giovedì 5 Febbraio 2026
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Nessuna fossa comune a Makariv: i media mainstream “si sbagliano” ancora

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La notizia che a Makariv, paese vicino Kiev, sarebbe stata scoperta una fossa comune con 132 corpi di civili, prima torturati e poi giustiziati dai russi, è una bufala. Probabilmente, nasce da fraintendimenti delle dichiarazioni di Vadim Tokar, sindaco di Makariv. Oppure dalla confusione con altre notizie, ad esempio quelle su Buzova. Vediamo brevemente cosa è stato scritto dai media italiani e perché non corrisponde al vero. 

Il Sole 24 Ore ha titolato: “Ucraina: fossa comune vicino a Kiev. Eccidio a Makariv”. Nel testo del pezzo, molto breve, si dice che 133 persone sarebbero state torturate e uccise dai russi. Una cosa simile avviene ad esempio su La Stampa. In “Guerra Russia-Ucraina: 133 civili torturati e uccisi”, si parla del “nuovo orrore” di 133 civili di cui “molti trovati in fosse comuni”: anche qui sarebbero stati torturati e poi uccisi. Così è stato narrato a destra e manca, anche in televisione. In sostanza l’idea passata è che i russi abbiano recentemente lasciato il paese di Makariv, e che prima di farlo, in una sorta di macabra vendetta, abbiano torturato, giustiziato e infine gettato in una grande fossa comune ben 132 innocenti, in modo simile a come sarebbe successo a Boucha. Ma le cose non stanno così.

La prima cosa da dire è che i russi non se ne sono andati da un paio di giorni ma da quasi un mese. Già il 22 marzo scorso fonti ucraine informavano che la zona di Makariv era di nuovo in mano alle forze giallo-blu. Tuttavia da quel momento e fino a pochi giorni fa, la situazione nel paese è stata piuttosto critica. A causa dell’occupazione russa subita, sono mancati i rifornimenti di energia, acqua e viveri. In particolare le comunicazioni erano impossibili, e tutt’ora sono state solo parzialmente ripristinate. È per questo che il sindaco del paese, Vadim Tokar, ha potuto riferire solo da poco quale fosse l’effettivo stato di Makariv.

L’8 aprile, in diretta presso TV 1+1, ha parlato per la prima volta del ritrovamento di 133 persone. Sono decedute nel corso degli attacchi, che non si sono arrestati con la dipartita dei russi, e sono state ritrovate nell’arco di 20 giorni di ricerche e soccorsi. Soprattutto, non si trovavano tutte assieme all’interno di una o più fosse comuni. Si riporta qui un passaggio del suo intervento, preso e tradotto da una fonte ucraina: «Queste – le 133 persone – sono quelle che abbiamo trovato in superficie, il numero di persone sepolte da vicini e parenti nel proprio giardino o cortile: non conosciamo ancora il numero esatto delle vittime».

Solo alcune di queste persone avrebbero segni compatibili con forme di tortura, ma la cosa non è ancora stata accertata: sono in corso indagini. Francesca Mannocchi, giornalista italiana a Kiev, ha potuto verificare di persona quale fosse la situazione a Makariv. In collegamento presso La7 ha infatti chiarito che nel paese non vi è alcuna fossa comune, che i 132 corpi sono stati ritrovati nell’arco di molti giorni, e che le presunte torture, riguardanti solo alcuni individui, sono ancora un’ipotesi.

«Questa mattina ci siamo svegliati con la notizia di una presunta fossa comune a Makariv, e del ritrovamento di 132 corpi uccisi e torturati […]. Siamo dunque andati a Makariv a verificare questa notizia. Tenete conto che Makariv è stata dichiarata libera dalle forze di occupazione russa il 22 di marzo […] A Makriv non c’è nessuna fossa comune, non esiste alcuna fossa comune né scavata dagli ucraini né dai russi. Il sindaco Vadim Tokar ha dichiarato che questi 132 corpi sarebbero stati trovati in 20 giorni quasi, da quando la città è stata dichiarata liberata. Che ci sarebbero alcuni corpi su ci si sta indagando perché presenterebbero segni di tortura, ma non sono stati trovati 130 corpi tutti insieme, torturati e vittime di esecuzione. Questo non corrisponde alla realtà».

