mercoledì 11 Febbraio 2026
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Il Tar del Friuli annulla il foglio di via emesso contro Stefano Puzzer

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Con sentenza emessa il 13 luglio scorso il TAR del Friuli ha annullato il foglio di via obbligatorio emesso dalla Questura di Pordenone il 15 dicembre 2021 nei confronti di Stefano Puzzer e che prevedeva il divieto di fare ritorno nel territorio del Comune di Pordenone per un periodo di 3 anni. Il Tribunale ha infatti ritenuto infondate le motivazioni addotte dal Questore nell’emettere il provvedimento e condannato il Ministero dell’Interno al pagamento delle spese legali. È la seconda volta che viene annullato un provvedimento simile emesso nei confronti di Puzzer, dopo che nell’aprile di quest’anno il TAR del Lazio aveva annullato il foglio di via emesso a suo carico dalla Questura di Roma. Anche in quel caso il Ministero dell’Interno era stato condannato al pagamento delle spese legali.

La misura contro Puzzer era stata emessa dal Questore della Provincia di Pordenone in seguito ai fatti del 15 dicembre 2021, quando Puzzer aveva preso parte a una manifestazione non autorizzata di fronte alla sede dell’Azienda ospedaliera Santa Maria degli Angeli di Pordenone. L’iniziativa era stata organizzata da alcuni operatori sanitari, che protestavano contro il fatto che “nonostante il primo obbligo vaccinale per il personale sanitario fosse entrato in vigore già dal 1° aprile 2021, a quella data (15/12/2021) ancora molti operatori lavoravano pur non essendo vaccinati, situazione gravemente discriminatoria nei confronti di quei pochi che invece, sulla base di scelte non trasparenti ed evidentemente arbitrarie, erano stati già sospesi e quindi privati dello stipendio”. In quell’occasione il Questore, identificando la “tendenza a delinquere” di Puzzer – incensurato – e definendolo come “soggetto che potrebbe mettere in pericolo la sicurezza e la tranquillità pubblica”, ne aveva determinato la pericolosità in caso di permanenza sul territorio di Pordenone, aggiungendo come questa favorisse “le tensioni sociali già rilevate in occasione delle manifestazioni di piazza instaurate dai gruppi ‘no vax’ e ‘no green pass'”.

Sottolineando come tali affermazioni costruissero solamente una “mera (e alquanto remota) ipotesi, peraltro non supportata da alcun concreto ed oggettivo elemento di riscontro”, il TAR ha stabilito come dalle foto scattate quel giorno fosse chiaro che la manifestazione fosse di natura pacifica. Persino gli agenti hanno un atteggiamento rilassato. “Non è dato, in definitiva, nemmeno sapere su cosa si fonda il giudizio di pericolosità sociale formulato” riporta la sentenza, “né, tantomeno, quello prognostico circa la probabile reiterazione nel prossimo futuro di condotte in grado di mettere in pericolo gli interessi protetti”. Per tale motivo, il provvedimento del Questore è stato annullato.

[di Valeria Casolaro]

Microimprese: l’ultimo baluardo di libertà si difende in trincea

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L’osservatorio Cerved ha lanciato in questi giorni un monito che ricorda il “ricordati che devi morire!” nel film “Non ci resta che piangere“. Ovvero 100.000 aziende italiane rischiano di fallire nei prossimi mesi, a causa di una serie di fattori concomitanti: aumento delle materie prime, inflazione e probabile arrivo delle cavallette. La notizia è stata prontamente ripresa in prima pagina da Il Sole 24 Ore e da altre testate giornalistiche desiderose di portare una ventata di speranza e ottimismo ai nostri imprenditori, i quali ancora auspicavano che si realizzasse la previsione fatta a fine Gennaio dal lungimirante ministro Brunetta, ovvero del un nuovo “boom economico” italiano, che si sarebbe esteso per tutto il 2022.

Niente da fare.

