lunedì 23 Marzo 2026
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Camminare

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“Il superamento della sedentarietà e il disprezzo per i confini fanno di gente del mio tipo degli alfieri del futuro”: queste parole di Hermann Hesse si inscrivono nella piena tradizione romantica tedesca, dove le camminate nei boschi o lungo le rive del mare sono le testimonianze di un atteggiamento sognante tutto teso verso una speciale dimensione sentimentale, erotica e divina, “nell’intimo del proprio cuore”. “Ho compreso che io sono un nomade e non un contadino, un cercatore e non un depositario” (Vagabondaggio, 1919, trad. it. Newton 1992).

A pensarci bene troviamo qui due tappe della remota storia umana, della rivoluzione neolitica di diecimila anni fa, dalla fase della caccia e raccolta a quella dell’agricoltura, da un mondo solcato da mille intrecci di percorsi e di impronte a una realtà contrassegnata da limiti, di proprietà e di competenza. L’incolto e il coltivato, l’indistinto e il definito.

Camminare è dunque un’esperienza ancestrale che consiste nel cercare una meta oppure, come dice Hesse, di godere il “vagabondaggio per se stesso, l’essere in cammino”, dove “Dio si fa mondo, in colori variopinti”.

All’opposto, Jack Kerouac: “Ed ecco un uomo con una valigetta che procedeva allegramente dalla spiaggia, e ci vide e fece un cenno con la mano e ci disse ‘Camminate un po’ più veloci se volete stare alla pari con me, perché io vado in Canada e non ho intenzione di sprecare tempo… Non posso rallentare, ragazzo, non posso’… Io e Slim ci affrettammo a seguirlo… ‘Tutto lanciato verso il Canada sono. Ho le mie cose in questa valigia. Ho anche una bella cravatta nuova…’. La sua valigia era una povera cosina tutta stracciata di cartone ed era tenuta insieme da una grossa cintura… Avevamo ormai camminato fino nei campi, dove la strada era illuminata solo di tanto in tanto… Il vecchio continua a parlare e a camminare, finché tutto quello che potevamo vedere fu la sua ombra che svaniva nel buio ed era scomparso come un fantasma. ‘Beh’, disse Slim, ‘era proprio un fantasma’” (Pic, 1948, trad.it. Newton 1995).

Lo sforzo fisico del camminare ha un corrispettivo dunque nel pensiero, nell’astrazione, attiva realtà immaginarie, nostalgie e progetti, sensorialità pure e fantasie illimitate, bilanci e aspettative, come la scrittura di un destino che si è messo in moto con noi. Al punto che nel camminare si può perdere l’orientamento. “Fu colto allora dall’angoscia. Non capiva come potessero esservi tanti alberi sulla via del ritorno. Accelerò ancora il passo, e alla fine prese a marciare di gran carriera… e corse a perdifiato per un lungo tratto…Gridò allora più volte di seguito, ma non ricevette risposta alcuna di rimando, il bosco intero era silente e la voce si perdeva tra i mille rami” (A. Stifter, Il sentiero nel bosco, 1845, trad.it. Adelphi 1999).

C’è una solitudine in questo camminare, apparentemente diversa dalla compagnia di chi fa jogging lungo strade e sentieri, un camminare che può essere vagabondaggio ma anche pellegrinaggio, dove la meta è definita, voluta, attesa e la gente che si muove con noi è come se fosse composta da individui, accomunati ma isolati, affratellati ma indipendenti. Una maratona metafisica, un dirsi come si è uguali nonostante i nostri abiti, le nostre idee, i nostri motivi.

“A volte, nonostante la neve, quando tornavo dalla mia passeggiata serale mi imbattevo nelle impronte profonde di un taglialegna che partivano dalla porta di casa mia, e trovavo sul focolare il suo mucchio di legna e nell’aria l’odore della sua pipa”: così Henri David Thoreau, l’autore dello splendido Camminare, nel suo Walden o vita nei boschi (1854, trad.it. Rusconi 2020).

L’impronta, la traccia è come la scrittura di quel camminare che già c’è stato, è una narrazione, un raccontare nomade, come El hablador (Il narratore ambulante, 1987, trad.it. Rizzoli 1989), il machiguenga amazzonico di cui parla Mario Vargas Llosa, specializzato in imboscate spirituali: “L’importante è non spazientirsi e lasciare che quanto deve accadere, accada… Se l’uomo vive tranquillo, senza spazientirsi, ha il tempo di riflettere e ricordare, troverà il suo destino, forse”. Altrimenti, se vuole prevenire il tempo, “il mondo si intorbidisce e l’anima cade in una ragnatela di fango”.

