I Paesi Bassi hanno annunciato il divieto di importare prodotti provenienti dagli insediamenti illegali israeliani nei territori palestinesi occupati: la misura entrerà in vigore il prossimo 22 settembre e si inserisce in un contesto di dibattito sul tema da parte dell’UE, che non ha ancora approvato un bando totale alle merci provenienti dalle colonie israeliane. Secondo quanto riferito dai media nazionali, ad annunciare il divieto è stato il ministro degli Affari esteri Tom Berendsen in una lettera inviata alla Camera dei Rappresentanti. La misura introdotta non vieta solo l’importazione diretta delle merci che arrivano dagli insediamenti, ma anche quella indiretta, ossia il commercio intermediario proveniente dai territori occupati. L’iniziativa si applica anche alle aziende olandesi che operano all’estero e avrà una durata prevista di tre anni.
Il danno al commercio israeliano derivante dall’iniziativa del governo olandese potrebbe avere un impatto maggiore di quanto si pensi: secondo il rapporto dell’organizzazione non governativa Global Echo, infatti, i soli Paesi Bassi sono destinatari di un terzo di tutte le esportazioni provenienti dai territori occupati e di quasi la metà di tutte le esportazioni verso l’UE. Nel rapporto si legge che le destinazioni più comuni di merci provenienti da aree occupate della Palestina sono i Paesi dell’UE, tra cui «Paesi Bassi, Francia, Germania, Slovenia e Belgio, così come Stati non UE come la Gran Bretagna. Le esportazioni verso questi cinque Stati membri rappresentano quasi l’80% del volume totale verso l’Europa».
Il divieto commerciale – sostenuto dalla maggioranza del Parlamento olandese – era già stato annunciato lo scorso maggio ed era in discussione da tempo all’interno del panorama politico olandese, tanto che il predecessore di Berendsen, Caspar Veldkamp, si era dimesso un anno fa proprio per il rifiuto del governo di applicare ulteriori sanzioni a Israele per la sua condotta a Gaza e nei territori occupati. Insieme ai Paesi Bassi, sabato scorso anche il Belgio ha decretato il bando ai prodotti degli insediamenti illegali in Palestina. Misure analoghe sono state prese da Irlanda, Slovenia e, in parte, Spagna. L’UE nel suo complesso, invece, non ha ancora raggiunto l’unanimità per imporre un’analoga misura a livello comunitario: la discussione, infatti, è ancora in corso e potrebbe protrarsi almeno fino al prossimo ottobre, quando è prevista la prossima riunione dei ministri degli Esteri sulla questione. Per ora, l’UE ha introdotto sanzioni mirate solo contro singoli coloni israeliani e organizzazioni, ritenuti responsabili di violenze in Cisgiordania, ma non ha varato un bando commerciale totale o dazi omogenei per le merci provenienti dagli insediamenti.
Per quanto riguarda l’Italia, invece, lo scorso maggio è stata depositata una proposta di legge per vietare l’importazione di beni e servizi dalle colonie israeliane. La proposta, depositata da PD, M5S e AVS (Alleanza Verdi Sinistra), non è però ancora stata approvata dalla maggioranza di governo. La proposta in questione, oltre al divieto di importare merci e servizi, ne renderebbe illegale anche la pubblicità e vorrebbe definire una serie di meccanismi in capo all’Agenzia delle Dogane, per vigilare e monitorare le origini dei prodotti e eventualmente applicare sanzioni, sequestri e confische. La stessa, inoltre, obbligherebbe gli esportatori israeliani a dover dimostrare che i loro beni non sono prodotti nei territori occupati. Il governo italiano, tuttavia, appare lontano dall’approvare la norma, considerato che anche in sede europea non ha sostenuto l’approvazione del bando completo per i beni provenienti dagli insediamenti illegali. Nell’ultima riunione dei ministri degli Esteri sul tema, infatti, il ministro italiano Antonio Tajani ha affermato che non si dovrebbe adottare alcun tipo di misura prima delle elezioni legislative in Israele previste per il 27 di ottobre e la prossima riunione comunitaria sulla questione è prevista proprio poche settimane prima delle votazioni israeliane. Il timore è proprio che questa tempistica possa bloccare la possibilità di ogni ulteriore avanzamento in materia di politica commerciale con gli insediamenti illegali. A favore del divieto commerciale, invece, si annoverano Belgio, Francia, Irlanda, Lussemburgo, Paesi Bassi, Spagna e Svezia.
Tutti i maggiori organismi internazionali, tra cui l’ONU e la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia, considerano illegali gli insediamenti israeliani nei territori palestinesi. In particolare, la risoluzione 2334 del 2016 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite «riafferma che la costituzione da parte di Israele di colonie nel territorio palestinese occupato dal 1967, compresa Gerusalemme est, non ha validità legale e costituisce una flagrante violazione del diritto internazionale […]». Inoltre, un parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia del 2024 sull’illegalità delle colonie israeliane, che obbliga gli Stati ad astenersi da rapporti economici che possono consolidare una situazione illegale, ha conferito ulteriore peso giuridico alle iniziative che vietano il commercio di prodotti derivanti da zone occupate. Mentre, dunque, l’UE nel suo insieme è restia nel mettere in atto il diritto internazionale, diversi Stati europei come i Paesi Bassi hanno deciso autonomamente di far valere i principi giuridici ponendo fine al commercio illegale con le colonie israeliane.