[di Andrea Giustini]

Firenze, ancora un caso di violenza da parte della polizia

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Il 5 aprile scorso a Firenze un cittadino senegalese, Pape Demba Wagne, è stato vittima di un fermo avvenuto con metodi violenti, adottati da alcuni agenti in borghese della polizia municipale. A riprendere l’accaduto sono stati alcuni ragazzi presenti sul luogo, che hanno poi deciso di pubblicare il video in rete, raggiungendo migliaia di profili. Il ministero degli Affari Esteri del Senegal ha protestato ufficialmente per il fermo di Pape Demba Wagne, cittadino senegalese e venditore ambulante in Italia che ha dichiarato: «Stavo vendendo braccialetti, collane e fazzoletti, come sempre, quando mi sono sentito strattonare da dietro. Ero terrorizzato». Nelle immagini, girate in lungarno Acciaiuoli, si vede un agente che tiene il braccio stretto attorno al collo del cittadino senegalese per tutta la durata del video (circa due minuti e mezzo) mentre un altro agente, in alcune fasi dell’azione, lo immobilizza sedendosi sulle sue gambe.

 

Come si può notare dal video, due ragazzi cercano di fermare l’azione degli agenti in borghese, che continua invece imperterrita di fronte a centinaia di residenti e turisti. Dopo alcuni giorni, Pape Demba Wagne ha dichiarato di essere arrivato in Italia cinque anni fa con un visto che è poi scaduto. «Adesso sono irregolare. Ero terrorizzato quando hanno iniziato a controllarmi». Il controllo, degenerato in strada, è poi continuato in caserma, dove al giovane sono state prese le impronte prima di essere rilasciato alle 19 del 5 aprile. Dal governo senegalese è arrivata prontamente un’accusa nei confronti dei due agenti per “trattamento razzista e inumano“. L’ambasciatore senegalese a Roma, Papa Abdoulaye Seck, si è subito recato a Firenze per parlare con il prefetto e con il sindaco Dario Nardella. Quest’ultimo ha dichiarato di confidare nella correttezza dell’operato della polizia municipale, aggiungendo che «sarà avviata una verifica interna proprio perché siamo noi i primi a voler far luce su tutto», dando seguito a una nota del municipio in cui viene affermato che “i vigili, prima del momento di tensione ripreso dai passanti, erano stati colpiti”. Nel frattempo, a Firenze è stato organizzato per sabato 16 aprile un corteo di protesta insieme alla comunità senegalese.

[Di Salvatore Toscano]

Il business della clonazione animale

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Bastano un paio di cellule prelevate da un orecchio, qualche migliaio di dollari e un anno di tempo perché il vostro animaletto domestico defunto possa tornare a scorrazzare allegramente per il salotto di casa. O meglio, non propriamente lui, ma un suo clone, una creatura geneticamente identica che condivide con il compianto compagno tutti i tratti fisici che lo caratterizzavano. Questo è il business model su cui l’azienda texana ViaGen sta costruendo la propria fortuna.

L’impresa è nata nell’ormai lontano 2002 con l’obiettivo originale di permettere agli allevatori di preservare il DNA di bovini, suini ed equini di qualità particolarmente rinomata. Da allora l’impresa si è fatta protagonista di fusioni e assorbimenti, intrecciandosi con Intrexon e Trans Ova Genetics e specializzandosi nella fecondazione in vitro. Nel 2015 ha dunque aperto i suoi laboratori agli animali d’appartamento, varando infine il ramo “Pets” della propria attività. Se la pratica della clonazione animale vi richiama alla memoria l’episodio della pecora Dolly, non siete affatto in errore: nel 2003 ViaGen ha inglobato la statunitense Prolinea, ottenendo di conseguenza anche i diritti sulle tecnologie di clonazione sviluppate dal Roslin Institute di Edimburgo, Scozia, istituto famoso proprio per aver clonato il celebre ovino.

Con “soli” 1.600 dollari è possibile prelevare e preservare le cellule dell’animale prediletto, quindi ne servono almeno altri 35.000 per clonare un gatto, cifra che sale a 50.000 se invece si preferisce finanziare la copia di un cane. Cifre impressionanti che non fanno desistere celebrità quali Barbra Streisand – la quale ha fatto clonare per ben due volte il suo defunto Coton de Tuléar -, ma che tuttavia sono prese seriamente in considerazione anche da persone dalle risorse più contenute.