L’impronta, dunque, che nella sua versione moderna si è resa più difficile, dal momento che i nostri viaggi si svolgono per lo più sull’asfalto e sul cemento, sostanze su cui è difficile imprimere una traccia. Sempre e dovunque l’uomo ha camminato incidendo la terra di sentieri visibili e invisibili, lineari e tortuosi. Robert Macfarlane, nel suo elogio del camminare (Le antiche vie, trad. it. Einaudi 2013) narra della pista di impronte, a nord di Liverpool, dove si affiancano due file di tracce assai vicine, un uomo e una donna, molto alti tutti e due. Un camminare misurato, regolare, i due in viaggio, non in cerca di cibo, annotano i paleoantropologi. A passeggio, dunque, non a caccia.

Muoversi sì, lo abbiamo sempre fatto, ma camminare, sentire l’esigenza e l’attrazione naturale di andare a vedere di persona, di scegliere una direzione, di esplorare, oppure di realizzare una minima sfida, diciamo pure sportiva, dove si ripetono gli stessi percorsi e dove la città, la natura diventano una pista immaginaria, un percorso ripetuto, un circuito definito, una andare rituale che scandisce le nostre giornate e ci mette alla prova.

“L’essere in movimento s’inebria del proprio dinamismo, che lo rende audace… Siamo entrati nel novero di tutti i vagabondi, ambulanti e zingari che sospettano del potere e di chi se ne sta seduto” (P. Sansot, Passeggiate. Una nuova arte del vivere, trad.it. Pratiche 2001). In ultima analisi, ci sono due forme del camminare, una, quella che in francese si chiama flânerie, il girovagare, andare a zonzo, il farsi distrarre, senza avere una destinazione, l’osservare casualmente, in modo non sistematico. Tipico forse del muoversi all’interno di una città, senza evitare le sorprese. Io ricordo la lapide sulla casa di Marguerite Long, la pianista, in cui mi sono imbattuto a Nîmes, o quella che ricorda Chopin in Place Vendôme, a Parigi, o Montale a Rapallo, Nietzsche a Torino… Oppure, al limite, c’è l’escursione, il percorso accidentato che richiede competenza ed energia, e un preciso impegno fisico, con una mappa definita perché l’iniziativa sia felicemente attuata.

In ogni caso, nel camminare, in qualsiasi modo, non bisogna sottovalutare l’incontro, quello che se avviene su un sentiero, ci fa dire Buongiorno, rispetto a quell’altro dove ci si incrocia silenziosi, con una certa sensazione di confronto, non sempre benevola.

Siamo, se lo vogliamo, sempre sulle Vie dei Canti, quelle di cui ha scritto Chatwin, siamo sempre ai confini del mondo, anche se abbiamo quasi del tutto perduto, cioè delegato ai media esterni, artificiali, quasi tutta la nostra capacità di capire e avere certezze. Purché ci si senta sempre camminatori in esercizio continuo, purché le nostre energie spirituali non ci vengano sottratte, purché non ci facciamo espropriare il nostro pensare, la nostra meravigliosa illimitata capacità di sbagliare e di rettificare, allora camminare è non restare fermi, è come scrivere, immaginare, allineare i passi ma disallineare i pensieri, quasi in un continuo risveglio.

Riflettiamo, a proposito della etimologia della parola ‘progresso’, dal latino ‘gradus’, ‘passo’, e poi anche il nostro ‘grado’ e ‘gradino’, il salire e lo scendere con un ritmo obbligato, mantenendo una certa misura. “Un progress era, per un re, il giro dei castelli dei suoi baroni; per un vescovo, il giro della sua diocesi; per un nomade, quello dei suoi pascoli; per un pellegrino, quello dei luoghi sacri. Fino al Seicento erano sconosciute forme di progresso ‘morale’ o ‘materiale'” (Bruce Chatwin, Le Vie dei Canti, trad.it. Adelphi 1988).

Camminare è andare avanti e anche ritornare, compiere una ricognizione su un territorio che non è nostro, esplorare ma anche ripetere lo stesso tragitto con un gusto che può essere compiaciuto ma anche competitivo. La strada, l’andare, in ogni caso cerca un metodo, osservava Sansot, attraverso molti smarrimenti e molti miraggi.