Anche perché il ministro si era scordato di precisare che a beneficiare di quel “boom” nel 2021 erano state soprattutto le poche (4.000) multinazionali italiane, su un totale di 4 milioni e mezzo di imprese nostrane, per il 95% composte da micro aziende con meno di due milioni di fatturato, poco coinvolte da questa esplosione del PIL. E in larga parte “drogato” dagli incentivi all’edilizia, il famoso superbonus 110% improvvisamente bloccato dal governo, a causa della mancanza di fondi.

La verità è che qualcuno al Governo è stato davvero lungimirante. Già nel 2011 Draghi ammoniva: «C’è bisogno di imprese più grandi e globalizzate». Che tradotto significa: le micro e le piccole devono essere sfoltite. Previsione confermata nel Documento G30 del dicembre 2020, quando affermò che le aziende “zombie” sarebbero state lasciate al loro destino. Quelle piccole ovviamente, poiché le grandi, soprattutto se sono banche, in Italia non possono essere lasciate al loro destino.

Questa lunga premessa per dire che siamo davvero in guerra. E il campo di battaglia non è solo l’Ucraina, ma il tessuto imprenditoriale italiano che, nonostante una burocrazia folle e l’insostenibile peso fiscale, fino ad oggi ha retto gli attacchi frontali di una politica che la vede come un problema e non come una risorsa.

Ecco perché occorre rinforzare le trincee e prepararsi alla guerrilla di difesa. Serviranno tutte le migliori energie per respingere gli attacchi di chi, sulla carta, è molto più forte di noi. E non si farà certamente scrupoli ad usare ogni tipo di arma.

Il punto debole è rappresentato dal fatto che il nostro esercito, formato da oltre 4 milioni di liberi professionisti, artigiani e piccoli imprenditori, purtroppo è molto disunito. L’illusione di far parte di una delle tante associazione di categoria, totalmente inutili quando si tratta di difendere realmente i loro associati, è simile a quella dei lavoratori che ancora sperano nei sindacati, totalmente asserviti alle grandi multinazionali.

A questa debolezza si aggiunge un diffuso livello di inefficienza, dovuto al fatto che il piccolo imprenditore è stato lentamente massacrato sotto il profilo mentale ed emotivo, e quindi gestisce la propria azienda solo di nervi e con immani sacrifici personali. Il risultato è spesso un clima di nervosismo e tensione che certo non aiuta a creare quel clima positivo necessario a remare tutti assieme – imprenditore e collaboratori – verso un obiettivo comune. Ecco perché nelle prossime puntate di questa rubrica – che parte oggi e che troverete ogni Venerdì pomeriggio su L’Indipendente – parleremo di come rendere più forte e resistente una micro o piccola azienda, trasformandosi in Imprenditori Sovversivi.

Perché in ballo c’è la sopravvivenza di tutti noi. La libertà e la democrazia. La necessità di non piegarsi di fronte allo strapotere dei più forti, che decidono dall’alto chi deve sopravvivere e chi invece deve morire.

Sarà un lungo percorso che faremo assieme, per condividere le tattiche della guerrilla economica e finanziaria in atto. Saremo insomma come dei nuovi “viet cong”, consapevoli del fatto che solo cambiando le regole dello scontro e, soprattutto, stando uniti, potremo avere una piccola possibilità di successo.

[di Fabrizio Cotza]

Piombino dice no al compromesso sul rigassificatore e continua la protesta

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Il Ministero per la Transizione Ecologica ha annunciato il raggiungimento di un accordo tra Governo, Regione Toscana e la società statale Snam per la realizzazione del rigassificatore di Piombino. L’opera si farà e resterà nello scalo toscano per non più di tre anni (all’inizio erano stati ipotizzati 25 anni): sarà Snam a dover poi trovare un luogo alternativo nel quale la nave potrà restare per un periodo di tempo più lungo. Tuttavia i cittadini e i comitati locali, che si oppongono fermamente alla realizzazione dell’opera, non ci stanno e hanno già indetto una manifestazione di protesta per sabato 16 luglio.

