Il presidente dell’Ecuador Guillermo Lasso ha imposto per la seconda volta in pochi mesi lo stato di emergenza per tentare di frenare la violenza legata alla droga. Lo stato di eccezione è stato dichiarato in tre province (Guayas, Manabi ed Esmeraldas) a partire dalla mezzanotte di venerdì 29 aprile e durerà due mesi. Circa 9000 poliziotti e militari saranno schierati per pattugliare le città. Le cifre ufficiali parlano di 1255 morti dall’inizio dell’anno in Ecuador per crimini legati alla droga.
Venerdì 29 aprile
6.00 – Cosmonauti russi mostrano copia della “bandiera della vittoria” (issata a Berlino nel 1945) nello spazio.
7.00 – L’UE presenta piano per mettere al bando 12.000 sostanze chimiche: obiettivo tutti i beni di largo consumo privi di tossicità entro il 2030.
8.00 – Pau (Francia): agricoltori scaricano letame davanti ai supermercati contro l’aumento dei prezzi.
9.35 – Ucraina: al via l’evacuazione di civili dall’acciaieria Azovstal di Mariupol.
10.30 – ISTAT: Nel primo trimestre del 2021 il PIL cala dello 0,2% rispetto al periodo precedente.
11.00 – Individuato l’alpinista italiano disperso in Nepal:«Sto bene e per ora non ho bisogno di alcun supporto».
12:00 – Sicilia, recuperati due aquilotti del Bonelli: erano quasi estinti a causa del traffico illecito.
14:00 – Attacco hacker ad Associazione bancaria italiana: chiesto riscatto.
16.00 – La Commissione Europea ha prorogato il green pass per altri 12 mesi, fino al 30 giugno 2023.
18:00 – Kellogg’s fa causa al governo britannico contro la limitazione alla pubblicità di prodotti ricchi di grassi, zucchero e sale.
19:30 – Kabul, esplosione dentro una moschea durante la preghiera: 50 morti.
L’Africa è ormai terra di conquista per i soldati mercenari
Sono sempre più i gruppi armati privati che agiscono in varie parti del continente africano. Non si tratta solamente dei russi del gruppo Wagner, sempre più nel mirino delle critiche dei governi occidentali. Ad operare negli Stati africani vi è una moltitudine di gruppi privati afferenti a diversi Paesi occidentali tra i quali anche Francia, Regno Unito e Stati Uniti. Più facili da ingaggiare rispetto agli eserciti statali ufficiali, i quali per intervenire hanno bisogno della stipula di accordi bilaterali, questi gruppi vengono reclutati per affiancare gli eserciti locali, arrivando ad esercitare anche una certa influenza politica ed economica all’interno dei Paesi che ne richiedono l’aiuto e mettendo in campo azioni estremamente violente. A farne per prima le spese è, come sempre, la popolazione civile.
All’inizio di quest’anno la Francia ha iniziato a ritirare le proprie truppe dal territorio del Mali, dove era presente dal 2013, a causa del deteriorarsi delle relazioni diplomatiche tra Parigi e Bamako. A pesare sulla manovra francese sembra esservi, in particolare, la decisione del governo maliano di permettere ai mercenari russi del gruppo Wagner di installarsi sul territorio, mossa fortemente criticata da Parigi ed altri governi europei.
Alla fine di marzo nella città di Moura il gruppo Wagner ha condotto, insieme alle truppe militari maliane, un’azione che l’esercito ha definito come “pulizia sistematica dell’intera area” e che puntava a eliminare i membri dei gruppi jihadisti che controllano la città. L’operazione si è conclusa con l’esecuzione sommaria di almeno 300 civili, dei quali solo una parte era sospettata di essere affiliata ai gruppi armati. Nonostante il governo del Mali neghi con forza la presenza del gruppo Wagner nel Paese, le testimonianze della popolazione civile raccolte dall’associazione Human Rights Watch parlano della presenza di uomini bianchi non francofoni che partecipano a operazioni militari nel Paese.