[di Gian Paolo Caprettini – semiologo, critico televisivo, accademico]

Cremona, detenuti appiccano fuoco nelle celle per protesta: 80 evacuati

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Verso le 22 di venerdì 3 maggio alcuni detenuti del carcere di Cremona hanno dato fuoco alle proprie celle: secondo quanto riferito da Gennarino De Fazio, segretario generale della Uilpa Polizia Penitenziaria, la protesta aveva come oggetto la mancata somministrazione di uno psicofarmaco. Circa 80 detenuti sono stati evacuati mentre i vigili del fuoco domavano l’incendio. Per De Fazio, si tratta dell’ennesimo segnale delle “gravissime criticità del carcere cremonese”, che conferma come “la grave emergenza penitenziaria sia ancora in atto” e mostra come sia necessaria “una riforma complessiva che ripensi il sistema d’esecuzione penale, rifondi il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e reingegnerizzi il Corpo di polizia penitenziaria”.

L’allarme dell’Interpol: le armi inviate all’Ucraina finiranno alla criminalità organizzata

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Non che sorprenda, ma c’è la seria possibilità che la diffusione di armi nel mondo possa creare problemi. Non è una teoria da pacifisti, anche l’International Criminal Police Organization (Interpol) la vede allo stesso modo. In occasione di una conferenza presso l’Anglo-American Press Association, il Segretario generale dell’organizzazione poliziesca Juergen Stock ha infatti rivelato alcune sue preoccupazioni, sostenendo con determinazione che le armi consegnate in Ucraina finiranno prima o poi in mano alla criminalità organizzata.

«Quando le esplosioni taceranno, il mercato illegale delle armi prenderà vita. Lo sappiamo grazie all’esperienza maturata sugli altri teatri di guerra. I criminali stanno in questo momento – anche ora che stiamo parlando – facendo sforzi per ottenerle», ha dichiarato Stock senza mezzi termini. La storia e i documenti redatti dagli anni dagli analisti ci suggeriscono inoltre che le fosche prospettive dell’uomo descrivano con precisione gli scenari futuri.

Non si tratta di un timore da prendere alla leggera, soprattutto ora che gli equipaggiamenti militari spediti a Kiev stanno mettendo in secondo piano i giubbini antiproiettile per concedere massima priorità ai sistemi missilistici e alle relative munizioni, sistemi che difficilmente potranno essere monitorati con la giusta attenzione. Se in Afghanistan gli Stati Uniti e la NATO potevano controllare la destinazione delle loro armi grazie a una massiccia presenza sul territorio, nel caso ucraino non resta che affidarsi alla buona fede e alle capacità amministrative dell’Amministrazione Zelensky, nonché a quella delle realtà che le succederanno nei prossimi anni.

Sorgono dunque diversi problemi. Pur accettando in maniera incondizionata le intenzioni virtuose del suo attuale Presidente, l’Ucraina è comunque segnalata dall’indice di percezione della corruzione di Transparency International come una delle nazioni europee con il più grande abuso di pubblici uffici mirato al guadagno privato, mentre l’organizzazione svizzera Small Arms Survey riconosce la regione come un importante crocevia del traffico illegittimo di armi

Stock chiede con una certa urgenza che Unione Europea e Stati Uniti sviluppino rapidamente dei metodi per vigilare sulla destinazione degli equipaggiamenti militari inviati in sostegno a Kiev, colmando così un vuoto di imbarazzante portata. Questionato sull’argomento dal The Washington Post, un portavoce del Dipartimento di Stato americano si è limitato però a sostenere che l’Ucraina ha firmato un accordo per cui «non permetterà il ritraferimento dell’equipaggiamento a terze parti senza prima ricevere l’autorizzazione del Governo USA».

Ciò non assicura che poi le terze parti autorizzate non rivendano le armi in un secondo momento o che i loro equipaggiamenti non finiscano nelle mani dell’avversario, ma neppure che la politica ucraina mantenga la parola data. D’altronde, sottolinea il Cremlino, nemmeno gli Stati Uniti hanno mantenuto simili accordi, visto che ad aprile hanno inviato a Kiev degli elicotteri Mi-17 che gli erano stati venduti una decina di anni fa da Mosca. L’acquisto era stato allora accompagnato da un contratto che impegnava Washington a non trasferire i velivoli in nazioni terze senza prima aver ottenuto l’approvazione della Federazione Russa, tuttavia il Pentagono giustifica la violazione delle clausole asserendo che questo sia «concesso dalla legge statunitense e coerente con le priorità di sicurezza nazionali».