Biden promette di fermare il programma nucleare iraniano, anche con la forza

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Il presidente americano Joe Biden, mercoledì, in occasione della sua prima visita da Presidente in Israele, ha dichiarato che gli Stati Uniti sono determinati a fermare il programma nucleare iraniano, ricorrendo eventualmente anche alla forza, sebbene come «ultima risorsa». Così ieri, il presidente americano e quello israeliano – Yair Lapid – hanno firmato una dichiarazione congiunta che impone a Washington di usare tutto il suo potere per evitare che Teheran acquisisca l’arma atomica. Non è un caso che il dossier iraniano sia al centro del viaggio di Biden in Israele, considerato che lo Stato mediorientale è uno dei più acerrimi nemici dell’Iran nella regione. In un’intervista col canale televisivo israeliano Channel 12, alla domanda sul perché gli USA vorrebbero riprendere l’accordo sul nucleare con Teheran, nonostante la contrarietà di Gerusalemme, Biden ha risposto «Perché l’unica cosa più pericolosa dell’Iran che esiste ora è un Iran con armi nucleari».

Teheran già da tempo ha annunciato la volontà di riprendere il programma nucleare di arricchimento dell’uranio, in seguito all’uscita unilaterale degli USA – voluta da Donald Trump su pressione proprio di Israele – dall’Accordo sul nucleare iraniano nel 2018 e alla raffica di sanzioni che gli Stati Uniti hanno successivamente imposto allo stato islamico. Prima dello stralcio unilaterale da parte di Washington del cosiddetto Piano d’azione congiunto globale del 2015, l’Iran aveva rispettato gli accordi e la decisione dell’allora presidente americano Donald Trump era stata contesta anche dall’Unione Europea: l’accordo, infatti, era stato stipulato tra l’Iran, i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (Russia, Cina, Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia) e l’UE. Agli inizi del 2021, Teheran ha annunciato di voler portare l’arricchimento dell’uranio impoverito al 20%, come confermato anche dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA).

Per questa ragione, Biden ha dichiarato che la decisione del suo predecessore è stata un «grosso errore», in quanto ora «l’Iran è più vicino allo sviluppo di armi nucleari di prima». Ciò ha spinto l’amministrazione Biden a riprendere le trattative per un “nuovo” accordo con Teheran: finora, tuttavia, tutti i negoziati sono falliti, in particolare i colloqui indiretti tra Iran e USA svoltisi a Doha lo scorso mese. Un’agenzia iraniana, infatti, ha riportato che i negoziati sono in stallo, in quanto «gli USA impongono i loro diktat e vogliono bloccare lo sviluppo nucleare iraniano senza garanzie di vantaggi per l’economia del Paese». Un altro punto spinoso che ha impedito di trovare un accordo è il mancato impegno da parte di Washington di rimuovere le Guardie della Rivoluzione dalla lista delle organizzazioni terroristiche, oltre alla richiesta di una garanzia che gli Stati Uniti non possano uscire in futuro da un nuovo eventuale accordo, come fatto nel 2018 da Trump.

Il dossier iraniano – di cruciale importanza per Israele – torna sul tavolo in un momento particolarmente delicato nelle relazioni internazionali, a distanza di pochi giorni dall’annuncio da parte di Teheran di voler inviare droni alla Russia, cosa che rende ancora più netta, se ce ne fosse bisogno, la posizione iraniana di vicinanza a Mosca e di contrasto agli Stati Uniti. Ciò aumenta l’urgenza da parte di Washington di indebolire lo Stato islamico, sebbene il suo maggiore alleato mediorientale, Israele appunto, abbia mantenuto una certa “neutralità” sulla questione ucraina. Il governo di Gerusalemme, tuttavia, non può tollerare il proseguimento del programma nucleare di Teheran, in quanto l’Iran è uno dei più grandi ostacoli nella regione alle mire israeliane sulla Siria. Nel silenzio generale dei media, infatti, sono proseguiti – anche durante l’operazione militare russa in Ucraina – i raid israeliani contro Damasco, con la tacita complicità dell’alleato americano.