Il numero dei soldati privati che operano in Africa non è conosciuto, perché non ufficialmente autorizzato dagli Stati. In Mali si stima siano almeno un migliaio i mercenari presenti, mentre nella Repubblica Centrafricana si stima che i combattenti del gruppo Wagner siano tra i 1200 e i 2000. Oltre ad assurgere a funzioni di sicurezza, il gruppo ha acquisito anche un elevato livello di influenza politica ed economica nel territorio, svolgendo operazioni di consiglieri dei funzionari statali, raccogliendo i dazi doganali alle frontiere e proteggendo aree di estrazione di diamanti ed oro. Di fatto, il gruppo Wagner è l’unico a controllare del tutto l’unica miniera d’oro industriale della Repubblica Centrafricana.
Per quanto sentito sia il biasimo dei governi occidentali nei confronti dell’operato del gruppo russo sul territorio africano, sono diverse le compagnie private europee ed internazionali presenti nella medesima forma in Africa. E il rispetto dei diritti umani è, come per il gruppo Wagner, l’ultima delle loro preoccupazioni. La francese Secopex ha operato per molti anni soprattutto in Somalia e Repubblica Centrafricana e si sospetta che uno dei suoi dirigenti, morto nel 2011 in Libia, lavorasse per l’ex leader Gheddafi. In quell’occasione il ministero degli Esteri francese aveva fatto riferimento all’episodio parlando di “un cittadino francese” che era stato “ferito da un proiettile ed è morto durante la notte nell’ospedale di Bengasi”. Similmente si possono poi citare il britannico Aegis Defence Services, la cui presenza è stata registrata in 18 Paesi africani, lo statunitense Blackwater, l’Omega Consulting Group ucraino e il tedesco Asgaard. E la lista è ancora lunga.
Rivolgersi alle compagnie private è spesso molto più semplice che richiedere l’aiuto delle truppe militari statali: tramite una semplice transazione economica si possono ottenere numerosi servizi di sicurezza e difesa. Sono questi i motivi per i quali molto probabilmente il Mozambico ha deciso di rivolgersi al gruppo Wagner e al sudafricano Dyck Advisory Group per contrastare l’avanzata dei gruppi di al-Shabaab, tuttavia senza successo. Secondo le denunce di Amnesty il Dyck Group ha fatto uso di mitragliatrici e ordigni esplosivi lanciati dagli elicotteri indistintamente su obiettivi civili e militari.
L’operato di questi gruppi privati è da tempo oggetto di preoccupazione per le Nazioni Unite, che denunciano come i mercenari operino mettendo in atto “violazioni dei diritti umani, tra cui sparizioni forzate, esecuzioni sommarie, uccisioni indiscriminate, sfruttamento e abusi sessuali”, ma spesso con scarsa conoscenza delle dinamiche profonde dei conflitti dei Paesi in cui operano.
Secondo quanto dichiarato dall’esperto di difesa della londinese Peccavi Consulting, Chidi Nwaonu, quando i mercenari si intromettono nelle questioni di sicurezza di un Paese disconnettono la classe politica e il popolo. “Usare gli stranieri per risolvere un problema nigeriano o proteggere i nigeriani è l’abdicazione a uno dei doveri fondamentali di un governo, ovvero difendere la popolazione e il territorio nazionale”, spiega Nwaonu.
[di Valeria Casolaro]
USA registrano primo caso di influenza aviaria nell’uomo
In Colorado, Stati Uniti, è stato registrato un caso di contagio da influenza aviaria H5N1 in una persona (il secondo al mondo, dopo che un primo soggetto era stato contagiato dal un virus del ceppo specifico H5 nel Regno Unito). Il soggetto, risultato positivo dopo aver preso parte all’abbattimento di polli sospettati di aver contratto la malattia, è stato messo in isolamento e trattato con farmaci antivirali e ora starebbe meglio. Il Centro per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie statunitense ha iniziato a monitorare tutte le persone ritenute esposte al virus nel 2021.