[di Walter Ferri]

Magistrato spagnolo vuole interrogare Pompeo su presunti piani CIA di uccidere Assange

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Il giudice spagnolo Santiago Pedraz ha inviato una rogatoria negli USA per poter interrogare Mike Pompeo, ex segretario di Stato, riguardo la presunta esistenza di un piano della CIA per sequestrare e uccidere Julian Assange mentre questi si trovava nell’ambasciata dell’Ecuador, a Londra. Secondo quanto riportato dall’agenzia Europa Press, Pedraz vorrebbe interrogare anche William Evanina, ex capo del controspionaggio americano. Gli avvocati di Assange si sono infatti rivolti alla magistratura spagnola poiché, secondo le loro ricostruzioni, in alcune dichiarazioni Evanina avrebbe fatto riferimento al coinvolgimento di una società “con sede in Spagna” come parte del piano, in quanto incaricata della sicurezza dell’ambasciata ecuadoriana a Londra.

Roma: la polizia carica i pescatori in sciopero

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Il 1° giugno un gruppo di pescatori si è ritrovato a Roma per protestare contro l’aumento dei prezzi del gasolio, che sta costringendo di fatto la categoria a lavorare in perdita. Intenzionato a dirigersi di fronte al ministero dell’Economia, il gruppo è stato tuttavia bloccato dalle forze di polizia in tenuta antisommossa, che non hanno esitato a far partire alcune cariche ai danni dei manifestanti. I rincari dei prezzi del carburante stanno avendo importanti ripercussioni sul settore, il quale sta mettendo in campo iniziative di protesta sempre più drastiche nella speranza che il Governo non ignori del tutto le rivendicazioni, come sembra star facendo al momento.

Le cariche delle forze dell’ordine hanno coinciso, in particolare, con la chiusura dell’incontro tra i vertici della Direzione Nazionale della Pesca e le associazioni di categoria, dal quale è emerso che nessun provvedimento verrà preso contro il caro carburante. Nessuno dei delegati delle marinerie presenti, inoltre, sarebbe stato ricevuto per un confronto. La protesta dei pescatori si inserisce in un clima di scontento generale della categoria, la quale già viveva “una crisi già aperta per le sempre più stringenti disposizioni unionali in materia di politica della pesca”. A queste si aggiungono ora i rincari del gasolio, in seguito ai quali i pescatori, piuttosto che andare in perdita, stanno smettendo di lavorare in tutta Italia.

Le rivendicazioni riguardavano, in particolare, la richiesta di una maggiore velocità nell’erogazione degli indennizzi (ordinari e straordinari), l’attivazione di una Cassa Integrazione Meteo e ristori concreti per far fronte al rincaro del gasolio, i quali, secondo UNCI Agroalimentare, dovrebbero essere stabiliti dalle singole Regioni in base alle difficoltà locali. Nonostante la costante domanda di prodotto ittico, infatti, gli aumenti del carburante stanno avendo pesanti ricadute sul settore, privato di sostegni sociali di qualsivoglia natura a causa del welfare “quasi inesistente” e del fatto che gli aiuti, che provengono soprattutto dalla legge di bilancio, non sono mai costruiti in modo concreto.

Lo stato di agitazione ha coinvolto tutta la categoria. Dal 21 maggio i pescherecci della costa adriatica della penisola non salpano alla ricerca del pesce fresco. A questo si sono aggiunte, a fine maggio, numerose manifestazioni di protesta in diverse città della costa est, da Chioggia a Molfetta. Il vicepresidente nazionale di Federpesca, Francesco Minervini, ha dichiarato che il Governo ha attivato interventi come credito di imposta e contributi a fondo perduto, ma “le misure non si sono ancora concretizzate”.