Biden ha dichiarato che il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche rimarrà nell’elenco americano delle organizzazioni terroristiche, sebbene ciò significhi ridurre al minimo ogni possibilità di accordo diplomatico. Il che lascia presagire che USA e Israele si riservino di risolvere la questione anche in modo non diplomatico, considerato che il Presidente israeliano ha dichiarato che «L’unica cosa che fermerà l’Iran è sapere che se continua a sviluppare il suo programma nucleare, il mondo libero userà la forza». Cosa che ha irritato non poco Teheran: il presidente Ebrahim Raisi, infatti, ha fatto sapere che ci sarà una «risposta dura e spiacevole» a «qualsiasi errore» commesso da Washington e dai suoi alleati nella regione.

Crescono, dunque, le tensioni geopolitiche a livello globale con almeno tre punti particolarmente “caldi”: quello est europeo con la crisi ucraina, quello mediorientale con il potenziale scontro tra Iran e USA-Israele e quello cinese con Taiwan: in tutti e tre gli scenari, troviamo centrale il ruolo degli USA, i quali piuttosto che smorzare le tensioni continuano a soffiare sul fuoco. Sia per quanto riguarda l’Iran che Taiwan, infatti, hanno minacciato l’uso della forza. Nel caso in questione, Biden ha ribadito perentoriamente che «l’Iran non può avere armi nucleari».

Pare, dunque, che gli unici a poter detenere armi nucleari, oltre a Washington, siano i suoi alleati: Israele, infatti, è ampiamente riconosciuto come il primo e unico paese del Medio Oriente a possedere armi nucleari. Qualunque altro Stato che tenti di opporsi al potere (e alle armi) di Israele in Medioriente è considerato, invece, uno “Stato canaglia”. Il viaggio di Biden, dunque, è servito a consolidare la strettissima alleanza tra USA e Israele, sancendo l’intenzione comune dei due stati a procedere nel ruolo di autonominati rappresentanti supremi e difensori del cosiddetto “mondo libero” contro i “nemici della democrazia”. Il presidente americano ha quindi affermato che le sue relazioni con Israele «non sono mai state così forti e profonde», in quanto «non devi essere ebreo per essere sionista».

[di Giorgia Audiello]

Una crisi politica al sapore di strappo mediatico, che succede ora?

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Sono iniziati i tempi supplementari del governo Draghi e della crisi politica che nelle prossime ore potrebbe ufficialmente trasformarsi in crisi di governo. Ieri, al Senato era attesa l’approvazione della fiducia posta dall’esecutivo sulla conversione in legge del decreto Aiuti. Il presidente del Consiglio ha incassato il consenso delle forze di maggioranza, fatta eccezione per il Movimento 5 Stelle, che al momento della votazione è uscito dall’Aula. Così, Mario Draghi ha raggiunto Sergio Mattarella per un breve incontro e poi è ritornato a Palazzo Chigi per il Consiglio dei Ministri, dove ha annunciato le sue dimissioni. Alle 19.15 è salito al Quirinale per porre fine alla sua esperienza politica ma il presidente della Repubblica ha rifiutato le dimissioni, rinviandolo mercoledì alle Camere. A questo punto, gli scenari possibili sono diversi: dal rinnovo della fiducia alla conferma delle dimissioni, passando per le elezioni anticipate o un governo “traghettatore”. E l’ipotesi di uno strappo mediatico – al sapore di atto finale – da parte del M5S non può essere esclusa.

