Il Portogallo ha istituito la più grande riserva marina a protezione integrale d’Europa e di tutto l’Atlantico settentrionale: la Riserva Natural das Ilhas Selvagens. Il governo portoghese ha esteso fino a 12 miglia e a 2.667 km2la protezione del mare delle Ilhas Selvanges, un piccolo arcipelago situato tra Madeira e le Canarie. L’approvazione del nuovo quadro giuridico per la preservazione dell’area è stata presentata durante una cerimonia pubblica svoltasi nella sede del governo autonomo.
La decisone di intensificare la protezione delle acque dell’arcipelago è derivata soprattutto dal risultato di importanti ricerche scientifiche. In particolare, National Pristine Seas, in collaborazione con Fundação Oceano Azul e Waitt Institute, ha condotto una delle prime indagini subacquee intorno alle isole, nel settembre del 2015. La spedizione ne ha filmato la biodiversità, tramite l’utilizzo di apparecchiature ad alta tecnologia – come telecamere pelagiche a mezz’acqua e drop cam -, che hanno permesso al team di osservare sia la flora e la fauna poco profonde, sia gli habitat degli abissi. Tutto questo ha rivelato che, le acque aperte intorno alle isole, sono un punto di riferimento vitale per la migrazione di pesci e mammiferi nell’Atlantico, mentre quelle vicine alla costa forniscono importanti habitat per la riproduzione degli organismi marini.
Il rafforzamento della protezione delle Ilhas Selvagens contribuirà all’aumento della biodiversità marina e della sua capacità riproduttiva. Inoltre, garantirà l’integrità degli ecosistemi, migliorandone la conservazione in tutto l’Atlantico nord-orientale. Nell’area protetta saranno vietate la raccolta, cattura e uccisione di qualsiasi specie marina e la distruzione del loro habitat naturale; la pesca e l’estrazione di materiale geologico o archeologico, sia marino che terrestre; l’abbandono di rifiuti e il rilascio degli scarichi navali, sia in mare che sulla terra; l’utilizzo di ancoraggi – se non nelle arre progettate a tale scopo -, e l’inquinamento acustico. Si tratta di un’azione di preservazione importantissima, la quale influirà anche sullo sviluppo economico attraverso la valorizzazione del capitale naturale.
Shell, multinazionale leader nel settore dell’estrazione dei combustibili fossili, sta valutando di ricominciare le proprie attività in Libia, aprendo nuovi pozzi per estrarre petrolio e gas. La notizia è emersa a seguito di alcuni colloqui tra il Ministro del Petrolio e del Gas del governo di unità nazionale libico Mohamed Aoun e alcuni delegati di Shell, che avrebbero definito le aree nelle quali la compagnia potrebbe ricominciare le attività. Oltre all’estrazione di combustibili fossili, Shell vorrebbe realizzare un progetto di energia solare nei pressi di Sirte. Questo rientrerebbe tra gli obiettivi dell’azienda di ridurre la produzione di petrolio fino al 2% all’anno entro il 2030 e di arrivare, entro il 2050, al 25% del proprio budget costituito da investimenti in energie rinnovabili.
In Germania saranno imposte severe restrizioni alle persone non vaccinate, con l’estensione del 2G (accesso consentito solo a vaccinati e guariti dal coronavirus) al commercio al dettaglio su base federale e la riduzione dei contatti. Ad annunciare tali misure, previste dal pacchetto varato dall’ultima conferenza Stato-regioni, è stata la cancelliera tedesca uscente Angela Merkel durante una conferenza stampa a Berlino. Quest’ultima, inoltre, ha aggiunto che la Germania avvierà anche il dibattito parlamentare per rendere obbligatorio il vaccino anti Covid.
Il rettorato dell’Università di Bologna è stato occupato dagli studenti e dalle studentesse della stessa: nella giornata di ieri infatti i ragazzi si sono recati in via Zamboni 33, dove l’Università ha la sua sede, e si sono accampati nei corridoi. A comunicarlo sono stati gli stessi occupanti tramite un post su Facebook di “Split” – uno spazio universitario di Bologna – nel quale oltre ad esortare altri studenti a partecipare alla protesta hanno anche indicato le motivazioni alla base della contestazione. «Non avere un tetto sopra la testa, e se ce l’hai molto spesso è in appartamenti fatiscenti con prezzi esorbitanti, rincorrere le scadenze di CFU imposte dall’Università per non perdere la borsa di studio, lavorare a nero con paghe con cui a malapena si riesce a pagare l’affitto: è la vita che tanti e tante di noi attualmente vivono, ma sicuramente non è quella che vogliamo», si legge all’interno del post.