[di Valeria Casolaro]

 

In Indonesia si moltiplicano le sconfitte legali per le aziende di olio di palma

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In Indonesia, due aziende produttrici di olio di palma che avevano denunciato un funzionario locale per la revoca dei loro permessi si sono viste respingere l’azione legale. Queste si aggiungono a una lista crescente di imprese chiamate a rispondere delle violazioni legali e amministrative scoperte nel maggio 2021 sulle concessioni di palma da olio nella provincia della Papua occidentale. Nonostante le aziende abbiano spesso cercato di opporsi, da dicembre 2021 sono stati respinti almeno altri quattro ricorsi. Gli attivisti ambientali hanno accolto con favore il verdetto, definendolo un’opportunità per il governo di restituire le concessioni alle comunità indigene.

PT Anugerah Sakti Internusa (ASI) e PT Persada Utama Agromulia (PUA) avevano intentato cause separate il 29 dicembre scorso contro Samsuddin Anggiluli, il capo del distretto di South Sorong nella provincia della Papua Occidentale, che aveva ordinato la revoca dei permessi. I giudici che hanno esaminato i casi presso il tribunale amministrativo statale di Jayapura hanno stabilito la legittimità dell’azione di Samsuddin, soprattutto alla luce delle varie violazioni legali e amministrative da parte delle società. Le due imprese sono membri di un gruppo di piantagioni aziendali chiamato Indonusa Agromulia. Quest’ultimo ha deciso di non entrare a far parte della Roundtable on Sustainable Palm Oil (RSPO) – il principale sistema di certificazione di sostenibilità al mondo per l’olio di palma – e di non stabilire la cosiddetta politica NDPE, che impegnerebbe il gruppo ad attività basate su zero deforestazione, mancato sviluppo di torbiere e cessazione dello sfruttamento di comunità e lavoratori.

Alle due aziende erano state concesse decine di migliaia di ettari di terra, rivendicate dalle popolazioni indigene in nome di quel diritto ancestrale incompatibile con l’espansione neoliberista. Adesso, la palla passa ancora una volta alle istituzioni, a cui gli attivisti chiedono di interpretare la recente serie di sentenze dei tribunali come un catalizzatore per approvare finalmente un disegno di legge sui diritti indigeni, che langue in parlamento da un decennio e che permetterebbe alle comunità locali di riprendere il controllo della terra e gestirla in autonomia.

[Di Salvatore Toscano]

El Salvador, l’allarme di Amnesty: “massicce” violazioni dei diritti dal governo

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Le autorità di El Salvador, con il pretesto della repressione della criminalità delle gang, stanno mettendo in atto “massicce violazioni dei diritti umani”, secondo quanto denunciato da Amnesty. Da quando l’amministrazione del presidente Bukele ha dichiarato lo stato di emergenza, a fine marzo, almeno 18 persone sono morte sotto la custodia dello Stato, che starebbe mettendo in atto arresti arbitrari, violazioni del giusto processo, torture e maltrattamenti. Ad oggi polizia ed esercito hanno arrestato più di 36 mila persone, tra cui 1.190 minori, in moltissimi casi senza disporre di prove di un effettivo collegamento con bande criminali.

Le sanzioni alla Russia rischiano di far perdere 8.000 posti di lavoro in Sicilia

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Nei giorni scorsi, Bruxelles ha annunciato il sesto pacchetto di sanzioni rivolto alla Russia, in risposta all’invasione dell’Ucraina. Al suo interno, dopo un lungo dibattito, ha preso forma l’embargo parziale al petrolio russo, con l’obiettivo di ridurre le importazioni del 90% entro la fine dell’anno. In Sicilia, in provincia di Siracusa, si teme la perdita di circa ottomila posti di lavoro legati alla lavorazione del greggio proveniente da Mosca via mare. Si tratta dell’Isab, la raffineria situata a Priolo Gargallo e controllata dalla russa Lukoil attraverso la società svizzera Litasco. L’impianto richiede in modo diretto il lavoro di circa mille dipendenti, a cui se ne aggiungono altri settemila, impiegati nel sistema petrolchimico dipendente dal greggio lavorato nella raffineria.