Nota del Quirinale

«Le votazioni di oggi in Parlamento sono un fatto molto significativo dal punto di vista politico. La maggioranza di unità nazionale che ha sostenuto questo governo dalla sua creazione non c’è più», ha affermato Mario Draghi durante il Consiglio dei Ministri. «Dal mio discorso di insediamento in Parlamento ho sempre detto che questo esecutivo sarebbe andato avanti soltanto se ci fosse stata la chiara prospettiva di poter realizzare il programma di governo su cui le forze politiche avevano votato la fiducia. Questa compattezza è stata fondamentale per affrontare le sfide di questi mesi. Queste condizioni oggi non ci sono più», ha poi aggiunto, lasciando intendere la conferma delle dimissioni mercoledì prossimo al Parlamento. Ad oggi, in base alle ultime dichiarazioni, sembra essere la strada più probabile; tuttavia, la politica e la statistica spesso non coincidono. 5 giorni separano il governo Draghi dal suo destino: 120 ore frenetiche in cui potrebbe accadere di tutto. Alla base della decisione del presidente del Consiglio non c’è, infatti, una motivazione dettata dai numeri o dal bisogno sostanziale di una maggioranza, dal momento in cui ieri la conversione in legge del decreto Aiuti è stata approvata con 172 voti favorevoli e 39 contrari. La motivazione è politica e risiede nell’ethos che Draghi ha costruito durante la sua carriera e nell’ultimo anno a Palazzo Chigi: ritrattare la propria posizione e trovare un accordo – appunto politico – o tenere fede alla propria natura da tecnico e confermare le dimissioni? Sarà questa la domanda che accompagnerà Draghi nei prossimi giorni.

Cerimonia di insediamento del governo Draghi, febbraio 2021

Ai sensi degli articoli 87 e 88 della Costituzione italiana, “il presidente della Repubblica può sciogliere le Camere”, terminando di fatto la Legislatura con otto mesi di anticipo e indicendo nuove elezioni. Questa sarebbe l’ipotesi maggiormente gradita da Lega e Fratelli d’Italia. «Non accettiamo scherzi, questa Legislatura per noi è finita: vogliamo elezioni subito», ha dichiarato Giorgia Meloni qualche minuto prima della decisione di Mattarella di rinviare la crisi a mercoledì. Matteo Salvini nei giorni scorsi aveva sostenuto che il non-voto del M5S rappresentasse sostanzialmente la fine del governo, con conseguente «parola agli italiani». Scelte comprensibili da ambo i lati poiché, superando il velo demagogico, ci si ricorda come Fratelli d’Italia sia al vertice dei sondaggi – con quasi il 22% dei consensi (dati AGI) – e in pole per diventare la prima forza del Parlamento. Allo stesso modo, la Lega non vuole perdere ulteriore terreno nei confronti del nuovo partito leader del centrodestra. Dal Pd è emersa, invece, la volontà di ricostruire la maggioranza mercoledì alle Camere e far ripartire il governo, con o senza il M5S. Un’ipotesi sostenuta anche da un ambiguo Silvio Berlusconi, che se da un lato ha dichiarato: «Forza Italia attende le decisioni di Draghi, le urne non ci spaventano», dall’altro ha confermato che il governo possa andare avanti anche senza il Movimento 5 Stelle. La palla passa al Parlamento, che mercoledì valuterà l’esistenza dell’eventuale nuova maggioranza, in linea con la volontà di Mattarella, secondo cui la mancanza definitiva della fiducia e la perdita dei numeri necessari a governare debbano essere certificate da un voto delle Camere, che potrebbe dunque trasformare la crisi politica in crisi di governo. Remota, ma non impossibile, la scelta di un esecutivo “traghettatore”, che arrivi a marzo 2023 e alla conclusione naturale della Legislatura.