Per tutti queste ragioni, dunque, gli studenti hanno deciso di occupare «il cuore dell’università» e da lì hanno lanciato le loro richieste, ossia: «Alloggi per gli idonei non assegnatari degli studentati, Università garante degli affitti concordati, condono di more su tutti i ritardi delle tasse, recupero di spazi vuoti da convertire in case per studenti e studentesse, stop ai ricatti di merito e temporali». Fino a quando tutto ciò non sarà realtà – concludono- non porranno fine alla loro contestazione.
Le richieste degli studenti però non sembrano essere infondate. In tal senso, a confermare l’emergenza abitativa a Bologna è stato l’ex Rettore dell’Università, Francesco Ubertini, che recentemente ha parlato di un «problema di caro-affitti». «Serve una strategia per distribuire meglio in città gli studenti, ragionando sulla scarsa offerta di studentati che vi è tuttora»ha dichiarato Ubertini, il quale ha aggiunto che «nell’anno del Covid c’è stato un +9% di immatricolazioni, con un aumento delle domande oggi del 15%», motivo per cui «il tema distribuzione sta diventando esplosivo».
Anche Paola Bonora, docente dell’Università di Bologna, ha confermato l’esistenza di problemi di questo tipoaffermando: «Si stanno costruendo una quantità spaventosa di cosiddetti studentati, ma che con gli studenti hanno poco a che fare. Se si analizzano i progetti si vedrà che sono previsti canoni d’affitto di svariate centinaia di euro. Quale studente può permettersi di pagare 600, 700, 800 euro al mese?».
Questa mattina, a Genova, i metalmeccanici genovesi della Fiom (Federazione Impiegati Operai Metallurgici) sono scesi in piazza per esprimere il loro dissenso nei confronti della manovra del governo: dalle tasse alle pensioni fino alle risposte ritenute non sufficienti sui lavori usuranti e gli ammortizzatori sociali. La protesta, avente ad oggetto 4 ore di sciopero, rientra in un pacchetto di 8 ore stabilite dal sindacato in tutta Italia.
Nuove testimonianze fotografiche, ottenute sorvolando alcune zone del Brasile, hanno svelato che la terra di una delle tribù più vulnerabile e incontattata del mondo è stata illegalmente invasa e distrutta per farne allevamenti di carne bovina.
Le immagini satellitari del 25 ottobre 2021 mostrano vaste aree deforestate, segni di incendi e la presenza di numerosi allevamenti,nel pieno della loro attività produttiva. Si vedono anche camion in movimento, case occupate, strade in costruzione, una pista di atterraggio e ranch con mandrie di bovini. Tutto si svolge in maniera illegale, perché l’allevamento di bestiame ha raggiunto alcune zone dove vivono i Piripkura.
Secondo la legge la loro terra indigena, che si estende a cavallo dei municípios di Colniza e Rondolândia, nello stato del Mato Grosso, dovrebbe essere monitorata e protetta dal recente rinnovo di settembre dell’Ordinanza per la protezione del suolo (Portaria de Restrição de Uso) e una sentenza della Corte Federale che ne vieta l’invasione. Ma, a conti fatti, non c’è mai stato un definitivo stop allo sfruttamento. Anzi, il territorio è minacciato da decenni dal disboscamento portato avanti dalle multinazionali agricole. Tuttavia con il governo di Bolsonaro lo scenario è andato via via peggiorando.
Due indigeni Piripkura [fonte: Survival International]Survival International (movimento mondiale per i diritti dei popoli indigeni) è riuscito a mettersi in contatto con Rita, donna appartenente alla comunità Piripkura, che ha detto: “Gli estranei che operano illegalmente all’interno del mio territorio potrebbero presto uccidere i miei parenti”, raccontando di come già nove di essi siano stati massacrati in un attacco. Di fatto non si tratta solo di strappare la terra a indigeni che sopravvivono grazie ad essa, prendendosene cura. Molti di loro vengono uccisi, altri perdono la vita difendendo la propria casa. Altri ancora muoiono in incendi.