Si tratta di un vero e proprio polo industriale che si sviluppa tra Priolo, Augusta e Siracusa e che coinvolge – oltre all’Isab – l’algerina Sonatrach, la francese Air Liquide e la sudafricana Sasol, oltre a Eni ed Enel. Lo scoppio della guerra in Ucraina ha segnato una controtendenza nella politica di riduzione degli investimenti rivolti all’area, con l’Italia diventata il principale importatore di petrolio russo in Europa. «La Isab Lukoil di Priolo, insieme con le altre realtà del polo petrolchimico, partecipa al gettito fiscale per 15 miliardi di euro all’anno», ha dichiarato il sindaco di Priolo Gargallo, chiedendo l’intervento del governo. Nei mesi scorsi, la giunta della regione Sicilia guidata da Musumeci ha cercato un dialogo con Palazzo Chigi, e in particolare con il ministro dello Sviluppo Economico Giancarlo Giorgetti, senza ricevere alcuna risposta, come ribadito dall’assessore alle Attività produttive della Regione siciliana, Mimmo Turano. Pochi giorni fa, il Ministero dello Sviluppo Economico (Mise) ha dichiarato di seguire “con la dovuta attenzione la situazione del Petrolchimico del Siracusano, soprattutto per le possibili ricadute occupazionali che le misure conseguenti alla guerra in Ucraina potrebbero causare”. Il Mise starebbe valutando la dichiarazione di area di crisi complessa, che permetterebbe l’attuazione di politiche e programmi di finanziamento o per la reindustrializzazione dell’area o per la sua riconversione.

Con l’embargo al petrolio proveniente da Mosca e il rischio chiusura per il polo industriale di Siracusa, le alternative percorribili sono due: sostituire il greggio russo con quello di altri partner commerciali con cui l’Italia ha stretto di recente nuovi accordi o riconvertire l’area in un’attività più sostenibile, soprattutto alla luce dei dati relativi all’incidenza del polo sulla salute dei cittadini. L’Istituto Superiore di Sanità ha tenuto una ricerca sul possibile legame tra i due aspetti, rilevando che “l’incidenza complessiva dei tumori maligni, esclusi quelli della pelle, risulta in eccesso rispetto alla popolazione delle regioni del Sud e Isole in entrambi i generi”. Si è registrata poi un’analoga tendenza sulle malformazioni congenite (escluse quelle del sistema nervoso) e sugli eventi di pneumoconiosi, oltre allo “strano caso dei tumori alla mammella riscontrati negli uomini, un evento raro”.

[Di Salvatore Toscano]

Il legame tra Alzheimer e alimentazione: conoscenze e consigli di prevenzione

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La demenza senile, la cui forma più diffusa è l’Alzheimer, affligge al momento circa 50 milioni di persone nel mondo, di cui 1 milione e 250 mila in Italia. La malattia prende il nome da Alois Alzheimer, neurologo tedesco che per la prima volta nel 1907 ne descrisse i sintomi e gli aspetti neuropatologici. Dal momento che la medicina moderna non è ancora stata in grado di individuare una cura che riesca a bloccare l’azione della proteina beta-amiloide, responsabile della distruzione delle cellule nervose, sembra che l’unica arma possibile contro l’Alzheimer sia la prevenzione. Come per ogni altra malattia che colpisce corpo e mente, la prevenzione passa per l’alimentazione e lo stile di vita.

Prevenzione: una buona notizia contro l’Alzheimer

Si pensi ad un dato molto significativo che emerge dalla ricerca scientifica: un caso di Alzheimer su 4 – ovvero il 25% dei casi – può essere prevenuto mangiando meglio, muovendoci di più, tenendo sotto controllo la pressione e i livelli di glicemia. Sono dati e conoscenze straordinarie a cui non pensiamo troppo spesso, purtroppo. Anche negli stadi iniziali della malattia, sottoporre i pazienti a stili di vita più corretti e farli camminare, contiene già di suo il disturbo di memoria e rallenta la progressione della malattia.

La buona notizia viene da uno studio effettuato da ricercatori della Columbia University, a New York, e pubblicato su Neurology. Nello studio sono stati inclusi 1.219 newyorchesi con più di 65 anni di età, senza problemi di Alzheimer, che sono stati seguiti per un po’ di tempo con l’alimentazione ed esami medici. Che cosa è stato fatto in questo studio? È stato cercato un legame con la proteina beta-amiloide circolante, per dieci componenti nutritivi: acidi grassi saturi, acidi grassi polinsaturi omega 3 e omega 6, acidi grassi monoinsaturi, vitamina E, vitamina C, vitamina D, vitamina B12, folati, betacarotene. Dopo 18 mesi di monitoraggio sono stati sottoposti ad un prelievo di sangue che ha misurato il livello della proteina beta-amiloide. I ricercatori hanno trovato che più un individuo consuma cibi contenenti gli omega 3, più sono bassi i livelli di proteina beta-amiloide nel sangue. 

