Lo scorso anno si è registrato il numero più alto di condanne a morte dal 1981

2707 persone uccise con il benestare dei governi in 17 Paesi diversi, il numero più alto degli ultimi 45 anni. Nonostante siano sempre di più gli Stati che aboliscono la pena di morte, quei pochi in cui essa è rimasta vi hanno fatto ricorso lo scorso anno in maniera drasticamente crescente. Il numero si riferisce ai casi minimi accertati, secondo il rapporto stilato da Amnesty, ma queli reali potrebbero essere molti di più. La cifra, inoltre, non tiene conto di quelli che l’associazione ritiene essere «migliaia» di esecuzioni portate a termine in Cina, ma tenute segrete dal governo. Quasi la metà delle esecuzioni (il 46%) riguardano condanne per crimi di droga.

Ai dieci Paesi che regolarmente da anni impiegano la condanna a morte come strumento di “giustizia” (Arabia Saudita, Cina, Corea del Nord, Egitto, Iran, Iraq, Somalia, USA, Vietnam e Yemen) se ne sono aggiunti quattro che hanno ripreso recentemente la pratica (Emirati Arabi Uniti, Giappone, Sud Sudan e Taiwan). A questi si aggiungono l’Afghanistan, dove le condanne a morte hanno ripreso a svolgersi regolarmente in pubblico in seguito al ritorno al potere dei talebani, nel 2021; il Kuwait, che ha ripreso le esecuzioni nel 2013, dopo una breve interruzione di sei anni; e Singapore. A trainare il record è l’Iran, dove sono 2159 le esecuzioni accertate – più del doppio rispetto al 2024. Le condanne a morte aumentano anche in Arabia Saudita (da 345 a 356) e triplicano nel Kuwait (da 6 a 17), mentre raddoppiano in Egitto (da 13 a 23), Singapore (da 9 a 17) e Stati Uniti (da 25 a 47) e aumentano di oltre un terzo (34%) in Yemen. Gli Stati Uniti sono da 17 anni l’unico Stato delle Americhe a eseguire condanne a morte. Il numero registrato lo scorso anno è il più alto dal 2009 e quasi la metà di queste sono state portate a termine in Florida.

Il significativo aumento di esecuzioni è stato registrato nonostante i Paesi che impongono ancora questa pratica siano una manciata. Negli ultimi anni sempre più Stati hanno rinunciato alla pena di morte e ora oltre i due terzi dei Paesi nel mondo l’ha definitivamente abolita – tra quelli in cui è ancora in vigore, in Europa, vi è la Bielorussia, che lo scorso anno ha tuttavia adottato un memorandum per procedere verso l’abolizione. Quelli che rimangono, secondo Amnesty, sono «pochi governi determinati a imporre il proprio potere con il terrore». Tra questi vi è la Cina, dove il numero complessivo di esecuzioni è sconosciuto, ma si ritiene si aggiri intorno alle migliaia. Secondo Amnesty, «a fronte del segreto di Stato che continua a circondare i dati sulla pena di morte, le comunicazioni e i commenti delle autorità cinesi hanno ancora una volta indicato un uso della pena capitale finalizzato a inviare il messaggio che lo Stato non tollera minacce alla siurezza o alla stabiltà pubblica e impone pene severe per mantenere l’ordine». Reati che valgono la pena capitale sono infatti legati all’ambito finanziario, alla corruzione e, in generale, all’abuso della propria posizione per ottenere vantaggi personali.

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Valeria Casolaro

Classe 1991, prima di iniziare l’attività di giornalista ha lavorato nel campo delle migrazioni e della violenza di genere. Collabora con L'Indipendente dal 2021, occupandosi di diritti, migrazioni e movimenti sociali.

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