Il sorvolo del mese scorso ha messo in luce anche questo. Motivo per cui il monitoraggio è stato fortemente voluto dal COIAB (l’organismo di coordinamento delle organizzazioni indigene dell’Amazzonia brasiliana) e dall’OPI (l’Osservatorio per i diritti umani dei popoli indigeni incontattati e recentemente contattati), con il supporto di APIB (Articulação dos Povos Indígenas do Brasil), ISA (Instituto Socioambiental) e Survival International, per portare avanti la campagna e petizione “Uncontacted or Destroyed”.
Sarah Shenker, portavoce di Survival, ha dichiarato che: “Non potrebbe esserci prova più grande della totale impunità – anzi, del sostegno attivo – di cui godono gli invasori della terra sotto il presidente Bolsonaro:: operazioni commerciali di allevamento in un territorio indigeno di vitale importanza che dovrebbe essere protetto dalla legge. Solo una grande protesta pubblica può impedire il genocidio dei Piripkura e di altre tribù incontattate”.
Dal 1° dicembre Genova è la prima grande città italiana a sperimentare il trasporto pubblico gratuito per specifici mezzi e fasce orarie. Da ieri è infatti possibile accedere gratuitamente alla linea della metropolitana negli orari di minor affluenza ed usufruire senza biglietto degli impianti di trasporto verticale. L’intento è di sperimentare nuove modalità per andare in direzione di una mobilità sempre più sostenibile, riducendo l’uso di mezzi privati e quindi le emissioni di CO2. La speranza è inoltre di rendere più snello il traffico, in una città spesso congestionata dall’elevato numero di mezzi che vi transitano.
La sperimentazione avviata nella giornata di ieri si protrarrà fino al 31 marzo 2022. In questo periodo sarà possibile accedere senza pagare il biglietto a funicolari, ascensori e alla cremagliera di Granarolo, la quale collega la stazione di Genova Principe al quartiere di Granarolo, sulle colline genovesi. Si potrà inoltre usufruire gratuitamente della metropolitana nelle fasce orarie tra le 10 e le 16 e tra le 20 e le 22, ovvero quelle con minor affluenza di passeggeri. L’intento è quello di spingere gli utenti a dilazionare l’uso dei mezzi, affinché il traffico non sia concentrato tutto in fasce orarie specifiche, come quella tra le 7 e le 9.30.
Il presidente di Amt (Azienda Mobilità e Trasporti) di Genova Marco Beltrami ha stimato un costo per l’azienda di circa 600 mila euro per l’intera durata della sperimentazione, che ha definito «sopportabile». L’obiettivo è anche «ampliare l’utilizzo in tutte le fasce orarie e stimolare una mobilità di prossimità tra i quartieri», ha dichiarato Beltrami. Al termine della sperimentazione si analizzeranno i dati e si capirà come proseguire ma, secondo Beltrami, è prevedibile un aumento del 10-15% dell’utilizzo della metropolitana.
«Vogliamo una realtà al passo con le grandi città europee dove il trasporto pubblico sia capillare e funzionale alle esigenze della cittadinanza, che diventi prevalente su quello privato, e a basso impatto ambientale» afferma Marco Bucci, sindaco di Genova. La viabilità della città è alquanto complessa, dal momento che il grande flusso di mezzi è veicolato da un complesso sistema di viadotti e sopraelevate che collegano le varie zone urbane. La metropolitana, che collega la zona est della città a quella ovest, attraversa alcuni dei punti nevralgici di Genova e si auspica che un implemento del suo utilizzo costituisca un importante fattore di snellimento del traffico.
L’iniziativa rappresenta un passo avanti per avviare un cambio di tendenza nella città di Genova, la quale nel 2019, secondo un’analisi di Legambiente, registrava un preoccupante tasso di inquinamento dovuto proprio al traffico veicolare, oltre che alle attività portuali e al riscaldamento domestico.
