Bonatti Spa: la multinazionale italiana che contribuisce a devastare il Messico

Menzogne e minacce alle comunità locali, illeciti ambientali e devastazione del territorio. Sono solo alcuni dei punti oscuri di un vasto progetto energetico in via di sviluppo nel centro-sud del Messico. Secondo le accuse, a sporcarsi le mani, sotto la spinta del governo messicano, vi è una multinazionale italiana: la Bonatti Spa. Il suo nome potrebbe non dire molto ma negli anni è diventata un colosso delle costruzioni presente in 4 continenti e 19 Paesi (dal Messico al Nord Africa, dall’Arabia al Kazakhstan passando per la Libia). La ditta, fondata a Parma nel 1949, ora conta 4.500 dipendenti di oltre 50 nazionalità.

Un’opera mastodontica cara al governo messicano

Nel 2011, l’azienda Bonatti Spa è stata finanziata per la realizzazione di un gasdotto e di varie opere accessorie in Messico. Il progetto, finalizzato a trasportare 320 milioni di metri cubi di gas al giorno per un periodo di 25 anni, prevede due centrali termoelettriche e una linea elettrica di 20 chilometri. In relazione a questo, è stata un’inchiesta della Ong Poder Latinoamerica – in collaborazione con ReCommon – ha denunciare diffuse violazioni dei diritti umani nelle comunità colpite e svariati danni ambientali. Le infrastrutture della mastodontica opera in questione – il Proyecto Integral Morelos (PIM) – attraversano 24 comuni negli stati messicani di Puebla, Tlaxcala e, per l’appunto, Morelos. Fortemente voluto dal governo messicano, il PIM è stato finanziato complessivamente per 1.6 miliardi di dollari, di cui 270 milioni destinati alla costruzione del solo gasdotto. Il progetto è stato promosso, nonché attualmente supportato, anche da imprese spagnole quali Elecnor Sa ed Enagas Sa, ma la maggior parte delle accuse ricadono proprio su Bonatti in quanto responsabile dei “rapporti con le comunità” e incaricata della costruzione del gasdotto con direzione Tula-Tuxpan.

Manifestazione di protesta contro il progetto degli indigeni zapatisti del Chiapas

Destinata a stravolgere la vocazione agricola del territorio

Per la costruzione di quest’ultimo, sono state occupate terre pubbliche e private con un significativo impatto ambientale, socio-economico e culturale sulle comunità interessate. Queste però, c’è da dirlo, non se sono state certo con le mani in mano. Molte si sono riunite nel Fronte dei Popoli in Difesa della Terra e dell’Acqua attraverso cui hanno avviato azioni legali e mobilitazioni contro il gasdotto e la centrale termoelettrica del PIM. «Queremos frijoles, queremos maíz, queremos al gasoducto fuera del país» (Vogliamo fagioli, vogliamo mais, vogliamo il gasdotto fuori dal paese), questo uno degli slogan delle proteste che più di altri sottolinea il forte legame con la terra che queste comunità – contadine ed indigene – hanno, nonché la loro dipendenza da un’agricoltura di sussistenza. Attività tradizionale però direttamente minacciata da un’opera che poi, a conti fatti, porterebbe beneficio ai soliti: oltre il 46% del consumo energetico prodotto dal PIM è infatti destinato al settore industriale. «87,75 chilometri della linea del gasdotto influenzano diverse Unità di Gestione Ambientale (UGA) i cui criteri ecologici vietano ogni variazione d’uso del suolo», così si espresse nel 2011 la Direzione Generale Politica Ambientale nel redigere la Valutazione di Impatto Ambientale relativa al progetto. Di contro – replicò la Comisión Federal Electricidad (CFE) – «il gasdotto è un’opera sotterranea che non si oppone all’attuale uso del suolo dominante e non promuoverà sviluppi urbani o industriali, né metterà in pericolo le comunità». Come vedremo, però, nulla di tutto ciò si è avverato.

L’impatto del Proyecto Integral Morelo [Fonte: GeoComunes]