Svezia, proteste contro una miniera di ferro svelano i paradossi della transizione
Nell’Artico svedese sono in corso delle proteste che vedono riunite diverse associazioni ambientaliste e membri della comunità locale dei Sami. Le voci di opposizione insorgono contro la realizzazione di una miniera di ferro a Gállok, vicino alla città di Jokkmok. La Svezia ha già dato l’approvazione alle attività estrattive nonostante diverse polemiche sorte fin dal principio. Il governo, paradossalmente, ha però giustificato la decisione spiegando che la miniera è indispensabile per una produzione sostenibile di acciaio e che contribuirà a ridurre le emissioni di carbonio. Tuttavia, secondo gli attivisti – tra i quali figura anche la giovane Greta Thunberg (che è di nazionalità svedese) – l’approvazione è avvenuta senza il “consenso libero, preventivo e informato” del popolo indigeno Sami, le cui risorse potrebbero essere minacciate dal progetto. Ad esempio, la miniera potrebbe interferire con la migrazione delle renne, allevate dai Sami nonché loro principale fonte di sostentamento.
Il progetto estrattivo coinvolgerebbe la compagnia britannica Beowulf Mining e la sua filiale svedese Iron Mines AB. Due esperti indipendenti delle Nazioni Unite in materia di diritti umani hanno però invitato il governo svedese a non rilasciare la licenza ai sostenitori industriali di cui sopra poiché la miniera, oltre ai problemi già citati, genererebbe grandi quantità di metalli pesanti e rifiuti tossici. Come è possibile quindi che tale progetto possa essere difeso in nome della transizione ecologica? Il motivo è tanto semplice quanto contorto: la miniera è necessaria per il decantato processo di trasformazione ‘green’ portato avanti dalla Svezia, la quale ambisce ad una posizione leader nella conversione alla sostenibilità in Europa e nel Mondo. L’acciaio che verrà prodotto a partire dal ferro estratto dalla miniera di Gallok sarà infatti indispensabile per la costruzione dell’uno o l’altro impianto energicamente pulito.
Non dovrebbe quindi sorprendere che si inizi a parlare di ‘colonialismo verde’, il caso fin qui descritto, infatti, è tutt’altro che isolato. Non che la transizione energetica non sia indispensabile ma certo è che questa, quantomeno per coerenza, non dovrebbe imporsi così come ha fatto per decenni l’industria fossile. A maggior ragione non dovrebbe imporsi laddove la sostenibilità è già di casa, come in terre abitate ancestralmente dai loro popoli nativi. Per i fautori del progresso tecnologico e della crescita economica senza confini potrebbero non esserci alternative al generare comunque degli impatti sul territorio anche se il fine è quello di puntare alla sostenibilità. Ovvero, per dirlo con le parole di Henrik Andersson, un pastore di renne del popolo Sami, «l’industria è industria, che sia verde o meno, il problema è che vogliono farci credere che la stessa industria che ci ha messo nella crisi ambientale ce ne tirerà fuori».
[di Simone Valeri]
Frontex, si dimette il numero uno Fabrice Leggeri
Fabrice Leggeri, dal 2015 capo dell’agenzia europea di frontiera Frontex, ha presentato poche ore fa le proprie dimissioni. La decisione segue le numerose accuse mosse da varie ONG riguardo le violazioni dei diritti umani e i respingimenti illegali messi in atto dall’agenzia nel corso degli ultimi anni, i quali hanno anche portato ad un’indagine dell’agenzia antifrode europea OLAF. I risultati dell’indagine sono ancora riservati, tuttavia quanto emerso, secondo un portavoce di OLAF, potrebbe comportare “possibili procedimenti amministrativi e giudiziari”.
Lo stato delle carceri italiane nel nuovo rapporto Antigone
Il quadro che emerge dall’ultimo rapporto Antigone, sulla situazione delle carceri italiane, non mostra segnali rassicuranti. I dati raccolti dall’associazione evidenziano prima di tutto che – dopo un iniziale calo dovuto alla pandemia – il problema del sovraffollamento è tornato a farsi sentire: si è passati infatti dalle 53.364 presenze della fine del 2020 alle 54.134 della fine del 2021, con un ulteriore aumento registrato a fine marzo del 2022. Nelle ultime settimane, infatti, i detenuti hanno toccato quota 54.609, dato che si traduce in un tasso di affollamento medio del 107,4% (anche se per Antigone il numero reale è certamente più alto).
Le situazioni più critiche si registrano in Puglia, dove il sovraffollamento medio raggiunge il 134,5% e in Lombardia che arriva a quota 129,9%. Qui, nello specifico, l’affollamento ha raggiunto l’apice in alcuni centri cittadini. Tra questi c’è Varese, con il 164%, Bergamo e Busto Arsizio con il 165% e a Brescia il 185%.
