dalla sola Hamas, rivendicando il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese. In Palestina, ha spiegato Hamdan, ci sono diversi attori: «Hamas non ha il diritto di esprimersi per tutti su queste questioni».

Solo dopo il raggiungimento di un accordo sulla gestione della Striscia si potrebbe effettivamente parlare di pace. La terza e ultima fase del piano Trump-Netanyahu prevede la consegna di Gaza a una amministrazione politica palestinese: se il piano della Casa Bianca fa esplicito riferimento a un’ANP riformata, Trump e Netanyahu sono stati ben più vaghi, affermando che nessun gruppo palestinese attualmente attivo, ANP compreso, governerebbe Gaza. In ogni caso, al termine del processo, il piano vedrebbe una Gaza completamente smilitarizzata, mentre la gestione della sicurezza verrebbe affidata nelle mani dell’esercito israeliano, che nel frattempo istituirebbe una zona di controllo interna alla Striscia. Tutti questi punti, tuttavia, dovrebbero essere discussi nella seconda fase: Hamas ha già affermato di essere pronta a cedere il controllo di Gaza a un gruppo di palestinesi eletti dalla popolazione, ma sembra riservare maggiori dubbi sul tema del disarmo della Striscia e chiede il ritiro completo di Israele dal territorio palestinese.