Stando alle statistiche offerte da ViaGen Pets, circa il 10% delle persone che iberna il DNA dei propri animali finisce prima o poi per procedere con la clonazione, anche se ci volessero anni per racimolare la somma necessaria a finanziare l’operazione. Inutile dire che si sollevi immediatamente un dubbio deontologico, ovvero vien da chiedersi se sia opportuno spendere decine di migliaia di dollari per finanziare un laboratorio quando, parallelamente, vi sono centinaia di trovatelli che rischiano di terminare la propria esistenza in canili e strutture di accoglienza. A questo quesito si somma dunque la consapevolezza che il clone non riporterà mai in vita l’animale originale e che i retroscena di laboratorio potrebbero essere complessi e poco gradevoli.

Seppure siano passati quasi trent’anni dal successo di Dolly, le tecniche di clonazione sono lungi dall’essere perfette, quindi non è insolito che gli embrioni sviluppino anomalie e mutazioni che portano la madre surrogata ad abortire il feto o a partorire una creatura dotata di pochi attimi di vita. Anche se il processo dovesse andare a buon fine, bisogna inoltre tenere a mente che il carattere di un essere vivente si sviluppa anche, se non soprattutto, attraverso alle esperienze vissute sulla propria pelle, quindi due animali possono maturare caratteri profondamente divergenti pur partendo da una medesima genetica.

In questi anni di attività, ViaGen Pets ha preferito mantenere un profilo estremamente basso, reclamizzando la propria esistenza solamente attraverso il passaparola dei clienti, tuttavia pare che l’impresa sia ormai pronta a farsi notare del mondo, convinta della solidità di un prodotto potenzialmente controverso che, in ogni caso, già conta centinaia di acquirenti. Di quante centinaia si stia parlando è difficile a dirsi, ViaGen non ci tiene particolarmente ad approfondire l’argomento.

[di Walter Ferri]

La Camera conferma la fiducia al Governo sul decreto Bollette

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Nelle scorse ore la Camera dei deputati ha confermato la fiducia al Governo sul decreto-legge Bollette con 422 voti favorevoli, 54 contrari e un astenuto. L’Assemblea è poi passata all’esame dei vari ordini del giorno, che saranno votati in mattinata. Sempre nelle prossime ore è atteso il voto definitivo sul provvedimento, che contiene le misure urgenti per il contenimento dei costi dell’energia elettrica e del gas naturale, per lo sviluppo delle rinnovabili e per il rilancio delle politiche industriali. Il testo passerà poi all’esame del Senato, con scadenza al 30 aprile per la conversione in legge.

Martedì 12 aprile

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8.30 – Russia: arrestato il dissidente Kara-Murza, tra i pochi oppositori di Putin che ancora vivono nel Paese.

9.00 – Sri Lanka: il governo dichiara default e apre al Fondo Monetario Internazionale, proteste nelle strade.

9.30 – Ex Ilva, sciopero per la sicurezza: «Se ci scappa il morto la fabbrica ve la bruciamo» scandiscono i lavoratori.

10.00 – Libano: forni chiusi per mancanza di farina (il Paese importa il 95% del fabbisogno da Russia e Ucraina).

11.40 – Putin: Dovevamo procedere con l’operazione militare in Ucraina, l’Occidente «non ci ha dato scelta».

12.00 – Il battaglione Azov (neonazisti ucraini) denuncia uso di armi chimiche da parte dei russi, senza fornire prove.

13.20 – Anche l’Indonesia vota finalmente una legge che punisce la violenza sessuale sulle donne.

14.00 – Turchia, ondata di attacchi contro le sedi del partito curdo HDP.

16.30 – Tar Liguria: legittima revoca permesso di soggiorno a migrante che non rispetta le regole.

19.30 – Regno Unito: Boris Johnson paga la multa inflittagli per lo scandalo “Partygate”, ma non si dimette.

 

Guerra ucraina, Wto: ridotta stima crescita interscambio globale

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“Le prospettive per l’economia globale si sono oscurate dallo scoppio della guerra in Ucraina il 24 febbraio, spingendo gli economisti a rivalutare le loro proiezioni per il commercio mondiale nei prossimi due anni”: è quanto comunica tramite una nota il World Trade Organization (WTO), ovverosia l’Organizzazione mondiale del commercio. Nello specifico quest’ultima – pur ricordando che le stime potrebbero essere modificate a causa dell’incertezza relativa all’andamento del conflitto in corso – precisa che, ad oggi, si preveda una crescita del volume degli scambi di merci del 3,0% nel 2022 e che essa sia “in calo rispetto alla precedente previsione del 4,7%”.