Mario Draghi durante la conferenza stampa del 12 luglio

Ciò che è certo è che l’Italia si trovi di fronte a una crisi strana, quantomeno evitabile, sia perché il governo potrebbe restare in piedi anche senza il M5S – volontà di Draghi permettendo –, sia perché erano state avviate delle trattative tra il presidente del Consiglio e il leader dei grillini sui nodi del dl Aiuti, formalmente la causa della crisi. Giuseppe Conte aveva presentato una serie di richieste, riguardanti il rinnovo del Superbonus edilizio, il rafforzamento del reddito di cittadinanza e il blocco dei progetti relativi alla costruzione di un termovalorizzatore a Roma, specificando che non si trattasse di un “ultimatum”. Mario Draghi, nel corso dell’ultima conferenza stampa, ha dichiarato: «quando ho letto la lettera del Movimento 5 Stelle ho trovato molti punti di convergenza con l’agendo di governo», puntando su una certa vaghezza. Ad ogni modo, l’ipotesi che vedrebbe la crisi come uno strappo mediatico non può essere esclusa, soprattutto alla luce della caduta libera del M5S nei consensi, passati dal 32,68% di inizio Legislatura al 2,1% nelle ultime amministrative, in cerca di un cambio di rotta verso le prossime elezioni. Inoltre, il partito starebbe valutando di ricorrere al voto degli iscritti per decidere su una eventuale fiducia al governo Draghi mercoledì in Parlamento. L’ennesima giravolta della politica italiana che, paradossalmente, potrebbe rafforzare colui che si era cercato di affondare: Mario Draghi, attaccato e poi rivoluto, dopo nemmeno 24 ore. Un atto – l’ultimo del M5S, che ha esaurito la sua spinta “innovativa” e si avvia all’oblio – che segna l’implosione del sistema partitico a vantaggio della figura tecnica, non più ausiliare di quella politica ma capace di coglierne l’eredità.

[di Salvatore Toscano]

Taxi: ripreso il servizio e confermato sciopero per il 20 e 21 luglio

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È ripreso alla mezzanotte di oggi il servizio taxi che negli ultimi due giorni si era spontaneamente fermato in seguito alle proteste contro il DDL concorrenza. Resta confermato però lo sciopero per il prossimo 20 e 21 luglio: «ad oggi, resta fissato lo sciopero per i giorni 20 e 21 luglio, rimarremo vigili sugli sviluppi dell’attività parlamentare, con particolare riferimento al DDL Concorrenza. Pertanto sospendiamo il presidio presso Palazzo Chigi». Lo dichiarano Ugl Taxi, Usb Taxi, Federtaxi Cisal, Unica Cgil, Uti, Fit Cisl, Tam, Claai, Satam, Or.sa Taxi, Fast Confsal Taxi, Uritaxi, Unimpresa, Ati Taxi, Associazioni Tutela Legale Taxi, Silvio. Le organizzazioni sindacali ritengono ora necessario far ripartire l’attività lavorativa.

La Spagna tasserà banche e società energetiche per aiutare i cittadini

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Pedro Sanchez

Crisi economica e inflazione: da settimane i cittadini di tutto il mondo stanno facendo i conti con l’aumento del costo della vita. E i Governi cosa fanno? Quello spagnolo, guidato dal primo ministro Pedro Sánchez ha deciso di tassare i profitti delle società energetiche (tra cui Enel, che è attiva in Spagna con Endesa) e quelli accumulati dalle banche per via dell’aumento dei tassi d’interesse. Le nuove misure dovrebbero riuscire, almeno in parte, ad alleggerire il carico di spese extra che singoli e famiglie stanno affrontando ormai da qualche mese.

Le tasse saranno valide per i prossimi due anni e ricadranno sulle società (sia nel settore energetico che in quello bancario) che fatturano almeno un miliardo di euro l’anno. Lo Stato ha previsto, di incassare in questo modo circa 7 miliardi di euro. Ovvie le proteste delle rappresentanze dei banchieri, cui però il governo sta tenendo testa. In particolare per l’Associazione Bancaria Spagnola (AEB) si tratterebbe di una misura troppo “di pancia”, presa senza consultare le stesse banche e che nel medio-lungo termine porterà molte più conseguenze negative che benefici. Secondo Sánchez «non è giusto far pagare la crisi ai più svantaggiati». Ragione per cui il primo ministro, spinto e sostenuto dal resto della sinistra (i suoi alleati) ha deciso di mettere in campo ulteriori misure, soprassedendo a critiche e venti contrari.