Significa che ci sono più persone che commettono reati?
No. Antigone riferisce che i numeri sopra elencati vanno contestualizzati e che se in realtà guardiamo agli ingressi degli ultimi anni, questi sono via via diminuiti. Quello del sopraffollamento, infatti, è un problema che si protrae nel tempo e che tende a peggiorare, ma che non va confuso con l’aumento dei reati. Che gli ingressi in carcere siano due, o dieci, ad oggi purtroppo il problema sussiste. Per fare un esempio più concreto, prendendo dati reali, si è passati dai 92.800 ingressi in carcere del 2008 ai 35.280 del 2020: cifra che nel 2021 si è stabilizzata attorno ai 36.539.
E, andando ancora di più nello specifico – escludendo il 2020 che ha visto una netta diminuzione dei reati a causa del lockdown – nonostante il 2021 abbia visto una leggera ripresa delle infrazioni commesse, la tendenza è comunque in calo rispetto al 2019: si è passati dai 2,1 milioni di reati agli 1,8 del 2021. Un calo cioè del 12,6%.
Ma c’è un elemento che invece ad oggi desta preoccupazione e che, rispetto al passato, mostra i continui peggioramenti del sistema carcerario: la recidività, cioè “la condizione di chi ricade nelle stesse colpe o è incline a ricadervi”. Tradotto in numeri, in media Antigone ha calcolato che per ogni detenuto vi è una percentuale pari a 2,37 reati. Numero che, se confrontato con il 2008, mostra chiaramente in che direzione sta andando l’attuale strategia governativa: all’epoca, infatti, il numero di reati per detenuto era di 1,97. “Diminuiscono i reati in generale, diminuiscono i detenuti in termini assoluti ma aumenta il numero medio di reati per persona”, ribadisce l’associazione.
Questi dati ci portano ad un’unica conclusione: il carcere non reinserisce, soprattutto se pensiamo che solo il 38% delle persone detenute, come riferisce Antigone, è alla sua prima carcerazione. Invece il restante 62% è già stato detenuto almeno una volta (il 18% anche più di 5 volte). Gli istituti penitenziari, infatti, dovrebbero promuove percorsi di reintegrazione in società ma per arrivare a questo obiettivo mancano le basi: non ci sono abbastanza percorsi scolastici, o lavoro o altro tipo di formazione. Nel più grave dei casi questo deficit si trasforma in un aumento del numero di suicidi, che nei primi mesi del 2022 sono già stati 21 (nel 2021 sono stati in tutto 57). E rispetto all’Europa? I detenuti italiani si tolgono la vita l’11,4% in più di volte rispetto alla media europea.
Di che reati stiamo parlando? Quelli più presenti sono quelli contro il patrimonio: sono 31mila e corrispondono a furti, rapine, estorsione, usura, truffa e molti altri. A seguire quelli contro la persona (come omicidio, percosse) che sono a quota 23mila. Tuttavia gli omicidi sono in diminuzione: erano 289 nel 2021 (metà dei quali in ambito affettivo, con il 40% di vittime donne), cioè +4 sul 2020 ma -25 rispetto al 2019. Numeri rimangono comunque alti ma drasticamente calati rispetto agli anni ’90: nel 1990, infatti gli omicidi erano 3.012.
“Abbiamo bisogno di dare un senso alla pena, perché lo abbiamo smarrito. Non possiamo trasformare il carcere nell’ultima frontiera di un welfare in stato di crisi”, dice Patrizio Gonnella, presidente nazionale di Antigone.
Quali potrebbero essere delle altre soluzioni alternative?
Al 31 dicembre 2021 quasi 20mila detenuti dovevano scontare una pena residua di 3 anni (o meno). Per Antigone la risposta è semplice: per diminuire il sovraffollamento bisogna permettere a molti più detenuti di scontare i residui di pena con misure alternative.