L’Italia manterrà le mascherine a scuola fino a giugno, ma in Europa sono un ricordo

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“È fatto obbligo di utilizzo dei dispositivi di protezione delle vie respiratorie di tipo chirurgico, o di maggiore efficacia protettiva, fatta eccezione per i bambini
sino a sei anni di età, per i soggetti con patologie o disabilità incompatibili con l’uso dei predetti dispositivi e per lo svolgimento delle attività sportive”: sono queste le regole a cui dovranno attenersi gli studenti italiani fino alla conclusione dell’anno scolastico secondo quanto previsto dall’ormai noto decreto riaperture, legato al “superamento delle misure di contrasto alla diffusione dell’epidemia da COVID-19”. Con ogni probabilità, infatti, nel mentre non vi sarà alcun cambio di rotta rispetto a tali disposizioni, dato che secondo alcune indiscrezioni trapelate le istituzioni preferirebbero restare prudenti e non anticipare la fine dell’utilizzo delle mascherine in classe. In tal senso, in vista della verifica che il governo dovrà fare dopo Pasqua per decidere in quali luoghi al chiuso rimuovere del tutto le mascherine, il ministro dell’istruzione Patrizio Bianchi si sarebbe confrontato con il ministro della Salute Roberto Speranza, e da tale colloquio sarebbe emersa la volontà di non cambiare nulla a riguardo. Una linea estremamente rigida, dunque, che tuttavia a quanto pare è in contrasto con le politiche tendenzialmente perseguite in Europa.

Come denunciato dalla Rete Nazionale Scuola in Presenza, un coordinamento nazionale di comitati composti da genitori ed insegnanti, in molti paesi europei infatti non vi è l’obbligo di indossare la mascherina a scuola, motivo per cui in una lettera indirizzata, tra gli altri, proprio al ministro Speranza ed al ministro Bianchi, l’associazione ha chiesto al governo di “uscire dalla propria posizione di isolamento nelle politiche di gestione del SARS-CoV2 a cominciare dall’utilizzo delle mascherine e del distanziamento in ambito scolastico”. Ad oggi, ha sottolineato infatti Rete Nazionale Scuola in Presenza, pochi Paesi, come Grecia e Portogallo, prevedono l’obbligo di utilizzare le mascherine in ambito scolastico. Diversi, invece, sono i paesi che hanno detto addio alla mascherina in classe, tra cui Belgio, Regno Unito, Olanda e Francia. Certo, come riportato dai quotidiani locali alcune scuole francesi sono tornate a chiedere di utilizzare il dispositivo di protezione in classe, ma si tratta di rare eccezioni essendo l’obbligo di indossare la mascherina stato abolito dal governo per la maggior parte dei luoghi al chiuso, tra cui appunto le scuole.

Ad ogni modo, però, sembra che in Italia le mascherine rimarranno obbligatorie a scuola almeno fino all’ultima campanella dell’anno in corso. Eppure, ci sarebbero anche alcuni esponenti governativi favorevoli alla fine dell’obbligo di indossare la mascherina in classe. «A scuola si può togliere la mascherina, soprattutto durante le lezioni perché abbiamo bambini che sostanzialmente sono distanziati», avrebbe infatti affermato il sottosegretario alla Salute Andrea Costa, la cui indicazione tuttavia, a quanto pare, è destinata a rimanere disattesa.

[di Raffaele De Luca]

La Scozia ha triplicato le sue foreste in un secolo, ora ricoprono il 18% del territorio

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Le foreste scozzesi si stanno espandendo a una velocità vertiginosa. Queste, in un solo secolo, si sono triplicate e il paese ora ha quasi la stessa densità forestale di mille anni fa. In cento anni la foresta in Scozia è cresciuta da circa il 6% a quasi il 18%.