Omissioni, estorsioni, false promesse

Nell’aprile 2021, l’organizzazione ha intervistato 13 abitanti dei comuni interessati, tra il 2012 e il 2019, dai cantieri del progetto. La selezione degli intervistati, tenendo conto di criteri quali la comunità di origine, l’attivismo, il genere e l’età, ha cercato di favorire la maggior diversificazione. In primo luogo, tutte le persone consultate, così come le fonti secondarie esaminate – si legge nel documento – hanno convenuto che l’esecuzione dei lavori per il PIM è stata caratterizzata da una mancanza di trasparenza: le comunità non hanno infatti ricevuto opportune e precise informazioni al riguardo. «Quando abbiamo notato che stavano abbattendo alberi in buone condizioni lungo il fiume – ha affermato uno degli intervistati – abbiamo chiesto delucidazioni, senza però ottenere risposta. Non c’è mai stata nessuna consultazione di modo che potessimo decidere liberamente se quel progetto lo volevamo o no». La mancanza di trasparenza, al tempo, fu poi confermata da un’istituzione pubblica, la CNDH Mexico. A causa delle innumerevoli denunce ricevute, questa fu costretta a verificare personalmente, constatando “l’esistenza di violazioni dei diritti sulla previa consultazione oltreché al diritto all’informazione”. Non solo omissioni però, anche vere e proprie menzogne. In alcuni casi, per esercitare pressione – scrive l’organizzazione – la ditta si rivolgeva ai proprietari terrieri per ottenere permessi, alludendo al fatto che tutti gli altri membri della comunità avevano già dato la loro autorizzazione, quando questo non era vero. E tentativi di estorsione. Gli intervistati – è emerso – hanno perfino osservato sospetti movimenti di avvicinamento con le autorità del settore agrario, alle quali le aziende, e i loro rappresentanti, offrivano vantaggi di vario genere qualora avessero appoggiato il progetto. A tutto questo va sommata una pressione psicologica costante, false accuse e più di una promessa non mantenuta. Come spesso accade in questi casi, infatti, uno degli argomenti più utilizzati per promuovere il PIM era che questo avrebbe creato posti di lavoro, nonché ridotto i costi dell’elettricità nella regione. Tuttavia, niente di tutto ciò è avvenuto.

E chi ci ha rimesso la pelle

Per poi arrivare alle minacce. In molte delle testimonianze, coloro che si opponevano ai lavori, hanno affermato di aver costantemente ricevuto avvertimenti e minacce da persone legate al progetto su cosa sarebbe potuto accadere, a loro e alle loro famiglie, a causa dei loro tentativi di opporsi al PIM. «La presenza di furgoni parcheggiati vicino alle nostre case era un altro tipo di intimidazione. Così come, sempre a scopo intimidatorio – ha denunciato un altro testimone – hanno fotografato mia moglie e miei figli». Il peggio, però, deve ancora arrivare. Infatti, l’omicidio dell’attivista Samir Flores Soberanes è avvenuto proprio in questo contesto. Il 20 febbraio 2019 l’uomo è stato ucciso davanti la sua abitazione: verso le 5:40 circa del mattino alcune persone armate hanno bussato alla sua porta e, quando ha varcato la soglia di casa per vedere chi fosse, è stato raggiunto da quattro proiettili, due dei quali in testa, che lo hanno ucciso in pochi minuti. Era un fabbro, un contadino, membro del Fronte dei popoli in Difesa della Terra e dell’Acqua, nonchè fondatore di Radio Amiltzinko, radio locale più volte censurata, finalizzata, tra le altre cose, a denunciare i gravi impatti sociali e ambientali del PIM. Un progetto che, senza considerare il principio di precauzione, inquinerà e perpetuerà l’uso di combustibili fossili. Un progetto che, tuttavia – nonostante da anni completo al 99% in termini infrastrutturali – fino a poco fa non poteva operare. Il motivo principale? Mancava la risorsa idrica per avviare il sistema di raffreddamento della centrale termoelettrica: tra vie legali e resistenza civile le comunità locali hanno infatti a lungo deviato le acque da utilizzare allo scopo.

Manifestazione in ricordo di Samir Flores dopo il suo assassinio [Fonte: Miguel Tovar / Desinformémonos]

La multinazionale accusata: questa sconosciuta

Bonatti Spa è una società italiana attiva che fornisce servizi di ingegneria, gestione, costruzione, esercizio e manutenzione per opere di trasporto e trasformazione di petrolio e gas, nonché altri progetti energetici in 19 paesi. Impegnata nel settore del trasporto di idrocarburi e gas fin dagli anni ’80, ha contratti in quattro continenti e, con quasi 8000 dipendenti, è tra i 5 più importanti contraenti italiani. In termini d’azioni – secondo il registro della Camera di Commercio di Parma (2017) – è controllata da Parmalat Spa per il 27,5%, dalla Ghirelli Investimenti Srl per il 36,27% e, dal restante 36,27%, da IBH Srl, una società finanziaria di proprietà del Gruppo IGEFI, una holding industriale con un valore di oltre 300 milioni di euro e con investimenti in telecomunicazioni, immobiliare e geotecnica.

[di Simone Valeri]

 

 

 

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1 commento

  1. Grazie per dar voce a notizie così distanti e poco trattate nel panorama giornalistico italiano e non. Vivo in Messico e anche qui le notizie riguardanti gli stati del sud sono notizie che passano inosservate. Grazie per il lavoro che fate!

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