Nella relazione finale della Commissione parlamentare d’inchiesta incaricata dell’indagine sulla morte di Giulio Regeni la mancata collaborazione egiziana viene identificata come un’ammissione di colpevolezza. I continui depistaggi, le menzogne rilevate e la “fuga dal processo” costituirebbero infatti la prova del coinvolgimento del regime di al Sisi, che avrebbe utilizzato il processo per “recuperare il precedente livello delle relazioni bilaterali” e non per “assicurare alla giustizia gli assassini di Giulio Regeni”, i quali si trovano al Cairo “probabilmente all’interno delle istituzioni”. La Commissione chiede ora al governo Draghi di compiere un passo decisivo con una legge specifica che permetta di processarne i colpevoli, a prescindere dall’ostruzionismo egiziano.
Ieri anche l’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) ha concesso il via libera al vaccino anti-Covid prodotto da Pfizer-BionTech anche per i bambini di età compresa tra 5 e 11 anni. Seguendo l’analoga decisione presa dall’agenzia europea (Ema) lo scorso 25 novembre gli esperti italiani hanno valutato che i dati “dimostrano un elevato livello di efficacia e non si evidenziano al momento segnali di allerta in termini di sicurezza”. In un documento rilasciato al momento della richiesta di autorizzazione, il 26 ottobre scorso, la stessa Pfizer aveva avvertito che: “Il numero di partecipanti all’attuale programma di sviluppo clinico [circa 3.000 bambini, ndr] è troppo piccolo per rilevare potenziali rischi di miocardite associata alla vaccinazione. La sicurezza a lungo termine del vaccino COVID-19 nei partecipanti di età compresa tra 5 e 12 anni sarà studiata in 5 studi di sicurezza post-autorizzazione, incluso uno studio di follow-up di 5 anni per valutare le sequele a lungo termine di miocardite/pericardite post-vaccinazione”. Insomma sui rischi correlati se ne saprà di più entro cinque anni, ma l’autorizzazione è stata ad ogni modo concessa con la consueta formula: i benefici superano i rischi.
Il documento Pfizer che spiega che nulla si sa sui rischi di miocardite e possibili effetti a lungo termine del vaccino sui bambini [fonte: https://www.fda.gov/media/153409/download – pagina 11 del testo]Ma quali sono dunque i rischi connessi al Covid nei bambini di età compresa tra 5 e 12 anni? Nelle ultime settimane il grosso dei media e dei virologi maggiormente presenti nei salotti televisivi hanno spesso sostenuto che anche i bambini possono correre rischi seri con il Covid, lo stesso comunicato Aifa specifica che “sebbene l’infezione da SARS-CoV-2 sia sicuramente più benigna nei bambini, in alcuni casi essa può essere associata a conseguenze gravi”. Numeri forniti? Nessuno. Per trovarli abbiamo fatto una ricerca tra gli studi scientifici attualmente presenti sul tema. Si tratta, bene specificarlo, di studi ancora in fase di pre-print, i cui risultati dovranno essere validati (come quelli di Pfizer, dopotutto). Ma le risposte che forniscono sono piuttosto univoche.
L’ultimo in ordine di tempo è stato pubblicato appena 3 giorni fa. Si intitola “Risk of Hospitalization, severe disease, and mortality due to COVID-19 and PIMS-TS in children with SARS-CoV-2 infection in Germany” ed è stato condotto da un team di ricercatori che hanno analizzato i dati relativi ai bambini contagiati in Germania. Lo studio rivela che “il tasso complessivo di ospedalizzazione […] è stato di 35,9 ogni 10.000, il tasso di ricoveri in terapia intensiva era di 1,7 ogni 10.000 e la mortalità era di 0,09 ogni 10.000 bambini”. Rivela inoltre che “è stato riscontrato che i bambini senza comorbilità hanno una probabilità significativamente inferiore di soffrire di una malattia grave o [di avere un] decorso mortale della malattia”. Concludendo che “il rischio più basso è stato osservato nei bambini di età compresa tra 5 e 11 anni senza comorbidità. In questo gruppo, il tasso di ricovero in terapia intensiva era di 0,2 ogni 10.000″. E quello di mortalità? La ricerca scrive nero su bianco quanto segue: “Non è stato possibile calcolare la mortalità, a causa dell’assenza di casi”.