[di Gloria Ferrari]
Attacco hacker ad Associazione bancaria italiana, chiesto riscatto
Il sito web e la rete interna dell’Associazione bancaria italiana (Abi) è stato vittima di un attacco hacker per mezzo di ransomware. I dati trafugati contengono informazioni sensibili quali numeri di carte di credito, certificati medici, prospetti di budget dell’associazione e timbrature dei cartellini del personale. Gli hacker che hanno realizzato l’attacco hanno chiesto il pagamento di un riscatto. Al momento il portale Abi risulta rallentato e non del tutto visualizzabile. In una nota, Abi ha fatto sapere di essere nel mirino di attacchi informatici da febbraio di quest’anno.
Pasta Nera: una storia italiana
Questo preziosissimo documentario di Alessandro Piva premiato al Festival di Venezia nel 2011 con la menzione speciale della Federazione Italiana Cineclub (FEDIC), in appena 52 minuti ci racconta o ancor meglio ci ricorda come nell’immediato dopo guerra, tra il 1946 e il 1952, nel clima di collaborazione delle forze antifasciste, l’Unione Donne Italiane (UDI) associazione femminista legata al Partito Comunista Italiano, vera promotrice ed organizzatrice di una grande iniziativa di rara umanità, riuscì, tramite un appello di adesione alle famiglie del centro-nord d’Italia, a far ospitare temporaneamente più di 100.000 bambini delle zone più colpite del meridione per toglierli dalla fame, dall’ assoluta povertà e salvaguardarli da tutti quei pericoli, compreso lo sfruttamento sessuale, che si creano nelle zone devastate dalla guerra, segnando cosi uno dei migliori esempi di unità e solidarietà della storia del nostro paese che al giorno d’oggi dovrebbe farci riflettere.
Con grande fiducia e speranza da parte delle famiglie del sud e con grande generosità da parte di quelle del nord ci fu un’adesione di massa al progetto e i bambini, un po’ impauriti, presero per la prima volta il treno verso un mondo sconosciuto e si trasferirono dal sud al nord. Fu così che questi due mondi vicini ma molto diversi, invece di scontrarsi, si unirono fortemente, giovando e permettendo a entrambi di vivere un esperienza che non avrebbero mai dimenticato, non solo dal punto di vista sociale e sentimentale ma anche dal punto di vista culturale, creando una crescita reciproca e legami forti a tal punto che alcuni bambini decisero, in accordo con le proprie famiglie, di rimanere con quelle ospitanti.
Il documentario, con rari reperti cine-giornalistici e fotografici, ci restituisce vivida l’epoca dei fatti ma soprattutto, con le interviste agli ospitanti e ai “bambini” ormai adulti e quelle fatte alle organizzatrici, alcune di loro in età molto avanzata, ci salvaguarda dalla perdita di una importante memoria storica e culturale. I protagonisti della vicenda raccontano la propria storia con la sottile commozione di chi ha vissuto una straordinaria esperienza.
Il regista Alessandro Piva viene a conoscenza casualmente dei fatti, se ne appassiona e grazie all’accurata ricerca fatta con i suoi collaboratori e con l’archivio storico dell’Istituto Luce, ci consegna una memoria di cui purtroppo non c’era quasi alcuna consapevolezza. Il titolo “pasta nera” simboleggia un estrema povertà e deriva dall’impasto scuro e di scadente qualità, ricavavo dai chicchi di grano che cadevano durante la trebbiatura e successivamente arsi insieme alle stoppie per fertilizzare il terreno. I chicchi raccolti, moliti e aggiunti alla poca farina bianca reperibile, creavano una macinatura color cenere dall’intenso odore di tostatura e impiegata per produrre pane e pasta.
[di Federico Mels Colloredo]
ISTAT, l’inflazione rallenta al 6,2% ad aprile
Dopo nove mesi di accelerazione, l’inflazione rallenta, segnando ad aprile +6,2% su base annua (rispetto al 6,5% del mese di marzo). A comunicare la decrescita del livello generale dei prezzi è l’ISTAT nell’ultimo rapporto pubblicato. Il rallentamento dell’inflazione su base tendenziale si deve prevalentemente ai prezzi dei beni energetici (la cui crescita passa da +50,9% di marzo a +42,4%). Decelerano anche i prezzi dei servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (da +3,3% a +2,4%), mentre aumentano quelli relativi ai trasporti, agli alimentari lavorati e non lavorati.