La Scozia è ricoperta da foreste sin dalla fine dell’era glaciale, ovvero circa 11mila anni fa, ma con l’invasione romana dell’Inghilterra, quasi la metà delle foreste scozzesi è andata perduta a causa della deforestazione. Un incremento delle distese verdi si ebbe con la prima guerra mondiale, quando la carenza di molti beni di prima necessità rese chiara l’importanza della piantumazione di alberi. Il paese venne ricoperto di pini, i quali contribuirono a rafforzare la copertura forestale, ma si rivelarono dannosi per la biodiversità. Per questo motivo, a partire dagli anni Ottanta, l’attenzione si spostò sulla piantumazione di alberi autoctoni, fondamentali per l’ecosistema della foresta.

Nel paese nordico il tema della riforestazione è molto sentito, specialmente in relazione alla crisi climatica. Circa l’80% degli scozzesi ha sostenuto il rimboschimento delle Highlands in un sondaggio del 2021 finanziato da Forestry and Land Scotland, il quale ha interrogato mille giovani tra i 18 e i 35 anni. Le Highlands scozzesi ospitano circa 350mila ettari di silvicoltura – quasi il 13,5% della superficie terrestre -, e producono circa 500mila tonnellate di legname all’anno, il quale viene utilizzato in moltissimi ambiti produttivi. Non solo. Nel giugno dello scorso anno, l’amministrazione regionale di Glasgow ha annunciato il progetto di piantare 18 milioni di alberi nel prossimo decennio, al fine di creare vaste foreste urbane al posto di spazi degradati, collegare storiche zone boschive, e contribuire al raggiungimento dell’obiettivo di copertura forestale del 21% entro il 2032.

[di Eugenia Greco]

La NATO pianifica una presenza militare “su larga scala” al confine con la Russia

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Il Segretario generale della NATO Jens Stoltenberg ha dichiarato che l’Alleanza «sta lavorando a piani per una presenza militare su vasta scala al suo confine orientale, nel tentativo di combattere future aggressioni russe». L’ipotesi entrerebbe a far parte di un quadro più ampio, quello della riforma dell’Alleanza, che negli ultimi tempi era «nel bel mezzo di una trasformazione». «Oggi siamo di fronte a una nuova realtà, una nuova normalità per la sicurezza europea. Pertanto, abbiamo chiesto ai nostri comandanti militari di fornire diverse opzioni per quello che chiamiamo un reset, un adattamento a lungo termine della NATO», ha poi aggiunto Stoltenberg. In tal senso, risulterà fondamentale l’esito dell’incontro tra i Paesi membri dell’Alleanza previsto a giugno a Madrid, che potrebbe confermare l’indiscrezione e aprire al dispiegamento militare in Europa orientale, in particolare in Polonia e negli Stati baltici.

Stoltenberg ha accolto con favore la decisione di diversi Paesi membri, tra cui l’Italia, di adeguarsi all’aumento delle spese militari concordato nel 2006, ribadendo che la spesa del 2% del Prodotto Interno Lordo (PIL) per la Difesa dovrebbe essere considerata un valore minimo per gli Stati della NATO e non un punto d’arrivo. Così, verrà ben accolto ogni aumento degli investimenti rivolti al settore da parte degli Alleati, anche quelli che «attualmente spendono già più della soglia indicata» (8 su 30 membri). Alle dichiarazioni di Stoltenberg relative a una presenza militare “su larga scala” al confine con la Russia, si affianca un’indiscrezione del Times, secondo cui sarebbe imminente (entro l’estate) l’entrata della Finlandia e della Svezia nell’Alleanza atlantica. Ciò vorrebbe dire estendere il confine NATO-Russia di diverse centinaia di chilometri (la Finlandia condivide con il Paese una frontiera lunga 1.340 km), alimentando le tensioni fra le due forze.

[Di Salvatore Toscano]

Bielorussia, Lukashenko: Minsk sarà sempre con Mosca

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La Bielorussia resterà al fianco della Russia, in qualsiasi modo si evolverà la situazione: è ciò che – secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Tass – avrebbe affermato il presidente bielorusso Alexander Lukashenko, che ha incontrato il suo omologo russo Vladimir Putin nel cosmodromo di Vostochny, in Russia. «Sappi che non importa quale sarà la situazione, potrai contare sempre sui bielorussi così come i russi potranno contare su di noi, saremo sempre lì», avrebbe precisamente dichiarato Lukashenko in un passaggio del suo colloquio con Putin.