I dati della ricerca condotta in Germania
Un altro studio in tema era stato pubblicato il 3 ottobre scorso, basato su una mole poderosa di casi. Un team del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc), l’agenzia indipendente dell’Unione Europea che si occupa di malattie infettive, haconfrontato oltre 820 mila casi di contagiati sintomatici di età compresa tra 0 e 17 anni per valutarne i tassi di decorsi problematici. I risultati sono stati pubblicati nella ricerca “COVID-19 trends and severity among symptomatic children aged 0 to 17 years in ten EU countries” e raccontano quanto segue: 9.611 (1,2%) sono stati ricoverati, 640 (0,08%) hanno richiesto cure intensive e 84 (lo 0,01% non del totale dei contagiati, ma della minoranza dei sintomatici) sono deceduti. Anche in questo caso è stato sottolineato che l’aumento del rischio è stato riscontrato tra i casi di bambini “con comorbidità come cancro, diabete, malattie cardiache o polmonari”. Per quanto riguarda la mortalità generale del Covid su bambini e ragazzi, ovvero la possibilità di perdere la vita a causa della malattia per i soggetti da 0 a 19 anni di età il dato in Italia – calcolato su fonti Istat – è il seguente: 0,0003%. Significa 3 casi su un milione. Basandosi su quali dati e quali ragionamenti scientifici uno studio come quello presentato da Pfizer, basato su appena tremila bambini e portato avanti per pochi mesi, può assicurare che i rischi derivanti dai possibili effetti collaterali dei vaccini a breve, medio e lungo termine saranno inferiori? Nessun documento di approvazione risponde a questa domanda.
Insomma, secondo i dati i rischi per i bambini sani appare sostanzialmente nullo. Discorso in parte diverso per quelli che purtroppo soffrono di patologie, sui quali giustamente le autorità scientifico-sanitarie avrebbero potuto fare un ragionamento differente. Tuttavia il vaccino è stato autorizzato per tutti i bambini, indistintamente. Sarebbe stato utile se il documento di approvazione emanato da Aifa avesse chiarito sulla base di quali dati e quali studi è stato calcolato che i benefici superano i rischi. Tuttavia nessuna informazione è stata fornita in tal senso.
Anche all’interno della comunità scientifica i dubbi si sono levati circa l’autorizzazione vaccinale per i più piccoli. Appena una settima fa, ad esempio, la professoressa Maria Rita Gismondo (direttrice del Laboratorio di microbiologia clinica, virologia e diagnostica delle bioemergenze dell’ospedale Sacco di Milano) ha dichiarato quanto segue: «al momento non ci sono dati sufficienti per poter avvalorare la scelta del vaccino anti-Covid nella fascia d’età 5-11 anni, anche perché non ci sono dati validi sul rapporto rischio-beneficio. Questo lo dico ovviamente per i bambini in buona salute. Discorso diverso per i fragili, perché tutti i fragili, di qualsiasi età, dovrebbero essere vaccinati». Anche il virologo Andrea Crisanti pochi giorni fa ha sollevato dubbi sul vaccino ai bambini. O almeno ci ha provato, dallo studio di La7 lo hanno cortesemente invitato a tacere “almeno in prima serata”.
Alla luce di questi dati, e nonostante il consenso non unanime della comunità scientifica, l’Aifa (seguendo l’Agenzia europea) ha deciso di procedere: dal 16 dicembre circa 4 milioni e 700 mila bambini italiani saranno convocati per ricevere la prima dose Pfizer.
L’UNRWA, l’agenzia ONU che si occupa dei rifugiati palestinesi, ha comunicato il mancato pagamento di 28 mila dipendenti per il mese di novembre a causa di una grave crisi dei finanziamenti. Questi sono infatti fermi dal 2013: nel 2021 solo gli USA hanno ripreso le donazioni, dopo l’interruzione voluta da Trump nel 2018. Altri Paesi, come gli Emirati Arabi e il Regno Unito, le hanno drasticamente ridotte o definitivamente sospese. Attualmente l’UNRWA si occupa di 5,7 milioni di rifugiati palestinesi, soprattutto discendenti dei profughi del conflitto del 1948. L’associazione gestisce numerosi servizi di base, soprattutto sanitari, educativi e di cibo, tutti a rischio di essere sospesi.
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