La tassa sui profitti di banche e società energetica non è l’unica misura di giustizia sociale intrapresa. In tutto il Paese dal 1° settembre al 31 dicembre si potrà usufruire gratuitamente del trasporto ferroviario statale, per brevi e lunghe distanze. Si tratta di un provvedimento volto evidentemente a limitare i consumi energetici dei privati, favorendo piuttosto spostamenti meno dispendiosi. Il ministero del Lavoro ha detto che in questo modo si stima che saranno effettuati gratuitamente circa 75 milioni di viaggi.

Quello della benzina, infatti, è uno dei rincari che più di tutti pesa sui cittadini: i ritmi di vita odierni necessitano di spostamenti fisici continui. Inoltre quello del risparmio energetico è un tema molto caldo nelle ultime settimane, per via dell’inflazione e della dipendenza dalle fonti russe. La volontà di tagliare questo “cordone ombelicale” sta spingendo molti governi a pensare con una certa urgenza a fonti di approvvigionamento diverse e a metodi di stoccaggio e risparmio di energia.

Ci sono ancora un paio di misure. Sánchez ha inoltre stabilito di “rimpolpare” le borse di studio dei giovani over 16, che già usufruiscono di un sussidio scolastico, con ulteriori 400 euro. «Nessun giovane deve essere costretto ad abbandonare gli studi per necessità», e nessuno dovrebbe finire a dormire per strada. Il primo ministro, per arginare il fenomeno della povertà estrema, ha annunciato inoltre a realizzazione di un piano che trasformerà una vecchia caserma militare di Madrid in 12mila alloggi a gestione (per il 60%) pubblica.

«Questo governo non tollererà che imprese o singoli individui approfittino della crisi», ha concluso il premier spagnolo. Una linea nei fatti opposta da quella portata avanti dal governo italiano. Nella serata di giovedì 30 giugno, il Consiglio dei ministri guidato da Mario Draghi ha approvato il nuovo Decreto Bollette, contenente “misure urgenti per il contenimento dei costi dell’energia elettrica e del gas naturale per il terzo trimestre 2022”. Un provvedimento che impegnerà le casse dello stato italiano per 3 miliardi di euro, ma che, al contrario della Spagna, non ha intaccato gli extraprofitti conseguiti dalle imprese che importano gas in Italia a un prezzo molto più basso di quello di vendita. Proteggendo, in altre parole, gli utili di ENI.

Dal provvedimento definitivo è stata infatti eliminata la disposizione che da settimane circolava in diverse bozze e che riguardava l’applicazione di una tassa sugli extraprofitti delle compagnie energetiche. Niente da fare per le famiglie italiane, che nei prossimi mesi – stando ai dati dell’Unione Nazionale Consumatori – si ritroveranno a fare i conti con bollette più salate dell’81,3% nel caso dell’energia e del 46% in quello del gas.

[di Gloria Ferrari]

Arabia Saudita, aperto lo spazio aereo a tutti i vettori

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L’Arabia Saudita ha deciso di aprire il proprio spazio aereo a tutti i vettori civili internazionali, compresi quelli da e per Israele. L’obiettivo è di «consolidare la posizione del Regno come hub globale che collega tre continenti e migliorare la connettività aerea internazionale», ha dichiarato l’Autorità generale dell’aviazione civile (GACA) in un comunicato. Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden, atteso oggi a Riyad, ha elogiato «la storica decisione dell’Arabia Saudita». «La scelta apre la strada a un Medio Oriente più integrato, stabile e sicuro, vitale per la sicurezza e la prosperità degli Usa e per la sicurezza e la prosperità di Israele», si legge in una nota di Washington.

