Israele dichiara Gaza “zona militare chiusa” e prepara gli insediamenti coloniali

Un lungo serpentone di auto e persone armate ha dato vita alla “Marcia delle Migliaia”, organizzata dai coloni israeliani. Questi ultimi, dopo essere partiti dal kibbutz di Yad Mordechai, hanno raggiunto il confine meridionale con la Striscia di Gaza, superando senza problemi i checkpoint dell’esercito, che aveva dichiarato l’intera enclave palestinese e le aree circostanti una “zona militare chiusa”. Di fronte al muro di filo spinato e telecamere, i coloni hanno ribadito quanto chiesto da mesi: il ripristino degli insediamenti israeliani all’interno della Striscia, smantellati nel 2005. A guidare la marcia è stata Daniela Weiss, a capo di un movimento di coloni — Nachala — sempre più popolare in Israele. Tra le sue fila vanta diversi ministri e, con l’orizzonte sempre più vicino delle elezioni, ha lanciato l’assalto all’agenda del governo Netanyahu, puntando a sdoganare l’ultimo tabù: la ricolonizzazione della Striscia di Gaza.

I commenti provenienti dalla “Marcia delle Migliaia” sono l’espressione plastica del sionismo, l’ideologia su cui si fonda lo Stato di Israele, oggi più che mai rivendicata da Daniela Weiss, sanzionata a maggio dall’UE perché responsabile «di gravi e sistematici abusi dei diritti umani a danno di palestinesi in Cisgiordania». Nachala, il movimento guidato da Weiss, vede nella ricolonizzazione di Gaza un tassello fondamentale per portare a compimento la “Grande Israele”. Durante la “Marcia delle Migliaia” c’è chi pensa che i palestinesi debbano essere deportati in Giordania o in Sudan, chi si è accampato da mesi con la propria famiglia per aspettare il via libera del governo all’ingresso nella Striscia e chi, come Daniela Weiss, crede che «i palestinesi non hanno nulla a che fare con la terra di Israele». Per l’occasione, l’esercito ha dichiarato l’area una “zona militare chiusa”, dalle 8 di domenica fino a questa mattina, per impedire qualsiasi accesso alla Striscia. Ai coloni è stato comunque permesso il superamento dei vari checkpoint che separano il territorio israeliano da Gaza, arrivando fino alla barriera di filo spinato e telecamere.

Diversi parlamentari e ministri dell’attuale maggioranza, tra cui Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir (che di recente ha fatto parlare di sé per le torture agli attivisti della Flotilla), hanno partecipato alla marcia, appoggiando le rivendicazioni di Nachala: occupare ciò che resta dell’enclave palestinese — già oggi per il 77% sotto controllo israeliano — e riedificare gli insediamenti illegali smantellati nel 2005.

Di recente Smotrich ha rivelato che il Ministero della Difesa ha messo a punto dei piani per costruire tre colonie nella Striscia. Mancherebbe solo il via libera del premier Benjamin Netanyahu, che al momento preferisce prendere tempo. Di certo non si è di fronte a uno slancio umanitario, visto il genocidio ordinato a Gaza, ma di puro opportunismo politico. La colonizzazione della Striscia violerebbe infatti gli accordi di “pace” mediati da Washington, rischiando di far infuriare Trump e di destare la dormiente comunità internazionale. D’altro canto, Netanyahu deve fare i conti con la crescita di Nachala e delle istanze dei coloni, a tre mesi dall’appuntamento elettorale che ridefinirà gli equilibri politici del Paese.

Nel frattempo, a Gaza, l’esercito israeliano continua a uccidere. I bombardamenti non danno tregua, colpendo le tende degli sfollati e ciò che resta degli edifici residenziali. Soltanto tra sabato e domenica sono stati uccisi nove palestinesi, tra cui tre bambini. La situazione non migliora in Cisgiordania, dove la colonizzazione non è un’ipotesi ma una realtà sempre più solida, che viola il diritto internazionale e ha di fatto reso impraticabile la soluzione dei due popoli due Stati. I pogrom dei coloni nei villaggi e nelle città palestinesi rappresentano una violenza quotidiana, protetta dall’esercito israeliano e dall’indifferenza internazionale.

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Salvatore Toscano

Laureato in Scienze della Politica con una tesi sui beni comuni, per L’Indipendente si occupa di politica, diritti e movimenti. Si dedica al giornalismo dopo aver compreso l’importanza della penna come strumento di denuncia sociale.

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