Alimenti utili per la prevenzione

La dieta migliore per questi pazienti resta la dieta di tipo Mediterranea, ricca di frutta e verdura, cereali integrali, pesce, legumi e olio extravergine di oliva. È importante consentire un consumo frequente di alimenti che contengono sostanze antiossidanti come gli agrumi, le verdure a foglia verde, i pomodori, patate, pesce, frutta secca, erbe aromatiche come prezzemolo, basilico, rosmarino, spezie. Tra le sostanze che sembra possano avere effetti positivi troviamo la vitamina C, la vitamina E e B12, i polifenoli (contenuti oltre che nella verdura anche in tè, uva, cioccolato), lo zinco e il selenio

[Alcuni degli alimenti che aiutano nella prevenzione dell’Alzheimer]
Insieme all’alimentazione, questa malattia può essere prevenuta mantenendo uno stile di vita attivo e praticando regolarmente sport e attività fisica, soprattutto se si svolge un lavoro sedentario.

Dal tuorlo d’uovo un alleato contro l’Alzheimer

Le nostre nonne sapevano che le uova sono un alimento completo ricco di nutrienti essenziali per l’accrescimento dei bambini piccoli e per lo sviluppo del cervello, e non era un caso che ne dessero uno al giorno ai bambini in crescita. In Cina addirittura si diceva che per fare bambini intelligenti le donne incinte dovessero mangiare fino a 10 uova al giorno. Come mai le uova un tempo erano così venerate e apprezzate?

La Scienza moderna ha svelato i motivi, a partire dal fatto che all’interno di questo alimento è presente un nutriente essenziale chiamato colina, che è fondamentale per il cervello. Infatti più colina consumiamo, più neuroni della memoria formiamo. La colina, nel tuorlo d’uovo, è contenuta all’interno di un’altra sostanza assolutamente basilare per la salute del cervello, chiamata lecitina. Il termine “lecitina” (dal greco λεκιθος, lekithos) significa “tuorlo d’uovo” e fu introdotto per la prima volta nel 1850 sulla rivista Journal de Pharmacie et de Chimie dal chimico e farmacista francese Maurice Gobley, che isolò la lecitina nel 1846 dal tuorlo d’uovo e successivamente da altri tessuti biologici. La lecitina esiste in primo luogo come componente delle cellule vegetali e animali. Le cellule sono circondate da una membrana esterna, chiamata membrana cellulare, composta appunto da fosfolipidi come le lecitine. Una membrana cellulare sana si caratterizza da una composizione ricca di lecitine e grassi omega-3. Purtroppo, se l’alimentazione non è sana o se si consumano in prevalenza cibi industriali, le membrane cellulari si compongono di altri grassi che sono però nocivi e irrigidiscono e rallentano le funzioni della cellula, come i grassi trans o un eccesso di grassi saturi. Nel cibo, le fonti naturali ad alto contenuto di lecitina sono, oltre al tuorlo d’uovo che è la fonte più ricca (7-10%), i fagioli di soia, il germe di grano, il burro, l’olio di soia, le arachidi. 

Lo stile di vita e il movimento

Infine un prezioso aiuto nella prevenzione delle malattie neurodegenerative a cariche del cervello viene, come noto, proprio da uno stile di vita sano nel complesso e attivo, cioè basato sul movimento quotidiano e l’attività fisica, anche sportiva e ripetuta per più volte la settimana se possibile. Infatti molti studi testimoniano che movimento e lavoro fisico consentono di stimolare la creazione di nuove cellule neuroni nel cervello (cellule staminali), di eliminare sostanze tossiche di deposito che qui si accumulano e di riparare con una frequenza maggiore tutte le cellule danneggiate dai radicali liberi. 

[di Gianpaolo Usai]

Tesla, Musk verso il licenziamento di 10000 dipendenti

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In una email inviata ai dirigenti di Tesla, Elon Musk ha rivelato di avere “una pessima sensazione” sull’andamento dell’economia, tanto da annunciare un ridimensionamento del personale dell’azienda. Sarebbero coinvolti 10000 lavoratori (il 10% del totale), come riportato da Reuters. Il titolo della società, dopo un premarket positivo, ha virato in negativo subito dopo la pubblicazione della notizia e ora perde il 3,5%. La decisione arriva a pochi giorni dall’annuncio di Musk sullo stop allo smart working in Tesla.