Disastro nucleare di Fukushima: i vertici della Tepco dovranno pagare 95 miliardi

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Nella giornata di mercoledì un tribunale di Tokyo ha ordinato a quattro ex dirigenti della Tokyo Electric Power Company (Tepco), la compagnia che gestiva la centrale nucleare “Fukushima Dai-ichi” al momento del disastro del 2011, di pagare un risarcimento da 94,6 miliardi di euro. I quattro individui, infatti, sono stati ritenuti responsabili dei danni legati alla catastrofe, che secondo il tribunale non sono stati in grado di prevenire. Si tratta di una sentenza di notevole importanza, essendo quest’ultima – come riportato dall’agenzia di stampa Kyodo News – la prima con cui gli ex dirigenti della Tepco sono stati condannati a pagare un risarcimento in seguito al disastro nucleare.

Nello specifico secondo il giudice del tribunale, Yoshihide Asakura, le quattro persone coinvolte non hanno adempiuto ai loro doveri dirigenziali: se infatti si fosse agito in tempo, mettendo in campo le misure atte a prevenire l’allagamento delle strutture principali, anche il disastro si sarebbe potuto prevenire. Logica conseguenza, dunque, è che i dirigenti debbano ora pagare la cifra sopracitata, della quale beneficerà lo stesso operatore come richiesto dagli azionisti della Tepco, che avevano intentato la causa nel lontano 2012 soffermandosi sulle enormi perdite subite dalla società dopo l’incidente: tra queste, quelle dovute ai costi per lo smantellamento dei reattori danneggiati dell’impianto ed ai risarcimenti indirizzati ai residenti locali costretti ad evacuare.

Gli azionisti, ai quali quindi il verdetto ha dato ragione, avevano precisamente accusato i dirigenti tecnici di Fukushima di non aver messo in atto subito le misure di sicurezza preventive in seguito ad una valutazione di rischio sismico effettuata nel 2002 dal governo, definita dagli azionisti come la “migliore valutazione scientifica”. Gli avvocati degli ex dirigenti, dal canto loro, avevano sostenuto che la valutazione non fosse affidabile, ma il tribunale ha adesso messo la parola fine sul contenzioso ritenendo invece che la valutazione del governo fosse sufficientemente affidabile, al punto tale da obbligare l’azienda ad adottare le misure. “È estremamente irrazionale e imperdonabile” rimandare la decisione di agire in base allo studio del governo, viene infatti affermato nella sentenza.

Con la decisione del Tribunale è stata dunque fatta giustizia sul disastro di Fukushima, il più grave incidente nucleare dopo quello di Chernobyl del 1986. L’11 marzo 2011, infatti, un terremoto di magnitudo 9 al largo della costa settentrionale del Giappone provocò un enorme tsunami e la successiva fusione di tre reattori nucleari presso la centrale “Fukushima Dai-ichi”, situata nella Prefettura di Fukushima. A morire furono oltre 15mila persone mentre circa 154mila residenti furono costretti a fuggire, con le autorità che infatti – in seguito al rilascio di radioattività nell’aria e alla contaminazione dei terreni circostanti – nei giorni successivi al disastro ordinarono l’evacuazione dei residenti entro un raggio di 20 chilometri. A caratterizzare il disastro infine il rilascio di elementi radioattivi nell’oceano: la contaminazione da perdite d’acqua radioattiva verso l’ambiente oceanico oltre che verso il sottosuolo ad oggi è ancora esistente, e vi sono incertezze e preoccupazioni relativamente alla sua evoluzione.

[di Raffaele De Luca]

Sergio Mattarella ha respinto le dimissioni del premier Mario Draghi

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Sergio Mattarella, attuale presidente della Repubblica, ha respinto le dimissioni di Mario Draghi. “Il Presidente della Repubblica – si legge nel comunicato pubblicato dal Quirinale via Twitter – non ha accolto le dimissioni e ha invitato il Presidente del Consiglio a presentarsi al Parlamento per rendere comunicazioni, affinché si effettui, nella sede propria, una valutazione della situazione che si è determinata a seguito degli esiti della seduta svoltasi oggi presso il Senato della Repubblica.”

Le camere voteranno non prima di mercoledì causa impegni internazionali del Premier: infatti, lunedì 18 e martedì 19 parteciperà al quarto Vertice Intergovernativo ad Algeri per prendere nuovi accordi sul gas.